Vittorio Nocenzi: sguardi dall’Estremo Occidente

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TUTTI GLI ASCOLTI DI “ESTREMO OCCIDENTE”

GLI ASCOLTI DEL PUBBLICO

Giuseppe Agostini
Musica e non

Parole in libertà per un genio amico,
un artista e uomo vero dai sentimenti autentici e grandi ideali d’arte.

Nel momento in cui sto iniziando a scrivere, mi giungono voci di passanti sotto la finestra del mio studio ed i loro passi sul selciato.
Oggi il mercato della cittadina ha richiamato molte persone e i ragazzi del liceo stanno uscendo.
Mi coglie la curiosità di ascoltare con più attenzione ed allora colgo un ritmo e una sorta di armonia casuali che, pur in alcuni istanti dissonanti e fuori tempo, riempiono l’atmosfera.
Inizio così a distinguere timbri e toni diversi, alcuni profondi e gravi, altri acuti, quelli di donne e bambini, altri ancora di medie intensità e mutevoli.
Chiudo gli occhi e ad ogni suono sembra aggregarsi quasi automaticamente un colore: dal rosso violento dell’acuto strillo del capriccioso bambino, ai grigi di anziani pensosi, che s’incupiscono in toni più scuri nello sforzo di osteggiare il tempo, agli azzurri e blu di fieri giovani che affermano le speranze di una vita e poi ai gialli delle non più ritrose ragazze, che si sovrappongono con sfacciata arroganza. Dalle fusioni colgo i verdi profondi di solidi amori, che digradano verso i pallidi sentimenti banali dell’apparenza esteriore, ed i timidi rosa delle incertezze, che tornano, sfumando con intensità crescenti, ai sanguigni rossi dell’affermazione esistenziale.
Ogni colore-suono insegue gli altri e tutti girano e si fondono: come sempre i colori si ricompongono nel caleidoscopio e i suoni e ritmi tornano ad essere un confuso insieme che diviene pian piano silenzioso.
Torno alla sintesi del bianco di questo foglio ed al silenzio, con l’idea di non aver scritto nulla.
Mi torna in mente Rimbaud e le sue vocali colorate, pensando che forse l’alchimia della parola è il parallelo dell’alchimia del suono e allora sembra che ci sia stata una grande magia.
Ed è stato il genio di chi voleva trasformare i desideri e le emozioni indistinte, in afflati leggibili, vivi, replicabili, che ha carpito alchemicamente dai suoni universali il linguaggio dei sentimenti, trasfondendoli nell’arte.
Mi chiedo se in realtà non sia stata la musica contenuta in un’opera inviatami da un amico di storie del mondo artistico e che stavo ascoltando da un vecchio impianto sonoro ad aver indotto le immagini e le sensazioni percepite dalla sconosciuta e nel contempo nota gente.
Sicuramente così è avvenuto, sebbene le voci del pianoforte mi parlino con un linguaggio più colto che, con studiate ricerche armoniche e ritmi e frasi talora ripetitivi o che ritornano a completarsi circolarmente, induce le emozioni dell’esigenza dell’evoluzione e ne evoca il mutare di atmosfere e colori.
Mi carpisce l’inseguimento, ma sono le sue pause di sospensione che, quando non si risolvono in qualcosa di consequenziale, ti affascinano nella soluzione imprevista di cui, solo dopo, cogli la coerenza.
Avverto il mutare e il sovrapporsi di sensazioni che passano da quelle struggenti a quelle pacate e culturalmente ironiche sul senso della vita, delle sue storie di tutti i giorni e della storia che le racchiude.
Il quadro nella sua dinamica è completo nei tempi, nei colori, e nelle parole scritte con le note percosse di un pianoforte.
Inserisco nel computer il supporto musicale ed è stato casuale veder rivelarsi le immagini e le forme dinamiche che vi erano pure contenute. Mi hanno sorpreso nella conferma di come fossero vicine e sovrapponibili a quelle del percorso immaginario già indotto dalla musica e percepito con affinità quasi totale.
Colgo quella genialità di una costante e coerente pittura musicale del messaggio profondo, trasmesso con i colori nuovi che centrano le fatiche, le contraddizioni, le aspirazioni dell’estremo occidente.
Grazie Vittorio.

A Peppe Agostini (avvocato)

Cogliere la coerenza delle pause, dei silenzi, è qualcosa riservata ai più sensibili ed attenti. Leggere i colori dei suoni ed ascoltare la musica delle parole, quindi, non poteva che venirti naturale. Mi sarebbe piaciuto molto nella piazza del mercato di Fermo, quella mattina fra gli studenti, esserci in qualche modo anch’io!
(Vittorio Nocenzi)

***

Giancarlo Aicardi

Ricordo volentieri il “Vittorio” appena diciottenne ma già trascinatore d’umane genti, quello che sempre aveva attorno a sé circoli di ragazzi affascinati dal suo dire, dalle sue musiche scritte, talvolta, su buste del pane, segno della spontaneità, dell’ispirazione, colta così, al volo. A distanza ormai di …tanti anni Vittorio continua con coerenza la stessa strada. Ricordo volentieri quella moltitudine di studenti, docenti e non solo che hanno seguito affascinati negli Istituti scolastici, negli atenei, nei teatri le sue scorribande culturali a tutto campo (filosofia, pittura, danza e altro ancora) collegate tra loro dal filo conduttore della musica, anche quella classica.
Come erano affascinati quei giovani dalle parole semplici e leggere di Vittorio che toccavano argomenti complessi. Ed i ragazzi rispondevano alle sollecitazione culturali con consensi quasi commoventi.

Che dire ora, dopo questo lungo excursus, dell’ultimo lavoro di Vittorio ”Estremo Occidente”?
Non credo che la tecnica, od il virtuosismo, sia la caratteristica principale dei brani, ma l’ispirazione musicale, l’immediatezza, il sorprendente legame che unisce il titolo del brano alle sensazioni che produce. Ne “L’ INASPETTATO” sono sempre in inconsapevole attesa di qualcosa, di qualcuno. Sarà suggestione?
Chissà, ma poi cosa importa, la musica è emozione profonda, è condivisione, e io con ”Estremo Occidente” ho condiviso, ho interpretato e mi sono emozionato.
Ottimo tutto il disco, la lode la lascio a “IL SERENO, IL LAGO” ove la dolcezza estrema e la melodia colpiscono la sensibilità dell’animo sensibile. Una chicca davvero il DVD ove lo “straripamento” della pioggia con le sue gocce violente nulla può di fronte alla grandezza della musica e il tamburellare silenzioso e ritmico delle gocce accompagnano ed arricchiscono la composizione.

A Giancarlo Aicardi (tecnico aeronautico)

A sedici anni ho suonato per la prima volta in pubblico al pianoforte “750.000 anni fa … l’amore” (ovviamente non aveva ancora il testo, quello sarebbe venuto più tardi, nel ‘72 con Darwin): è stato durante una festa a casa di Giuliana, la fidanzata di Giancarlo. E poi ho battezzato il loro primo figlio Giampaolo, e poi … e poi… tutto in un attimo.
(Vittorio Nocenzi)

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Marco Basso

Quando il Banco del Mutuo Soccorso divenne protagonista della migliore stagione del progressive italiano, in molti ci si arrovellava il cervello per cercare di capire da dove arrivasse l’affascinante magma musicale e le atmosfere sonore dettate dalla tastiera di Vittorio.
Oggi, a distanza di molti anni, “Estremo Occidente” riporta limpidamente alla luce le diverse tracce che, se seguite, permettono di ritrovare gran parte del mondo musicale di Vittorio. L’ascolto dei brani rivela suggestioni antiche: si ritrova il mondo armonico, melodico e ritmico che fu del Banco e appartiene a Vittorio. Ma al tempo stesso si ascolta quella freschezza compositiva propria di un autore contemporaneo estremamente curioso, fresco, immediato.
Si susseguono nei brani veri e propri quadri sonori, intensi, figli di un andamento impressionista che, all’ascoltatore più sensibile, ha sempre suggerito immagini decise.

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Andrea Berruti

Primo ascolto
Dopo la settimana di lavoro il venerdì è un lungo conto alla rovescia. Decido di scandirlo con un cd senza copertina senza titolo, che curiosamente il lettore del mio pc a pezzi tollera. Sistemo le cuffiette airfrance nei miei canali uditivi, giudicati strettissimi dall’otorino. Imposto un volume ridicolo, dal momento che i silenziosissimi computer ultramoderni non garantiscono un’elevata soglia di rumore di fondo in ufficio, in cui mescolare le alte prodotte dalla scheda audio fottuta. Mi emoziona riuscire a sentire suoni di sgabello e di pedali pigiati mentre piccoli martelli rimbalzano morbidamente sulle corde. Qualche tasto toccato energicamente. Riverbero. Non sanno in che mondo mi trovo quando ho su le cuffie. Sono esattamente dove cazzo voglio. Ora sono in un pianoforte settecentesco a coda e osservo le corde da vicinissimo, rendendomi conto perfettamente delle loro vibrazioni. Riesco a notare la singola onda sulla corda. I martelletti aumentano di dinamica. Esco dal piano e ad andatura costante comincio un percorso cosmico, ogni tanto mi sciolgo, perdo pezzi in giro, ma mi ritrovo. Non basta chiudere una porta e fare finta di non sentir bussare per evitare complicazioni. Come i cani, la maniglia hanno imparato a tirarla giù. Quindi mi tocca staccar tutto e infilarmi i guanti per sbrigare un paio di cazzate in laboratorio dove a quanto pare ci sono dei casini con roba in disordine con scritto sopra il mio nome. Quando riesco a tornare in ufficio decido di controllare a ripetizione la mail mentre i martelletti ricominciano a battere delicatamente sulla mia scatola cranica. Sono inespressivo mentre osservo il mondo del lavoro in agitazione. Non sanno dove cazzo mi trovo. Non sanno che mi salvo così. Che sono in viaggio con lei. Mi vedo da fuori e da dentro sbrigare alcune faccende segnate su google calendar, sempre attaccato alle cuffiette airfrance. Sono in una nuvola di frequenze basse che mi tengono sospeso, quando cado perché stacco inavvertitamente il jack e la 6 straripa lungo il corridoio del dipartimento in tutti gli uffici. Music for work penso mentre mi rialzo e paonazzo, ma scazzato, spengo tutto. Faccio su le mie robe e dato che sono le quattro e venti circa scappo in Liguria per la due giorni di concerti.

Secondo ascolto
Il cd riparte daccapo mentre il pandino verde, obeso di strumenti, sfreccia verso il mare. La velocità costante e le frenate in imbarazzante anticipo, evitano una frana di aste, piatti e tamburi sulle loro persone. Enri gira un tabacco, mentre il Berru tamburella sul volante, bloccato dal ginocchio, ritmiche senza senso in levare. La cordiera del rullante, schiacciato in modo indecente da meccaniche varie, ricalca le frequenze comuni a quanto esce dalle casse. I saliscendi prima di Mondovì, piantati nella nebbia, uniti alla cappa di Enri e al suono morbido del pianoforte, simulano un’ascesa motorizzata in paradiso.

Terzo ascolto
Mi fa male allontanarmi da Genova. Mi sento come una di quelle mega-meduse dell’acquario, che incollano i loro fili dappertutto e li allungano per chilometri, rimanendo fisicamente connesse ai luoghi in cui passano. Ecco a me sono rimasti dei fili appiccicati a Genova. Lei mi sta vicino e scartabella fra i cd, vuole prepararsi le orecchie prima di ascoltare il disco di cui le ho parlato. Mette su Chemical Brothers, poi Prodigy e infine un gruppo emergente. Come il mio. Emergenti a vita. Non che mi vada stretta la cosa. Però mi fa ridere il termine. Chiccazzo t’ha detto che voglio emergere. E da cosa poi. Mentre penso a ‘ste robe il cd è già su. Ceschi ha il suo rituale per gli ascolti: rimane bloccata come un geco e ogni tanto fa delle prove chiudendo gli occhi per alcuni secondi. Rimaniamo muti per una decina di minuti, fino a che un mio vaffanculo automobilistico crea un’interruzione. Mi sento subito in colpa e spero che la mia rabbia non l’abbia infastidita. Non voglio rovinare tutto con ‘sti comportamenti del cazzo. Quando si può chiamare amore qualcuno? Io lo voglio fare subito. Subito, appena parte la traccia 7, “L’inaspettato”. Inaspettato che mi piacesse così tanto, così presto. Nessun dubbio, queste note me le ricorderò per un po’. Le sento che cominciano a creare un legame tra memoria visiva, associativa ed emotiva, fotografando secondi di buio della Genova-Torino e legandoli ad una pellicola anni ‘20 che mi ripassa alcuni momenti dei giorni passati con lei. Così in sequenza ci sono il tabacco alla mela, un vestito che scende sempre, caffè americano, sbagliare mira, un sacco di caramelle, esplorare fondali, macchie sul baldacchino, ombre cinesi, pesci chirurgo, cuore d’oro e uova sbaciucchiate. E siamo a Torino, perfettamente incrociati nel mio letto, luci basse blu, pianoforte, a sprofondare l’uno nell’altra e respirarci in bocca.

Ad Andrea Berruti (dottorando facoltà di Agraria dell’Univ. di Torino)

Il proprio mondo dietro le cuffiette Air France, la cordiera del rullante della batteria che prosegue a perseguitare con le sue vibrazioni ogni nuova generazione di musicisti, Ceschi ed il suo rituale per gli ascolti (“bloccata come un geco e ogni tanto fa le prove chiudendo gli occhi”) sono momenti di cui sono stato un ignaro (ma oggi felice) partecipe. Spero che possiate ancora trovarvi tu e lei, grazie alla musica, “perfettamente incrociati nel vostro letto, a sprofondare l’uno nell’altra, a respirarvi in bocca”. Sinceri auguri.
(Vittorio Nocenzi)

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Leopoldo Bianconi

Caro maestro,
non sono in grado di scrivere recensioni. Come già le ho anticipato al telefono, le comunico una semplice verità. Che la sua musica, nella fatica del mio vivere, è capace di regalarmi momenti di serenità. E non è poco.

Un grazie sincero e un abbraccio

A Leopoldo Bianconi (cardiologo)

Un brillante cardiologo ed un poeta della fotografia possono essere dottor Jekyll e mister Hide, cioè possono essere la stessa persona? Vi assicuro di sì: sul lato medico do la mia personale parola, per le foto giudicate voi.
(Vittorio Nocenzi)

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Marco Caponera

Wei wu wei (agire senza agire)

Estremo Occidente di Vittorio Nocenzi è un opera “inutile”.
È inutile che esista in un mondo mediatico come quello con cui facciamo i conti quotidianamente. Brani, opere, operazioni di marketing, di consumo, di rappresentazione del sé e delle proprie oscenità interiori (come direbbe Guido Zingari), questo offre oggi in grande quantità il mondo della cosiddetta cultura di massa.
Le proposte culturali che arrivano a riempire le classifiche di vendita e le pagine delle rubriche culturali hanno il solo precipuo scopo di essere vendute e consumate; e su questo non ci sarebbe nulla di male. Ma cosa ci vendono? Ci vendono prodotti, e anche su questo poco da dire. Ma forse ormai è il caso di chiederci una volta per tutte se venga prima l’oggetto del commercio o la necessità stessa di vendere: di creare utile.
Paradossalmente radio, tv e carta stampata hanno smesso di proporre opere che abbiano un qualche fine in se stesse, e alla luce del sole, candidamente, ci confessano che ciò che merita di raccogliere la nostra attenzione non ha altra validità che quella di proporre un utile per chi lo produce e per coloro che parlandone ne permettono l’ascesa al successo di massa.
Nell’epoca degli MP3 e del download, ci dicono: se i consumatori della musica non fanno più la fatica di acquistare ciò che ascoltano, perché gli autori dovrebbero porre maggiore attenzione nel confezionare il proprio prodotto?
Se la caccia non va più nella direzione dell’ascolto appagante ma verso l’ascolto fugace alla continua ricerca di altro e poi ancora, senza una meta, senza un tempo per la riflessione, senza uno spazio per l’ascolto critico, perché l’autore o il produttore di musica dovrebbe lavorare con responsabilità e attenzione verso la valorizzazione del proprio talento? Sarebbe uno spreco di energie, un lavoro inutile, appunto.
Quindi posso affermare con assoluta certezza che tutto nel disco di Vittorio Nocenzi è inutile.

Estremo Occidente nasce da una serie di “straripamenti” (Kuai) e di questi vorrei occuparmi qui.
Straripamento di autore, di genere, di strumento, di stile, di contenuto e di forma.

Chi abbia avuto il piacere di conoscere il lavoro del maestro Nocenzi con Il Banco del Mutuo Soccorso sa che la creatività (Ch’ien) da quelle parti è di casa ormai da quarant’anni e sa anche che la creatività quando è posta in opera è sempre straripante. Non la puoi costringere entro paletti utilitaristici ai fini commerciali e sa che mai Vittorio Nocenzi ha piegato le proprie mani al vile successo commerciale. Così un autore che sappia rinnovarsi nel tempo è un autore che non vive in funzione del proprio successo personale ma sulla “inutile” necessità di dire qualcosa, con strumenti nuovi, diversi, in grado di dire ciò che deve essere detto, suonare ciò che sarebbe impossibile non suonare.

Lo straripamento di genere tocca in questo caso l’inaspettato (Wu wuang). Non ti aspetti che dopo tanto “progressive rock” arrivi un disco solista, etereo e minimalista come Estremo Occidente, per di più chiaramente ispirato a un testo che non ha nulla a che vedere con la cultura occidentale.
È inutile perché qui non assistiamo alla fondazione di un nuovo genere, né all’affondamento di uno vecchio, ma a continui straripamenti dai molteplici generi che albergano da sempre nell’anima artistica dell’autore, che si nutre di melodia e non di meno di suggestioni culturali, vicine ma anche lontane, come quelle suscitate da l’I-Ching.

Il pianoforte racchiude da sempre in sé il simbolo della perfezione nell’esecuzione musicale.
Un pianoforte che suona è sempre inutile perché non si lascia utilizzare per altro fuori da sé, è sempre un fine in se stesso. Se vuoi parlare con lo spirito allora parla attraverso il suono di un pianoforte! Piano, Forte contrapposizione (K’uei) fluida di due estremi. Contrapposizione apparente, di superficie, come quelle tra cielo e terra, uomo e donna, pieno e vuoto, contrapposizione, ma contemporaneamente com-prensione.

Seguire il proprio talento (Sui) è straripare, non rivoluzionare, non stravolgere, non stupire.
Ancora una volta mi sembra inoppugnabile che l’immagine dello straripamento sia quella che meglio descriva Estremo Occidente. Un tessere trame al di là dei confini del buon senso occidentale, del senso comune, heideggerianamente parlando.
Lo stile di Estremo Occidente è al di là del progressive rock, della musica contemporanea, dell’interpretazione solistica pop, al di là dei cliché che narrano di posizioni di mercato, di genere colto, popolare, di musica per tutti o per pochi.
Seguire l’ispirazione, al contrario, è sperimentare un’attitudine inutile, al di là dell’utilitarismo delle etichette di genere, del prodotto che dev’essere buono per il consumo, o per l’innalzamento culturale. In Estremo Occidente convivono il progressive rock, la musica minimalista, la grande interpretazione, la partitura aperta… c’è l’opera che non ha altro fine che se stessa, poiché essa stessa nasce inutile. In poche parole Estremo Occidente resiste all’uso, all’abuso e al consumo, perché la sua essenza nasce mutevole anche se permane immutata. Chi si ponesse l’arduo compito della catalogazione di Estremo Occidente non farebbe che cristallizzarne un brandello, un aspetto, un ingrediente, ma non ne coglierebbe l’essenza, la sua vera natura; qualunque intento di definizione non farebbe che tradirla.
La forma di Estremo Occidente è la forma dell’acqua calma del lago (Tui) e la luce del giorno di sole, ma anche del tumulto delle correnti straripanti e del canto degli animali notturni. L’acqua, che nel video del brano Lo straripamento, arriva sulla tastiera del pianoforte poi, nella mente dell’ascoltatore, discende a terra per formare un sottile rigagnolo, minuto per portata, ma longevo, in quanto originato dalle nuvole e destinato a invadere la terra capillarmente, insinuandosi morbidamente dove la resistenza è più forte. Quello di Estremo Occidente è un cammino inutile perché senza tornaconto, proprio come il lavoro dell’acqua che cade dal cielo. Scende con i suoi timbri caldi e morbidi per poi risalire al cielo con piglio da scalatore, con in mente l’idea fissa della propria meta e a separarlo da essa il proprio sempre singolare cammino.

Estremo Occidente infine è un dono, e il dono è un gesto radicale perché non pretende nulla in cambio, se non la volontà di proporre della melodia, la gioia di poter produrre gioia e suonare armonia che stimoli armonia. È wei wu wei, agire senza agire, un’agire inutile, ma non per questo senza scopo, e quindi è agire per l’arte.

A Marco Caponera (scrittore filosofo)

A Marco mi lega, oggi più che mai, il profondo comune affetto per Guido Zingari, per lui maestro di pensiero e di vita, che si sarebbe schernito a queste mie parole, ne avrebbe sorriso con una leggerezza magnifica e rara. Grazie Marco per l’amore testimoniato che continui a portare a Guido e alla sua opera.
(Vittorio Nocenzi)

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Donatella Cappa

Il dubbio di essere prigionieri consapevoli e senza dramma in un cristallo di solitudine emerge all’inizio dell’ascolto delle composizioni di “Estremo Occidente” del maestro Vittorio Nocenzi. Ma via via, nel fluire scandito delle note, in noi scivola con dolcezza lo stupore che sia possibile il connubio tra la esaltazione di esistere e la perdita della dimensione del tempo e della Storia, che sia possibile ricondurre il proprio monologo interiore alle voci della natura, che sia possibile unificare staticità e movimento e annodare l’astratta freddezza della logica alla concretezza appassionata dei sensi. Alla fine i suoni, nell’eco della loro purezza, continuano a ricadere nella nostra mente regalandoci una sensazione di grande pace.

A Donatella Cappa (docente)

Donatella che nuota come un’onda, Donatella che cammina come le nuvole, Donatella che scrive silenziosa, Donatella sicura discrezione, Donatella signorilmente schiva, Donatella e il suo grande zio Marinetti, fondatore del futurismo italiano. Una docente di squisita cultura… da raccomandare agli amici per i loro figli!
(Vittorio Nocenzi)

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Gerardo Carro
(con l’aiuto di Annamaria, Pietropaolo e Biancasilvia)

La musica di Vittorio Nocenzi mi invita a compiere un viaggio che non sempre sono preparato a compiere. Un viaggio che parte dall’immaginario della Natura: onde sinuose d’acqua che si rincorrono, assumendo il colore che detta loro il cielo. Ad un certo punto l’immagine si inabissa nei fondali del mio essere dove inizia un tumulto di sensazioni in cui i ricordi, le passioni, le gioie, i dolori fanno a gara per emergere mettendo in moto tutte le cellule. Ora un sorriso, ora una lacrima, mi accorgo che il viaggio finisce nel momento in cui una dolce leggerezza pervade il mio essere ed il mio spirito. Sollevato ti ringrazio, Vittorio.
Di Vittorio sapevo essere l’enfant prodige della musica italiana ascoltandolo con il BMS e quando ho avuto la possibilità di conoscerlo non ho avuto la delusione di un mito crollato, bensì l’onore di essere incluso nell’elenco degli amici di un Maestro.
Incontrare i propri sogni può produrre corto circuiti: io ho avuto la fortuna di trovare dietro quelle note un Uomo. Un Uomo che sogna, che vive, che gioisce della vita e che è grato alla vita vivendola giornalmente con tutte le gioie e le delusioni che ci propone.
Il suo concetto di amicizia prospettico, dotato di un centro finito, mi ha dato il coraggio di scrivere qualcosa sul suo disco.
E forse mi ha aiutato anche il meccanicismo di cui sono costretto ad essere partigiano per la professione che svolgo. Immaginare che la tendenza della fisica moderna ad unicizzare le forze sembra un ritornare della scienza occidentale verso un organico misticismo orientale. L’occuparmi giornalmente di meccanica mi ha aiutato a cercare una chiave di lettura del mondo più organica. La sfericità del mondo rende “I ching” il punto di partenza della filosofia orientale ed il punto di arrivo della scienza occidentale, non dimenticando che quella stessa sfericità rende i termini orientale ed occidentale estremamente soggettivi e legati ad un sistema di riferimento specifico: l’oriente è, visto percorrendo la superficie terrestre in senso opposto, un estremo occidente.
La traiettoria che si percorre ascoltando questo disco parte dalle radici del proprio passato per affrontare il presente come segno di rinnovamento. Questo rinnovamento consente il raggiungimento della salvezza attraverso un giusto equilibrio tra forza e dolcezza. Per il conseguimento della salvezza le proprie contraddizioni saranno un valore aggiunto che dovrà purificarsi dalle cause di corruzione da eliminare durante il percorso. Forza e serenità contribuiranno a questa ascensione salvifica stando attenti a che le proprie azioni non siano guidate da secondi fini. La perseveranza a seguire una giusta via consentirà il raggiungimento della liberazione. La lettura del libro dei mutamenti mi si mostrava con il volto di Vittorio, forte e sereno legato alle radici, ma desideroso di rinnovarsi e che risolve questo conflitto
attraverso un’etica che non consente un fine diverso dal raggiungimento della salvezza attraverso la perseveranza.

A Gerardo Carro (ingegnere meccanico)

Il Cilento è terra antica e primigenia, spigolosa e magica, credi di conoscerla e ti sorprende. Che un ingegnere meccanico faccia della propria scienza scrittura di sentimenti è altrettanto inaspettato e sottilmente inatteso.
(V.N.)

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Paolo Cavola

Quando il Maestro Vittorio Nocenzi mi ha chiesto di scrivere le impressioni sulla sua ultima opera, credevo stesse scherzando.
Non essendo un esperto del settore, la mia preoccupazione era di restare quanto più possibile obiettivo. Ma la musica ha fatto il suo corso.
Estremo Occidente, opera di grande valore, mi ha subito portato indietro nel tempo, quando la musica d’ascolto era largamente preferita a quella leggera, quando il Banco ci deliziava dei suoi album e tutti eravamo in attesa del successivo.
La nota ricercata, l’accordo perfetto, la purezza del suono, compongono un’armonia che si insinua nell’aria e sembra prendere forma.
Le nove composizioni per solo pianoforte, sono il gradito ritorno di un qualcosa di cui avevamo veramente bisogno: il giusto motivo per fermarci in poltrona ad ascoltare musica. Quella vera. Grazie Maestro. E’ stato un onore oltre che un piacere!

Velletri, 14 Dicembre 2009

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Roberto Corciulo

Quando mi hanno chiesto di scrivere sul lavoro di Vittorio Nocenzi, mai mi era capitato prima di “lasciarmi parlare” e comunicare quanto sentito attraverso la parola scritta. Benché all’inizio una malcelata insicurezza frenava, ancor prima dello scrivere, l’ascolto, il sentire ha poi prevalso sulle inibizioni.
Non ho ben chiaro che forma abbia quanto ho scritto: è esploso indefinito. Ed è permesso nella entropia tipica solo dopo ascolti di questo livello. Si vuole riferire all’ascolto completo, dell’intero album.
Divenire nereggiante, invaiano, a tratti autunnale
bianchissimo, niveo
sacralità, salvezza di santi e marabutti
voci che ti vengono da lontano, dal Cielo dentro di te.
Lontano nel tempo e nello spazio dove riuscire a trovare le risposte che si cercano. indagare nelle profondità dell’anima trovare che mille volte si è vissuto, mille volte si è sperimentato, amato, pianto gioito. E vita dopo vita, l’ascolto ricorda che tale anima è arrivata fin qui, un po’ dimenticando e un po’ ricordando.
Aiuta anche a rendersi conto sempre più di quanto sia difficile la via spirituale, di quanto tempo si possa perdere nella giostra del quotidiano meccanico.
La sostanza, la potenza e la gioia di tutte le cose. Quello che tu sai, quello che tu senti, sarà sempre parte di te e di ciò che ci vive accanto. Perché tutto è uno e si compenetra, si influenza, si nutre di ciò che viene scambiato tra materia e materia, tra spirito e spirito, perché tutto vive contemporaneamente e contemporaneamente interagisce e si trasmette reciprocamente energia.
Riuscire a permetterci il passaggio attraverso una eco lontana, solo un ricordo che ogni cosa ha un suo scopo, un suo motivo di esistere. E allora è giusto prendere tutto ciò che la vita offre e capire che va valutato solo per l’esperienza e l’insegnamento che può trasmettere.
Senza giudicare, senza condannare.
Si toccano i tasti di tante esperienze: in “Wu Wuang - L’inaspettato” i colori bagnati dell’incipit di Comunque Bella di L. Battisti e in “Kuai - Lo straripamento” il René Aubry di Plaisirs D’Amour. Notturni e ballate romantici amalgamati - per quanto possa apparire apparentemente impossibile - con la cifra e gli stilemi dell’essenziale contemporaneo.

A Roberto Corciulo (neolaureato all’Università Bocconi di Milano)

“… Quello che tu sai, quello che tu senti, sarà sempre parte di te e di ciò che ci vive accanto. Un po’ dimenticando e un po’ ricordando la sostanza, la potenza e la gioia di tutte le cose…” Cosa dirti dopo che hai già detto tutto? Desiderare di incontrarti per la prima volta presto, e scoprire se sei più vecchio o più giovane di me.
(V.N.)

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Lina De Martino

Come si può descrivere a parole ciò che questa musica provoca in me… Ho la sensazione di ripercorrere il corso della mia vita, la fanciullezza, la spontanieta’ dell’ adolescenza, il desiderio di conquistare il mondo. Con il brano della “contrapposizione” poi, l’affermazione, ‘la volonta’ assoluta di essere di arrivare come una parabola che ha il suo acme nella maturita’ di una persona… Con i dolori e le gioie che essa comporta. Gli ultimi brani sono di una dolcezza infinita che squarciano il cuore mettendo in evidenza tutto l’amore che si prova nel guardare un figlio, parte integrale nostra, la natura, e sopratutto, il mare, l’infinito… La pace è per me squarcio di divino rivedo VITTORIO SCORRERE LE TUE DITA LEGGERE, MA FERME SUI TASTI BIANCHI E NERI CON INFINITA DOLCEZZA E DETERMINAZIONE che sanno scatenare emozioni e sentimenti non traducibili a parole.

***

Gianna De Masi

Acqua, luce, natura
Forza/dolcezza
Facile/difficile
Attesa
Sorpresa
Parole inespresse
Sogno che scorre, immagini che si susseguono

E’ un gioco che ho fatto con me stessa: non ho letto i titoli dei brani, ho avviato il cd e chiuso gli occhi; nella mia mente è nato l’elenco delle parole chiave che mi si affacciavano mentre ascoltavo.
E poi ho voltato la custodia del cd e ho trovato aderenze impressionanti.
Le antinomie incarnano La contrapposizione, l’acqua brilla in un lago e poi lamina irresistibilmente con lo straripamento nei territori circostanti;
le parole inespresse si fermano agli angoli della bocca mentre la sorpresa si impossessa di noi di fronte all’inaspettato che ci si pone di fronte
Forse è proprio questo che deve succedere quando una composizione “funziona”: il lavoro, l’ispirazione e la creatività di un grande professionista arrivano alle orecchie e al cuore di una persona che, come me, non ha particolari competenze musicali e si fa guidare nelle sue valutazioni dalle emozioni, dalle sensazioni, dal piacere dell’ascolto. E avviene l’incontro, si vive la sintonia.
Le immagini diventano più nitide, l’animo si apre e assorbe fino in fondo anche ciò che non riesce ad esprimere a parole e il pensiero e le emozioni si fondono: e per me questa è la Musica.

A Gianna De Masi (già docente)

Rivoli ha forse il più bel museo d’arte contemporanea d’Italia (fra le istallazioni permanenti un albero d’ulivo in una enorme cubica zolla di terra, messo al centro di una stanza in perfetto stile barocco, un po’ come l’astronave kubrickiana di 2001 odissea nello spazio all’interno della verde stanza rococò verso la fine del film). Ma Rivoli ha anche una donna come Gianna, appassionata del tempo che vive delle persone a lei care, solidale con quelle di cui, pur non conoscendole personalmente, ne accoglie bisogni e aspettative. Gianna non fa parte, però, di questo racconto di Estremo Occidente in qualità di amministratrice pubblica, ma esclusivamente come mia compagna d’avventura in quella divulgazione culturale rivolta ai giovani che mi coinvolge ormai da tempo.
(V.N.)

***

Krum De Nicola
Semplicità. Leggerezza. Sincronicità.

Semplice. Così l’album di Vittorio Nocenzi. Di una semplicità disarmante, profonda, il disco rappresenta un’oasi presso la quale viene naturale dissetarsi, rinfrancarsi, che contrasta fortemente con il mondo in cui siamo abituati a vivere, caotico, estremamente contraddittorio, complicato.
Leggère scorrono le dita sul pianoforte. Come pensieri. Rivelano un mondo magico in cui le nostre emozioni diventano finalmente visibili a noi stessi. Vittorio Nocenzi riesce a leggere dentro l’anima di ciascuno e ci regala un attimo di introspezione assoluta. Delicata. Necessaria.
In sincrono, con il battito cardiaco, col cosmo, il tempo si dilata. L’ascolto ci guida attraverso una musicalità che ci appartiene da sempre. Svelata, si dispiega, e illumina i ritmi naturali del vivere e del percepire. Finalmente.

A Krum De Nicola (fonico, tifoso romanista)

Musicista, informatico, attore, uomo dal nome tipico dei principi ungheresi ed il cognome tipico di Marino, mix tra esotico ed autoctono. Che la sorte ti sia benigna, Krumi, multiforme ingegno, ave!
(V.N.)

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Nicolangelo Del Rosario

Un altro antico testo cinese rispetto a quello che ha ispirato questo album esalta incondizionatamente ciò che è grezzo, semplice, minimo; ciò che torna all’origine. E’ il “Tao Te Ching”, la cosiddetta “Regola celeste”.
“Estremo Occidente” risponde perfettamente all’appello del filosofo Lao-tzu, concentrandosi sul nucleo essenziale delle idee e degli elementi. E’ una scelta complementare, a paragone di quella sottesa al precedente lavoro “Movimenti”, maggiormente diretto alla suggestione di immagini e visioni, le più variopinte ed eterogenee.
Qui, invece, l’unicità strumentale e l’essenzialità dei brani conducono senza soluzione di continuità all’ascolto delle 9 composizioni come un unico organico concetto, che mira ad una sintesi profonda delle cose e delle armonie.
Così, in un mondo rigonfio di immagini rapide ed abbaglianti, i tre accordi lenti della “Forza Domatrice Del Grande” scuotono come un richiamo od un risveglio, scandendo le sicurezze del passato, riordinando le idee necessarie prima dell’accelerazione sul presente. E stupisce il processo del “Creativo” che, partendo da una prima intuizione, sperimenta nuove note definendosi sempre più, aggiungendo consapevolezza e registri più gravi, singhiozzando, prendendosi a modello e raddoppiandosi. E’ quasi percepibile il turbamento legato allo sviluppo della propria creatività e al tentativo di imitare “Il Cielo”: non è qualcosa di scontato, non è qualcosa che non ha un prezzo, ma nemmeno qualcosa di impossibile. Finisce in maniera aperta, rallentata, sospesa. Non si sa “Il Cielo” dove porti.
Alla graduale scomparsa del cinguettìo variegato degli uccelli della “Contrapposizione”, in cui l’allontanamento ostinato dalla natura conduce alla città e alla sua convivenza irrisolta con la natura stessa -il paradosso nervoso dell’uomo moderno-, segue e risponde “L’Emendamento Delle Cose Guaste”. Il rimedio, rassicurante come il discorso di un nonno al nipote e una casa che esce al mattino dalla nebbia; il suono costante di due note gravi come il Lavoro e l’Impegno, che fanno oltrepassare gli ostacoli più aspri.
Tutti i brani sono traversati da un senso di fiducia distinguibile e sicuro, con l’eccezione forse dell’ultimo, il più lungo. Un “seguire” faticoso, la scalata a un monte sacro, la camminata inevitabile, data e non richiesta, l’epilogo dell’attuale “Estremo Occidente” che non potrebbe essere altrimenti: gli uomini che si indignano con la stessa facilità con cui riescono ad indignare; una bestia ferita che si volge nella gabbia, arrabbiata per aver frainteso troppe cose, a cui resta la suggestione ed il passo stanco che lentamente si spegne.
In questo disco i virtuosismi pianistici non sono esercizi barocchi, ma limpide piroette della mente. Un esempio: “Lo Straripamento” (l’impossibilità del pianoforte di tenersi tutto il pianista, oppure viceversa -come sosteneva Ray Charles-?), in cui le dita piene debordano e rovesciano frasi, ondate di marea, dipingono a tratti spessi figure incessanti e composite, bruscamente rotte sul finale dall’eco dissonante di un accordo, forse sognato.
Ma ancora una volta, la quiete dopo la tempesta. L’ “Inaspettato” dà la sensazione di avere sempre posseduto le note giuste. Qui l’innocenza e la semplicità si mescolano alle trovate ritmiche, che spingono in maniera spontanea e incessante verso la battuta successiva. I controtempi casuali, rassicuranti, pieni di energia sembrano richiamare la prima inesauribile intuizione, così come si richiamano e si incatenano i segni dell’”I Ching”. Le frasi ritornano quando non si crederebbe rivederle ancora, gli incontri casuali si susseguono, parrebbe, all’infinito. Tutto diviene possibile.
Ed è mostrata la via per osservare l’irriverente “clinàmen” come, piuttosto, una positiva deviazione dall’ordinario, una battuta, un perdono. Una buona possibilità da cogliere.
Ma se è vero che l’abitudine rassicura e addormenta, è anche vero che la possibilità, pur tenendo svegli, porta in seno l’insoddisfazione. Sarà a questo che allude la traccia più misteriosa e arcana, suggestiva e ambigua, impenetrabile e volutamente equivoca di tutto il disco? “Gli angoli della bocca”. Sfuggente, sibillina, carica di contrasti nervosi e insidiosi pericoli, suona come la sensazione che si prova stringendo la cintura di due buchi.

A Nicolangelo Del Rosario
(studente di Giurisprudenza all’Università Bocconi di Milano)

… Esaltare ciò che torna all’origine, al nucleo essenziale delle idee. Le 9 composizioni come un unico organico concetto, una sintesi profonda delle cose: “La forza domatrice del grande” scandisce le sicurezze del passato, riordinando le idee necessarie prima dell’accelerazione sul presente; “Il Creativo” aggiunge consapevolezza, aperta, sospesa; “La contrapposizione” è il paradosso nervoso dell’uomo moderno (l’allontanamento ostinato dalla natura e convivenza irrisolta con la natura stessa);“ L’emendamento delle cose guaste” è una casa che esce al mattino dalla nebbia (la costante di Lavoro e Impegno per oltrepassare gli ostacoli più aspri); “Lo Straripamento” è l’impossibilità del pianoforte di tenersi tutto il pianista, (i virtuosismi pianistici piroette della mente); nell’ “Inaspettato” l’innocenza della prima inesauribile intuizione che genera incontri casuali all’infinito (tutto diviene possibile, una positiva deviazione dall’ordinario, un perdono. Una buona possibilità da cogliere); ne “Gli angoli della bocca”, lontani da abitudini rassicuranti, la possibilità porta in seno l’insoddisfazione; nel “Seguire” una scalata faticosa al monte sacro è l’epilogo dell’attuale “Estremo Occidente”… - Beh, se qualcuno ha ancora dubbi sul valore delle nuove generazioni e si ferma ai più sfortunati (vittime inconsapevoli del Grande Fratello) si perde una grande festa, ma soprattutto una visione migliore del futuro, dove non tutto è perduto, dove molto c’è di qualità e prospettiva.
(V.N.)

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Marco Di Benedetto

“Estremo occidente” è un disco che già nel titolo lancia l’invito a vedere le cose da una prospettiva diversa, dove tutto appare caratterizzato da una essenza effimera, in quell’eterno e ineludibile divenire teorizzato nel Libro dei Mutamenti, a cui l’opera è dedicata.
E’ un lavoro costruito con passione, differente dalle precedenti produzioni musicali di Vittorio e del Banco, dove un’arte e una tecnica tutta occidentale - eredi di quel “clavicembalo ben temperato” e lontane da microtonalità e da esotiche variazioni armoniche - evocano stati d’animo e paesaggi geograficamente distanti, attraverso una visione unitaria delle cose, in cui gli estremi, almeno sul piano artistico ed emotivo, riescono a incontrarsi. I nove brani del disco, ispirati ad altrettanti esagrammi de “I Ching”, sono così caratterizzati da un unico tema conduttore con declinazioni differenti, dove ogni cosa appare animata da quel continuo cambiamento. Anche la musica scorre e fluisce nell’eterno divenire delle cose, tra gli echi di Ercaclito, Lao Tze, Jung, Bach, Beethoven, Eric Satie, Debussy, Luca Flores, Keith Jarrett, Banco…
Un generoso uso del pedale esalta la ricchezza timbrica del pianoforte e le emozioni legate alla persistenza degli armonici cambiano nel tempo, passando da atmosfere intimistiche e dilatate (“La forza domatrice del grande”, “Il sereno, il lago”, “L”innocenza, l’inaspettato”, “Gli angoli della bocca”) a ritmi più concitati (“Lo straripamento”), per abbandonarsi poi a una titanica lotta che si stempera solo nell’armonia degli opposti, perfezione del Tao.
L’artista, pur dotato di una tecnica raffinata e unanimamente riconosciuta, nel pieno rispetto di un’etica taoistica, non si abbandona ad inutili virtuosismi formali, costruendo con semplicità e moderazione pregevoli composizioni, originariamente delineate solo nel tema portante e nella struttura armonica, lasciando così spazio ad una improvvisazione di suggestiva tensione emotiva. Dai brani proposti emerge la figura di un musicista completo e nel pieno della maturità artistica che, in sintonia con il tema del disco, rifugge da ogni indugio su virtù artistiche acquisite per aprirsi e apprezzare l’estremo valore del mutamento.

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Renato Di Martino

Vittorio,
lo sai, non mi intendo molto di musica. Spesso confondo brani , autori , periodi . Ma la musica mi da’ sensazioni piu’ di ogni altra arte.
Ora , i tuoi brani mi hanno totalmente preso!
Dentro ci ho trovato tutto quello che avrei voluto ci fosse in una mia musica ideale : dolcezza, melanconia struggente, tensione, a volte rabbia.
La vita.
Le note di questo piano possono accompagnare in ogni momento, dovunque.
Estremo Occidente. Lo straripamento .In alcuni momenti avverto una sensazione da “cupio dissolvi”.
L’ “Estremo Occidente” sono le Colonne d ‘ Ercole?
E dopo , il Nulla? O l’ Infinito ?
Grazie
Renato

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Annarita Ferronetti

Galassia.

Un pianoforte suona in spazi siderali. Veggente.
Forte dimensione atemporale, acronica. Provoca abbandono metafisico, ma anche attesa vigile di cuore e sensi: ineffabile. Un’epifania aurorale, Il lago, apre al movimento, al “contrappunto”. Ci si parla: è la comunicazione. Fino a che il cerchio si chiude: l’Estremo Oriente e l’Estremo Occidente si toccano, entrano l’uno nell’altro e fluiscono insieme. Comunque speranza di umana armonia.
E’ una musica “alta” che ti entra prima nei tendini e poi nel sangue. L’ordine dei pezzi racconta un percorso.
Come Dante nell’Empireo: si ascolta contemplando.

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Mia Floridi

La Forza Domatrice
Il paesaggio corre via armonico e veloce.
Vorrei fermare l’immagine, non ci riesco.
Mi lascio andare impotente e ogni tanto ci riprovo.
Non c’è niente di più bello che farsi trascinare, cullata dallo sferragliare regolare.
I sensi perdono sostanza.
Vista e udito si annullano in un flusso continuo e potente come una cascata.
Non importa chi lascio alle spalle, chi ho davanti, a chi vado incontro.
Tutto si ferma in quella sfera di cristallo.
Ritaglio di pace nella frenesia.
Vorrei non arrivare più.
Quel microcosmo, prima nuovo, diventa intimo e rassicurante.
E l’esterno, prima ambito e meta, superfluo.
Mi lascio trasportare e sono anche io
Artefice
Perché è un viaggio nello sconosciuto
Prende forma via via.
Rassicurante e nuovo.

Lo Straripamento
(Sensazione fisica: come se ingoiassi una nuvola di fumo e non riuscissi a sputarla via. Si contrae lo stomaco e insieme il respiro si stringe, diventa sottile e profondo fino a sciogliersi nelle ultime note).
Corro scalza velocissima allungando ogni arto. Grandi falcate e salti per via del terreno irregolare. Mi aiuto con tutto quello che posso. Le braccia mi danno equilibrio e spinta. La vista mi dice dove mettere i piedi, ma soprattutto dove non metterli, per evitare di affondare e storcermi le caviglie. Ma inciampo lo stesso in continuazione e mi rialzo spingendo più che posso e mordendomi le labbra dal male. E strizzo gli occhi ma non posso privarmene. Uso tutte le forze che ho in corpo e l’aria che inspiro non basta. Nelle mie orecchie l’affanno pesante sempre più insistente. Sforzano i muscoli, struscio contro le frasche che mi strappano la pelle. Sento i rametti piegarsi sotto ai miei passi veloci e inciampo di nuovo e ancora. E ancora più forte riparto a più non posso. Il respiro affannato è tiepido e sembra spezzarsi come il suolo sotto di me. Ma ancora forte tutte le mie energie vengono su e sento un caldo improvviso, le gote infiammate e respiro, respiro fondo. Vedo mille tonalità dal verde al marrone, raggi di luce che si alternano ai lunghi tronchi, ombra, raggio, ombra, raggio, raggio, e mi affido all’occhio che rapido avverte il cervello che avverte i piedi e intanto pompa il cuore a palla che sembra stia per scoppiare. Il sangue va più forte di me e mi sostiene. Posso, il male è uno stimolo a continuare, ogni passo è una
vittoria e mi carica. Mi rialzo ancora, perdo l’equilibrio, ma persisto imperterrita incurante. Finché non mi spezzo. E non mi spezzo, è un pensiero e d’un lampo ho nuova energia. E la milza tira come se stesse divaricando il mio stomaco. Sento le gocce di sudore scendere dalla fronte e sul collo, sulle sopracciglia.
Le gambe tremano ma vanno, ce la fanno, i piedi avvertono ogni tortuosità del terreno e godono benché comincino a distruggersi.
Ci sono quasi ancora pompa cuore pompa dammi un ultimo brivido. Casco vedo il sangue non fa male cola denso e storpia con i colori che mi fanno da guida. Non so da dove viene. Non importa. Concentro lo sguardo avanti a me, frazioni di secondo e vado sopra alle trappole insite come un aeroplano. Non scoppiate vene di coraggio, ancora poco. Sfida contro i limiti di me stessa che si spostano alla stessa velocità dei rami e delle foglie intorno. Gli alberi assistono dall’alto impassibili alle mie fatiche. Saltano gli uccellini dai rami e le piccole bestiole disturbate. Non sono l’unica a muovermi, il resto brucia via trasformandosi e ricreandosi come nuvole nel vento.
E sì arrivo lo vedo è lì di fronte a me un lago e svengo di gioia stramorta in pace.

Il sereno, Il lago
Sono lì, distesa, apro leggermente gli occhi abbagliati da un raggio accecante. Li richiudo e li riapro lentamente. Cielo azzurro pieno e nuvole bianche limpide creano spade di luce intorno al sole. Mi volto e sento il profumo dell’erba, salato come fieno appena secco. Con le dita e il palmo della mano sfioro i gambi esili che sospirano sottile.
Mi sveglio lentamente senza sentire. Mi avvicino all’acqua che sembra di specchio. Vedo il mio corpo riflettersi quasi nitido e di nuovo le nuvole bianche. Mi avvicino ancora, chinandomi lì dove la terra si mischia con la superficie trasparente, tinta di verde e di blu, a seconda. Piccole onde si muovono regolari e con l’orecchio ne percepisco appena il moto.
La pace quieta i muscoli che si distendono e il sudore si fredda. La corsa mi ha svuotata e mi sento pulita. Immergo i piedi e respiro di piacere. Cancello i rivoli di sangue che si sciolgono, scolorendosi, fino a sparire. Sento solo l’acqua che tiro su con le mani e muovo con il mio corpo e scende su di me e nell’aria fino a riunirsi a sé.
Giro come un ballerino turco, le braccia larghe a pelo dell’acqua, e con la punta delle dita creo miriadi di cerchi che si susseguono fino a disfarsi sulla terra. Continuo a ruotare e ruotare fino a perdere l’equilibrio abbandonandomi interamente. I capelli fluttuano come alghe leggere e sinuose. Gioco con le gocce riempite di sole. Brillano come diamanti e scintille.
Mi stendo sulla sponda tiepida. Piango. Di niente e di tutto. E nell’acqua affogo le lacrime salate e chiudo gli occhi. Il momento e’ passato. Non c’è ritorno nel sogno. Lì dove la realtà non ha confini e si dimentica.

Gli Angoli Della Bocca
Qualcuno mi scuote lo sento. Ma il mio corpo non risponde. Un altro strattone. Sì ti sento mi sveglio dammi tempo. Provo forza sì così, ma sogno. Devo aver buttato giù tutta quell’acqua. Sento un colpo dietro adesso e come un burattino vengo sballottata e spostata ancora. Con un bastone mi arrivano dei colpi dritti sullo sterno e fanno male. Posso aprire aprire ho detto aprire gli occhi, se non la finisci non riesco.
Lasciami morire in pace allora. Un altro colpo e respiro. Eccomi! Sì funziona lo sento. Sputo fuori tutto e torno viva. Viva sul serio. Grazie, grazie del male e del bene, sono qui e sono pronta a te.

L’inaspettato
Ma chi sei tu qui. Da dove arrivi?
Hai la pelle bruciata di sole, impenetrabile come una tela di carbonio.
Non volermi del male e non amarmi nemmeno perché sono qua.
Portami via se puoi e accudiscimi. Ho bisogno di te, delle tue ali che mi proteggano, del tuo calore. Non abbandonarmi. Voglio volare insieme a te ad occhi chiusi e spaziare sulle distese verdi.
Mi perdo nel tuo sguardo che mi riempie e risveglia parti di me.
Vedi lontano e non hai paura.
La pressione delle tue mani sul mio viso e sui miei capelli mi fa sentire l’unica cosa al mondo.
Continua ti prego. Le carezze pesanti, il tuo tocco profondo mi scaldano. Non mi importa chi sei.
Ogni tuo movimento su di me e’ dolce e sicuro. Il mio corpo tra le tue mani forti e’ piccolo e libero. Non ho paura, nulla di te mi spaventa. Sembri aver visto tutto già e sai di mondo. Le mie mani nelle tue sono come un uccellino nel nido. Le nostre dita si intrecciano, si sfiorano poi mi stringi intensamente e mi sento tua. Fallo ancora, poggiati su di me fino a schiacciare il respiro. Non ne ho bisogno. Tu qui mi completi. Mi dai l’aria che mi manca. Mi dai il calore di cui ho bisogno. Mi fai da scudo e da desiderio. Divento oggetto della tua passione. La tua aurea si appropria di me. Niente parole perché la storia e’ tra i nostri battiti e nei respiri, soffici petali di neve che si alternano incrociano sovrappongono. Mi prendi per mano e i miei sensi si abbandonano. L’energia dei nostri corpi si spande, ci tiene uniti come l’universo. La sento muoversi nel mio stomaco e su fino alle tempie. La sento nel tuo palmo e nello spazio tra noi. Si esaurisce mai la forza tra due magneti? Quell’energia trasparente, inconsistente, ma papabile? Perdura nel tempo la sua intensità?

A Mia Floridi (neolaureata all’Università Bocconi di Milano)
C’è una coraggiosa “joie de vivre” in quello che hai scritto, Mia, c’è vento, paura, orgoglio, forza, ci sono tramonti, c’è vita, tanta. Grazie.

(V.N.)

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Giancarlo Fonzi

Pietra angolare della musica autorale contemporanea, Vittorio Nocenzi rappresenta un esempio di continuità e creatività sicuramente non consueta nel panorama musicale italiano.

Fin dagli esordi con il Banco del Mutuo Soccorso, gruppo storico del rock progressivo degli anni d’oro della musica mondiale, Nocenzi, ha mostrato una vena compositiva di altissimo spessore, creando autentici capolavori, con architetture sonore in bilico tra atmosfere sognanti e furiose cavalcate epiche con echi di memoria Wagneriana.

La qualità della produzione del Banco, ha in quel periodo, varcato i confini nazionali, facendo “scomodare” musicisti come Keith Emerson e Greg Palmer, che hanno voluto produrre un lavoro del gruppo per la loro etichetta, la Manticore.

Va detto comunque che, mentre gli E.L.P. hanno furoreggiato creando eclettiche rivisitazioni di autori classici e contemporanei come Mussorgskj, Ginastera ed altri, Vittorio Nocenzi il fratello Gianni, Francesco Di Giacomo, Rodolfo Maltese e tutti gli altri compagni d’avventura, hanno sempre creato la loro musica attingendo, evidentemente, a una cultura classica ma riuscendo mediare e amalgamare il tutto in una chiave moderna e personale.

Questo lungo preambolo mi è sembrato doveroso, poiché avendo avuto la fortuna di poter conoscere personalmente il Maestro Nocenzi e volendo dare un contributo personale avendo ascoltato il suo ultimo lavoro, mi premeva far capire che il mio giudizio partiva dall’analisi di un vissuto artistico che, comunque, è quantomeno molto difficile mantenere ai livelli raggiunti.

“Estremo occidente”, 9 Esagrammi de “I Ching”, è un lavoro che muove dall’elaborazione di un testo mistico e filosofico della cultura cinese che, attraverso composizioni per piano solo, affronta i temi dell’equilibrio del mondo, dello scorrere del tempo e del potere dell’individuo di salvarsi attraverso il rispetto di sé e del prossimo, in armonia con le forze della natura e con la forza creatrice dell’universo.

La musica si espande, dilaga, pervade e intride l’anima in un turbine di emozioni che si insinuano, scandite dal susseguirsi dei movimenti compositivi, nei nostri percorsi emozionali comunicando nitidamente i sentimenti e le percezioni che scaturiscono dalla profondità del testo ispiratore.

Posso quindi affermare che questo lavoro rispetta e mantiene il livello di eccellenza compositiva di un artista che non dà per scontato il peso di una credibilità guadagnata sul campo, ma si pone sempre in discussione cercando e accettando nuove sfide e nuovi stimoli creativi che sono il sale di ogni percorso che ha come unico traguardo la soddisfazione di un bisogno intellettuale universale.

A Giancarlo Fonzi (docente)

L’entusiasmo di Giancarlo Fonzi lo conoscono bene i suoi studenti e quanti lo frequentano a Livorno, la sua città, dove lui è da lungo tempo un sicuro punto di riferimento per chi sceglie di mettere il cuore oltre l’ostacolo nel continuare a costruire opportunità e prospettive positive.
(V.N.)

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Francesco Gallo

Che dire di Vittorio Nocenzi?

Compositore, genio, figura carismatica, insegnante, pensatore, amico, ricercatore
ma soprattutto un Grande Musicista.
E’ senza alcun dubbio uno dei maggiori rappresentanti della storia musical-culturale sia in italia e che nel resto del mondo.

Se fosse possibile gli farei assegnare il Nobel per la Musica.

Eccolo di nuovo alla ribalta con il suo secondo lavoro da solista “ Estremo Occidente”
un progetto con 9 composizioni per solo pianoforte ispirate a 9 esagrammi de I Ching.

L’ho ascoltato e… riascoltato,
bellissimo, grande tecnica
melodie affascinanti, ricche di colore e sentimento
un pianoforte con una nuova timbrica, insomma un progetto appassionato, così come
si è sempre rilevato Vittorio Nocenzi.

Bello e originale il video.

Un “in bocca al lupo” per Estremo Occidente, per i suoi tanti progetti futuri e …noi…
i tanti e numerosi fans, viviamo con la speranza che ci siano ancora momenti, movimenti e sensazioni che ci possano accompagnare ancora per ancora tanto tempo.

A Francesco Gallo (funzionario statale)

La sala prove del Banco, a Marino, la mia città natale, era una vecchia stalla dove le mucche erano state sostituite dagli amplificatori Marshall, dal piano e dall’organo Hammond; nelle mangiatoie non c’era più il fieno ma i pedali wha wha e i cavi audio che amplificavano il rock progressive anni ‘70. Erano spesso prove aperte, e fra i ragazzini più appassionati c’era Francesco, silenzioso ma dagli occhi accesi e svelti.
(V.N.)

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Filippo Gasparro

Armonie e note perfette nella loro voluta incompiutezza. Un volo reale o forse solo immaginario verso le sabbie di Dunhuang, dove i cercatori, cotti dal sole o stremati dal freddo, setacciano ancora l’oro dalle dune sacre del Deserto di Gobi. Uno sguardo stupito alle dita delle operaie di Suzhou intente a rubare fili di seta dai bozzoli fumanti. Realtà avvolte nei misteri di popoli lontani, che fanno della musica uno strumento di magia e di misticità e sanno cogliere sapientemente il messaggio dei suoni di chi tende loro il frutto della propria arte.

A Filippo Gasparro (funzionario SIAE)

Caro Filippo,
la Cina non è solo una nazione, un’area culturale: è anche uno stato della mente, dove metafisica e materialismo continuano a tessere la tela umanissima della vita. Con amicizia.

(V.N.)

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Tommaso Gazzolo
Tre volte, per tre

I.
Il pianoforte suona mentre le città bruciano: a Berlino a Varsavia, a Riga, a Mosca, sino all’Estremo Occidente, bianco non-luogo di esagrammi, che esiste solo combinando il nome segreto dei nuovi dei che verranno. Balza e salta in queste musiche, che sono nodi tra le lettere spedite laggiù, dove tre volte si viene inghiottiti nel ventre del pesce-balena, tre volte si muore, tre volte la vita cambia.
Suona, mentre Roma (Rom) brucia. Le note cadono su una radura lontana, in un mondo già finito: il musicista fa un inchino, a fianco del suo pianoforte gigantesco, alto come un albero dei boschi che ci hanno ospitato, nel tempo ora cenere, illusione di luce ed ombra. Le sue note cadono, gocce di pioggia, calpestate, appena batton la terra, da cavalli d’Oriente in fuga come neri monaci (come le nubi del San Dominique): per tre volte tre, saltano come pesci nella mente del boia, questi accordi del dopo-estensione. La Storia del mondo si afferra solo negando la causalità.
Lo Spirito che possiede ancora, quasi per una dimenticanza delle Eumenidi, la coscienza dell’Europa, sentirà che queste note splendide giungono da un luogo dimenticato, l’Occidente ultimo, dove è rimasto un grande pianoforte in mezzo al mare, nobili uomini succhiano long han, dove il Mekong nasconde nelle proprie acque il sangue e le pelli prese dalla Vistola; il musicista si prende cura di ogni istante di musica, lo fissa per l’eternità, eterna la sua preoccupazione del tempo.
Proscritto del Re, dopo che il crepuscolo si è compiuto alla finestra di una biblioteca di Siviglia, dietro il popolo dei ratti: amore, mio amore lontano, solo la conquista ci è data ancora, nonostante il Reisenverbot che ha ucciso il filosofo, dietro il suo sorriso e le foglie rosse dell’autunno, bruciato nella città, fuggiasco (bruciato fastidito, ma senza condanna, di cui non ha più bisogno un mondo amministrato di eguali). Place d’autruy, dove Cristo, dall’Appia, indica la croce: il sangue ti ha inghiottito, tre volte la vita del musicista è cambiata, tre volte catastrofi che nessuna generazione aveva mai conosciuto si sono abbattute sulla strada del pescecane – der Weg in der Wage. Tre pesi sul fondo del lago, dentro tre cerchi di musiche: requiem, canzone dei pirati (uomini trascendenti, che-jen), forma fugata.

II.
Libertà immortale, che non è più, suona lontano, accompagna la notte sui monti della Pieria, dove le vacche ambrotoi riposano nelle stalle, e va per le vie dello stagno che distano tre giorni: una donna morta sulle rive di Enez Eusa dall’arme romane, imperium per rinuncia dell’antico Oriente, partorisce la nuova Athena, Monna Primavera, che incanta i demoni. Questo splendido Nord, un pianoforte lo mette in forma, senza poter dire, come scriveva Jung, se la bussola funziona o è impazzita.

III.
Conduce fuori il numero dispari da ogni accordo, nella notte delle dee fredde, via della mano sinistra: Noi siamo i figli della grande distruzione, di un terrore dimenticato, di mondi dissimili. Esagrammi della terra da cui ci hanno strappato: prima del loro suono, l’eco. L’inaspettato è un sorriso (eutrapelía) sotto la barba nera: O, pesciolino mio (c’mon, small fry), pregò il poeta nella cella, sopra al terzo cielo - “Formica solitaria d’un formicaio distrutto”, canto LXXVI -. Queste nove composizioni sono loro stesse estreme, con il loro mattino e la loro sera insonne tra il nero dei tasti che, dolce, invita alla nobiltà: le nostre parole sono spettri del passato, che vive solo grazie al sangue, mentre muoiono come cavallette, fuori della storia - Parigi, 17 Agosto 1943 - . Ciò che è esistito, non esiste più. Quello che abbiamo vissuto, non è più la nostra vita. Fissai la carta geografica, per notti intere, cercando il luogo di quella musica: sotto l’inverno geometrico di Brienne o nel villaggio di Freiberg, dove nacque il Münchkalbe? No, ora si vedono solo rovine, come nel nostro Tevere: l’Estremo Occidente è più ad Est, oltre il confine originario della civiltà, dove attendono alla guerra i nobili padroni. A noi attendono millenni di Ming-ti, di mondo come preda di agnelli postnapoleonici: la loro pace di incinerazioni, come un grande rogo di libri: Horche und leide!

IV.
Questa musica mi ferirà per sempre, straziante dolore e poi forma dell’ordine, antica battaglia in un campo aperto, il quale è un vincolo che lega, in un suono, la nostra ultima luce.

***
P.S. Le pagine di “tre volte, per tre” sono estremamente realistiche, ma oscure. Non tutti i testi, infatti, si possono leggere piacevolmente. Ciò che è esoterico non può essere detto a chiare lettere, proprio come la natura di queste composizioni: le musiche di Nocenzi cadono sotto la pioggia, quasi impercettibilmente, cucendo la luce e l’ombra insieme. Come riusciva a farlo – mi chiesi - senza ferirsi le dita? Riesce, a taluni artisti. A Guido Zingari (17 gennaio 1949 – 6 Aprile 2009), che trovò la morte tra le rovine d’una città, dedico questo mio commento. Talvolta, non è sbagliato suonare il violino mentre Roma brucia.

A Tommaso Gazzolo (Dottorando in Filosofia del Diritto, Univ. di Genova)

Rimanere incantato dalla sapienza dello scrivere è una sensazione entusiasmante da provare: ogni volta che mi è successo, la lettura mi ha arricchito in modo irreversibile (Cent’anni di solitudine di Marquez, Memorie di Adriano della Yourcenar, I Demoni di Dostoevskij, Rinascimento privato della Bellonci, L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon, L’eleganza del riccio di Barbery Muriel) A Tommaso Gazzolo, che non ho ancora il piacere di conoscere, vorrei dirgli di far risplendere questo dono che lui ha in modo così evidente: le parole sono musica allo stato puro, continua a farle risuonare in modo così intenso! Grazie per il pensiero personale per Guido Zingari.
(V.N.)

***

Gherardo Ghelardi

Pietrasanta 1 gennaio 2009

Alla cortese attenzione del Maestro Vittorio Nocenzi.

Caro Vittorio (posso usare questa familiarità?),
non sai che piacere ci faccia poter tornare a comunicare con te. La tua presenza in scuola ha lasciato un segno particolare (noi un po’ lo sapevamo già…) ma chi ti conosce meno ha avuto modo di apprezzarti ed apprezzare il lavoro che stai facendo e con quale passione lo stai facendo.

Non ti dico la sorpresa (questa nostra…ma che ci ha confermato ancor più che persona sei) quando hai lasciato a due perfetti sconosciuti una copia del tuo lavoro, pregandoci di non divulgarlo e di attenderne l’uscita ufficiale. Questo, oltre a darci una grande soddisfazione per essere diventati parte di questa importante anteprima, ci ha gratificato per la fiducia (che hai sentito, evidentemente, a pelle).

Abbiamo ascoltato i 9 brani e siamo concordi nel dire che si tratta di un gran bel lavoro. Ci ha particolarmente colpito l’intimità ed il sentimento che attraversa tutti i brani; ci è parso così profondo e personale che rendere partecipi “gli altri” (chi ascolta), a questa tua esperienza, sia quasi un invadere (e forse contaminare) la tua intimità più nascosta. Quasi un assurdo, quindi, poiché se si fa musica e si prepara un album è per condividerla con gli altri: chi ti ascolterà potrà godere della commozione come fosse la tua.

Credo che anche la sequenza dei brani abbia una sua connotazione definita: ho provato l’ascolto casuale e credo venga proprio a mancare una continuità che tutto l’album ha: il senso di sospensione di quasi tutti i brani li lega l’uno all’altro sino al compimento dell’ultimo brano, il più struggente il più doloroso ed ineluttabile dove il sospeso finale del brano non ha più alcun seguito terreno.

Aggiungo, qui, l’accoglienza di casa mia. Ha coinvolto tutti: Barbara (la mia compagna) Giulia e Leonardo (i miei figli); pur essendo diversi gli ascolti (e le età) tutti si sono lasciati coinvolgere sino all’appassionarsi. L’ascolto ed il riascolto dell’album, in casa mia, riduce le velocità di ognuno di noi, limita le parole e si sentono, a tratti, le simmetrie morbide di chi “accompagna” questo o quel tratto di melodia. Ognuno vi ha trovato un proprio sentire.

Se hai avuto la pazienza di leggerci fino a qui, e cerco di concludere, hai certamente percepito con quanto affetto abbiamo seguito la tua/vostra storia che continua, comunque, a “mietere” consensi a tutte le età: se hai ulteriore pazienza di aprire i file allegati potrai vedere cosa ha fatto Giulia su una parete della sua camera.

Splendida la notizia che mi ha dato Ilaria sulla scelta del nostro istituto per il Progetto Format@zione - i territori del linguaggio; restiamo in attesa, incuriositi, di questa opportunità che ci offri; così avremo modo, mi auguro, di vederci ancora.

Stavolta concludo davvero, tanti carissimi e affettuosi auguri di un anno nuovo colmo di soddisfazioni, ciao.

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Gabriello Losso

Io me l’ero dimenticata!
Anni di emozioni, a strati filiformi, qualche volta grigi, a volte verde laser, sogni, sempre inseguiti, e folle di persone, e pensieri, e compimenti, si erano srotolati allontanando dal mio ricordo quei suoi capelli lunghi. Ricci e biondi.
Mi aveva portato da lei un amico; viveva in una grande, unica, stanza in cima, di fronte al Mercato della frutta di San Lorenzo a Firenze.
Nella stanza, un materasso per terra, i suoi vestiti, cotoni indiani leggeri e colorati come si usava in quel tempo, buttati su una sedia e su una valigia, un tavolo.
Ma, il suo sorriso e un pianoforte.
Nero, lucido. Poche parole, a noi due inattesi ospiti, poi come volando, addosso al pianoforte a regalarci spudoratamente una valanga di note, che subito riempie lo spazio e si riversa felicemente nella piazza sottostante dalla finestra aperta dell’estate: note fresche, sorprendenti. Si radunavano per poi scomporsi e poi trovarsi ancora.
Io fantasticavo di chissà quali studi al Conservatorio, e da dove viene, forse è Americana, e come è bella. Ma più di tutto mi conquistava l’antitesi evidente fra l’irruente dolcezza della melodia che emanava dalle dita e dai capelli, la potenza femminile della composizione, e il suo viso di bambina, la sua stanza scarna.
Poi, inaspettato, il regalo più bello. Un guizzo, quasi una piroetta che la disimpegna dal pianoforte, ed è subito in mezzo alla stanza che balla, i piedi nudi, e ride felice. E ancora al pianoforte, l’improvvisazione sempre più convincente, senza soluzione di continuità, le note ancora sospese, dilatate nell’aria, lei riusciva, un istante dopo, a ballarle ! Ancora, e ancora, e ancora, un alterno, intimo, scambio di musica e movimento.
Quasi il roteare dei Dervisci, ma la leggerezza di una ninfa, e come un Dervisci raggiungeva l’estasi, e me la regalava.
Io quella ragazza non l’ho più incontrata, e, come succede in quell’età in cui hai il mondo nelle mani e ti senti eterno e potente, e forse un po’ lo sei, da quella stanza sono uscito, confuso e sognante, ma ne sono uscito: per chissà quale stupido impegno.

Vittorio ha riaperto quella porta -so che non se ne avrà a male se le sue fattezze non corrispondono- e gliene sono grato.
Mi sono astenuto dal leggere le note di Guido Zingari, perfino i titoli dei brani non voglio saperli, ché ho a uggia da sempre le didascalie sotto le fotografie. Ho cercato un posto tranquillo, un momento tranquillo, in questa giornata che di tranquillo non ha proprio niente, e anche di questo devo ringraziare Vittorio, e mi sono consegnato alla musica.
Brian Eno e le sperimentazioni di chitarre sospese di David Sylvian si affacciano con discrezione; gli accenti progressive, mai dimenticati, colorano i brani.

Ma la malinconia ruzzola fuori a volte, pure in un uomo di seduzione e irruenza, piena come è la composizione (ma è composta o anche improvvisata?) di viaggi solitari, di occhiate indagatrici, di domande insonni.
Struggenti le frasi centrali del quinto brano, onirica la dilatazione sospesa delle note nell’ottavo, ogni brano mi racconta di una speranza indomita, di un uomo che sa di essere capace di invenzioni, che a volte è incompreso, e che ha scelto con fierezza di spingersi ai confini estremi del suo mondo.
Questa musica è il racconto di quel viaggio.

A Gabriello Losso (architetto, docente)

Gabriello insegna al Liceo Artistico Petrocchi di Pistoia. Ti colpisce l’umanità forte e comunicativa, la chiarezza della propria posizione nei confronti della vita: scegliere ciò che si ama. Nonostante tutto questo mi fosse già noto, la sua traccia d’ascolto mi ha colto di sorpresa: è un racconto breve delizioso, inaspettato, cinematografico, in bianco e nero con il sonoro in presa diretta.
(V.N.)

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Carlo Maffei

Uno sgabello, un pianoforte, un foglio e una matita, l’ispirazione e la creatività; questi sono gli unici ingredienti utilizzati da Vittorio Nocenzi per la realizzazione di questo lavoro solista.

Pianoforte solo, un’idea e una proposta coraggiosi in un mondo musicale attuale che nella maggior parte delle realtà proposte è pieno di numerosi suoni ed elementi che saturano il nostro organo uditivo.

Questo lavoro si colloca senza ombra di dubbio in una fascia di opere di qualità dove la ricerca del suono e della composizione porta l’ascoltatore o lo trasporta in un mondo di vibrazioni e sensazioni.

Senza analizzare i vari brani, tutti molto eterogenei, le composizioni di Estremo Occidente si prestano a stimolare la creatività di un grafico che potrebbe a sua volta “comporre” delle immagini reali e non, da accoppiare e parallelare con poesia alla musica che si ascolta.

Alcuni brani sono più energici, altri più soft. Grande gusto nelle linee melodiche e grande tocco nei passaggi che attraverso la dinamica del pianoforte vengono cosi offerti numerosi livelli di sonorità.

Un mondo acustico diverso dal conosciuto repertorio rock del compositore Nocenzi; anche se di ideazione differente si nota chiaramente il risultato di una certosina ricerca di novità ma con sottile background ed esperienza progressive.

Se ascoltato in cuffia, sembra di appoggiare la testa sulla struttura del pianoforte.

Assolutamente da consigliare. Buon ascolto.

A Carlo Maffei (progettista keyboard)

Non tutti sanno che in Italia, nelle Marche si costruiscono le migliori tastiere del mondo, che vengono poi fornite alle più importanti case internazionali. Carlo è uno di questi maghi, il mio mago preferito perché è lui che mi costruisce ormai da tanti anni le mie tastiere preferite. Grazie di tutto.
(V.N.)

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Lucia Malasoma

Allo scultore Michelangelo una volta fu chiesto come facesse a creare delle opere così stupende. “E’ molto semplice,” rispose. “Quando guardo un blocco di marmo, vedo la scultura dentro di esso. Tutto ciò che devo fare e’ togliere quello che non gli appartiene. C’è un’opera per ciascuno di noi e per cui siamo stati destinati a compierla. Questo e’ il punto centrale della vita, e - non importa quanto proviamo a ingannare noi stessi - sappiamo quanto e’ importante per la nostra felicità. Di solito, questa opera e’ coperta da anni di paura, colpa e indecisione. Ma, se decidiamo di rimuovere quelle cose che non ci appartengono, se non abbiamo dubbi sulle nostre capacità, siamo in grado di andare avanti con la missione che e’ il nostro destino. Questo e’ l’unico modo per vivere con onore.”

(Paulo Coelho - Maktub)

Questo lavoro del Maestro è il divincolarsi della materia che ci lega. Andare oltre, vedere più lontano, tendersi avanti, con coraggio, passione, eppure equilibrio. Le sicurezze non stanno più dietro di lui, nel conosciuto, ma, inaspettatamente, sono davanti nello sconosciuto che lo aspetta e ci aspetta.
Grazie delle emozioni.
Sono onorata di conoscerla e di poter condividere un pezzo del suo cammino.

A Lucia Malasoma (docente)

La discrezione, la certezza della riservatezza pari solo all’amore per l’insegnamento e la generosità di tante ore dedicate a costruire per i suoi ragazzi, figli di altre madri ma solo per caso, strumenti e opportunità di conoscenza. Così ho conosciuto al Liceo Scientifico Filippo Buonarroti (l’anarchico, non Michelangelo) di Pisa la professoressa Lucia.
(V.N.)

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Agostino Mammucari

Caro Vittorio,
provo a mandarti un mio pensiero sul tuo CD, ma perdonami in anticipo perché in queste cose sono una frana.
“La tua musica si lascia ascoltare con piacevolezza ed infonde una sorprendente tranquillità.”
L’atmosfera è intima e densa e riesce ad unire l’astratto al concreto.
L’ascolto genera uno stato di profonda serenità e il cuore segue la musica con un ritmo lento e rassicurante”.

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Luigi Mantovani
Le mutande di Re Vittorio

All’inizio furono i Ching…
Quando ricevetti la «bozza» del disco e della sua copertina lessi che le composizioni si ispiravano a «I Ching» e là mi resi conto che di loro sapevo ben poco. Mi sembrava ricordare che fossero simboli, specie di oroscopi cinesi, chissà? Poi mi venne in mente un’altra immagine, quella dello “Shangai”, forse alcuni di voi conosceranno questo gioco (noiosissimo per altro) in voga alcuni anni fa. Si trattava di gettare un pugno di stecchette, di bacchette insomma, simili a quelle che gli orientali usano per mangiare il loro riso agglutinato (che se fosse al dente vorrei vederli chicco per chicco…). Ma qui si divaga uffa, dicevamo che si prendevano questi bastoncini e si gettavano in ordine sparso sulla tavola, si trattava poi di recuperarli uno ad uno senza far cadere la catasta che avevano formato, mah?…direte voi…divertente? Beh non tanto…
Però già che ne parlo mi viene alla mente che in fondo si trattava di “riorganizzare con metodo un caos controllato che noi stessi avevamo provocato” in fondo una bella metafora della vita no? Curioso come tante volte si rivedano azioni, gesti che erano/sembravano insignificanti sotto una prospettiva totalmente differente.
Non mi sono tuttora interessato a I Ching, chiederò all’artista alla prima occasione, pero’ ho ascoltato, eccome! Il disco, ma ci arriviamo…
Partiamo dal titolo, non quello del disco, quello su in cima… già le mutande… vedrete che c’entrano, almeno in senso figurato…
Ora se dovessi descrivere l’uomo in due parole userei una espressione gergale americana: LARGER THAN LIFE. In quel paese si vuole indicare con questa frase qualcuno che effettivamente è “più grande della vita” ovvero qualcuno con una forte esuberante personalità e che non ha paura di esprimere le sue verità. Conoscendo l’uomo oltre che l’artista aggiungo che vedo in queste parole anche chi ha molto da donare e lo fa con grande generosità, sempre.
Seguendo un poco il filo di questi pensieri mi viene in mente la vendita all’asta che avvenne in Inghilterra qualche anno fa della “culotte” della Regina Victoria. Chi di voi ha avuto modo di vedere delle foto saprà che si trattava di una taglia: XXXXXXXLLLLLLLLLL!
Assolutamente affascinante per certi versi! Anche qui trattasi di “LARGER THAN LIFE”.
Vittorio mi perdonerà il paragone forse un po’ intimo che ho preso in prestito per arrivare al sodo, alla musica.
Liberiamo subito il campo da eventuali equivoci: il disco, il tuo lavoro é magnifico!
Non solo per quello che è, ma anche per quello che NON è, per quello che anche se con pudore estremo ci fa intuire, assaporare.
In Francia dove da tempo vivo si può trovare in alcune case borghesi un tipo di finestra tonda come una specie di oblò che qui chiamano ”oeil de boeuf” ovvero occhio di bue.
Penso anche che per noi vecchie baldracche dello spettacolo la parola “occhio di bue” evoca subito il faro bianco che segue implacabile l’artista su scena. Tanto implacabile che non lascia spazio a ombre, dubbi ma solo alla verità del momento.
Ecco Vittorio, questo esattamente volevo dirti e cioè che mi ha molto toccato questo tuo coraggio, questa tua voglia di aprire una tua piccola finestra segreta e di permetterci di guardare dentro sotto la luce senza inganni del proiettore… e quello che ho visto mi è molto piaciuto mi ha fatto star bene. Non è questo in fondo il fine dell’Arte: farci star bene? Io penso di sì, allora grazie per questo regalo ti auguro che se ne possa gioire in gran numero. Detto ciò concluderei con un piccolo aforisma all’incontrario:

“Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace… ma se quello che piace è bello allora tanto meglio per tutti!”

A Luigi Mantovani (gallerista d’arte, scrittore)

Humor fino alle lacrime, intransigenza idealista, storico e … istrionico label manager della Island Record per la Ricordi dischi spa, produttore discografico del Banco del mutuo soccorso, geniale inventore e amministratore delegato della Virgin Italia e poi della Virgin Cile, mancato ristoratore ligure, oggi felice gallerista d’arte in France e scrittore poetico di fiabe per bambini: sono tutti la stessa persona, Luigi le roi.
(V.N.)

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Elena Marongiu

Questo lavoro di Vittorio Nocenzi suona come una narrazione di storie immaginate nell’atto del ricordo. Nel preludio ha inizio l’immersione verticale di chi ascolta nel racconto e le emozioni sono sollecitate dal ritmo a volte incalzante e altre volte disteso delle note. Mai scontato. Non accade mai, durante l’ascolto, di rimanere storditi, confusi piacevolmente dalla musica, come quel lirismo di certi poeti che io chiamo ‘dei tramonti’, della nostalgia di quel che rimane di un’esperienza vissuta nella nostra mente e nel cuore, e quindi di quello scivolamento dell’animo umano verso una trama regressiva della memoria. Memoria come stato d’immobilità. Quel ricordo è qui per aprirsi e muoversi dentro di noi come un ‘click’ che scateni movimento. Ed è allora, in tale preciso momento musicale che le note sollecitano il nostro corpo, e i turbamenti divengono note e le note assumono un aspetto corporale. L’esperienza dell’ascolto diviene ‘esperienza vissuta’, il corpo assimila le note per riprodurle attraverso l’immaginazione. È un momento cruciale di quest’opera, credo. La musica non relegata nell’ambito della memoria e del sogno, nello spazio appeso all’universo di un piacere estetico evanescente e incorporeo, ma emozione verticale che nasce dalle contrapposizioni, i conflitti e il dolore che soltanto il reale può scatenare. Quel che voglio dire è che l’esperienza della musica diviene, come nella lettura, una ‘esperienza vissuta’: siamo angeli, assassini, crudeli, leggeri, romantici, nichilisti, balordi, mistici, ambigui.

E ciò può accadere quando nell’opera le tensioni etiche, morali, la sensibilità dell’autore muovono quel disegno artistico in un ideale passaggio con il fruitore dell’opera stessa con una forza tale da ‘spostarci’. Ecco la corporalità del nostro compositore: la capacità di spostarci in una dimensione emotiva aperta, dolorosa, fatta di contrapposizioni, di sottili contraddizioni (tanto più dolorose quanto più ci si aspetta dalla musica l’evasione temporanea da queste stesse sofferenze umane). In questo senso io credo che Nocenzi sia un compositore di impronta civile anche quando si cimenta con l’assenza delle parole, perché proprio la negazione di quelle mi appare come una invocazione a ‘dire’, e, gioco-forza, a denunciarne l’assenza di senso in un mondo in cui la parola è ormai alla sua deriva semantica. Vittorio Nocenzi riscopre la necessità di ‘dire’ attraverso il silenzio delle parole, il loro svuotamento per riempirle di nuovo significato.
Si avverte come una possente tensione comunicativa in questa ultima fatica di Vittorio Nocenzi, riflessiva anche. Le pause musicali, come respiri di vitalità, si addensano nello scorrere del tempo come per sussurrare con cadenza che noi siamo lì, e veniamo trascinati nell’immaginazione musicale e come risucchiati dentro questa narrazione per raccontarci anche noi. Il disco in questo tentativo di coinvolgimento del fruitore, diviene corale.
Ci prende per mano e ci invita a prender parte di una storia che è anche la nostra.
Sono certa che Vittorio Nocenzi invochi con questo lavoro una possibilità al cambiamento, e abbia scelto di comporre un’opera il cui principale elemento musicale che ci guida è il tempo che chiama parole che lui ora non ha in bocca. Ed ecco l’idea del libro che possa raccogliere parole come foglie colorate d’autunno sulla terra a comporre il manto delle voci del movimento delle stagioni. Il mutamento è espressione di vitalità. I contributi ‘creativi’ che vanno a comporre questo libro non debbono impiccarsi al vincolo dell’erudizione dell’ascolto musicale ma lasciarsi andare alla magia narrativa che una musica è in grado di evocare. Ci sono tante storie, storie di uomini che si intrecciano in una coralità che si erge come significato dell’esserci in questo mondo in cui l’uomo sembra aver smarrito la nostra originaria vocazione. È un canto di invocazione al potere escatologico della musica.
L’opera dunque non si erge come ‘io’ ma si dilata nel tempo delle pause come un ‘noi’, uno spazio vitale da vivere e riempire con la nostra immaginazione; e il viaggio non è più soltanto quello dell’autore, e perciò di un uomo, ma diviene il viaggio allegorico di ‘ogni uomo’, dell’uomo qualunque, l’every man che straripa nelle cose guaste della sua insita contrapposizione (la parafrasi viene dai titoli dei brani).

Si tratta, perciò, di un’opera in crescendo, di un ‘work in progress’ in cui colui che ascolta è coinvolto nell’opera aperta in una prospettica evoluzione corale del significato. Da sola, l’opera, rimane un significante, ancora senza quel corpo in cui le è permesso vivere.
Chi conosce Vittorio Nocenzi sa che lui non è un artista malinconico, nichilista, che vive la creazione musicale come un luogo di separazione dagli uomini. Quando suona, appare come un artigiano che tenta di modellare il suo manufatto per l’utilità di molti, di coloro i quali stanno cercando in questo viaggio che è la nostra vita, delle strade che possano illuminarne il percorso. E non è un caso che il suo lavoro si sia ispirato a ‘I Ching’, opera dei grandi saggi cinesi le cui parole si prestano per essere interpretate dall’uomo come ‘segni’ per il compimento di esperienze assolute.

L’album è diviso in concetti aperti, pensieri che dovrebbero suggerire all’umanità un percorso che non è mai lirico sentimentale, contemplativo di uno stato d’animo ma piuttosto rimanda a un vitale conflitto tra il suono e le parole e cerca attraverso la comunicazione con il corpo dell’ascoltatore un utopico incontro, una ispirazione ‘altra’ che possa suggerire il percorso del viaggio. In questo lavoro il pensiero musicale del compositore è come esaltato proprio per l’assenza delle parole la cui ricerca ha tanto significato nel percorso artistico del Banco.
Già con il lavoro composto con la poetessa Alda Merini aveva iniziato ad emergere la necessità di convergere la musica in spazi da riempire con le parole (e perciò con parole che potessero conoscere le voragini della follia e del canto d’amore). Qui emerge con una precisa forza creativa la convivenza di questa apparente contraddizione, di due parti antitetiche –quella lirica della riflessione musicale, e quella civile della mondanità e della capacità di evocazione narrativa della parola.
E quelle pause… Mi è sempre piaciuto interpretare il reale attraverso dei frammenti, dei particolari come istanti che rivelano, che svelano, nel profondo di ciascuno di noi la ‘verità’ dell’opera in sé, ma una verità del tutto soggettiva che affiora dall’impatto del piacere che il fruitore percepisce da un’opera. Ed è in questa armonia di incontri che credo si possa esperire la bellezza di un’opera. È come se il significato di colui che ascolta divenisse complessivo, totale e si schiarisse da quel particolare della nota, o dell’andamento. È come percepire emozioni dall’incontro con una persona da una parola detta che può in un istante determinare le distanze o le vicinanze. Quante volte accade che quella parola, o quel gesto ci trasmetta gioia, o ambiguità, o tenerezza o repulsione. In fondo, l’incontro con la musica è una sorta di innamoramento, la percezione di un incontro totale che incarna le nostre più emozioni più profonde.

Nel brano n. 5 che prende il titolo ‘La contrapposizione’ io trovo la chiave di lettura di quest’opera: a sinistra la mano suona un ritmo quasi ossessivo, cantilenante, un andamento alienante, e a destra, l’altra che racconta, fraseggia, si sberleffa, va via, fugge dall’altra ma sopra di essa. L’emozione nasce da una dimensione di conflitto di due stati emotivi paralleli che si uniscono nell’esoterismo della musica: una ricerca utopica di convivenza di una dualità che è simbolo di una condizione umana. L’impeto di una volta si è come diviso e si è come dissolto in una metafora del ricongiungimento. C’è una nuova vitalità, a parer mio, in questa ricerca. Una nuova consapevolezza delle proprie intuizioni, le intuizioni di un artista che non ha mai scelto di comporre isolandosi dal mondo, dalle persone, dalle relazioni anche più banali degli incontri quotidiani ma che vive invece immerso nelle realtà degli uomini, delle loro sofferenze, del loro raccontarsi minimo. Quando questi due poli apparentemente antitetici convivono, l’opera diviene la metafora di una possibilità dell’uomo che pur avendo smarrito la sua umana vocazione, usare le parole come strumento di avanzamento, di emancipazione, di evocazione, di costruzione, ne recupera il suo valore originario. Così l’artista. Così noi.

A Elena Marongiu (autrice di testi)

Elena una persona assolutamente fuori dagli schemi dell’ovvio. Il sorriso dei comuni ricordi di collaborazioni creative e organizzative, le difficoltà del trovare gli obiettivi giusti e i modi adeguati per agire… e poi questa recensione che mi ha regalato, con una inattesa puntualità e ricchezza di spunti e contenuti, tanti motivi di riflessione, di ulteriori costruzioni. Elena… tu sei una meravigliosa marziana!
(V.N.)

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Angelica Martinoni Caleppio

Da ”La principessa che credeva nelle favole” di Marcia Grad: parte finale.

“La maggior parte della vita consiste nell’andare, e non nell’arrivare, perché quando una persona giunge dove pensa di essere diretta, prova inevitabilmente l’esigenza di recarsi da qualche altra parte. E’ tutta un’avventura, un’avventura illuminante. Sii felice, il meglio deve ancora arrivare.”

“Lo adoro! Lo suonerò in continuazione, e ogni volta mi rammenterà che io sono intera, e che l’amore nel mio cuore crea l’amore nella mia vita, e che ogni cosa sarà come deve essere, quando sarà giusto che sia, perche’ avviene quando deve avvenire, secondo i suoi tempi!”

“Mia cara, hai imparato bene le tue lezioni” si complimento’ il mago.

“Grazie. Adesso devo solo metterle in pratica.”

“Si!” esclamo’ il mago. “Si!” fece eco il gufo.

“E lo faro’…alla perfezione!”

“Alla perfezione?” le chiesero in coro i suoi due amici, dubbiosi e preoccupati.

La principessa non disse nulla, e le piccole creature alate si zittirono a vicenda, inarcò le sopracciglia, trattenendo a fatica un sorriso.

“Sì alla perfezione… per quanto possa riuscirci una principessa perfettamente imperfetta!”

Raggiante, Doc tiro’ fuori il suo banjo e il cappello di paglia che si ficco’ rapido in testa, e si mise a strimpellare:

Mentre viaggi vicino e lontano,
ovunque tu sia
ricordati ciò che il tuo cuore sa:
le favole possono sempre diventare realtà!

Inizio

Adirondack Park (USA)

Salar de Uyuni (Bolivia)

Salar de Uyuni
Ad Angelica Martinoni Caleppio
(giovane imprenditrice nel settore agrario - biologico)

“Le favole possono sempre diventare realtà”- e allora in bocca al lupo per il progetto a cui stai lavorando, affinché si possa tornare a valorizzare, noi tutti, le tradizioni eno-gastronomiche cui il nostro occidente estremo è indelebilmente legato.
(V.N.)

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Alessandro Masi
“I Ching”, ovvero il libero mutamento

Viaggio da Torino a Milano con Vittorio Nocenzi in nove esagrammi.

Torino Porta Nuova, ore 08.50 del 5 novembre 2009-11-06
Ta Ch’u – La forza dominatrice del grande (6.15)

Il treno in una mattina di novembre. Hai voglia a dire che sei forte nelle vene! Il tuo sangue scorre alla ricerca di altro sangue da dominare. E’ la ruota che spinge il carro della tua vita, caro Vittorio. Pigia forte i tasti come assi di rotaie, facendo muovere il mondo, fallo ora, come quando bambino giravi tra le tue mani i piccoli grandi sogni della vita. Fallo ora perché è per sempre. Ed è così che il lento alito del mondo finalmente si muove tra le ultime ombre grigie della città che si risveglia alla ricerca di un destino dove andare a morire. I tuoi suoni sciolgono il canto fermo della notte: dissolvono il disagio di chi resta, di chi attende, di chi parte. Ruotano le tue dita sui tasti come le ruote di questo treno freddo sulle assi dei binari. Fammi sentire che anch’io potrò vivere, fuggire, rinascere.

Chivasso, ore 09.05
Ch’ien – Il creativo (7.17)

Sereno sto sulla cima dei miei pensieri aspettando che escano uno dietro l’altro, in fila indiana, proprio come i vagoni di questo treno. I tuoi suoni sporgono altrove, là dove la luce è luce e le gocce di rugiada bagnano i campi oppressi dalla nebbia. Il resto è solo silenzio. Ho perso tutto giocando con il mondo, amando, vagando nelle sconfinate terre dei sentimenti, tremando davanti al fuoco che incendiava la mia vita. Non potrò mai perdonarmi per tutto ciò che non ho fatto. Ad esempio, avrei potuto segnare le note nel quaderno sapiente della grande Musica. Ma non l’ho fatto ed ora attraverso il mio sguardo da un finestrino. Questa sì che è musica per le mie orecchie! Perdio! Ora anch’io sono Dio, sono estremo Occidente.

Santhià, ore 09.35
Tui – Il sereno, il lago (3.54)

E’ l’ultimo treno che perdo, lo giuro! Sono arrivato correndo dietro la scia di questa malinconia che non ha suono ma che ritorna a rispecchiare limpida la mia tristezza, oscillando tenera tra i riflessi e la luce di questo lago maledetto. E’ come una pozza dove prima o poi si ritorna. Il treno spezza il canto della pioggia che da sola non basta ad inseguire il pianto del giorno prima, quando alta volavi con la leggerezza delle tue piume e di te si parlava soltanto con gli amici. Vittorio sei la prima goccia di pianto di questo immenso lago

Vercelli, ore 09.43
K’uei – La contrapposizione

Non saprei mai contare le volte che le tue dita hanno sfiorato i tasti del pianoforte. All’improvviso scintillano cinguettii di uccelli tropicali. Dov’è l’Occidente? Vola nelle primavere dolci dei cieli italiani, tra le paludi e le ombre di un cortile.

Novara, ore 10.00
Ku – L’emendamento delle cose guaste

La nebbia è salita un po’ con il ritmo pulsante dei suoni, che in armonia con questa luce, fanno rifrangere ricordi come melanconia. E’ severamente vietato attraversare i suoni: musica in corsa. Intanto si affaccia tra le nuvole la sagoma luminosa che lascia il tondo sole. Le note cadono lente come gocce.

Magenta, ore 10.15
Kuoi – Lo straripamento

E’ lo straripamento, il Kuoi, la forza del segno che si imprime nella musica che continua a tessere scintille di luce come riflessi d’acqua nel grigio delle nubi. Poi di nuovo uccelli, San Francesco che parla e celebra la comunione dei beni. La musica si spoglia della propria potenza e si fa umile. La musica si piega inchinandosi alla maestà dell’opera di Dio. Il mistero è finalmente squarciato: l’uomo forse esiste e respira! In ogni caso, ci siamo; lo dice un lontano clacson, il traffico dei pensieri che trasudano dietro il finestrino. C’è odore acre nell’aria che la musica non avverte.

Rho, ore 10.25
Wu Wuang – L’inaspettato

I suoni ripetuti si sono ora adagiati sui fili dei pali dell’elettricità. Sono segni sparsi nella campagna graffiata dalla superbia dell’amore. La musica si rivolta nelle pieghe della nostalgia, di ciò che siamo stati. Rispettare il limite di velocità: quale velocità? Le note girano lente come le ruote svogliate delle biciclette e degli amori sfiniti. Stanchi di sapere tutto, vogliamo essere tutto, essere storia, noi gli inaspettati: insospettabili poeti sorpresi a frugare nel fondo degli occhi degli altri. Ecco cos’è l’Occidente!

Milano Certosa, ore 10.39
I – Gli angoli della bocca

Gli angoli della bocca. Scendi, Vittorio, scendi puntellando le tue dita sul pianoforte, cautamente, come un amante che traccia i segni della bocca dell’amata. Controluce di un sentimento forte, espresso. La linea si fa dritta. Si va avanti aspettando i segni della vita che la musica accompagna. Sono come rughe sul volto questi suoni. E’ il tempo che non scorre e va veloce.

E’ l’Occidente che si affretta a rimanere ostinatamente sveglio dopo la lunga notte dell’amore. I suoni sono le sparse trecce dei capelli che rimangono sul letto. Non è ancora tempo dell’addio, né dell’odio. Per questo ci attende qualcosa alla fine della corsa. Per ora siamo ancora intrecciati, noi amanti, tra le membra dei nostri corpi. Vittorio! Sono sfinito! Il viaggio è sfinito: è Milano.

Milano Centrale, ore 10.45
Sui – Il Seguire

Seguire – Inseguire – Non seguire: fermare, fermarsi per un po’, attendere per poi proseguire.

Ad Alessandro Masi (critico d’arte)

Un dipinto raffigurante uomini primitivi seduti in cerchio intorno a fuochi dalle alte fiamme. Questo suo quadro Alessandro me lo ha fatto vedere molti anni dopo, quando “Cento mani cento occhi”, era ormai uno dei brani più apprezzati di Darwin!. Il pittore autore del quadro, da fan del Banco nel frattempo era diventato segretario generale dell’associazione Dante Alighieri.
(V.N.)

***

Antonio Massaccesi

La vita, si sa, è musicalità ma sui temi di fondo non ama indulgenza. Dunque, “Estremo Occidente”.
Forse, estremo tentativo di voler essere ciò contro cui, faticosamente, abbiamo sempre lottato: dover essere.
Forse, estrema possibilità di Ri-Scoprire, di Ri-Trovare il tratto essenziale della nostra dimenticata storia di evoluzione: l’Evidenza, evidenza negata nell’attuale e perdurante (ricorrente?) sistema della menzogna dove il concetto di bello vale più del bello e l’interpretazione più della percezione.
Per dirla come Rimbaud e , come è giusto che sia, con la tua opera “Voli alto sopra l’azione” a dispetto, come solo la vera arte può e deve saper fare, del conformismo degli impegnati e dell’impegno dei conformisti.
La tua musica è Arte semplicemente perché è bella ed è bella perchè libera, come se si fosse scritta da sé. Penso, infatti, che per comporre una melodia o per scrivere un racconto bisogna essere inconsapevoli. Ricordi Omero? Di più.
Ascoltando le tue note è come se ognuna di essa si trasformasse in un sofisticato strumento ottico capace di farmi vedere cose che i soli miei occhi non mi avrebbero mai rivelato. Così, quelle “TUE” note diventano anche “MIE”, cioè di tutti.
Come un racconto, la tua musica non è solo un “TROVARSI” per “RI-TROVARSI”ma, come le fiabe, mentre narra ciò che un tempo gli uomini facevano, individua anche l’ordine veritiero del futuro dipanandolo, spacchettandolo dal disordine del presente.
Intanto, mentre la “Tua-Nostra”musica racconta, invoglia (induce?) in chi la ascolta a pensare che il mondo sia ancora raccontabile anche se sono consapevole che in Arte non ci sono credi.

L’AMICO, quello di sempre.

***

Virginia Napoleone

Conosco un po’ il mare, la mia passione è navigare.
Estremo Occidente mi ricorda che è possibile surfare sulle onde della scala musicale fino al punto d’aggrovigliare le proprie emozioni intorno a quelle del musicista.

A Virginia Napoleone
(studentessa Storia dell’Arte all’Università La Sapienza di Roma)

Cara Virginia, credo che questo sia il disco più “acquatico” che abbia mai composto.. leggo questo “surfare sulle onda della scala musicale” e immagino le antiche tradizioni di Bora Bora, le onde di Biarritz, il mare di Palinuro dove queste musiche sono in parte maturate, Ulisse ed il suo rapporto “burrascoso” con Nettuno, gli aedi greci, i grandi lirici romani, le spiagge della California.
Non Male Come Pourpouri

(V.N.)

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Valerio Napoleoni

Alfiere, con il suo Banco, di quel fulgido tentativo di colmare il solco tra musica colta e musica popolare che fu il rock progressivo dei primi anni ’70 – sembrava dover essere la musica del futuro, e invece consumò il suo slancio nel volgere di poche stagioni – Vittorio Nocenzi, con il suo ultimo lavoro per pianoforte solo «Estremo occidente», s’incammina ormai decisamente sulla prima delle due sponde.
Per farlo, sceglie un registro meditativo e intimista; minimalista, per larghi tratti, e di certo alieno da ogni intento di esaltazione dell’effervescente tecnica pianistica di cui pure l’Autore è accreditato. Drappeggi sonori fluttuano circolarmente in spazi metrici dilatati, con brani costruiti, per una buona misura, in chiave di variazione-improvvisazione su una base “ostinata” preformata, scandita dalla mano sinistra.
Pur nel suo generale ancoraggio tonale, non è musica per tutti, né per ogni momento. Come segnala la sua stessa fonte d’ispirazione (gli esoterici esagrammi de «I Ching»), essa pretende il tempo – e la voglia – di essere ascoltata. Si astenga il consumatore frettoloso: ne sarà inesorabilmente respinto. Ma è anche musica che sa offrire ricompense adeguate all’impegno richiesto.
Fra i nove brani in cui l’opera si frammenta, lasciano il segno soprattutto il sognante «Tui – Il sereno, il lago» (nel cui delicato leit motiv risuona qualche vaga reminiscenza del celebrato «750.000 anni fa … L’Amore?», di «Darwin!») e l’incalzante riff che fa da spalla alle nervose volute di «Kwai – Lo straripamento», da cui è tratto l’accattivante video evocato dall’umido pianoforte di copertina.
Ma l’esperimento tocca il suo vertice nel lento, implacabile gocciolìo sonoro del conclusivo «Sui – Il seguire»: magici cerchi nell’acqua – echi, forse, di un altro tempo e di un altro spazio – attendono chi è disposto a lasciarsene trasportare.

A Valerio Napoleoni (magistrato)

Tanto tempo fa, rilasciai una lunga intervista a due giornalisti alle prime armi, però musicofili accaniti. Nel tempo cambieranno professione, uno diventerà avvocato e l’altro magistrato (se dicessi con scarso profitto, elogerei il musicofilo a discapito del professionista, viceversa mortificherei la loro passione musicale giovanile: mi astengo quindi da ogni commento). Ma, come dice Shakespeare: bisogna diffidare dell’uomo che non ama la musica. Per estensione del pensiero, si potrebbe dire che ci si può, invece, fidare di chi coltiva la musica… Se poi la persona in questione è un magistrato, allora possiamo rimetterci al suo giudizio con la più grande tranquillità!
(V.N.)

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Alessandro Paluzzi

Caro Vittorio, dopo tanti anni finalmente hai realizzato quello che io auspicavo da sempre, e tu lo sai: un’opera che ho personalmente ribattezzato “RITORNO AL FUTURO“, perché la musica in essa contenuta che ci hai donato, vero sì che prende ispirazione dai sommi maestri del passato, ma benissimo rappresenta il futuro, con il pop eseguito alla tua maniera, dolce, selvaggia, improvvisamente melanconica, traccia dopo traccia, pieni di una ricchezza armonica davvero ammaliante con la capacità di rapire chi la ascolta trascinandolo in un mondo di sorprese; la musica scorre via piacevolissima con protagonista assoluto il pianoforte e quindi riflette e mette a nudo la tua vera anima musicale troppo a lungo sopita; in questi tempi musicalmente e culturalmente parlando poveri, aridi, desertici, dove va avanti solo chi si inchina al cosiddetto potere e dove chi pensa con la propria testa viene immediatamente cancellato oppure bollato come persona pericolosa, rappresenta un raggio di luce nelle tenebre e mi porta a pensare che forse ancora non tutto è perduto…; ecco il motivo per cui questa tua opera la terrò gelosamente custodita vicino al mio cuore.

Grazie!!!

Ad Alessandro Paluzzi (immobiliarista)

Alessandro è immobiliarista e vive a Genzano di Roma, musicofilo autodidatta, Alessandro ascolta musica come vera dimensione prioritaria di vita. Tra un contratto e l’altro può parlarti di Frank Zappa o di Mozart, in particolare dei grandi pianisti da Marta Argerich a Arthur Rubinstein…
(V.N.)

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Aldo Pancotti

Se sono ancora in tempo… avevo fatto una recensione sul disco di Vittorio, poi mi ero “vergognato” di mandarla, ieri Vittorio mi ha letto alcune recensioni è mi e tornato il coraggio!!

“Devo essere sincero, la notizia di un nuovo “solo” di Vittorio non mi aveva entusiasmato, pensavo beh già c’è stato “Movimenti”, a chi può interessare un’altro disco solista.
Premetto che sono sempre stato uno da ultimo “Banco”, a scuola, sul lavoro, anche in musica aspetto ancora l’ultimo “Banco”, mi immagino un disco con un’escalation di tastiere e moog, che si “scontrano” con le liriche di Francesco, mi immagino testi “incazzati” e taglienti…quanto ce ne sarebbe bisogno di questi tempi!!
Al concerto di Darwin, Frascati 27 giugno 2009, lo prendo in anteprima…Estremo Occidente, Vittorio Nocenzi. Sono nomi che fanno parte della mia vita, so che vado sul sicuro…sono una garanzia per le mie orecchie e il mio cuore.
Mi accingo all’ascolto, come quando a tavola ti propongono un nuovo piatto, hai sempre paura che ci sia dentro qualche ingrediente che non ti piace…il primo brano è come portarsi il cucchiaio appoggiato sulle labbra, lo guardi dubbioso, annusi…poi inizi ad assaporarlo piano, piano, ancora, sgrani gli occhi e sorridi, riconosci una cosa che ti piace.
E così brano dopo brano, aumenta il ritmo dei cucchiai…lo “mangi” tutto d’un fiato e dici però è veramente buono…e diventa uno dei tuoi piatti preferiti.
Ho sempre sostenuto che la musica è fatta di “emozioni” e non di “nozioni”, quindi sono l’ultima persona che si può permettere una critica musicale…ma questo disco mi rasserena, mi emoziona, a volte gli occhi “si imbevono di pianto”, mi accompagna in viaggio, e come avere sempre un’amico fidato al fianco…poi, che sia anche uno dei più bravi tastieristi al mondo, la cosa non mi dispiace affatto.
Grazie Vittorio

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Carolina Pasti

Estremo Occidente:
Un mescolarsi di vibrazioni interne e forti emozioni!
Grande musica, molti contrasti tra un brano e l’altro.
“Il creativo” mi ha fatto ricordare un pittore che è sul punto di incominciare a dipingere sulla tela; inizia il suo percorso facendo schizzi e piano piano inizia a formarsi il quadro.
Da un lato la dolcezza e malinconia dei primi minuti, poi un susseguirsi di una musica più dura, note vibranti che sembra ti stiano colpendo: il pittore ha compiuto la sua opera.
La melodia inizia a vivere la sua avventura sulla tela.
E’ una musica intensa perché riesce a raccontare qualcosa a chi l’ascolta. Complimenti Vittorio!

A Carolina Pasti
(studentessa di Storia dell’Arte all’Università Cattolica di Milano)

Leonardo diceva che “la pittura è mirabile scienza e la musica è sua sorella, perché è figurazione dell’invisibile”: “l’avventura sulla tela” è quella che affrontiamo tutti i giorni, l’arte è vita – l’arte è della vita. Ti auguro di continuare a crederlo sempre.
(V.N.)

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Giulio Quadrino

Non è un titolo ad effetto, “Estremo Occidente” esprime bene quello che si può cogliere in queste musiche: non si ascoltano scale esotiche, ritmi balcanici, frammenti di melopee popolari, ma armonie attualissime che vengono dritte dalla tradizione classica europea.

E questo è l’Occidente.

Estremo è il suo dilatarsi, il suo perdere l’orizzonte tonale per allontanarsi, non musicalmente ma mentalmente, dai porti sicuri, vicini, conosciuti … evocando così quell’oriente che a occidente è spesso apparso poco definito, equidistante da realtà e immaginazione e per questo guardato con diffidenza e curiosità, stupore e timore.

E’ musica di piacevolissimo ascolto e, insieme, da riflessione e meditazione.

A Giulio Quadrino (già docente)

Il professor Quadrino e le innumerevoli energie profuse per creare nuovi crocevia fra docenti e studenti, fra giovani e adulti, incroci dove le precedenze vanno date alle idee e non ai conformismi o i luoghi comuni. Fra le band di studenti di Roma, di cui hai curato le registrazioni Giulio, ricordo in particolare un brano di un ragazzo con un testo bellissimo, che accostai nel montaggio multimediale curato dalla Ribes ad una poesia di Guillaume Apollinaire.
(V.N.)

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Tommaso Ricci

Ecco, finamente. Tommaso
Ero solito veder uscire dal ponte levatoio del castello un sovrano con piglio irruente sul dorso di un destriero, bardato di corazza luccicante e attorniato da una scorta agguerrita di cavalieri suoi amici. Andava alla cerca di terre ignote e, varcando i confini prestabiliti, creava nuovi territori, tra il giubilo festante del popolo..
Ora vedo uscire quello stesso sovrano da una porticina laterale del castello, da solo, vestito di una semplice tunica, a piedi, facendo quasi attenzione che la sua sortita non disturbi troppo.
La direzione pero’ e’ la stessa, il suo sguardo, se possibile, piu’ acuto: nel suo orizzonte il mistero della bellezza. Ed anche se lui sembra voler fare questa esplorazione in solitaria, senza trombe e tamburi, conviene seguirlo anche stavolta. Perche’, sebbene a piedi nudi, il suo passo ha la stessa decisione di un tempo, il medesimo intuito nello scartare le vie larghe che sfociano nell’affollata terra della banalita’ e nell’imboccare viottoli impervi e non ancora calcati, nel percorrere sentieri che si interrompono ad alta quota ma da cui il messere, e chi ha la ventura di seguirlo, domina la valle.

Che dono potente e’ l’arte! Chi ascolta “Estremo Occidente” puo’ davvero credere che lo sbattere dei polpastrelli di Vittorio Nocenzi contro i tasti bianchi e neri del suo pianoforte Yamaha, sia frutto del caso? Non e’ piu’ ragionevole credere che l’anima gentile di questo artista si sia avventurata ancora una volta fuori del suo castello a caccia d’una verita’ ineffabile e inafferrabile all’uomo, una verita’ che tuttavia lascia tracce di se’, risonanze, echi, desideri e nostalgie, nei cuori e nel mondo? No, le dita di Nocenzi, come quelle d’ogni artista vero, non “sbattono” alla cieca bensi’ inseguono consapevolmente - tra avvallamenti e pertugi “minori” e picchi e radure “maggiori” - un’armonia che esiste, una Bellezza che preesiste. Di fronte ad Essa l’uomo e’ piccolo, fragile, misero ma insieme grande, nobile, glorioso. Grazie, amico Vittorio, per averci rammentato tutto questo attraverso la tua bravura.

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Paolo Rinchiusi

stamattina i cani del vicino hanno litigato furiosamente con i miei. cristo non ci voleva….. mi hanno svegliato. ho iniziato a girarmi e rigirarmi nel letto, ma non sono riuscito più a prender sonno. avrei voluto dormire di più…. non avevo voglia di alzarmi. anche perché è sabato….. ho acceso lo stereo. sul mio comodino avevo l’ultimo cd di vittorio nocenzi. il vittorioso come l’ho sempre chiamato io. è ancora da sbollare. ascoltare un po’ di ritmo forse è la terapia giusta per questa mattina svogliata….. un po’ di sano “rock progressive” è la medicina che mi ci vuole…. ho tanta voglia di sentire “la mano sinistra del diavolo” che solo vittorio ha.
le persiane sono ancora chiuse. spengo la luce del mio comodino e….. clic, il cd gira….. ma…. ma questa musica…. ma questa musica è…
è la Musica…
è Musica senza tempo…. è Musica che proviene dallo spirito… dal cuore… in realtà è uno choc emotivo, totale…. è Musica che riesce a mettere a nudo anche i tuoi lati oscuri, ma che spazza via tutte le scorie che si accumulano quotidianamente. è il tipo di musica che ha la capacità di farti sentire in sintonia con te stesso e con il mondo. ti trasporta con leggerezza, con eleganza in spazi creati dal cuore e dalle mani sapienti di vittorio. è proprio qui la forza di questa musica: non senti il bisogno di capire il senso di questo abbandono improvviso causato da quello che stai ascoltando, ma ti lasci andare, ti lasci condurre per mano e non vuoi sapere il perché, né dove. sono note di una delicatezza estrema, che stimolano il tuo lato visionario. c’è un po’ di tutto in queste immagini. c’è il racconto di “storie” dal tuo punto di vista… storie belle… storie mai banali….. storie dettate dal tuo profondo, storie che hanno la “forza domatrice del grande”.
io non credo che si possa descrivere la felicità e l’emozione e, perché no, lo stupore e l’amore e la gioia di queste nove perle musicali…. il nostro unico compito è quello di farsi coccolare/trasportare da esse.
Grazie Vittorio

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Helen Ritchie

I found the music so soothing and i think it has that epic soundtrack (of a life, of a film, of a moment) appeal.
One particular tune really stood out for me though. La Contrapposizione.
Whether, La Contrapposizione intends to speak about the complementary qualities of both East and West i found this particular piece take me softly through one estremo to another. For me it has this, tranquil, dreamlike quality.
Listening to it is like being wrapped in a medative balm, safe and detached from the day to day strain and stress of of a city life.
Finding oneself transported away to some secret garden of reflection and peace.

A Helen Ritchie (junior manager settore moda)

Nelle mie note c’è il tuo Kenia, c’è East London, c’è il quartiere cinese di Paolo Sarpi, c’è Genzano, c’è la campagna inglese, tutte parti di un intero estremo, punti di contatto di occidenti paralleli.
(V.N.)

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Marco Adorno Rossi

La composizione, che è l’atto finale di un musicista, è la definitiva affermazione della volontà creativa e si compie, suprema, solo nella ricezione di chi ascolta; è un atto volontario di comunicazione conclusiva in cui l’opera assume il suo valore estetico, quando i due momenti, quello creativo e quello ricettivo, si congiungono nell’ascolto.
Stabilita questa perentoria premessa cercherò di dire il modo in cui Nocenzi ci consegna il suo nuovo lavoro.
Sapevo bene che le estraniazioni dalla vita artistica della cultura dell’oggi in Italia fatta solo di fatuo ed effimero presenzialismo, stavano consegnandoci un diverso Nocenzi, critico verso una facile, quanto diffusa, deriva compositiva e cosciente di un progetto di ricerca che dovesse definirsi in un momento di completezza estetica.

Nocenzi aveva, probabilmente, esaurito il suo rapporto con l’esperienza artistica precedente con il Banco, in quanto si costruiva su categorie che appartenevano a situazioni estetiche, e quindi emotive, culturali e anche politiche, diverse da quelle contemporanee. Non voglio dire che il progetto artistico con il BMS sia ‘esaurito’, ma che oggi probabilmente il nostro compositore ha sentito la necessità di un cambiamento di registro, in un’epoca in cui la dominante estetica della musica contemporanea si sta attestando come esclusivo ‘consumo’. Era necessario fare una riflessione e respirare con la pura composizione, senza bisogno d’altro.
E al contrario, tale bisogno estetico esplorava altre modalità e per questo era ancora più necessario sgomberare il campo da ipotetiche illusioni da vecchi seguaci del Banco. Citare se stessi è spesso il percorso che si attribuiscono artisti privi di stimoli nella modernità, contribuendo a creare cover band spesso peggiori dei non originali.
Anche l’esperienza di collaborazione con Alda Merini, che oggi ci appare un vero e proprio postumo tributo artistico, si attestava come procedimento nuovo, di uno sperimentalismo dove la dominante testuale veniva reinterpretata dalla musica. Dal segno linguistico, dotato di valore semantico, alla nota, questa quasi imprigionata da quello.

Oggi credo che il senso di questo “Estremo Occidente” sia quasi il definitivo superamento di quest’antagonismo. Scegliere il linguaggio dei segni come elemento da ricondurre al linguaggio musicale indica un ideale passaggio. Dalla parola al segno alla musica. Devastati dalle parole del tempo odierno è necessario separarle dalla nostra
esperienza, perché oggi più di ogni altra epoca storica, le parole sembrano rimandare all’immagine della contemporaneità nostra, ma non alla sua essenza; è necessario ricorrere ad altri codici per trasformarsi e creare il momento artistico.
Una musica che sa di lavoro.
Un’idea che nasce non dalla torre d’avorio di una composizione intellettualistica ma si incarna in una discesa nell’oggi, nella sua quotidianità. Il titolo stesso è il rovesciamento del presunto esotismo di una scelta di un libro non patrimonio dell’occidente, “I ching”, quanto il congiungimento di una idea dell’arte nei suoi punti apparentemente distanti. Il punto di incontro è appunto l’idea di un occidente che si fa estremo inevitabilmente prossimo a quell’oriente ritenuto troppo lontano nei percorsi delle idee strutturali del mondo contemporaneo che appaiono, ora, antitetici all’idea di musica dell’arte.

L’opera è compiuta e questo progetto è veramente una mutazione morfologica nella sua forma. In primo luogo nella sua capacità di rinnovamento estetico. Perciò tutti coloro che aspettano sonorità che possano riproporre emozioni nostalgiche per sprofondarsi in dejavù di epoche trascorse devono rassegnarsi. Ed è un momento necessario lasciarsi alle spalle il ‘desiderio’ di BMS, non per abbandonarlo (non lo vorrebbe neanche Nocenzi), ma soltanto per poter cogliere meglio tutta la capacità di Nocenzi di rifondare se stesso e la sua idea di ripensare il comporre. Insomma cogliere l’idea di rifiutare l’aura dell’artista come una allegoria immobilizzata nel tempo e nello spazio, per (ri)costruire la propria identità di artista quasi a dire di rinascita si tratti.

Dico questo da fruitore quotidiano del BMS da 35 anni: sì.
Proprio la scelta del linguaggio di segni, i ching, che, per antonomasia, devono essere interpretati nella loro composizione casuale, indica la strada percorsa da Nocenzi.

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Lina Sergi

Per tutti i punti cardinali, navighiamo soli. La linea dell’orizzonte è curva e sempre uguale sull’oceano infinito, forse, senza spazio, senza tempo, senza speranza.
Al timone della barca Vittorio sogna, oltre le colonne d’Ercole della realtà, e ci conduce, novello Deseo, sempre oltre, con la disperata forza dell’Arte, che cattura i sogni, come aquiloni e li tramuta con magiche metamorfosi, in musica pura, parola visionaria, messaggio profetico, coscienza del dolore e contemplazione della bellezza.


A Lina Sergi (intellettuale)

La grazia e la sensibilità unite a personalità e concretezza: sono doti rare da trovare tutte insieme e Lina le mette costantemente al servizio dell’Università di Castel Sant’Angelo e di tutti gli eventi di cui si fa anima promotrice.
(V.N.)

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Massimo Sordi

La maggior parte della musica che ci arriva alle orecchie, la senti, può anche piacerti, ma ti scivola via sulla pelle e non resta niente.
Per fortuna a volte arriva qualcosa di bello, l’ascolti e l’assorbi come una spugna, entra dentro, arriva dritta al cuore e resta lì.
Vittorio per questo è una garanzia, con lui succede sempre, da più di 35 anni. Capolavori fantastici, scritti da ragazzi allora poco più che ventenni, che dagli inizi degli anni 70 continuano a farti venire brividi, lacrime ed emozionarti ancora oggi, ad ogni ascolto.
Ora, dopo MOVIMENTI, con le deliziose poesie di Alda Merini, ecco ESTREMO OCCIDENTE, nove fantastiche composizioni dolcissime e nello stesso tempo frenetiche e impetuose come la pioggia sulle incredibili e magiche dita.
Sembra impossibile che composizioni create durante le registrazioni, dopo aver scritto solo le armonie e i temi conduttori possano arrivare a questi livelli. Terapie per lo spirito.
Oggi l’ascoltavo in macchina, arrivo a casa e non riesco a scendere, “gli angoli della bocca” con le sue pause di silenzi ma piene di musica, non è finito. Non è possibile interromperlo a metà, aspetto le ultime note, poi “il seguire”, mi gusto qualche attimo di silenzio, e…..Grazie Vittorio

A Massimo Sordi (pilota di aerei)

Il Trasimeno dove Massimo vive è sempre stato per me e Rodolfo Maltese luogo di grande fascino storico: sulle sue sponde Annibale sconfisse l’esercito più potente del mondo, quello romano. Sul Trasimeno Massimo organizzò un concerto del Banco, e su quelle sponde vola in aereo da appassionato pilota: questi fan del Banco sono tutti così inusuali e poco scontati (i vecchi del mio paese dicevano che ogni simile attira il suo simile!)
(V.N.)

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Salvatore Spano

Caro Vittorio,
voglio innanzitutto ringraziarti per l’enorme gratificazione che mi hai voluto dare nel chiedermi di ascoltare e commentare la musica che pensi e suoni oggi.
Mi sono preso il mio tempo per ascoltare il CD: l’ho ascoltato dapprima più volte per intero, poi più volte brano per brano, poi ancora, più volte, per intero, per capire cosa mi restava avendo assorbito, almeno parzialmente, il tutto.
Questo è stato un bene, perchè ogni volta si scopre un passaggio nuovo, un’esitazione sfuggita ai precedenti ascolti, un particolare in più, che vengono alla luce, certo anche in conseguenza dello stato d’animo del momento.
Questo aspetto, forse un po’ troppo intellettualistico, è però per me più sterile, e secondario, rispetto alla sensazione che questa musica lascia, per così dire, nel suo complesso, e che cerco di comunicarti senza saperla ben razionalizzare: quella di una grande tenerezza, mista a forza, e di grande curiosità, interesse, stupore, rispetto per la enorme complessità della vita, e dell’incredibile varietà dei nostri modi di rapportarsi ad essa, aspetti che la rendono a volte complicata e dura, ma allo stesso tempo, per me, assolutamente meravigliosa.
Provo queste cose in particolare all’ascolto dei brani “Il creativo”, “L’inaspettato” e soprattutto del dolcissimo “Il seguire”, che considero il commovente capolavoro del CD.
Mi prendo la libertà di ascrivere questa musica alla tradizione del rock, più che della musica classica. Ho sempre considerato il rock come una musica con degli aspetti di dolcezza, e in senso lato di preghiera (cose che qui ritrovo) che di solito sfuggono a chi non lo pratica. Almeno così io l’ho sempre vissuto. Ti ripeto, cose simili ho provato nell’ascolto di “Estremo Occidente”.
Ti ringrazio ancora, Vittorio, per l’enorme soddisfazione che mi hai dato ricordandoti di me per questa cosa. Riflettici sopra, e sii contento per questo.

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Graziella Spiotta

Le note cristalline si rincorrono gioiosamente:l’anima vibra e aleggia ad occhi chiusi in uno scrigno d’argento,assapora in magico e trasparente suono,che arpeggia magistralmente e si diffonde come gocce di rugiada mattutina,dona luce e ritmo al cuore,che battendo all’unisono si emoziona…
non ci sono veli di tulle,né confini;è limpido lo specchio in cui si riflette l’armonia:pura,assoluta,di una dolcezza infinita,struggente,quasi Divina…
Plana come un gabbiano sull’oceano e avanza come mille cavalli bianchi con la criniera al vento…

A Graziella Spiotta (medico)

Essere accolti al centro ematologico dell’ospedale di Vallo della Lucania, da Alberto, da Nicoletta, da Graziella è come ricevere l’attenzione di qualcuno di casa. Se poi parli di musica, allora scopri quanto c’è d’altro in molte persone. L’amore per la poesia e per la tradizione folklorica lucana che c’è in Graziella arriva immediatamente, al primo contatto, almeno come valore sottinteso alla sua professionalità e disponibilità.
(V.N.)

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Franco Vassia

Una delle maggiori virtù del glorioso Banco del Mutuo Soccorso era la scrittura scoppiettante, ritmica, colorata e talmente catartica tanto da riecheggiare e svellere il terreno dei sacri simulacri della musica colta, con il risultato di riportare alla luce di quell’indimenticabile lustro non soltanto l’enorme patrimonio melodrammatico nazionale, quanto le elucubrazioni e le genialità dei grandi compositori russi di fine secolo.
Estremo Occidente, secondo album “solo” di Vittorio Nocenzi, indiscusso leader di quel pugno di temerari, tende invece ad abbandonare la strada maestra per prediligere (così come fu per l’album d’esordio Movimenti) toni maggiormente cerebrali e delicati dove le note tendono a semplificarsi, diluirsi e arenarsi verso sponde piuttosto inusuali, influenzate forse più dai tepori del minimalismo francese che da quello mitteleuropeo. Una dimensione maturata sugli alberi del tempo, lontana anni luce dai fermenti giovanili (e, per certi versi, anche da Movimenti) che, se da una parte spiazzerà oltremodo i vecchi fans del combo romano, ne evidenzierà dall’altra un’intelligenza, una qualità e una tecnica che sembrano non conoscere limite alcuno.
I tasti del piano disegnano arazzi, graffiano aria di bruma, spandono color ocra e foglie gialle, tepori autunnali e mille interrogativi: viaggiano arditi, incuranti dei codici e scegliendo volutamente strade secondarie alle vie del rock, ripiegano su toni tenui e delicati per poi liberarsi verso orizzonti carmiglio, screziati di grigio fumo e rifiniti con inchiostro di china. Composizioni a volte asettiche ed esangui ma pregne di dinamiche che, più che verso il cuore, amano indirizzarsi nei meandri della mente e all’interno delle vene: varianti tonali esposte su tappeti di un Satie o di un Debussy…
In Estremo Occidente, ispirato ai simboli esoterico-filosofici de “I-Ching”, come un ragno, Vittorio Nocenzi tesse la tela di arazzi pianistici densi di visioni e scenari interiori. Una tela che può essere rifugio e riparo dall’incedere minaccioso di un temporale. La musica scorre, consola e
incendia. L’acqua sui tasti è il segno che il temporale è passato e la pioggia, sottile, non può che ristorare.

A Franco Vassia (grafico, musicofilo)

Poche persone ho conosciuto appassionate di rock progressive come Franco, addirittura credo che lui escluda scientemente altri canoni musicali dal suo orizzonte: ma non fa di questo un fanatismo mitizzato, bensì un amore coltivato con le attenzioni più tenere. Tra i fans più accaniti del suo modo di scrivere c’è Simona.
(V.N.)

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Francesco Villari

Per chi non lo sapesse Vittorio Nocenzi è la mente musicale di uno dei più importanti gruppi rock italiani di sempre: il Banco del mutuo soccorso. Per chi non lo sapesse Vittorio Nocenzi è anche uno dei musicisti più eclettici e ispirati del secolo, nonché un grande compositore, di matrice zappiana con gusto accademico e capacità comunicativa rock. Nella sua quasi quarantennale carriera ha toccato le forme musicali più eterogenee, dalla canzone alla suite, dall’acustico, all’elettrico, all’elettronico, fino all’estremo, l’Estremo Occidente de “I Ching” rivisti in chiave pianistica con composizioni senza fronzoli, portate al nocciolo della partitura, inventando temi contemporanei su chiavi antiche, filosofie lontane, mondi sconosciuti. Le sue mani volteggiano sul pianoforte e costruiscono un viaggio solo in parte ideale, che succhia il nettare delle sette note attraverso arabeschi diluiti, in chiaroscuro, come i tasti del suo strumento o come le pellicole di altri tempi. “Estremo Occidente” è il Vittorio che non ti aspetti, riflessivo ed etereo, filosofico e minimale, lontano dai fasti barocchi del progressive, ma anche dalle gabbie della forma canzone, restituendoci la sua nuova ispirazione sotto forma di piccoli capolavori di complicità musicale, passando dalla pentatonia malinconica del blues, dai simulacri orientali, speziati e difformi, dalle distonie dodecafoniche della musica concreta, dal battito irregolare di un cuore inquieto, sincopato come il be-bop, talvolta parossistico, talvolta bradicardico, ad accondiscendere lo stato d’animo di chi ascolta che fatalmente diventa il suo. Un disco emozionante, senza la volontà di esserlo. Un disco elegante senza la frenesia di piacere. Un disco da ascoltare in silenzio. Per urlare poi.

A Francesco Villari (direttore d’azienda)

All’epoca di questo commento non conoscevo ancora Francesco: solo dopo mi è capitato ormai più volte di scoprire in lui delle sintonie sorprendenti, inconcepibili, quasi impossibili da aspettarsi, relative alla mia musica e a considerazioni più ampie, una sintonia molto rara e pertanto affascinante da riscoprire ogni volta. Se tutti gli amministratori delegati avessero il suo talento, il work business sarebbe una mostra d’arte sfavillante.
(V.N.)

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GLI ASCOLTI DEGLI ARTISTI

Gennaro Avallone

immagine Avallone

Caro amico:
1° ascolto, 2° ascolto, 3° ascolto, 4°, 5°, 6° eccetera; mi hai veramente convinto!!!
E’ la musica che arriva dalla stanza accanto, come piace a me.
Buon lavoro.

A Gennaro Avallone (decoratore-designer??)

I nessi fra la percezione personale delle sensazioni e le categorie della logica sono dune di sabbia mutevoli. Guardando le opere di Gennaro, mi sono sempre chiesto quali relazioni intercorrano fra il rapporto tattile con i materiali e la creazione di nuove forme, fra l’intuizione dei volumi e dei vuoti e la realizzazione di un nuovo oggetto. Forse queste relazioni sono analoghe alle liaisons che intercorrono fra un suono ed il suo silenzio, fra una gamma di colori ed una sequenza di accordi musicali, fra le immagini suscitate dalle parole e quelle contenute in una melodia
(V.N.)

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Enzo Balestrieri
Se una notte d’inverno un pianoforte…

Un pianista contemporaneo non ha vita facile, a lui si chiede, oltre al necessario virtuosismo tecnico, alla capacità interpretativa e/o compositiva, una sensibilità storica che lo tuteli dall’ inevitabile confronto col già ascoltato e, ad un primo distratto o superficiale ascolto, il nuovo lavoro di Vittorio Nocenzi potrebbe sembrarci muovere nel comodo e accogliente solco tracciato da Satie, per arrivare allo sterile minimalismo dei vari La Monte Young, Terry Riley, o ai loro eterei epigono nostrani, per non parlare della metafilosofia pianistica di Keith Jarret, che tutto ingloba e necessariamente tiranneggia. Naturalmente non è affatto cosi’. Abbiamo parlato di ascolto distratto o superficiale, per quanto sia possibile, trovandosi di fronte a una tale qualità musicale che attrae e monopolizza l’attenzione dalle prime note, un flusso di suoni che scorre come acqua e ci circonda con onde, mulinelli, piccole creste di schiuma bianca e che lascia immaginare profondità più scure, echi di altro, profumi esotici, scale cromatiche diverse, ma immaginiamo che una sera, quando in casa non ci sia più nessuno sveglio, ci avviciniamo al nostro lettore CD, inseriamo il disco di Vittorio, vestiamo le nostre cuffie, le migliori, e iniziamo ad ascoltare, magari con gli occhi chiusi, “Estremo Occidente”, questo è il titolo del disco, noi soli e lui solo, lui e il suo lucido pianoforte a coda, lui e i tasti neri e bianchi, verremo subito accolti in un abbraccio accogliente, come di qualcuno che sta suonando proprio per noi, sta suonando la nostra musica e come piace a noi, ci conosce sa quali sono i nostri gusti e da li parte, non per blandirci o accontentarci, ma per volerci bene e allora sentiremo l’improvvisazione, la ricerca della sequenza armonica, il colore, il gusto, il vibrare delle corde, l’uso generoso dei pedali, magari dopo un secondo o un terzo ascolto inizieremo a provare strane sensazioni, come qualcosa di personale che avevamo riposto lontano e che ci torna, inizieremo a sentirci appagati come in un viaggio iniziato tanto tempo fa e mai prima d’ora terminato, scopriremo degli indizi, dei piccoli segnali, delle tracce, troveremo che il riferimento è lontano, virtuoso, che tutto nasce da uno studio consapevole di suoni abili e scopriremo che il linguaggio primigenio è addirittura ottocentesco, e, tramite la sua sapienza di pianista contemporaneo, rientreremo in possesso del romanticismo asciutto e perfido del miglior Chopin, verranno fuori i vigorosi sentimenti e le nostalgie di Brhams, la complessità e la stravaganza di Schuman, perché Vittorio Nocenzi, pur essendo uno strabiliante interprete rock, un autore di pezzi indimenticabili che hanno fatto la storia della musica progressive e non solo di quella italiana, é soprattutto un artefice colto, raffinato, che sa fondere potenza e leggerezza, eleganza e originalità, trasparenza e complessità, un artista che non si accontenta, che non riposa, avanza, sempre alla ricerca di nuovi paesaggi, ma comunque terreni, veri, dove la stravaganza, semmai é complessità, non ignoranza compositiva o peggio edonistica istanza meravigliante, insomma Vittorio Nocenzi è un grande musicista e basta.


A Enzo Balestrieri (regista)

L’allestimento dell’esecuzione e le prove musicali di Darwin! nel giugno 2009, sono stati filmati giorno dopo giorno, come se stesse avvenendo qualcosa di unico (o forse lo è stato davvero?), con amore, con attenzione, con sapienza filmica da due persone silenziose e a noi ancora poco note: il pilota del duetto era Enzo: approfitto solo ora per ringraziarlo di quanto ha catturato nel suo obiettivo.
(V.N.)

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Ellade Bandini

Io credo di essere fra le persone meno indicate a poter dare giudizi tecnici e professionali in generale, figuriamoci se l’argomento trattato è musicale .
Quando poi il soggetto in questione è un artista come Vittorio Nocenzi, che conosco e stimo da “molto” tempo, il compito diventerebbe veramente arduo se non fosse semplificato dal suo desiderio di onesta sincerità. Quindi allontanando l’idea di eventuali sensi di colpa mi appresto, in compagnia di un buon bicchiere di vino rosso, ad ascoltarne la musica, così, tranquillamente, come se niente dovessi.
Il vino e la musica , perfettamente in sintonia tra loro, iniziano il loro viaggio dentro di me. “Il libro dei mutamenti.” Eppure devo averlo da qualche parte, mescolato alle domande sui perché delle mie insoddisfazioni. Me lo ricordo troppo complicato, come ” Il libro tibetano dei morti”, ” Petrolio ” di Pasolini e tanti altri. Ho una buon alibi che mi facilita ulteriormente il compito, non voglio sapere niente de “I Ching”, oracoli e Cina, potrei esserne influenzato….giusto!?!
Il pianoforte è lo strumento maestro per raccontare la storia del suono , un mondo fatto di giochi armonici, melodici e ritmici , capace di toccare gli stati più sottili della nostra coscienza e Vittorio ne è un grande narratore. Il cd sta passando di brano in brano in modo estremamente fluido….mi piace….devo ammettere che è registrato molto bene, e chi ha lavorato in studio conosce l’attenzione richiesta da tale strumento. Il mio orecchio predilige le emozioni e qui…. ne sto sentendo. La musica continua a raccontarsi e quando quella vera c’è è cosi, arriva come un fiume in piena portandosi dietro tutti i momenti del suo percorso, e io li vedo passare: ricordi, stanchezza, rassegnazione, sconfitta, rinascita, speranza e certezza.
Vittorio Nocenzi suona il pianoforte e compone musica, ha e sta studiando molto, perché solo così si ottengono certi risultati. Questo è ciò che mi ha fatto scrivere, senza condizionamenti alcuni, la musica di Vittorio. Alla prima….in diretta, come si usava una volta in studio: senza correzioni.

A Ellade Bandini (batterista)

Il calore di un musicista ha sempre un prolungamento fisiologico. Il drumming energico e poetico di Ellade, che tanta musica ha cesellato durante le tournèe con Fabrizio De Andrè, l’ho sentito immediatamente nella sua voce al telefono, mentre mi rispondeva affettuoso dal bar in cui era a bere con gli amici. A Ferrara, la città della mamma, il suo “buon ritiro”. Prosit Ellade, batterista orefice!
(V.N.)

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Peppe Barra

Ho conosciuto Vittorio negli anni ‘70 quando facevo parte della NCCP, da allora ad oggi sono passati molti anni, ed è stata una vera sorpresa ascoltare solo il suono del pianoforte in questo suo nuovo disco. Due cose mi hanno colpito subito: la prima, è il capovolgimento della nostra visione etnocentrica, attraverso il titolo, Estremo Occidente; la seconda, la più importante, è la ricerca della semplicità. Cosa ben difficile nella musica come nella vita. E ciò mi dice quanto avanti sia Vittorio Nocenzi sulla strada della ricerca.
Nove tracce tutte belle e ispirate, forse fra tutte preferisco Ku -L’emendamento delle cose guaste, poiché, assodato che tutto è in continuo mutamento, la fiducia nell’uomo è un dovere verso la vita, oggi soprattutto: ciò che fu guastato per colpa degli uomini potrà essere risanato dal lavoro degli uomini.

A Peppe Barra (attore)

La prima volta che ho apprezzato l’attore Barra è stato al cinema (“La pelle”, di Liliana Cavani); la voce da funambolo e la visceralità dell’interprete mi erano già note da tempo, con la “Nuova compagnia di canto popolare”. Mio ospite anni dopo a Velletri, Barra l’affabulatore deliziò tutti con le sue letture poetiche… Prima o poi onorerò il tuo invito, Peppe, e verrò a casa tua per vedere i fuochi di capo d’anno a Napoli, quando tutto è colore e futuro e ‘o passato è passato!
(V.N.)

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Franco Battiato

Caro Vittorio ho appena finito di ascoltare il tuo nuovo lavoro per pianoforte, e a caldo ti scrivo.
Il tuo “Estremo Occidente” è al confine con l’Oriente.
Il primo brano, “La Forza Domatrice del Grande”, ha lo stesso humus delle musiche che Gurdjieff (con l’aiuto di De Hartmann), compose per le danze sacre che chiamò “Movimenti”… e cominciamo bene.
From time to time appaiono venature jazz e poi quello splendido vizio di improvvisare sul codificato.
“Lo Straripamento” è una strepitosa esondazione sonora che si trasforma in altri momenti in rarefazione, come ne “Gli angoli della bocca”.
Un bel disco che porta acqua al mulino di quei pochi che stanno cercando di rispettare le regole delle Discipline a cui appartengono… senza cedere alle “lusinghe populiste”.

A Franco Battiato (musicista)

Domenica mattina presto, Roma deserta, il Grand Hotel e Franco puntualissimo, già pronto a salire in auto per venire a Genzano da me: la registrazione e poi il ritorno a Roma. Da allora ho ascoltato molte volte quel lavoro e ne ho ricevuto intatte le emozioni, le intenzioni.
(V.N.)

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Mariano Bellopede

Quando mi hanno chiesto di scrivere qualcosa che assomigliasse a una recensione su “Estremo Occidente” ho provato contentezza e stupore.
Di solito sono i giovani musicisti, gli “emergenti” che si fanno scrivere qualcosa da quelli già affermati e famosi. E invece, mi ritrovo a farlo io, musicista di 26 anni, per uno che ha fatto la storia della musica italiana!!!
Al giorno d’oggi e in questo mondo sarebbe impensabile una cosa del genere. E
infatti Vittorio fa un disco che si distacca in tutti i sensi da questo mondo, lo stesso titolo ne dà conferma: l’Estremo Occidente non è un concetto che potremmo partorire nell’era della globalizzazione. A meno che non ti chiami Vittorio Nocenzi e scrivi 9 ispiratissimi brani per piano solo collocandoti al di sopra del tempo, dello spazio e di qualsiasi scaffale numerato.
Usa un materiale musicale rischioso: melodie che diventano facilmente improvvisazione fino a non distinguere il limite preciso tra le note scritte e quelle che cambieranno ad ogni concerto.
Pochi accordi a brano, ora ricchi di intonatissime dissonanze, ora semplicemente triadi, ora lunghi ed articolati pedali ritmico-armonici. E’ materiale musicale che usano o hanno usato in tanti e grazie al quale alcuni hanno avuto anche un discreto e ricercato successo commerciale, per questo parlo di materiale rischioso.
Ma Vittorio non cerca il successo commerciale e, con le più semplici delle cose, concepisce un disco di una maturità enorme: un disco in cui esprime la consapevolezza di tutto ciò che musicalmente lo circonda, ne prende le dovute distanze e, volutamente ma forse anche no, dimostra qual è il modo più onesto e ispirato di trattare e combinare quei 12 semitoni.
La sonorità dell’intero disco è bellissima, il pianoforte viene esplorato e utilizzato a pieno, ma nonostante ciò non prevarica mai rispetto alle composizioni e alla spiritualità che esse contengono. E quando ciò succede vuol dire che quella musica che stai sentendo è fortemente ispirata e ha tutto il diritto di farsi ascoltare attentamente.

A Mariano Bellopede (pianista)

Io c’ero… Su cosa punti al tavolo da gioco del futuro: su maggiori probabili tranquillità o sul tuo vero interesse? L’università o la musica? E Mariano sceglie la musica… E oggi abbiamo un nuovo talento in più da apprezzare. Sono già sicuro del suo successo.
(V.N.)

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Eugenio Bennato

Faccio lo stesso mestiere di Vittorio: inseguo melodie, anzi mi piace pensare che siano le melodie ad inseguire me per essere scritte.
Nell’ascoltare i brani di “Estremo occidente”, nel loro succedersi di racconti, soluzioni ritmiche ed armoniche per pianoforte solo, mi viene in mente una considerazione: a chi appartiene la musica, a chi l’ha scritta?. Se la musica riesce a vivere e a sopravvivere e a comunicare non appartiene solo a lui, ma a chi la ascolta e se la porta via. Il racconto di Vittorio Nocenzi è intenso, vario, consequenziale. I brani sono pensieri che ogni ascoltatore può fare suoi, e viverli a modo suo. Il metro di giudizio che adotto quando ascolto la musica di altri musicisti, sopratutto dei miei coetanei, segnale forte che avverto irresistibile è l’invidia quando la musica mi tocca: invidio a Vittorio soprattutto il terzo brano, “Il sereno, il lago”. Ma si tratta di musica per pianoforte solo, che per sua natura rimanda alle composizioni classiche che spesso possono rischiare di essere strozzate dall’accademismo e dall’infantile virtuosismo. Ma Nocenzi non corre questo rischio. Il suo vantaggio, la sua carta vincente, è l’aver frequentato per anni il pop, il rock e personaggi inquieti e trasgressivi, me compreso.

A Eugenio Bennato (musicista)

Eugenio di Partenope,
Eugenio di tamorra,
dalla tela di Penelope alle note di chitarra,
passa il tempo, sfioriscono le rose e che rimane se non l’ammore?
L’ammore pe’ le cose, quelle fatte di passione e di spine,
di pensieri sottili e di rose…

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Alessandro Benvenuti

Pensieri sommessi. Un rimuginar d’acqua: il piano compete con l’arpa nel raccontare i liquidi. Ogni tanto infatti c’è una cascatella, ogni tanto ti arriva uno spruzzo. I pini, a eterna cornice, nati sulle sponde, osservano l’andirivieni delle dita (mi ricordo quando anch’io mi producevo in scale… inutilmente… poi scelsi di strimpellare una chitarra… perché non direttamente il silenzio: sarebbe stato meglio). I pini, dicevo, ascoltano il soliloquio saltellante dei bianchi e dei neri… che ora fanno il punto… adesso il contrappunto. Il piano, come la scacchiera, ha colori decisi… è il bisogno di ‘commercio’ che crea le ’sfumature’ di serie da accozzare alle tinte delle pareti. Pare di sentire il vento. Un refolo che nasce e si fa pensiero… “Chissà che voleva dire?”. Lo stesso pensiero che torna dopo un giretto per sentieri conosciuti… “Sì, forse ho capito”. Brano uno, brano due… brano tre. E’ una storia di eterni ritorni. Sono sull’A1 altezza Valdichiana e anch’io sto tornando. Mi telefona il Nocenzi: “L’hai sentito?”. “Sto sentendo”, quando si dice la telepatia fra Pompieri. Il traffico scorre tranquillo. Se parti con l’ora intelligente anche tu lo diventi… che è come dire, lo Stato ti prende per il culo anche facendoti i complimenti. Però senza traffico viaggiare è bello. Com’era negli anni ‘70 che o viaggiavi o morivi di più… e in più te ne andavi da fermo. He he he… ma che cazzo dico? Concentrati sull’ascolto, scemo! … … … Il piano da solo è una scalata sul tetto del mondo, occorre che i polmoni desiderino un’aria non comune ma anzi, piuttosto rarefatta. Per gli ignoranti di pianoforte - se mi si passa l’espressione un po’ contratta - per quelli che seppellirono decoscienti Dante o Verga per chiedere luce a Kerouac o qualche anno prima ai Tropici di H. Miller, il Big Bang fu Keith Jarret a Colonia con il suo famoso ‘Concert’. Ricordo che un giorno una del gruppo se ne uscì con quel vinile sulla cui copertina dominava il bianco e fu subito incanto. Il piano divenne così, ufficialmente, il canto del mattino, il suono del risveglio, il sigillo di quasi un decennio, l’invito a scoprire Chopin, la strada per Gershwin, la smania per Benedetti Michelangeli, anche oggi un lieto ritorno, che qualcuno mi costringa a mettere un punto a questa sequela interminabile di virgole. … … Che volevo dire?… … Ah sì: grazie Vittorio che mi hai costretto per amicizia ad ascoltare il tuo lavoro. Che mi hai chiesto di scrivere i pensieri che dall’ascolto nascevano. Non ho la competenza per giudicare, te l’ho scritto prima che io mi solo limitato ad un inutile andirivieni sulla tastiera prima di arrendermi; ma grazie a te, per una domenica che come tante me ne stavo in viaggio, con la tua musica sei stato una valida alternativa a Isoradio e ancor di più a Tutto il calcio minuto per minuto. Spero non ti sembri una cosa da poco. Per me non lo è stata.

Con affetto non affettato A. B.

Ad Alessandro Benvenuti (attore)

Poche volte ho riso con le lacrime e il cuore come quando Alessandro, ospite di un mio stage, ha travolto i presenti con la sua performance. Poche volte il cinema italiano ha avuto momenti di mite poesia come con “Ivo il tardivo”: che per una domenica la mia musica ti abbia tenuto compagnia mi fa davvero piacere. Con amicizia amicata.
(V.N.)

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Enrica Bonaccorti
A Vittorio Nocenzi

V iscerale
I dealista;
T empestose
T eorie
O rchestrali ,
R apsodie
I ncontaminate ,
O riginali
N ote
O ffri ,
C on
E leganti
N ervosi
Z ig zag
I ndimenticabili…

A Enrica Bonaccorti (presentatrice, attrice, autrice)

Alla fine degli anni settanta, la mia casa era il sottotetto di un vecchio palazzo nel centro storico di Genzano, dove i miei amici avevano dato il meglio di sé allo scopo di renderlo accogliente. Il tappezziere aveva teso con elegante tecnica stoffe sui muri (del resto era l’unico modo, visto quanto erano storti e mal messi), poi nella moquette a pelo corto della stanza da pranzo (i mattoni erano orribili) aveva anche intagliato l’”Albero del pane”, in onore di un mio brano. Altri avevano dipinto sulle pareti bianche (Rodolfo, ad esempio, aveva scelto di riprodurre all’ingresso un pozzo polacco, in un’atmosfera etnica suggestiva). E molti amici venivano a trovarci. Una delle presenze più solari, contagiosamente piena di vita e di intelligenza, è stata sicuramente Enrica Bonaccorti. Il potere dei sorrisi, quelli belli, è superiore ad ogni sospetto, se è vero come è vero che il sorriso di Enrica, da allora, nella mia testa non ha smesso mai.
(V.N.)

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Angelo Branduardi
Serena malinconia

“Serena malinconia” è l’espressione con la quale i cinesi traducono la parola “creatività”.
Il suono, dilatato dall’uso del pedale, scorre dal pianoforte lungo le vie sconosciute dell’ascolto, della fruizione. Un suono di particolare bellezza, istantaneo come “i ching”, ma lento nel divenire come un grande fiume asiatico.
E sul fiume galleggiano giunche, con la loro vita sommersa, nel paesaggio colto un attimo prima del tramonto, nel magico e breve momento di incoscienza sospeso fra la veglia ed il sonno.
E sul fiume galleggiano ninfee e tutto ciò che vive… alberi, maestose foreste di bambù e tutto diventa un disegno incompiuto, un acquarello abbozzato, un ideogramma.
Nessuna spiegazione data… tutto diviene.
La musica è visione, uno sguardo gettato al di là della porta chiusa, estranea al luogo ed al momento, è Oltre, finalmente trascende la realtà. Diventa spirito puro e può valicare le montagne.
E intanto dorme il popolo degli uccelli dalle lunghe ali…

A Angelo Branduardi (cantautore)

Epifania 1977, Palazzo dello Sport di Roma stracolmo: concerto del Banco, supporter Angelo Branduardi, che appena sale sul palco riceve la prima grande ovazione della sua splendida carriera: era scoppiato il successo della Fiera dell’Est e le sue dimensioni presero tutti alla sprovvista, per primo Angelo!
(V.N.)

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Rossana Casale

Caro Vittorio,il tuo lavoro è stupendo. Grazie, perché ci si sente meno soli. Anche io credo ancora. Non fermarti. Ti mando un bacione, Rossana.

P. s.
Apri l’allegato. Sono andata d’istinto.

E’ un lavoro bellissimo, realizzato al di là della ‘grande acqua’, che rappresenta negli i Ching il dubbio, ma nel contempo anche il coraggio.
Ecco, è un momento di musica importante e libero in tempi dove l’arte vive la paura di identificarsi ed è spesso messa al margine. Libero e prezioso come il Kohln Concert di Keith Jarrett. Libere le sue atmosfere, ti calmano e ti accompagnano nel viaggio di ogni giorno.
Vittorio Nocenzi è un grande musicista che fa parte della nostra storia musicale e il suo nuovo impegno musicale non poteva altro che esserne il suo specchio.
Musica e spiritualità. Che meraviglia.

A Rossana Casale (cantautrice)

Cara Rossana, perché l’acqua scorra sommessamente come nelle fontane e lungo i viali dell’Alhambra di Granada, creando suoni discreti ed avvincenti, ci vogliono sempre due cose, umili e grandiose allo stesso tempo: la pioggia e qualcuno che la ascolti. Grazie per il tuo ascoltare.
(V.N.)

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Daniele Catalucci

Immagino che un tipico critico musicale, troverebbe difficoltà ad analizzare e recensire un disco strutturato, eseguito e presentato in maniera inusuale rispetto agli standard radiofonici e giornalistici.
Solitamente il tipico prodotto radiofonico è volutamente pensato per entrare nelle “cassine” dei supermercati e delle radio nostrane, costringendo l’ascoltatore ad adattarsi a ritmi magari coinvolgenti, ma sicuramente meno permissivi, con poca libertà di scelta rispetto a ciò che le nostre orecchie e il nostro corpo in realtà assimilano; la figura e il contorno che delineano queste musiche sono ben definiti ed è impossibile venirne fuori o far sì che non ci inglobino nel loro cliché quando ne siamo sottoposti. Ecco così che la solita sezione ritmica pompata, degli archi sintetici e una voce costellata di cori perfetti ci entrano dentro senza chiedere il permesso. La maggioranza di persone pare trarne giovamento, ma la mia sincera impressione è che pochi si domandino se ci siano alternative a ciò che passa il convento.
Insomma sarebbe come se andassimo in pizzeria e appena messi a tavola il cameriere ci portasse una pizza farcita e ben presentata senza neanche dirci cosa c’è nel menù.
Per fortuna che ci sono dischi che ci ricordano quante possibile alternative abbiamo e che siano in realtà alla portata di tutti.
Posso subito a dire che Vittorio Nocenzi in questo è stato delizioso e gentile sfornando “Estremo occidente”, un prodotto esclusivamente basato sul pianoforte che da subito ti mette a tuo agio, si fa ascoltare anche 30 secondi soltanto per poi lasciarti in pace nei tuoi momenti più quotidiani e banali, calzando, in un modo elegante e mai intromissivo, come un ipotetico accompagnamento musicale ad ogni nostro movimento.
Quello che questo disco compie e che apprezzo maggiormente è ciò che rimane durante e dopo il suo ascolto; non ci sono melodie maledette alle quali non si scampa, ma sensazioni, estremamente morbide e malleabili, quasi come se questo album fosse cotonato, ci toccasse e ci lasciasse un ricordo e non un ritmo o una melodia particolare.
Grossa parte del merito va ovviamente alla forma, cui mi riferivo inizialmente, con la quale si presentano queste canzoni nelle quali l’ampiezza delle frequenze sonore offerte la fa da padrona.
Il pianoforte si lascia assaporare e toccare da Vittorio in tutta la sua nudità, come se fosse una statua in continua lavorazione ed è un piacere giovare di tale ascolto.
Tecnicamente le canzoni hanno un bit prevalentemente lento, ma ciò non toglie comunque dinamicità alle composizioni di Vittorio, ed è scontato come il merito sia delle due mani sempre ben coordinate e della mente, che riesce nei giusti momenti a farci drizzare le orecchie grazie a figure ritmiche il giusto ricercate e inserite in un contesto apparentemente già delineato e ben ancorato ad un’atmosfera precisa. Una cosa che apprezzo particolarmente è che non si cada mai in una banale forma jazzistica della canzone (direzione in cui generalmente questo genere di composizioni banalmente finiscono, almeno a tratti), ma ciò che si cerca è la pura convivenza tra melodia e ritmo lasciando che la musica si prenda tutti i tempi possibili e che la botte si svuoti completamente.
Durante i nove pezzi si respirano ovviamente ambienti già attraversati e sperimentati da altri pianisti, due fra tutti il Keith Jarrett apprezzato nel “The Koln concert” ed a tratti nelle note lunghe di Gyorgy Ligeti, che Kubrick ha fatto sue per ampliare l’atmosfera del suo “Eyes wide shut”; un curioso richiamo “cromatico”(nel senso del colore, non in quello musicale) mi fa pensare al più recente capolavoro degli inglesi Supergrass, tale “Road to Rouen” una piccola e sottovalutata perla della quale consiglio l’ascolto a chi non la conoscesse.
In conclusione, poche parole, forse anche troppe per un disco che non ne contiene neanche una e che lascia all’ascoltatore tutta la libertà di colorare le note che si accavallano nell’album; un sincero grazie a Vittorio Nocenzi per la particolarità e per l’ampiezza delle sensazioni provocate dal suo “Estremo Occidente”.

A Daniele Catalucci (bassista della band Virginiana Miller)

Quando ho partecipato anni fa alla registrazione del vostro disco ITALIAMOBILE, quella cascina livornese era uguale alla cascina di trentanni prima, sulle colline di Romagna, dove il Balletto di Bronzo abitava e provava e dove le band degli anni ‘70, suonando all’Altro mondo di Rimini passavano, quasi un rito di pellegrinaggio. E la luna era alta sui campi di grano appena tagliati, ed era lunosa e luminosa mentre sognavo il mio futuro. Spero che funzioni comunque ancora così, anche per voi… e nonostante tutto!
(V.N.)

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Giuseppe Cederna
La musica che mi aspettava
La musica ha lo stesso potere dei sogni, arriva all’improvviso e ci parla come se ci conoscesse. Come se fosse stata creata appositamente per noi.

Molti anni fa un’amica dipinse un piccolo esagramma dell’I Ching- Tui il sereno, il lago- sulla soglia della mia casa di montagna.
Ha più di cento anni, tempo e storie da custodire. E’ la casa dei miei nonni, la casa dei ricordi, dei funghi dipinti e del rumore della pioggia sulle vecchie tegole.
In autunno tre grandi faggi stendono intorno alla casa un lenzuolo di foglie rosse.
D’inverno i cervi lasciano le loro impronte sulla neve. In primavera gli scoiattoli saltano di larice in larice e le poiane miagolano in larghi giri, alte nel cielo.
Ogni stagione quel piccolo esagramma mi dà il benvenuto e mi ricorda che il mondo è qui.
Tui- il sereno, il lago.
Acqua e montagne: la mia vita in un segno.
Poche ore fa ho ricevuto un regalo. Nella mia cassetta della posta - a Roma nel quartiere Testaccio, poche centinaia di metri dalla Piramide Cestia e dal glorioso cimitero degli Inglesi - ho trovato una busta con un CD. In copertina un pianoforte sotto la pioggia.
E’ la musica di cui avevo bisogno. La musica che cercavo forse dallo stesso giorno dell’esagramma sulla porta della mia casa del nord.
Nove esagrammi, nove composizioni al pianoforte.
Acqua, musica e montagne. Tui - il sereno, il lago.
Prima di andare a letto mi sono ricordato di un articolo di mio padre Antonio sull’archeologia e la sorpresa di uno scavo fortunato. Sarà lui a darmi le parole per ringraziare l’autore di questa musica, un oggetto antico e prezioso, un segno ritrovato.
“La bellezza dell’archeologia è che la scoperta di un oggetto antico è un incontro semplice e immediato, come il risveglio di chi dormiva ancora perché dimenticato da noi, come ritrovare una cosa che ignoravamo di avere perduta ma che, appena ritrovata, sentiamo quanto ci sia necessaria.”

A Giuseppe Cederna (attore)

Caro Giuseppe, credo davvero che la musica a volte possa essere “il risveglio di chi dormiva ancora perché dimenticato da noi”: le parole di tuo padre sono un feedback prezioso, come è stato l’averti avuto ospite durante gli stage delle “chiavi segrete della musica”… Spero di leggere presto il tuo nuovo libro, sono sicuro che avrà da dire molto a tante persone.
(V.N.)

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Ascanio Celestini

Vittorio Nocenzi mi chiama per mandarmi un disco. Gli dico “grazie”. Mi dice “ci scrivi qualcosa?”. Gli dico “certo”. Mi dice “grazie”. Gli dico “prego”. E il disco lo sento in viaggio mentre ritorno a casa da Piangipane dove c’è il teatro socjale. Sulla facciata c’è scritto proprio così. Socjale con la j. I braccianti della cooperativa agricola se lo sono costruito da soli. Hanno incominciato prima della grande guerra. L’hanno fatto accanto alla sezione socialista Carlo Liebknecht. Pure questo era scritto proprio così, Carlo invece di Karl. E forse fu la sezione che venne fatta accanto al teatro visto che il rivoluzionario tedesco in quegli anni campava ancora e in tempo di guerra essendo socialista e dunque obiettore seppelliva i morti senza però ammazzare nessuno. Se lo ricorda ancora qualcuno che tra compagni non ci si ammazza? Che si combatte la sua guerra contro il padrone e non contro altri poveracci?

Scendendo dalla E45 verso Roma c’è una campagna stipata di alberi da frutta. Tutti messi in fila e tagliati a fettine per ammucchiare più mele e pere e pesche e albicocche possibile. Coltura intensiva da ultima rivoluzione agricola con contorno di fitofarmaci, fertilizzanti e programmi di ingegneria genetica. Ma soprattutto tanta nebbia. “Ma, dico, se i milanesi, a Milano, quando c’è la nebbia, non vedono, come si fa a vedere che c’è la nebbia a Milano?” diceva Totò. E infatti qui pure se non stiamo in Lombardia la nebbia ci sta sempre anche quando non c’è. E’ una nebbia nelle cose e nella case che lascia l’impronta.

Più giù c’è Casemurate e un cimitero in mezzo a un campo arato. Contadini sopra e sotto la terra. Un casotto a strisce dove in fila certi mezzi stranieri aspettano la piadina con prosciutto e squacquerone, salsiccia e cipolla prima di tornare a lavoro su quella terra che li fa mangiare. Su quella terra che pochi metri più in là se li mangerà tutti.

La regola vuole (se c’è una volontà nella regola) che ci si tenga a destra, ma è la corsia di sinistra quella meno sfondata. Ci passa un camioncino con un albero. Un olivo spennacchiato, magari pure centenario che non se lo sognava proprio di correre a cento all’ora.

E poi i lavori in corso col cambio di corsia, l’uscita obbligatoria, la betoniera che si svuota, il limite massimo di velocità che si abbassa a trenta sulla strada disconnessa. Gli asfaltisti sull’appennino. L’autovelox in fondo alla galleria. Le scritte nel cesso dell’autogrill. Obbligo di catene a bordo nel passaggio sul valico

Certo che non c’è rapporto di causalità tra la casa di pietra e i pannelli fotovoltaici sulla copertura di un capannone per lo stoccaggio di agglomerati bituminosi, tra le tapparelle verdi della casa popolare e l’infilata di peschi. Non c’è e non serve trovarlo. Figuriamoci se c’ha senso cercare un nesso con le nove composizioni di pianoforte che ascolto e l’orizzonte che c’ho fuori dal finestrino. Eppure forse qualcosa c’è. Non c’entra la causalità, ma le due cose mi si sovrappongono come quegli esagrammi che colpirono tanto Jung, ma pure le casalinghe depresse che li consultano dopo lo shopping al centro commerciale. Ci guardo dentro e non posso non vederli insieme. Perciò consiglio di ascoltare quest’opera con gli occhi aperti e magari anche con un orecchio attento e uno distratto. Non nel senso di “disattenzione” o distrazione intesa come “divertimento”, ma di “separazione”. Rompiamo il nesso che mette insieme i segni e le cose. Rompiamolo anche se siamo grandi parlatori. Anche se mettiamo parole ovunque. Ricordiamoci che le parole stanno lì a dire le cose. Dico “casa” perché parlo di una casa. La parola è uno strumento come il fazzoletto. E quest’amore tanto occidentale per gli strumenti finisce che non mi fa più vedere le cose. Finisce che mi soffio il naso per amore del fazzoletto e non più per respirare.

Allora forse è possibile che possiamo rimettere le cose insieme alle cose togliendo un po’ di parole. Allora forse la musica si rimescola in quelle cose. Allora forse quel pianoforte con la sua musica tutta in trasformazione si riempie di case e balconi, asfalto e bitume, alberi e tapparelle.
Allora forse speriamo che Einstein si sbagli. Allora forse Dio gioca veramente a dadi con l’universo.
E speriamo che l’universo vince.

Ad Ascanio Celestini (attore)

Se il nesso fra segni e idee, diventa un assedio allora è urgente romperlo; e se si può passare in maniera attenta e allo stesso tempo “distratta”, come quell’ascolto che opportunamente proponi, fra qualcuno e qualcosa, facciamolo, magari cogliamo contenuti, memorie vive, rimandi, scoprendo una ricchezza che quando è vera non si mostra, ma se appare è discreta, pronta ad imparare prima che ad insegnare. Mi auguro davvero che il mio pianoforte si possa riempire di case e balconi, asfalto e bitume, alberi e tapparelle.
(V.N.)

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Luigi Cinque

Non so perché questo disco mi eccita ricordi su ricordi. Anzi lo so… perché la musica di Estremo Occidente è semplice come le cose belle ma stratificata… ci sono odori e sapori lontani e vicini che giocano all’orientale… maschere dietro maschere… e allora? Da dove cominciare? … non so potrei cominciare dicendo che conosco Vittorio dai lontani settanta… ventenni accarezzammo diverse albe lassù a casa sua ai Castelli, con i bambini che dormivano, a scrivere testi e ci esaltavamo persino quando, raramente, trovavamo la cifra poetica tipo, per esempio: la strada ci dava le canzoni , o qualcosa del genere. Ma potrei invece cominciare dalle prove del Banco durante una mia breve collaborazione, fine anni settanta, quando gestiva con la leggerezza e sapienza di un uccello migratore ( ma anche con l’autorità di un orsone nevrotico e troppo sicuro ) ritmi dispari complicatissimi che le mie povere mani stentavano a tenere per più di dieci battute. Mi convinsi che dovevo studiare un sacco se volevo fare uno straccio di musica. La sua mano sinistra bastonava ch’era un piacere ( e una amorevole invidia ) e lui ci strapazzava tutti a tempo che sembrava uno di quei sergenti del cazzo di Full Metal jacket di Kubrick. Lui e il fratello Gianni erano davvero due autorità incontrastate del progressive di allora. E non c’erano milanesi che tenevano, parliamoci chiaro. Io, in un mese di prove (e di frustrazioni) imparai di più che in due anni di Conservatorio e ci misi pure qualche nota e qualche effetto in quel bel disco che era Canto di Primavera.
No… forse comincio da più vicino… quando già grandicelli, diciamocelo, facemmo una tournè in Kenia. 2004, Concerto a Nairobi. Eravamo ospiti di uno straordinario direttore di cultura italiano giocoliere… si! … che in cucina si scambiava sette otto bicchieri contemporaneamente con una sua donna di servizio che assomigliava ad Olivia di Bracciodiferro solo tutta nera e sembrava di stare al Cirque du Soleil invece eravamo in una bella casa coloniale nelle montagne d’Africa e poi, dopo tre giorni di prove, in scena con artisti del posto in un concerto di assoluta postcontaminazione. Ci siamo divertiti. C’era l’Africa tribale, il blues nero, Bach e Monteverdi, Davis e la Taranta, tutto shakerato per bene e sostenuto armoritmicamente dalla mano sinistra di Balù. Una sicurezza. Già, dimenticavo, perché io Vittorio lo chiamo Balù come quell’orso simpatico e musicalissimo del Libro della Giungla… ti baastan poooche briiiciole, lo stretto indispensabile etc. etc. etc. No, invece Balù nostro, è stato spesso meno scanzonato di “ti baaastan poche briiciole”, meno di quanto avrebbe dovuto e voluto, forse. Assillato da un dovere imprenditoriale che non è solo la musica (e i soldi derivati) ma da un destino della cultura in un paese che da trent’anni è devastato dalla sua stessa anima nerognola, piccola, poco, pochissimo interessata a un suono, un verso, un gesto, un contrappunto, uno sguardo, un po’ di democrazia vera, un po’ di felicità meno velinara,un po’ d’amore. Il tutto con i suoi giornali con le sue televisioni i suoi talk show la sua sinistretta emofiliaca e infelice anch’essa dentro fino al collo ai conflitti di interesse… ma lasciamo perdere. Allora Balù si è anche fatto un dovere morale di etica e finalità dell’esistere di un musicista maturo. E tira fuori dal cilindro la formazione dei giovani e per questo l’ ho rivisto anche invischiato in pastoie politico burocratiche complesse… perché questo paese ti rende difficile il compito di etichetta indipendente, lo sappiamo, di progettazione… di realizzazione. C’è sempre un geometra o un ragioniere che tira il freno a mano mentre deve decidere qualche cazzo per te e non sa nemmeno di che cazzo si sta parlando. Ma Balù ce l’ha fatta… perché c’è anche l’altra anima - quella bella - in questo paese, coraggio… e si è messo a lavorare nelle scuole, tra i giovani, nella periferia parlando di musica rock ma anche di Leopardi e De Andrè, di Battiato e Rimbaud, di Sofocle e Jovanotti.
I ragazzi ascoltavano incantati perché finalmente uno di loro ma anche un loro mito parlava delle cose della scuola e queste diventavano interessanti e poi faceva suonare altri giovani come loro e meno giovani con il solito piglio di sergente del cazzo. Un paio di volte sono andato a sentire le sue lezioni. La situazione era davvero forte. Ma certo in tutto questo Balù suonava di meno e un musicista come lui con il suo orecchio assoluto non se lo poteva permettere. Questo si vedeva. Troppa compressione. Sono quindi felice di rivederlo in azione creativa ed esecutiva.
Oggi… al posto suo… al pianoforte.
Basta: rimetto ESTREMO OCCIDENTE qui nel mio portatile e lo riascolto. Esagramma uno. Certo c’è Jarret dentro. E’ persino troppo banale. Quella mano sinistra accordale/modale così come la melodia dolce che s’insinua in levare è un marchio… ed è anche il respiro di una generazione di strumentisti pianisti. Ma se la questione su questa linea risulta troppo semplificata cambiamo punto di vista. L’accordo del primo esagramma è già una goccia tiepida di impressionismo. C’è Debussy. Debussy e Bartok in salsa progressive. Sono le iterazioni di arpeggi che si spostano continuamente dalla tonalità alla ipertonalità che fanno il modo centrale di sentire del novecento.
Vittorio/Balù in questo disco è un impressionista neoromantico con l’anima che non riesce (e non deve) uscire da quell’idea visione del mondo poetica nomade informata magica che era il progressive.
Ma lo stesso non potrebbero esserci quegli accordi senza Hindemith. O il jazz… lo stupore con cui il nero metropolitano scopre la letteratura pianistica europea. E la dolcezza ritmicamente feroce con cui la tratta. Sono proprio contento di sentire un disco forte. Ascoltabile. Ricco di melodie e contrappunti fioriti. Ricco di fissità orientali. Non potrebbero esserci quegli accordi senza una storia francese della canzone che poi si riflesse sui nostri cantautori. Vi ricordate Brassens. Non potrebbero esserci quegli accordi senza un leggero mai svelato richiamo all’avanguardia mai tuttavia espressionista e seriale… Balù non la ama.
Ecco…ma cambiamo per finire ancora punto di vista. Mi sto godendo questo disco senza pensare troppo. Forse come dice lo stesso titolo è un lavoro così maturo da entrare nei tuoi pensieri senza disturbare. Come una meditazione possibile. Wu- wuang ti fa viaggiare. Lontananza vicinanza del suono. Nebbia chiarore pioggia città marciapiede gambe femminili Magritte il niente dietro l’ultima maschera. C’è il cinema dentro e c’è il suono che ti aspetti da Vittorio Nocenzi vent’anni dopo. Basta chiudo. Ma…sai come chiudo Victor?… dicendoti: vai avanti per questa via da solista che secondo me è quella in cui ora puoi dare di più e trovare una sintesi narrativa che serve davvero per chiudere l’esperienza di una generazione fortunata e di un capitolo di storia della musica.

A Luigi Cinque (musicista)

Il Canzoniere del Lazio ha avuto in Luigi, uno dei cuori centrali della ricerca etnomusicologica della band, della sua estensione letteraria come ulteriore linguaggio del fare musica. E poi l’amore comune per i suoni elettronici, e le poliritmie, e molte delle più belle e incontenibili, interminabili risate della mia vita (la fortuna vuole che Michele ci abbia ripresi a lungo con una telecamera: un bello specchio per ricordarci di essere sempre liberi).
(V.N.)

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Roberto Colombo

Ad un primo ascolto l’effetto del cd di Vittorio mi ha lasciato abbastanza perplesso, in quanto ne ho colto, più che altro, la frammentarietà compositiva un po’ presente, a mio avviso, nella quasi totalità dei brani.
Riascoltandolo qualche giorno dopo invece ne ho apprezzato le qualità e ho tratto godimento da un ascolto anche più rilassato, con un approccio meno del tipo “vediamo cosa ha combinato stavolta Vittorio”.
In particolare trovo bellissimi il terzo brano “Il sereno, il lago”, trovo veramente intrigante tutto l’“ostinato” all’interno dell’esecuzione di “La contrapposizione”.
“Il seguire” è sicuramente il pezzo che, insieme a “Il sereno, il lago”, ascolto più volentieri, forse perché sono alla ricerca della parte più melodica della scrittura di Vittorio, che è quello che mi colpisce di più.
Bravo Vittorio “nun te dico niente”.

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Pier Cortese

Finiti per circa un’ora sotto una cascata d’acqua lontano dal tempo o in un tempo sognato ci si sente più puliti, rigenerati. Dal raccordo anulare e da dentro una macchina si può galleggiare e immaginare una calma e un luogo tutto nuovo dove la vista urbana, il rumore, il fruscio, i clacson e i pensieri si fermano al rosso del primo semaforo.

Sono rimasto felicemente ostaggio di una musica libera dove i tasti bianchi e neri di un pianoforte diventano anche un pretesto per attraversare la vita o la strada da un’altra angolazione, facendo un altro percorso, come guidati dal più saggio dei tom tom.

Mi piace pensare che queste composizioni siano l’antidoto perfetto alla frenesia sconfinata del nostro tempo e una grande alternativa all’umiliazione musicale che spesso offrono le nostre bande Fm.

Lasciarsi ispirare e partecipare a una storia cosi profonda, vuol dire immergersi e sprofondare in un altra prospettiva sonora e umana, anche semplicemente da una macchina.

Rimane il fatto che al di là dell’aspetto “paesaggistico” di questo disco, mi ha colpito molto l’impatto emotivo delle composizioni, in modo particolare (traccia 1 “la forza domatrice del grande”, 6 “lo straripamento”, 9 “il seguire”) il tocco (dal principio alla fine), l’importanza che si dà a ogni nota, a ogni pausa (traccia 8 “gli angoli della bocca”) e la morbidezza dei cambi armonici.

A questo punto, ora che mi sento più che mai ufficialmente “critico musicale del tempio” (de Roma sud) dico che il “ragazzo si rifarà anche se ha le spalle larghe” e che questa nuova avventura compositiva a tu per tu con il piano non basta, ce ne vole subito n’artra.

A Pier Cortese (cantautore)

Uno dei più interessanti cantautori dell’ultima generazione, sprecato in un’Italia che ha ormai dimenticato il gusto della buona musica, il piacere delle canzoni intelligenti, scritte con l’anima e con la mente. Pier va da una canzone sussurrata, lieve come neve di notte, a musica energetica e pulsante. Tieni duro, Pier… ci sarà per forza nuovamente spazio per la qualità.
(V.N.)

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Giobbe Covatta

Mentre girava “Incontri ravvicinati” Spielberg si sarà chiesto ”Che musica devo usare per comunicare con gli alieni? Una mazurka?! Un tango?! L’alligalli?! NO! Forse è meglio il jazz!!!!”
“Dobbiamo usare un pezzo dei Jefferson Airplane” ha detto lo scenografo
“Un pezzo generazionale! che so: SKETCH OF CINA!!”
“NO NO” è intervenuto il produttore
“Vivaldi! Serve Vivaldi per sottolineare la gioia dell’incontro tra due culture.
La discussione è andata avanti per giorni, ma agli EXTRATERRESTRI cosa piacerebbe di più il jazz o il rock?
Quali gli elementi e gli ingredienti che rendono qualcosa gradevole unica BELLA?!
Un’anima popolare coniugata con la storia nobile della musica?!
BOH!!
La bellezza è “suonata” oppure è una sensazione di intima esplosione?

Mia figlia ha 12 anni e se sente o vede una cosa si pone poche domande e decide “MI piace” “Non mi piace”. E “Estremo Occidente” a me MI piace!
E ho riconosciuto dentro una vita, ci ho visto quelle radici che si amano tanto più quanto più in alto si è saliti lungo la chioma.
Io non so suonare (e me ne duole) non conosco la musica non so quale sono gli accordi di questo LP (lo chiamo ancora così figurati come sto combinato) ma riconosco l’odore della radice e il fresco del maestrale.
Quando ho ascoltato “Estremo Occidente” ho sentito forte e nitida un’antica esplosione.
Con gioia.

A Giobbe Covatta (attore)

Il calore umano non è categoria astratta, è dimensione tangibile e concreta. Là regna “re Giobbe” e le sue battute surreali, poesia e sberleffo. Anche il telefono, così ostico per molti di noi, per lui è fatto di legno come il palcoscenico del teatro, o di vetro come il ripiano di un bar dove puoi sorseggiare insieme il caffè. Questo con lui mi è capitato personalmente, e l’effetto, credetemi, è assai confortante… ci si sente a casa.
(V.N.)

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Simone Cristicchi

L’improvvisazione pianistica, in particolari condizioni di grazia da parte di chi si siede davanti a quell’universo di ottantotto tasti, ha qualcosa di misterioso, di esoterico; in quei casi diventati ormai merce rara, la musica ti accompagna dolcemente in quella trance così cara alle discipline orientali: mi basta seguire ad occhi chiusi ogni singola nota, il suo viaggio lungo il sentiero melodico, nella sua profondità, in ogni scintilla di suono: lì dove ogni suono acquista finalmente peso, e sembra quasi possa toccarlo con mano!
Mi successe anni fa ascoltando il “Koln Concert” di Keith Jarrett: sono sensazioni così intime che risulta arduo raccontarle agli altri, si prova un leggero imbarazzo nel condividerle.
In questa prospettiva, le improvvisazioni di Vittorio Nocenzi nel suo “Estremo Occidente”, esplorano il bianco e nero della tastiera di un pianoforte creando una magia, l’incanto di un’anima che si denuda a chi lo ascolta, senza alcun pudore. Non resta in questi casi che ringraziare chi è in grado di donarci questa materia inestimabile. Ogni traccia di “Estremo Occidente” è come un viaggio in un paese sconosciuto, ma vicino; è un piccolo ma prezioso diamante incastrato fra le rocce di una miniera, è un’essenza, un soffio leggero di musica che vibra e fa vibrare, lasciandosi fluire con delicatezza e impeto, ad evocare immagini e suoni che nel momento si manifestano, fanno intuire che erano già presenza immanente, dentro di noi.
Ciò che commuove in opere di questa profondità, è sicuramente il legame sottile ma autentico che il compositore riesce a creare con chi - predisposto ad un ascolto attento e curioso - abbia la fortuna di incontrarle: un contatto “metafisico” tra anime affini.
Questa musica, spogliata finalmente di ogni intento virtuosistico e accademico, ci giunge con la forza dell’ eleganza e della dignità, come un’affermazione di esistenza; ci travolge dolcemente come la grandezza di un silenzio di montagna che distrugge in un momento ogni rumore incessante di un nostro qualsiasi giorno. E ci arriva con la purezza di chi, magari, l’ha sentita nel grembo di una giovane madre, come due anni fa fece mio figlio Tommaso.

A Simone Cristicchi (cantautore)

Raccontargli l’emozione dei miei incontri milanesi con Alda Merini, riviverne insieme i fragili incantesimi dal Naviglio a Genzano… e poi la dolcezza di Sara con il piccolo Tommaso… o il realclip realizzato insieme per gli studenti romani: a pensarci, non è poca strada.
(V.N.)

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Francesco Di Giacomo

La pianoforte è mascola e femminino al contempo, esso/a è vero bicorpo quindi multianima, o nessuna anima, dipende dal credo.
Esso/a è transgender per intima natura, ma solo in certi casi, se no è solamente il pianoforte, anzi un pianoforte e quello lo percuotono in molti, anzi troppi.
La pianoforte si aggrada e si ritrae, consuona, oppure si ammutola, anche se apparentemente esegue gli ordini, esso/a si genera e si feconda se la mano, meglio se due, che lo/a persuonano, lo/a percuttono, lo/a perforano conoscono il labirinto per farlo/a uscire dal suo misterioso sarcofago.
La pianoforte si incinta per vocazione come già detto, e per quanto importante e perfetto sia l’accordato accordo di tutte le sue frequenze, non sempre è così certo il risultato se esso/a non riconosce la sensitivibilità del toccatore, anzi anche l’ardito più ardito annoia, anzi mi annoia.
La pianoforte soggiace e si compiace, si avvola o si inabissa poiché esso/a sa andare di passo solo per riconoscenza nel senso che riconosce il suo accompagnatore.
E allora prendi il passo di questa musica tu navigante, tu trasvolante, tu attento o distratto dal mondo, ascoltatore fortunoso o volontario, e avviati.
Io non so se questo è Estremo Occidente o Occidente allo stremo ma questa musica aldilà da finire, è solo all’inizio (secondo me).

A Francesco Di Giacomo (cantautore)

Questo occidente sicuramente è allo stremo, ma non può dimenticare completamente tutto quello che di buono o di grande nel tempo ha realizzato, anche se troppo spesso ci ha messo del suo per dare di sé la peggiore delle memorie. Crederò sempre all’esistenza di naviganti, di trasvolanti. Se poi sarà anche la mia musica a contribuire a questo avviarsi verso il futuro, a questo non finire, ne sarò particolarmente lieto. Grazie dell’augurio Francesco
(V.N.)

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Marco Di Grazia
Il mio Ovest

“Siamo arrivati!” E lo dici così, in modo un po’ meccanico, quasi come uno speaker sul treno che annuncia l’arrivo alla stazione. E lo dici con il pensiero rivolto al dopo, al profumo di lei e delle lenzuola che sanno di mare. E lei si scuote, socchiude gli occhi, ti guarda un attimo e non dice niente, scende dall’auto e apre le braccia ad accogliere il vento che le lascia una scia nei lunghi capelli.
Fuori è l’Oceano.
E tu ti chiedi perché sei lì, se ci sei veramente, se stai sognando oppure no e allora ti prende un fremito e una miriade di immagini ti scorrono nella mente. Immagini che si tramutano in note, che prendono forma e ti riportano indietro (o in avanti?)
E ti rivedi, lì, seduto a fissare la sigaretta che si consuma da sola, con il fumo che sale in alto e viene assorbito dalla musica libera nell’aria. E vedi le note che si trasformano in immagini e chiudi gli occhi e vorresti dare un corpo a quelle immagini. E cominci a muovere le mani sulla scrivania, come fosse quel pianoforte che stai ascoltando. E allora ti incazzi un po’ perché non sai suonare, non sai dare un nome a quelle note, un indirizzo a quelle armonie. Ma qualcosa lo sai fare, perdìo!!! Su certi tasti hai imparato a battere, anche se più prosaici di quelli bianchi e neri del pianoforte! E allora ti ricordi di aver preso un diploma di dattilografo quando eri adolescente e che le dita sui tasti del computer sei capace a farle scorrere. E allora chiudi gli occhi e ti abbandoni con le mani sulla tua tastiera, che non produce note, ma parole. E tu sai che le tue parole non daranno mai giustizia a quelle note, ma sorridi perché senti che quelle note danno forza alle tue parole… ai tuoi pensieri. Ah, Vittorio, Vittorio… ma che mi fai fare? A che mi fai pensare? A un viaggio… antico e presente, come un sogno mai sognato o mai dimenticato. E allora cominci a scrivere, a far scorrere la memoria o la fantasia. E chissà se è importante capire la differenza.
E allora parti… e senti la forza domatrice del grande che è dentro di te, il creativo che muove le tue dita, senti la contrapposizione fra la calma del sereno e il lago e l’inquietudine dell’emendamento delle cose guaste. Ed è un inaspettato straripamento degli angoli della bocca quello che provi all’improvviso quando ti volti a guardarla. Quando i tuoi occhi rotondi si incrociano con i suoi a mandorla. E’ il seguire… è l’Oriente che tocca l’Occidente. E’ un viaggio più veloce del pensiero che ti porta là, a Finisterre, insieme a lei. All’Estremo Occidente.
E quando spegni il motore dell’auto non ti resta che dire: “Siamo arrivati!”
Al mio Ovest. Ah, Vittorio, Vittorio… ma che mi fai fare?

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Ilaria Drago

E’ bello! Bello. Né più né meno che bello! Fermo. Solido. Centrato. Sembra di viaggiare, di farsi portare da questa musica su certi sentieri che indicano quei segni - dello straripare, dell’inaspettato, del seguire…
Farsi portare nel viaggio necessario, nel viaggio che si deve compiere perché l’esperire ci dia conoscenza, del mondo, della vita, di sé… Viaggio nella capacità del mutamento, come se il Libro dei mutamenti, non fosse altro che scrittura dell’uomo, della sua carne del suo sangue… come se quel Libro fosse l’uomo.
E allora prima attraverso tutti i sentieri e poi, alla fine, senza grida, senza chissà quale rumore, alla fine c’è “il seguire”, alla fine seguo…
Bello, con la chiarezza tra le dita che suonano che si fanno note e poi acqua di pioggia. Le dita sono la pioggia e alla fine è la pioggia a suonare lo strumento, il piano. Non c’è suonatore… è un atto di coraggio e di umiltà proprio del guerriero , del viaggiatore, del saggio, di colui che sa che ad un certo punto si deve mettere da parte o a servizio dell’opera stessa; ti do le mie mani e tu Bellezza, suona!

A Ilaria Drago (attrice)

Una mia mancata partecipazione all’evento da lei ideato è l’antefatto; il dono del CD di Estremo Occidente come scuse; Ilaria che spedisce spontaneamente il suo commento dopo l’ascolto: è stata la prima traccia d’ascolto ricevuta, e ha generato poi l’idea di far arrivare tutte le altre: Sguardi è nato così.
(V.N.)

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Niccolò Fabi

eccomi…scusate il ritardo spero di essere ancora in tempo
poche parole sentite asoltando…
ascolto la musica di vittorio nocenzi e penso….quante volte le sue mani hanno toccato i tasti di un pianoforte? probabilmente più volte di quanto un adoloscente abbia impugnato una forchetta per mangiare…e allora continuo, cosa chiede vittorio a quei tasti dopo tanti anni? quale parte del suo pensiero, delle sue aspirazioni dei suoi dolori quei tasti sono ancora in grado di raccontare? e perchè continua ostinatamente a percuoterli? rispetto la singolarità di ogni musicista e le sue originali motivazioni…ma provo a rispondermi..perchè davvero non può farne a meno, perchè la sua musica non ha un tempo di appartenenza e quindi una data di scadenza, perchè non risponde a una domanda del mercato contemporaneo, è e sembra sempre esserci stata, è una musica che non ha bisogno di un fine o di una destinazione, ma scorre inesorabile come una sfera lungo un piano inclinato..mentre finisco di appuntare queste poche parole la sua musica continua a suonare e lo farà ancora a lungo..grazie vittorio un abbraccio nicc

A Niccolò Fabi (musicista)

La discrezione di Niccolò è a primo impatto … invasiva, nel senso che ti appare come una richiesta ineludibile. Se hai un’intonazione del tuo essere diversa (mettiamo “esuberante”) è bene tenerla a freno: otterresti solo una ulteriore espansione della discrezionalità niccolesca. Quando hai capito questo, però, tutto diventa gradevolezza, accoglienza, incontro. Fosse così per le differenze fra gli uomini, la pace non sarebbe una chimera, ma un punto di partenza.
(V.N.)

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Luigi Faccini

Cento garofani, rossi, gli avevo mandato, nel giorno del suo matrimonio. Ero povero in canna e mi costarono un occhio della testa. La maggiorazione, per il viaggio fino alla rocca marinese in cui abitava, fu una coltellata. Ma, in società, recitavo da regista affermato. Non potevo svelare i segreti della penuria che accompagna gli inizi di una professione fin troppo ambita. L’avevo conosciuto sessanta chili fa quell’uomo. Dal montaggio del mio film, che a quei fiori rubava il nome, cercavo Keith Jarret. E’ in Germania, mi dicevano. A Colonia. In sala di incisione. E’ matto. Uno dei miei assistenti, il più giovane, mi mise nelle mani un 33 giri dal titolo fondativo: Darwin. Cercavo un pianista. Ne trovai due. Difficile dire chi fosse il più bravo. Diversi sicuramente. Magistrali in coppia. Spesso imbizzarriti, come se ognuno volesse strappare il laccio che l’altro rappresentava. Ascoltai e riascoltai il 33 giri. Ci incontrammo. La loro curiosità superò di gran lunga la vaga altezzosità iniziale, e reciproca. Ci piaceva buttarla in vacca e ridere, anche se, poi, si faceva a gara nello spaccare il capello in quattro. Non so quante volte vedemmo i rulli del film. Io avevo già deciso di lasciare liberi i miei pianisti. Erano giovani, più giovani di me di una decina d’anni. Il mio film, Garofano rosso, si rivolgeva a loro coetanei. Volevo che la Storia vestisse rock perché potesse venire indossata più volentieri. Volevo alleggerire l’approccio del pubblico alla Storia. Volevo che la musica aiutasse a rivelare i sentimenti provocati dalla Storia. Fu grandiosa l’esperienza di ascolto cui il gruppo, che allora si chiamava Banco del Mutuo Soccorso, mi sottopose. Non solo gli assaggi dei temi al pianoforte, con il condimento di gesti magniloquenti e vocalizzi che sostituivano i suoni mancanti, ma la vera immersione nel fuoco dell’esecuzione appena registrata. L’uomo di sessanta chili fa gridava: «Leva i preservativi alle casse…». Che sparo! Riascoltare con il gruppo, a tutto volume e al buio, quello che nel film sarebbe entrato in punta di piedi, alzando la voce, a volte, e al bisogno narrativo, è stata un’esperienza parallela che non ho mai dimenticato. Venivo dal bebop e dal blues, Fats Domino era stato la colonna sonora della mia gioventù, eppure il tema conduttore che porta lo stesso titolo del film mi fecondò, rivelandomi modalità segrete dell’ascolto, al punto che, pur nella voracità musicale che mi caratterizza, non tollero cadute di intensità o approssimazioni sonore…

Mi sono sempre guadagnato da vivere guardando. La macchina da presa veniva dopo, come supporto necessario del mio stare dentro la realtà. La ricerca antropologica affinò le mie capacità di ascolto dell’oralità popolare, addomesticando la mia impazienza caratteriale. Ma quel guardare e quell’ascoltare si sono sempre giovati di un ospite silenzioso, in me, cercatore di suoni spezzati o continui, scrosci o arie, che intuivo o desideravo legassero il tessuto delle realtà percorse. Ascoltare immagini, guardare suoni. Questo ho sempre fatto. Di più ancora da quando conobbi l’uomo di sessanta chili più giovane, una sagoma a braccia lunghe, tese su tastiere sovrapposte, che, dopo sua madre e sua moglie, io sono colui che l’ha più guardato produrre gestualità simbolica e, ovviamente, suoni, perfino certificandogli l’altissima riuscita di un concerto proverbiale, quello di Viterbo nel 1980, aperto da una esecuzione live senza pari del brano iniziale: Di Terra. E’ così. Filmato da cinque telecamere e, poi, visionato nelle sedute di montaggio, Vittorio è entrato nella mia vita, dopo l’iniziazione di Garofano rosso, come un’icona definitiva. Quei sessanta chili di troppo glieli perdono soltanto perché i grassi e i grossi al pianoforte mi ricordano tutti i Fats del mio apprendistato di ascoltatore, ma anche perché, avendone catturato l’immagine trentanni fa, l’ho consegnato ad una eternità di cui mi è, spero non troppo scomodamente, debitore. Anni dopo, venticinque circa, mi presentai per riscuotere ciò che ritenevo mi spettasse. Non si sottrasse alla nuova tenzone che gli proposi: storicizzare il Banco. Guardato, naturalmente, attraverso l’occhio freddo di due telecamere. Seppe farlo, Vittorio. Il suo impaginare un trentennio di musica rock, pubblicato in coda al concerto live di Viterbo, resta il primo capitolo della vicenda non ancora scritta del progressive italiano. Magistrale, come tutti quelli che “sanno di non sapere”, in cammino, quindi, in cerca, degli altri e di sé, dentro di sé, in quello spasimare di ognuno attorno alla binarietà del cuore…

Ma, Vitto’, per andare, come Diogene, nel buio luminoso della tua mente, avevi proprio bisogno dei Ching? Tu sei i Ching! Sei tu quello capace di cercare i suoni e i ritmi nei testicoli del mondo. Ti perdono quella fonte ispirativa. Non ne avevi bisogno. Per me, ignorantissimo, quella tua mano destra, che picchia e accarezza, che abbandona e torna, è bisturi salvifico. E la sinistra, che pianta gli alberi, pressando terra, è mente ordinatrice. Hanno nomi i nove brani della tua fatica. Non li citerò, perché, in me, la tua musica si compone come un rituale unico, modulato. Ho viaggiato, immergendomi nell’ovatta di paesaggi che cancellavo, man mano si proponevano. E ho ballato. Immobile, nell’ascolto. Ho sublimemente ballato, pur nella goffaggine che il tempo mi ha regalato, con una donna mora fasciata di raso verde, su di un ritmo che desideravo fosse un tango, ma alterno, a raffiche che consentivano pause d’amore. E ne La contrapposizione, ecco l’unico brano che cito, ho sofferto per il tuo arrampicarti malizioso verso la luce. Sugli occhi chiusi ho sentito l’alito ansioso e felice del canto. Grazie Vittorio. Suonavi per te. Cercavi e vivevi per te. Ed era per noi tutti. E’ per noi tutti…

A Luigi Faccini (regista cinematografico)

Quando venisti al mio matrimonio con la tua conturbante nera accompagnatrice, facesti una rentrèe di sicuro effetto; quando hai diretto il montaggio di Garofano rosso eri Vulcano nella sua fucina, alchemicamente demiurgo; quando fai il recensore sei graziosamente biografico (a proposito, è un po’ che non ci si vede di persona e ti voglio tranquillizzare: non raggiungerò di nuovo la beltade di quegli anni di cui parli, ma sono dimagrito di ben 30 chili!). E nelle tue parole anch’io “… Ho ballato. Immobile nell’ascolto… ho sofferto per il tuo arrampicarti malizioso verso la luce”. Ti abbraccio.
(V.N.)

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Eugenio Finardi

Chi conosce Vittorio sa quanto questo disco gli appartenga e lo rappresenti.
Vittorio è un grande uomo e un uomo grande. Fisicamente, ma non solo…
Grande nell’entusiasmo, nell’irruenza, nella musicalità ma soprattutto nel suo smisurato amore per il pianoforte. Ho avuto il piacere di assistere a svariati sound check del Banco nel corso degli anni e lo spazio di Nocenzi diventava immediatamente l’occasione per un rapporto amoroso con il suo strumento, un amplesso di note.
In questo lavoro c’è un musicista maturo, in grado di usare tutta la gamma dinamica e timbrica del pianoforte, ed è perfetto che abbia scelto “I Ching” come canovaccio.
Come gli esagrammi cinesi infatti i suoi brani suggeriscono temi che portano a cercare dentro di se le risposte…
Un disco da degustare. Un video straripante!

A Eugenio Finardi (cantautore)

I concerti insieme, la lettera aperta sulla lingua italiana scritta insieme a Battiato, Guccini e Branduardi… ed io che ti telefono mentre fai il bagno a tua figlia…. Eugenio padre… dolce padre… Eugenio singer… voce blues… Eugenio cuore grande.
(V.N.)

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Paola Gassman

Mi è stato chiesto in via del tutto amichevole di voler scrivere qualche rigo di commento alle nove composizioni di “Estremo Occidente” di Vittorio Nocenzi e nel farlo con grande piacere ritengo però di dover ribadire il mio essere assolutamente inadatta a qualsiasi giudizio critico perché mi sento e sono del tutto profana in ogni campo e settore musicale.
E’ pur vero però che amo molto la musica, soprattutto quella classica, visto ce i miei parenti tutti, genitori, nonni e zii, sono stati da sempre degli ottimi se non addirittura fanatici musicofili. Del il mio mestiere di attrice mi ha portata spesso e oggi più che mai a lavorare con la musica, dialogando con essa quasi fosse l’altro partner della rappresentazione, in un felice binomio di musica e poesia che a mio giudizio rappresenta il perfetto matrimonio fra questi due generi così diversi e allo stesso tempo così complementari. Vorrei anche aggiungere che da sempre il pianoforte è il mio strumento preferito, quello che stimola le mie emozioni più misteriose e profonde, tanto da provare spesso una benevola ma fortissima invidia per chi ha la fortuna di poterlo esercitare e ancor di più per chi, come in questo caso, lo fa con una tale maestria. Una premessa la mia forse un po’ troppo lunga per arrivare invece ad un “giudizio”estremamente sintetico e semplice: tutto il bene possibile di queste nove bellissime composizioni che mi hanno letteralmente rapita, regalandomi alcuni momenti di meravigliosa serenità in cui mi sono sentita pienamente rilassata, ma al tempo stesso vigile e compiaciuta.
Questa è infatti la sensazione più felice per me che si possa raggiungere con l’ascolto della musica, perché mi aiuta, specie nel lavoro, ad approfondire e capire meglio il mio operato.
Non mi resta quindi che esprimere la mia più sentita e sincera ammirazione per l’intera opera e per la grande maestria della sua esecuzione con un particolare grazie per avermi regalato questi momenti di benessere, assolutamente rari nel caos della mia vita di tutti i giorni.
Un caro abbraccio all’amico e maestro Nocenzi e in bocca al lupo per questo suo bellissimo CD.

A Paola Gassman (attrice)

Classe, sensibilità, sobrietà: sembrano titoli di racconti medievali, saghe magiche di Artù e Merlino, perse nel tempo di Avalon. Almeno rispetto al chiasso sciocco e inutile di tanta contemporaneità, priva di decente arguzia e/o grazia, di senso estetico se non quello del ciarpame… oddio, mi viene in mente il grande Carmelo Bene e la sua iattanza iconoclasta, o molto più semplicemente penso di comportarmi come i vecchi. Volevo invece solo dire che le parole di Paola sono state da me molto apprezzate per… classe, sensibilità e sobrietà. Dimenticavo l’eleganza.
(V.N.)

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Max Gazzè

L’estremo occidente di Vittorio ha coordinate precise. La longitudine dell’accadere e la latitudine delle cose semplici.
E’ un occidente che rinuncia alla sovrastruttura della tattica, allo spasmo strategico, per abitare il vuoto degli obiettivi mancanti, evocando la storia e il possibile come il vuoto del Circo Massimo, che riempie i secoli di senso con la sua assenza.
Il possibile è la terza coordinata estrema, l’altitudine tridimensionale di un luogo che esiste in tante altre dimensioni.
E’il possibile che promana solo dalla circostanza libera da dimostrazioni. Nulla rimanda alla logica, all’urgenza di soddisfare.
All’estremo c’è l’ispirazione allusiva grata, che risponde a uno stimolo immediato e onesto senza vincoli di usurpazione o presupposti. Il libro delle Mutazioni è la scaturigine concettuale di suoni essenziali e immediati, nati già nella mano, prima ancora che dai tasti, dai martelletti, dalle corde vibranti di un pianoforte.
Anche il nostro occidente è in grado di contemplare fermo sull’atto creativo, evitando i miasmi metabolici dell’atto produttivo, dando ragione e verità all’atto riproduttivo. La riproduzione dell’istante artistico, non il prodotto finale di un processo ipertrofico e nullificante.
Gli estremi dell’occidente di Vittorio congiungono l’esagramma grafico con l’ottava musicale. E l’accrescimento eccede le due mere unità numeriche dal sei all’otto, associando all’interpretabilità di un simbolo visivo, la dialettica intuibile del simbolo sonoro.
La tradizione di studi sul libro dei Mutamenti, lo vede alla pari dei cieli e della terra, quindi in grado di valutare perfettamente la via dei cieli e della terra. E’ un microcosmo che contiene in sé le vie dell’universo, nei pieni dello yang e nei vuoti delle intermittenze dello yin. Proprio qui si amplifica la geografia melodica di Vittorio. E proprio per questo, non servono parole per descriverla, rischiando di ridurre a “blasfemo accidente” la lirica libertà di questo Estremo Occidente.

A Max Gazzè (cantautore/bassiata)

Esoterismo ed intelligenza, musicalità sempre fuori dai solchi del banale o della ridondanza, un’attrazione creativa fra due generazioni, la mia e la sua, non proprio vicine: è una cosa affascinante: prima o poi dovremo per forza fare insieme qualcosa Max: è scritto da qualche parte!
(V.N.)

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Renato Greco e Maria Teresa Dal Medico

Maria Teresa ha consumato il tuo nuovo disco appena lo ha avuto tra le mani e poi me lo ha raccontato… Io, come sempre, lo ho ascoltato solo, in auto, lasciandomi scivolare le distrazioni della vita dietro le spalle velocemente.
Dopo tanti anni di distacco ho scoperto, ascoltandoti, che Maria Teresa ti conosce più di me, infatti, mentre la musica scorreva, sentivo il suo racconto:
” Virile, un tesoro di chiarezza racchiuso in brevi inquietanti armonie e frasi che si susseguono come a cercare quell’infinito possibile”.
Assenti i chiaroscuri, tutto è aperto, non descrive ricerca e d’improvviso sospende; come pensare nella solitudine ciò che i “I Chang” non definiscono.
Ricordo quante volte ti ho ascoltato, studiato, cercato di leggerti dentro e scoprire poi che è possibile vivere l’infinito….
L’infinito sta nella coscienza di potere interpretare con il proprio corpo la musica ed enfatizzare e urlare la propria gioia nello spazio. E una forma d’amore che diventa simbioso intellettiva pur immaginando e percorrendo strade diverse. E quando questo avviene nella comunione di tre sentimenti allora è… l’infinito.
Tre, sei, nove. Esoterismo? Largo alla fantasia?
Con essa è possibile realizzare in musica l’espressione del corpo, con i gesti delle mani generare suoni e accordi che coordinano il tempo…la danza.
La fantasia diventa realtà; che momenti d’infinito piacere suonare per il corpo, danzare per la musica, generare emozioni dove la pelle partecipa come il sentire e il vedere…
Quante notti di musica abbiamo sin qui perso prima di riascoltarci: sai, a marzo il nostro Malgré Tout compie 30 anni! E’ ancora la nostra opera più bella e tu sai quanto c’è di te in quell’infinito possibile che è Banco…di terra.
Ora ascoltare; dobbiamo ascoltare e riascoltare questa musica che non deve avere un titolo se è data alla fantasia; dobbiamo penetrare nei suoi ritmi, nei sospiri, nelle ansie, nella solitudine, nelle energie che la hanno determinata; nelle emozioni che la hanno generata e poi, come in nostri altri appuntamenti, costruire un messaggio per chi vuole ascoltare, vedere,sentire…
Già vedere danzare le tue mani sotto l’acqua è un emozione; che possiamo fare di più noi? Ascoltare, ascoltare…per straripare…nell’infinito.

A Renato Greco e Maria Teresa Dal Medico (coreografi)

Già da “Io sono nato libero” (e forse prima ancora) la relazione fra gesto e suono la sentivo netta, mi sembrava quasi “necessaria” come una naturale estensione fisica della musica. Nel comporre per i balletti di Maria Teresa e Renato, questo legame fra suono e gesto, fra musica e movimento mi ha regalato alcune sensazioni ineffabili, come l’esperienza di scrivere la musica di “Dinamiche diagonali”: il silenzio come unico commento sonoro di passi e volteggi sostituito poi da percussioni elettroniche suonate leggendo direttamente la partitura coreografica, seguendo accenti e volé, sottolineando con l’alternarsi di suddivisioni ternarie e binarie le entrate delle diagonali dei ballerini…. Non la coreografia scritta dopo la musica, ma la musica scritta “sulla“ coreografia. E’ stata una simbiosi sincronica totale fra gesto e accenti sonori, fra ritmo musicale e movimenti nello spazio, come vedere finalmente realizzato qualcosa di atteso a lungo e poi incontrato in modo indimenticabile. Grazie Maria Teresa, grazie Renato.
(V.N.)

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Alessandro Haber

Quello che ho sentito è una dichiarazione d’amore alla ricerca di un amore universale di un’anima …..in punta di piedi la voglia di vita nella malinconia di un’etica profonda dove impalpabile c’è ancora speranza, candore, la voglia di sorprendersi per crescere senza confini dove i colori si mischiano, si sovrappongono, si liberano con un segno semplice e riconoscibile, dove c’è la voglia di perdersi per trovarsi in un oblio delicato struggente.

Sei la musica Vittorio, ho voglia di abbracciarti.

Ad Alessandro Haber (attore)

Dopo tanti anni in cui le parole di “Darwin!” le ho sentite solo cantate durante i concerti del Banco, è stato grazie alle letture di Haber che ne ho rivissuto l’emozione dei primi momenti, quando la scrittura associata alla musica ancora non ha voce, ma l’idea della corrispondenza delle immagini lette dalle parole si lega da sola ai riferimenti, ai rimandi insiti nella musica corrispondente.
(V.N.)

(Villa Torlonia, Frascati 2009: esecuzione dell’album concept del B.M.S. Darwin!, nell’anniversario della nascita del naturalista inglese – Letture di A. Haber)

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Luigi Lai

Come ho inserito l’Album di Vittorio nel lettore, ho capito immediatamente la grandezza di quest’opera e così ho iniziato a viaggiare con sua la musica. Mi sono trovato a navigare in un fiume, a godere dei grandi suoni della natura e del mistero del silenzio.
La tentazione è stata quella di fondermi in questo sogno, con le mie “Launeddas”, e dialogare con gli ostinati che solo lui sa comporre. Non so quanto tempo sia rimasto in questo “mondo fatato”, in quella realtà sicura, dolce e ovattata. Poi è ricomparso Vittorio Nocenzi, l’amico Vittorio, geniale, saggio e talvolta burbero, arrabbiato con l’ignoranza che spesso primeggia e ostacola il suo mondo.
Sono affiorati i ricordi e ho pensato alla sua musica senza tempo.
La grandezza d’animo di Vittorio è pari alla sua profondità e genialità.
Abbiamo passato serate intere a parlare della musica e della vita.
Nessuna moda ha mai trascinato il mio amico, nel facile e conveniente “stile commerciale”. <>, mi ha sempre detto, <>.
Allora mi torna in mente il mio Maestro di “Launeddas”, Efisio Melis, che proponeva le sue sonate, e quando qualcuno obbiettava il suo stile rispondeva: se non mi capite non ci posso fare nulla! Era un puro come lui.
Il messaggio di Vittorio non ha fine, è come tutta la grande musica, e, anche in questo tempo, dove a stento si riesce a capire dove stiamo andando, il mio amico Pianista, offre all’umanità, una barca che si chiama “Estremo Occidente”, costruita da raffinate partiture che ci rassicurano e che ci fanno sperare, che non tutto è perduto.

A Luigi Lai (launeddas)

Arena di Verona: concerto del Banco Di terra, con l’orchestra sinfonica e prima e durante, Luigi e le launeddas: u sarrafinu, a mancosa manna,e i miei studi di etnomusicologia alla Sapienza con il grande Diego Carpitella… e l’accordatura delle ance delle launeddas con la cera di api… la tecnica del fiato continuo…. le launeddas sono lo strumento più antico del Mediterraneo ancora in uso (più di 5.000 anni fa le statuette nuragiche di bronzo già le rappresentavano). Oggi Luigi ormai è il più grande interprete vivente di questa grande tradizione musicale, unica al mondo.
(V.N.)

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Simone Lenzi

Da piccolo aprivo spesso il vocabolario a caso, chiudevo gli occhi e puntavo il dito su una parola. Molti facevano un gioco simile con il mappamondo, ma a me piacevano di più le parole. Ero ingordo di parole e lo sono ancora. Ogni tanto mi rimetto a fare quel gioco, come fosse una terapia, qualcosa che mi fa bene. Stasera, mentre ascoltavo Estremo Occidente, traccia 7, ho preso il Devoto Oli e mi sono messo a giocare. Il risultato di queste sortes è stato ancora una volta sorprendente.

La prima parola che trovo è infatti PERDUTO.
Trovare la parola perduto è già di per sé una straordinaria e paradossale promessa di senso. Ma trovarsi perduti all’estremità dell’Occidente, vedere finisterre e non sapere cosa ci accadrà, dover lasciare aperta la porta al possibile, tutto questo, insomma, credo risponda esattamente all’intenzione compositiva di quello che sto ascoltando.

Mi sono concesso altre due estrazioni. Forse perché intendo le sortes in senso dialettico: mi aspetto dalla seconda parola una specie di antitesi.
RADIOFONICO.
Così, se queste sono le nostre sortes, penso che vorrei sentire queste note per radio, ma so anche che accadrà molto difficilmente. Di certo non nelle ore in cui mi capita di accenderla: quelle ore di punta che passo fermo in coda mentre mi dirigo da un’estremità dell’Occidente a un’altra. Perché è come se si trattasse sempre di due estremità, anche se in fondo siamo quasi tutti destinati a percorrere continuamente gli stessi pochi chilometri. Per radio, in quelle ore, mi capita spesso di ascoltare musica composta col preciso scopo di tranquillizzare. E’ musica di ordinaria amministrazione, o è somministrazione di musica ordinaria. Per radio, nelle ore di punta.

Apro a caso il vocabolario per la terza, ultima volta.
Si tratta di un tartufo, di una perla. Una di quelle parole che testimoniano un’intelligenza passata, un gusto per la precisione lessicale che non possiamo più permetterci e che per questo rimangono nei vocabolari in attesa che la desuetudine le bolli con la croce delle parole morte: INCHIEDERE.
Inchiedere significa chiedere minuziosamente. In sta per contro, sta per dentro, sta per ripetutamente.
Inchiedere significa chiedere senza stancarsi di farlo, volendo sapere tutto quello che c’è da sapere.

Ammettiamo allora di essere arrivati, come sempre più spesso ci capita, all’Estremo Occidente e di essere fermi in coda sulla tangenziale (quale non importa: ogni tangenziale, per definizione, descrive una traiettoria intorno a una città qualunque dell’occidente estremo). Ammettiamo di non aver più voglia di ascoltare la radio. Ammettiamo di sentirci persi. Come fossimo a metà del viaggio e pure sentissimo di essere già da sempre arrivati. Se volessimo chiedere indicazione a qualcosa, continuare a chiedere minuziosamente (come abbiamo sempre fatto) quali altre strade si aprono all’estremità dell’Occidente, forse potremmo utilmente ascoltare questo disco di Vittorio Nocenzi.
E non lo dico io, che non so e non conto niente. Lo dicono forte e chiaro le sortes, cui bisogna prestare fede più che al nostro piccolo orgoglio.

A Simone Lenzi (voce della band Virginiana Miller)

Caro Simone, essere ingordi di parole fa molto bene e se ne possono ricavare tanti benefici: se ne fai una scorpacciata, di parole, puoi poi scegliere di stare zitto e tenerle tutte dentro di te, al caldo… oppure ritirarle fuori le parole, una alla volta, come granelli di sabbia che levigano il vetro per vedere più lontano oltre le cose. L’ingordigia di parole non è un peccato di gola, è una qualità rara.
(V.N.)

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Pino Leoni

Io non so sè ho incontrato prima Vittorio Nocenzi uomo, o la sua potenza musicale. So soltanto che quando parla comunica nuvole di note, mentre le sue mani raccontano di incontri. Forse che Vittorio e la sua musica sono un tutt’uno, lungo i sentieri del dolore e dei sorrisi, delle attese e della poesia galoppante. Di certo so che la sua ispirazione è inesauribile, da ieri all’oggi, come in questo nuovo lavoro che sto ascoltando.

Ciao amico di sempre.

A Pino Leoni (regista)

“Buone notizie”: costa tirrenica, cioè Torvajanica spiaggia, esterno giorno, Vincenzo Leoni alla telecamera, Pino Leoni alla regia, alle citazioni musicali e alle battute. Era il set del video per il Banco. I cultori della musica buona come Pino, non sono mai soli perché avranno sempre dentro un buon disco di annata da degustare, sorseggiando gli accordi di una chitarra ispirata o di un pianoforte utile a qualcuno.
(V.N.)

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Paolo Logli
Estremo viaggio

Alta, la montagna si stagliava sul cielo. Alzò gli occhi. Nuvole, che correvano veloci. Temporalesche, forse. O forse disperse verso l’orizzonte da un vento di mare. Lo sapeva, perché l’aveva già visto. Il cielo non è immutabile, e le stesse nuvole, col cambiare dei venti, possono dire pioggia, o un tramonto sereno, striato di rosso. Ma era il momento, lo sapeva, E bisognava camminare. La vita stessa, lo chiedeva, a lui come ai cespugli sul ciglio del sentiero. Come alle case che si stagliavano all’orizzonte. Come alle cozze afferrate allo scoglio. Era ora di mettersi in viaggio, e cambiare. Ma lui sapeva, e di quel viaggio non aveva paura.
Camminare. Non solo spostarsi, si disse, mettendo in moto la macchina. Il viaggio è qualcosa di più. Qualcosa di altro.
E’ una scelta creativa che da qualche parte deve pur arrivare. Ecco, per esempio laggiù, al fondo della strada, la linea nera della carreggiata sembra un ago, e un attimo dopo si perde nel nulla. Ma lo sa, lui, per saggezza? No, per esperienza. La strada da qualche parte deve pure arrivare. E’ quel per cui è fatta.
Bene, anche la scelta, da qualche parte nasce. Da dentro, da un Dio. Da altrove.
Oppure, come il cielo, come quelle nuvole che corrono e non hanno mai spiegato dove vanno, spostarsi, evolvere, mutare, è una necessità innata, primordiale. Cambiare, sì, così come cambia il cielo e muta e forma gli esseri, finché ciascuno ottiene la giusta natura che gli è destinata.
Ecco, questo voleva: una forma. Una forma definita, non meglio non peggio, per carità: la sua. Una forma cui affidarsi, e che gli altri, chi lo ama, chi lo odia, chi gli è vicino e chi non lo ha mai incontrato, possano riconoscere.
La sua, forma. Serenità nel cuore è l’indole del creativo. “Il creativo e il ricettivo sono la porta d’accesso ai mutamenti. Il Creativo è il rappresentante delle cose chiare, il Ricettivo delle cose scure. Unendo scuro e chiaro la loro indole, il solido e il tenero acquistano forma.”
Il motore borbottava, inseguendo il codice morse della linea di mezzeria. Vooom vooom di paracarri e di guard rail dal finestrino. Un metronomo pulsante, metodico: la forza interiore è la nostra serenità. Per questo bisognava andare. Anche se il mondo intorno, questo che conosciamo tutti, tu ed io, e anche lui, che ora guidava, anche se quel mondo sembra incomprensibile, e, a volte, insopportabile.
E’ quel ritmo di metronomo regolare, e pulsante, e pacato, e aggraziato, la risposta a quel mondo. La solida certezza di ciò che è giusto, che non ha bisogno di essere gridata o imposta. E lui continuava il viaggio, stringendo quel volante pieno di tasti neri e bianchi.
Non sempre era così. Soprattutto quando, dal finestrino della macchina – per fortuna solo un attimo, prima di sparire via all’orizzonte alle spalle – balenavano clown, giannizzeri e nani, elefanti del circo di mosca, sciantose in doppiopetto e pennivendoli.
No, con loro non era possibile trovare un compromesso. L’unica cosa possibile, viaggiare. E rimanere se stessi.
Ripensandoci, a quella congrega di canaglie - che ogni tanto facevano capolino lungo il viaggio, di solito agli autogrill, di solito sul bancone delle offerte speciali, prendi tre paghi due e che importa se la data di scadenza è passata – o sulle colonne dei giornali, o evocati come fantasmi da un Lcd… - ripensandoci, lui… scopriva un orgoglio, intimo, pieno di pudore: di essere altro.
E riprendeva ad accarezzare i tasti bianchi e neri.
Perché è vero: i vermi nel vaso devono essere affrontati con decisione. Ma un solo modo, esiste, per disinfestare la terra: sapere chi sei, chi è altro. Sapere cosa vale, cosa importa. Lottare, se necessario, per questo. Perché il pensiero, a volte, è piccolo. Si ribella alle eccezioni. Meglio sapere chi sei.
Meglio sapere chi sei, e verrà il momento. Dovrà esserci, e se solo ce lo concedesse, una divinità incomprensibile o un ruotare di Ching, o una scala armonica ascendente, e se fosse, quel momento potrebbe essere oggi, e sarebbe propizio.
Il momento del cambiamento: altrimenti, che senso avrebbe, scrivere o suonare, o danzare?
Mutare.
Anche se comporta dolore, cambiare.
Ma conta solo l’amore, non l’averlo conosciuto. Riempiti la bocca di quello, si diceva. Riempiti le mani di musica, e versale sui tasti.
Solo l’amare conta, non l’aver amato.
So chi sono, si disse: SO CHI SONO. Per questo lo dico, lo suono, lo scrivo, lo danzo.
Senza urla, senza violenza. Così, solo così, il forte e il debole possono incontrarsi, possono capirsi. Solo così il servo parla con il re.
Solo così il mutamento conduce all’armonia.
E l’armonia non riserva sorprese.

A Paolo Logli (autore televisivo)

Un ragazzo di La Spezia, tanto tempo fa, venne nel teatro della città a sentire un concerto del Banco. L’ho conosciuto molti anni dopo ed ha girato il primo degli unici due video ufficiali del Banco, “Ciò che si vede è”. Con lui ho condiviso anche l’idea di realizzare una Odissea in musica (devo avere ancora la partitura del canto di Penelope e Telemaco, duetto struggente e postatomico). Oggi Paolo ne ha fatta di strada, è autore televisivo di successo… Mi piace però ricordarlo in teatro a La Spezia, forse ancora con i calzoncini corti: il passato e il futuro, per ognuno di noi, sono un unico presente.
(V.N.)

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Rodolfo Maltese

Anche se c’è un titolo io cerco di vederci più dentro.

Sono composizioni che cercano di riesumare dei ricordi ed è proprio là che il senso si riunisce.
E’ uno spaccato della personalità di Vittorio Nocenzi e della sua attuale esistenza.
Il suono ruota sempre intorno al La min ed anche con delle sfaccettature il ritmo si alterna più che mai ………….i primi quattro pezzi cioè la n°1 (la forza domatrice) 2) il creativo 3) il sereno, il lago 4) la contrapposizione; è frutto credo del ricordo.

Poi dal n°5 (L’emendamento delle cose guaste) questo brano si muove un’atmosfera di domanda su un (Re 7 e Re sus) dove si rimane per 15 battute e qui viene fuori
Re 4/7/Do Re 7/ Do| Re 4/7/Do Re 7/ Do | Re 4/7/Do Re 7/ Do | Re 4/7/Do Re 7/ Do |
Re 4/7/Do Re 7/ Do | Re 4/7/Do Re 7/ Do | Re 4/7/Do Re 7/ Do | Re 4/7/Do Re 7/ Do |
Re 4/7/Do Re 7/ Do| Re 4/7/Do Re 7/ Do | Re 4/7/Do Re 7/ Do | Re 4/7/Do Re 7/ Do |
Re 4/7/Do Re 7/ Do | Re 4/7/Do Re 7/ Do | Re 4/7/Do Re 7/ Do | Re 4/7/Do Re 7/ Do |

e in questo momento viene un interrogativo su Sol/Si (dove il Re fa da melodia) (Sol/Si) (Si-7) Mi/Sol diesis| Mi-| La bemolle 6 | per poi ritornare su un Re 4/7/Do e Re 7 / Do| poi si va sul 8/4 e ripropone gli stessi accordi in una nuova scansione.
Poi c’è uno spunto che potrebbe sembrare una “barcarola”. E’ in Do ed è L’inaspettato che si confonde sul finale e poi ritorna nella “barcarola”.
Il motivo suona come una “ballade” in 2/2 (Sol-| Re-7) modula in Mi bemolle e Fa per poi riandare sulla “barcarola”.
Questo è un vero saggio di pianoforte vissuto in un piccolo concerto in una piccola stanza, con veri e pochi spettatori…

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Lele Marchitelli
Immediatezza

La ricerca di una certa incidentalità nella registrazione di questo disco e’ un aspetto così importante e definitivo che ho pensato di seguire lo stesso metodo di “interpretazione sorpresa e intuita” adottato da Vittorio. Queste sono le impressioni provocate da un unico ascolto, come fossi presente ad un’esecuzione, un concerto solo per me.

Impressionista, leggera, minimale, semplice, esoterica, occulta e orientale cabalistica e oscura, ipnotica, “chiara” e “non chiara”, tritono?, brillante, autosufficiente, profonda, ricordante, statica, sognante, stratificata, modale, evocante, misteriosa, simbolista, desolata, vagante, immobile, mistica, lirica, cupa, crepuscolare.

L’ascolterò ancora.

A Lele Marchitelli (compositore)

Fra i tanti modi tra cui poter scegliere per scrivere un commento a Estremo Occidente, quello di Lele è particolarmente affascinante: un unico primo ascolto… intuire la casualità come certezza di percezione… come sintonia con l’idea stessa delle registrazioni di questi brani. E poi le aggettivazioni, tutt’altro che un gioco lessicale, ma esatte rispondenze e rimandi ai nuclei centrali delle composizioni. Una recensione astrale?
(V.N.)

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Adriana Masi Montefiori

Se voglio fantasticare, ascolto le canzoni di Vittorio, il Maestro Vittorio Nocenzi. Forza e leggerezza allo stesso tempo, caratteristiche, del resto, della sua personalità. Anni di studi classici hanno formato disciplina e conoscenza per il pianoforte, e la sua ispirazione ha fatto il resto.
La sua musica sconvolge e placa come se da un fiume in piena, si passasse ad un lago misterioso.
Non c’è niente di scontato o prevedibile nelle sue note, tanto è vero che i suoi finali “Pirandelliani” significano che ha ancora tanto da esprimere e lo esorto a regalarci altre nuove sensazioni.

Ad Adriana Masi Montefiori (pianista)

Alla mia insegnante di pianoforte nonso cosa rispondere… ricordare la prima esecuzione di e.o. sul suo pianoforte dopo 40 anni dall’ultima lezione da lei ricevuta…
(V.N.)

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Cesare Monti Montalbetti

Devo ammetterlo, non ho mai amato né il rock né tantomeno il pop. In tutti quegli anni durante i quali sono stato parte integrante del mondo discografico, il distacco mi ha permesso la lucidità con la quale produrre tutte quelle copertine la cui musica però non faceva parte della mia vita. Qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata dal mio vecchio amico Vittorio, con una proposta estremamente lusinghiera, fare la recensione del suo ultimo lavoro; non sarei stato solo ma altri avrebbero scritto. Certo mi sono sentito onorato anche solo per il fatto di essere a fianco di grandi io che non sono né un critico né un artista ma un semplice artigiano, poi vista la premessa temevo che si trattasse del solito cd rimescolato ripescato nella memoria di un tempo ormai trascorso, la mia indole di ricercatore fa sì che tutto ciò che è stato non mi coinvolga più di tanto. Ieri quando ho ricevuto il cd l’ho infilato nel mio Mac, preoccupato pensavo a cosa avrei scritto, forse avrei dovuto mentire, Vittorio è un amico, cosa mi sarebbe costata qualche sdolcinatura qua e la, magari nascondendomi dietro una bella dichiarazione d’incompetenza. Ma appena è risuonata la prima nota ho capito che sarei stato sorpreso. E’ vero che non sono un critico, ma qui non me ne può fregare un bel niente, perché ciò che mi preme è ciò che provo, quello che questa musica è riuscita a muovere, gioia e passione, e io vivo di passione, vivo nella passionalità. Non potrei mai fare nulla senza di lei e quel susseguirsi di note mi stanno accompagnando anche adesso che sto scrivendo queste due righe. Nella voce di i Tunes i più ascoltati non c’è altro che il cd di Vittorio. E’ incredibile, almeno per me, sono diventato un suo fan, non solo, chiunque mi viene a trovare qui nel mio eremo toscano, lo tormento, lo sevizio facendogli ascoltare più volte il disco, credo che a Cecina almeno una decina di persone siano in giro cercando spasmodicamente di acquistare il cd.
Ora superata quella parte che fa di me un consumatore di emozioni, guardando il dvd l’occhio dell’artigiano d’immagine prende cappello. Certamente il solito video-clip ricco d’immagini del solito vorrei ma non posso, d’altronde il cinema italiano tranne alcune rarissime eccezioni ne è pieno, privo com’è di cultura d’immagine. Accidenti invece no, per quanto guardassi con tutta la prevenzione possibile mi sorprendeva per la geniale semplicità, senza fronzoli, ricca di creatività. Profonda nell’elementarità della costruzione, così da lasciare allo spettatore la parte più generosa, la fantasia, la fantasia d’immaginare tutti i mondi possibili. Come danzatori tribali le dita rimbalzavano sulla tastiera, quello non era più un pianoforte e quelle non erano più mani, ma con il proseguire delle note ti sentivi il cuore preso d’assalto e non bastava mai perché ogni volta che lo rimettevi una nuova interpretazione ti si proponeva.
L’arte più alta non è quella che si dichiara, ma quella che si lascia interpretare.
Che altro?

A Cesare Monti Montalbetti (fotografo)

Un angolo di New York a Milano, nel ‘72 era senz’altro il loft di Cesare Monti, dove viveva e creava con Wanda scatti fotografici pieni di diversità e visioni, oltre alle più famose copertine discografiche di long playing diventati ormai cult mitici per i collezionisti. Per il Banco Cesare firmò tutti i primi servizi fotografici e le copertine del Salvadanaio, di Darwin, di Io sono nato libero e di Come un’ultima cena: fai quindi parte in maniera ineluttabile della mia vita, Cesare.
(V.N.)

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Ennio Morricone

Sono rimasto incantato dall’ascolto di “Estremo Occidente” (9 pezzi per il pianoforte) di Vittorio Nocenzi. Il fascino che ci dona la splendida esecuzione è intenso. I brani sono di sicuro risultato con l’ascoltatore. L’uso della modalità, degli ostinati, del minimalismo, del pedale (ho letto la parte pianistica scritta, ma che la musica all’ascolto abbia qualità di un’improvvisazione è sicuro). Direi che è nella natura dei pezzi una fissità e una immobilità “orientale”, trasposta su uno strumento come il pianoforte rappresentativo della nostra grande tradizione occidentale. Tutto ciò dà un’estasi percettiva all’ascoltatore. Ma quale ascoltatore? Dico anche ad un ascoltatore distratto, perché questa musica, pur nella sua natura nitida e intensa (ma leggera) non pone problemi. Quindi anche un ascoltatore non concentrato avrà il beneficio del suo fascino. Anche per questo credo che le qualità descritte diano all’opera di Vittorio Nocenzi la possibilità di essere ascoltata con interesse da un pubblico con diversi interessi culturali.

A Ennio Morricone (compositore)

Teatro Vittoria Roma 2004
Morricone ospite di uno dei miei stage (Le chiavi segrete della musica – La musica negli occhi: ascoltiamo il cinema) davanti a centinaia di studenti romani. Sul palcoscenico accanto a me, Ennio legge la lettera scrittagli da P.P. Pasolini in occasione della pubblicazione del suo primo long playing di colonne sonore: parole profondissime, lette con una partecipazione personale commovente. Alla fine della lettura, più forte di ogni altra considerazione sento la necessità di abbracciarlo davanti a tutti … e poi inizia una lunga standing ovation dei ragazzi presenti: è sempre Morricone.

(V.N.)

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Carlo Pedini

Ho sempre ammirato la musica di Vittorio Nocenzi. Mi ha sempre colpito la spigolosità armonica dei primi, straordinari dischi del Banco. Venni subito soggiogato dal respiro sinfonico e dal melodizzare cromatico - assolutamente inconsueto per una musica che non fosse quella etichettata come “colta” - di brani come Il giardino del mago o l’Evoluzione, che ancora oggi, a distanza di oltre trentacinque anni, mando a memoria con immutato stupore.
E sempre mi ha colpito la capacità camaleontica di Vittorio di mutare nel tempo stile e genere, sempre restando ben al di sopra del livello medio che quei generi o stili erano in grado di offrire al pubblico (provate a riascoltare l’accordo di sol minore sul modo dorico di “mi” delle prime battute di E mi viene da pensare). Così come ho sempre amato l’uso prevalente della triade come accordo fondante delle sue composizioni, evitando quei tediosi moduli armonici pseudo-jazzistici di settime preconfezionate, offerti immancabilmente dalla produzione musicale standardizzata degli ultimi vent’anni.
Oggi Vittorio ci propone un lavoro per solo pianoforte. Un’opera unitaria, non una semplice raccolta di brani diversi. Non è facile affrontare il pianoforte solo senza un’idea robusta, portante. Qui il tema conduttore è l’I Ching, il libro dei mutamenti della millenaria arte divinatoria della tradizione cinese. Non so se Vittorio sa che John Cage utilizzò proprio l’I Ching per ricavare le note musicali di molte sue composizioni. Sta di fatto che il principio cageano dell’indeterminazione è qui parimenti presente, se pur adottato con una metodologia più vicina al Philip Glass dei brani pianistici che alla musica di Cage.
Pur nella novità di questi nove brani ritrovo anche la vena più classica di Vittorio Nocenzi, quella delle varie Traccia, del Tema di Giovanna e dei numerosi brani strumentali di cui è ricca la sua produzione, oltre che il suo tipico modulo improvvisativo ricco di accordi di quarta.
Ognuna delle nove composizioni della raccolta è costruita su una traccia musicale già scritta, che poi viene elaborata liberamente durante l’esecuzione. Non direi trattarsi di semplice improvvisazione, quanto di composizione in itinere che, ci avvertono le note di presentazione del cd, è il risultato di tre sole prese di registrazione per ogni singolo brano (una sola per Wu Wang - L’inaspettato).
Pur nella coerenza col proprio cammino musicale, sento in questi nove brani un Vittorio Nocenzi nuovamente diverso, secondo quella natura camaleontica a cui prima accennavo. Niente spigolosità armoniche, niente cromatismi melodici. Vi domina un’atmosfera fissa, estatica, sempre fortemente polarizzata attorno ad armonie ferme sulle quali si dipana l’inventiva improvvisativo-compositiva:
il “la” ossessivamente ripetuto, dopo l’introduzione ad accordi, in Ta Ch’u;
le cinque note di Ch’ien (do-mi-fa-sol-la) disposte anatomicamente sulla forma della mano destra appoggiata al sul pianoforte e che si ripetono con la sola variante del fa-fa# (una soluzione che mi ricorda i moduli costruttivi degli studi pianistici di György Ligeti);
l’insistente mi, fa-mi, fa-mi di Tui da cui si dipana quella struggente melodia che salendo fino al corrispettivo sol, la-sol, la-sol torna ogni volta all’inciso generatore;
la cellula fissa di la minore col re-fa, si-re appoggiati ritmicamente sul “la” pedale in K’uei;
i due clusters diatonici ripetuti che aprono Ku;
l’ossessione ritmica del la minore di Kuai;
la melodia mi-fa-re-do, mi-fa-do-si, mi-fa-si-la (e varianti, suppongo decise lì per lì) ricorrente come un carillon e spezzata da brevi classiche cadenze in do (fa-sol-do) di Wu Wang;
le schegge acute del sol e del sib che contrappuntano un melodizzare fatto da brevi linee melodiche e frammenti armonici condotti a mo’ di corale in I;
il giro fisso di quattro note (sib-re-do-re) accompagnati da una mesta trenodia di due accordi ripetuti (sol minore/sol-la-do) che nel conclusivo Sui chiudono la raccolta con un’atmosfera d’infinita mestizia, degna del Leiermann schubertiano che chiude il ciclo dei Winterreise.
Insomma un Vittorio Nocenzi attento alle istanze più recenti del post-minimalismo occidentale filtrato attraverso un costante riferimento al classicismo della tradizione. Sembra troppo forte l’ultimo paragone con Schubert? Ascoltare per credere.

P.S. Il CD contiene un video con l’esecuzione di Kuai, con le mani brulicanti di note sullo strumento sotto una pioggia battente. La sensazione prima è stata quella dell’angoscia che prende chi organizza concerti quando arriva l’acqua: salvate il pianoforte! Poi, osservando meglio, si vede che è una tastiera… Video da accompagnare con la dicitura “nessun danno è stato riportato dallo strumento durante le riprese”. Della serie: il senso del titolo (Lo straripamento) arriva con la forza di una piena!

A Carlo Pedini (musicista)

Qualche anno fa Carlo (compositore, pittore, docente al conservatorio di Perugia), era direttore artistico della “Sagra musicale Umbra”, uno dei più antichi festival di musica sacra d’Europa. E mi telefonò invitandomi alla Sagra per eseguire “Darwin!” con il Banco. Stupito, gli chiesi: - Ma ti ricordi bene quali sono le prime parole con cui inizia? (n.d.r. “Prova, prova a pensare un po’ diverso, niente da grandi dei fu fabbricato, ma il creato s’è creato da sé, cellule, fibre, energia e calore”)-. Carlo rispose: - Certamente, ma in tutto “Darwin” c’è più religiosità di quanta non se ne trovi in tanta musica sacra di maniera. In “Darwin!” si cerca la verità, quindi, escatologicamente è perfetto per la Sagra-. Sono passati alcuni anni, ma certe assonanze di pensiero restano dentro di noi, discrete, senza ingombrare più di tanto, ma solide come montagne.
(V.N.)

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Gianni Quaranta

Credo che Vittorio Nocenzi arrivi all’essenza della musica.

Mi colpisce la sua semplicità, l’armonizzazione del suo pianoforte in un minimalismo elegante.

Dopo essere entrato dentro il suono della sua musica - piena di contenuti melodici, di rilassatezza, dove la pausa ha lo stesso valore del suono di una nota - l’importanza dei suoni acquista volume in un effetto sinfonico rigoroso, arrivando ad una qualità acusticamente composta di pochissime note e accessibile a tutti.

La sua finezza espositiva è sincera e semplice al tempo stesso; mi attrae in maniera viscerale per il suo incredibile potenziale armonico, in quanto Vittorio, grazie alla sua sensibilità, sa giocare con la musica fino ad innalzarla a puro lirismo.

A Gianni Quaranta (scenografo)

Non vedo l’ora di conoscere di persona Gianni Quaranta (l’artista, ovviamente, lo apprezzo da anni, dal suo premio oscar alle scenografie realizzate per i film di Zeffirelli) perché mi dicono mirabilie della sua creatività e multiforme ingegno, dei suoi più svariati interessi… qualcuno insomma da cui farsi consolare quando ci si sente troppo dispersivamente attratti dalle tante meraviglie del vivere e della conoscenza!!
(V.N.)

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Guja Quaranta

E’ ciò che si sogna ma non si ha il coraggio di accettare, è quello che si cerca spesso senza trovare, che con il passare del tempo non si ha più voglia di aspettare. L’emozione che si faceva attendere e tardava ad arrivare, l’attimo che non si fa spiegare e poi torna tutto così “normale”.
È il potere di riuscire ad emozionare…

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Enrico Ruggeri

Mi preoccupo sempre quando un amico, che è una persona che stimo, mi manda il suo nuovo lavoro. L’apprensione sale se l’amico mi chiede di esprimere un parere, che in questo caso diventa “dichiarazione pubblica”. Mi preoccupo, perché la sua nuova opera potrebbe anche non piacermi, facendomi precipitare nell’imbarazzo.
Metto il CD sul piatto. Le prime note hanno già il potere di proiettarmi all’interno di un viaggio che si rivelerà lungo, intenso e molto più variegato di quanto avrei potuto immaginare: è come se Vittorio si alzasse in piedi e con l’indice sulla bocca ci imponesse silenzio e attenzione.
“La forza domatrice del grande”, il brano di apertura, è un viatico per essere conquistati con un incedere che sembra così naturale e inevitabile da farti credere che questa musica, in qualche parte del cosmo o dell’anima, sia sempre esistita. Come se Vittorio Nocenzi fosse andato ad attingere in un subconscio ancestrale.
Il viaggio continua, l’ordine dei pezzi sembra l’unico ordine proponibile, come se fossero stati composti proprio in questa sequenza. Così quando arrivano “La contrapposizione” e “L’emendamento delle cose giuste” lo spirito dell’ascoltatore è ormai pronto a riceverle e ad assaporarle. Capisci che il nobile che scuote la gente e ne rinvigorisce l’animo potrebbe essere lui.
Arriva “Lo straripamento” e non posso non pensare a quando, ragazzino, ero sotto il palco ad inseguire le fughe strumentali di cui era il sacerdote con i suoi compagni del Banco del Mutuo Soccorso. Gli anni che passano aggiungono senza togliere nulla, almeno in questo caso.
La sensazione si rafforza con “L’inaspettato”: so come addolcirvi il cuore, e lo farò, con il mio linguaggio nel quale sarete costretti a precipitare, e lo faccio per il vostro bene.
“Il seguire” chiude quella che per me è stata una meravigliosa avventura, fuori e dentro me stesso.
Viviamo di corsa, competitivi, innervositi, aggressivi e sospettosi. Quando ce ne rendiamo conto cerchiamo di correre ai ripari facendo shopping, andando in vacanza dove troviamo altri come noi, prendendo ansiolitici e frequentando palestre alla moda: l’ora che ho passato con questo CD (esperienza già ripetuta più volte) mi ha trasmesso un benessere ben superiore. Forse il nobile che al tempo del crepuscolo rincasa per ristorarsi e riposare potrei essere io. Grazie, Vittorio.

A Enrico Ruggeri (cantautore)

L’intelligenza è una grande risorsa, ma è un’amante esigente…. per concedere i propri favori richiede dedizione, un corteggiamento sicuro e imprevedibile, insomma bisogna affascinarla. Di sicuro ad Enrico, questa donna misteriosa, non è mai mancata e per sua fortuna l’ha saputa corteggiare sempre con un istinto di assoluta qualità. La sua carriera ne è testimone. A tale proposito mi ricordo ancora con particolare piacere una sua tournée per la quale svolsi volentieri il ruolo di “supervisore a latere”. La scenografia da portare sui palchi dei palasport d’Italia era un ponte in grandezza naturale, sul e sotto il quale stavano i musicisti. Realizzato da un laboratorio di Treviso specializzato in scenografie teatrali, il ponte era bellissimo, ma allo stesso tempo era odiato cordialmente dai trasportatori che, durante i concerti, ogni giorno dovevano smontarlo, trasportarlo e rimontarlo. So che poi, alla fine della tournée rimase per anni in un deposito finché i ferri delle strutture furono ritirati da un robivecchi. Sic transeat gloria mundi… Però alcuni dei suoi elementi (le colonnine) furono utilizzate da qualcuno per farsi la libreria di casa: come a dire che il bello, in qualche modo, alla fine verrà comunque apprezzato!
(V.N.)

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Antonella Ruggiero

Caro Vittorio,
trovo che questo tuo lavoro sia perfetto per chi sente la necessità di allontanare qualsiasi tipo di tensione e di regalarsi momenti di intimità, di farsi cullare da suggestioni che portano ad immaginare ampi spazi naturali, e tutto ciò che gli “elementi” suggeriscono.
Le persone sensibili a ciò si faranno cullare da questi suoni, entrando in uno stato emotivo sereno e pacificante.
Bravo, un forte abbraccio.

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Gianfranco Salvatore

L’improvvisazione è un’impresa bellissima, quanto difficile e pericolosa.

Il particolare fascino dell’improvvisazione consiste nel fatto che vi regna una libertà, una facilità nel concatenamento delle idee, una spontaneità d’espressione che non si ritrovano nelle composizioni propriamente dette.

In quei momenti provo un entusiasmo soprannaturale, e sento che quel che si esprime dentro di me vale più di me stesso.

Che il fascino dell’improvvisazione stia nella sua libertà, facilità, spontaneità, in misura sconosciuta alla composizione “classica”, non l’ha affermato un jazzista di oggi, ma Carl Czerny, allievo di Beethoven e maestro di Liszt, nel XIX secolo (L’art d’improviser, 1833). Che essa sia qualcosa di bellissimo, ma anche un’impresa ardua e rischiosa, non l’ha detto un musicista, ma un teorico della Commedia dell’arte, Andrea Perrucci, alla fine del Seicento (Dell’arte rappresentativa, premeditata e all’improvviso, 1699). E che l’improvvisazione possa essere un’esperienza mistica non ci viene garantito da John Coltrane o Ravi Shankar, ma dal personaggio di Corinne: l’ispiratissima creatrice di versi e poemi estemporanei con cui Madame de Staël, all’alba dell’era romantica, volle immortalare le figure vibranti di quei poeti improvvisatori che fin dal Settecento, in Italia, suscitavano emozione ed entusiasmo fra il pubblico e raccoglievano gloria in Campidoglio, incoronati d’alloro (Corinne, 1807). Tre diverse visioni dell’arte improvvisa, e in tre arti diverse, accomunate nel restituirci questa particolare forma di creazione tramite l’immagine di un’energia latente e indifferibile, qualcosa che sembra avere a che fare col destino.
Per infondere tutt’e tre queste diverse visioni dell’improvvisazione, in un ciclo di nove composizioni, per giunta ispirate a un sistema di cifratura del destino, ci voleva uno fichissimo. D’altronde, che Vittorio Nocenzi fosse un gran fico (grande, grosso e succoso) l’ho sempre pensato, e chiunque lo vede. Ma che riuscisse ancora a stupirmi 35 anni dopo la nostra prima chiacchierata, e molta musica sua, mia, e di tanti altri ficoni belli grossi e succulenti, e passata sotto così tanti ponti e sopra così tante acque… Riconosco viva in lui la risonante tradizione pianistica, la lacrima e il lazzo delle maschere, il verso che gocciola lucido ed evanescente dal labbro umido, come nelle parole di quei maestri del nostro passato (musicale, teatrale, poetico) che i suoni di “Estremo Occidente” mi hanno riportato alla mente. Il lascito di una lunga tradizione di arte popolare, felice e “vittoriosa” su quel margine, sdruccioloso e sensuale, che sempre sta fra il meditato e l’estemporaneo.
La sua filosofia solida e giusta, di suonare e di vivere, fa compagnia.

A Gianfranco Salvatore (scrittore, musicologo)

La lezione che mi ha invitato a tenere presso l’università di Lecce Gianfranco, è stato uno dei momenti a me più cari fra i tanti che porto con me dalla Puglia. Presso l’università di Lecce Gianfranco dirige corsi di studio sulla musica rock, credo un vanto culturale per il Salento, meno per l’Italia, visto che questa è l’unica cattedra nazionale del genere.
(V.N.)

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Peppe Servillo

La ragione per cui ho mandato i versi di questa nuova canzone sta nel fatto che l’invocazione iniziale per me suona come una fede nella possibilità che il singolo individuo, l’uomo solo, possa talvolta con un gesto indicare una nuova possibilità senza apparentarsi ad altri come fa per l’appunto un uomo solo al piano, un santo, un artista; fede nell’uomo non nel comando, s’intende, ma in colui che personalmente sfida e rischia senza nulla chiedere in cambio.

Signore mio dacci un santo un artista
padreterno che vinca la morte
oltre la fatica e la sorte
allungare la vista oltre le porte
per vedere la luna e pure marte
signore mio dacci un parere
per quando ci vogliono interrogare
in tempo di pace e di sonno
che ci faccia star bene
per continuare in tempo di guerra magari a campare
se veramente dio esisti
se sei quello dei giorni tristi
oppure quello degli inni alla gioia
fa che sia vita la nostra ma vita senza la noia
senza la pena di queste giostre
le mie le loro le vostre
per quando ci mettono nelle liste
e ci vogliono sparare voi la mira gli dovete sbagliare
e una femmina che sappia inciampare
per noi se ci vengono a cercare
diteci a chi dobbiamo votare
e sta roba dove si deve buttare
fateci fare un poco di mare
se veramente dio esisti
se sei quello dei giorni tristi
oppure quello degli inni alla gioia
fa che sia vita la nostra ma vita senza la noia

A Peppe Servillo (voce della band Avion Travel)

Ricambiare il regalo di un CD (Estremo Occidente) con il dono di un testo letterario mi è sembrato un “baratto” così inusuale e gentile da essere degno di nota. Grazie Peppe.
(V.N.)

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Renzo Sicco

C’è stato un tempo in cui l’uscita di un disco nuovo di un artista amato aveva i contorni dell’attesa col contare i giorni fino alla corsa al negozio di fiducia a recuperare l’album (così chiamavamo i vecchi 33 giri). Poi ci si chiudeva in camera e dalla prima all’ultima nota nessuno poteva disturbare. Seduti a terra o sdraiati sul letto ci si cibava come api sui fiori. L’ascolto attento, disponibile e silenzioso non era solo sacrale, era un atto di amicizia e di pieno rispetto del lavoro che ci giungeva. Era il nostro premio primo all’autore e agli interpreti.
Un disco di Vittorio Nocenzi merita per me un recupero di quel fare perchè so, conoscendolo, che la sua dedizione alla musica e all’ascoltatore nasce da quello stesso rispetto. Così stacco il cellulare, faccio vuoto e silenzio e lascio che le sue mani inizino a scorrere sulla tastiera, e il premio arriva perchè i brani mi trasportano.
Infatti non basta dire che Nocenzi è bravo perchè viene da una formazione classica che si è fusa in anni di esperienza rock o altre meraviglie.
E’ che Vittorio appartiene, come Ennio Morricone, a quella specie di compositori che regalano fantasia. Ascoltare la sua musica è mettere in moto il lato creativo della mente che permette di vedere immagini, costruire ponti, saltare montagne e percorrere luoghi. Nei suoi suoni non c’è solo la bellezza del tocco ma c’è l’intelligenza del vivere, c’è aria, respiro orizzonte, c’è “sereno”, “lago” e “straripamento” perchè l’ape che ascolta possa mettersi ancora “in volo” e “seguire” con dedizione e piacere sino allo spegnersi del suono sull’ultimo tasto.

A Renzo Sicco (autore teatrale)
Assemblea teatro è ormai una realtà del teatro italiano presente costantemente anche all’estero, soprattuto nel mondo latino-americano. La prima volta, il primo incontro…. palazzetto dello sport di Torino due ore prima del concerto del banco 1980… Performance sui trampoli improvvista davanti al palazzetto strapieno di gente e… amore a prima vista!

(V.N.)

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Ambrogio Sparagna

Finalmente mi è arrivato il disco di Vittorio. Per ascoltarlo mi sono imposto un pomeriggio senza impegni, e di questi tempi mi sembra un miracolo… Mi preparo all’ascolto con cura, non voglio perdere tempo prezioso. Mi chiudo nella mia stanza e lascio le prime note del pianoforte infrangere il silenzio che mi circonda. Un tempo passavo giornate ad ascoltare musica, ora non mi capita spesso e ancora meno di frequente ascoltare un “a solo” di pianoforte. La musica inizia e da subito rimango colpito dal suono del pianoforte,dell’uso prepotente del pedale che riempie ogni spazio del mio ascolto. A poco a poco mi lascio trascinare come se fossi all’interno di un vortice sonoro: accordi scarni e pieni rincorrono melodie sinuose e affascinanti, segmenti melodici di frammenti ritmici si incrociano con pause dense di risonanze. Mi pare di essere al centro di un combattimento sonoro, dove i martelletti del pianoforte sono lance fulminanti che trapassano il mio corpo e mi obbligano a rimanere fermo, bloccato sulla sedia, rapito dal potere della risonanza. E allora, sempre più “posseduto” dalla lunghezza dei suoni, inizia a girarmi in testa un’immagine che con lo scorrere del tempo diventa via via sempre più nitida. Mentre progressioni armoniche si intrecciano a piccoli inserti melodici di grande intensità lirica, scorgo Vittorio che tira fuori da un grande baule tanti piccoli quadri dove sono raffigurati paesaggi rurali tipici della campagna romana. Eccolo lì Vittorio che con fare gentile e garbato spiega a un gruppo di ragazzi alcuni particolari delle immagini. Parallelamente mi sento catapultare dentro un pieno accordale di modo minore e una progressiva scomposizione armonica da cui vedo prendere vita un ostinato ritmico-melodico che mi toglie quasi il respiro. Nei colori dei quadri intravedo toni forti e nitidi, ricchi di contrasti intensi, nei disegni file di archi di acquedotti avvolti in grandi rovi. Ed ancora Vittorio che racconta ad un gruppo di ragazzi sempre più attenti e incuriositi come scoprire i profumi perduti della campagna, come seguire le tracce dei cinghiali attraverso rovi e sentieri. I giovani con il passare del tempo mi sembrano incollati alle parole di Vittorio, così come lo sono anch’io di fronte allo svolgere di quei suoni continui. E così mi passa il tempo e d’un tratto il suono tace. Un brivido mi attraversa. E’ l’angoscia del silenzio che fra poco genererà il rumore esterno. Mi fermo per un attimo, dopo di che vado in cucina per prendere un pezzo di formaggio e un bicchiere di vino rosso. Mi è venuta un po’ di fame: alla salute caro Vittorio!

A Ambrogio Sparagna (musicista)

Con Ambrogio ho in comune un ricordo abbastanza recente: un bel pranzo da me a Genzano con Ettore De Carolis, un grande amico che oggi non manca solo a noi, ma a tutti coloro che amano e studiano la musica popolare. E che calore nelle nostre parole, impegnati ad ipotizzare un futuro lavoro comune, che il tempo purtroppo non ci ha poi permesso di realizzare. Ettore, caro Ambrogio, a me è particolarmente caro, perché fu lui a portarmi da ragazzino, avevo 16 anni, a suonare dal vivo nella band di Gabriella Ferri, che lui dirigeva. E fu così che scrissi per Gabriella le mie prime canzoni registrate su di un disco e, soprattutto, cantate da questa interprete “irregolare” e assolutamente unica, questa Anna Magnani della canzone italiana, che amava Janis Joplin e accettava di cantare le canzoni di un ragazzino dei Castelli romani. Ed Ettore che alternava le ricerche sulla musica popolare dell’alta Valnerina e gli arrangiamenti per Gabriella, l’amore per i Rolling Stones e la scrittura di orchestrazioni classiche per la Radio italiana. Vedi, caro Ambrogio, dove mi porta il ricordo di te, di me e di Ettore che parliamo della sacralità della musica popolare, di quella memoria ancestrale scritta col fuoco di tante generazioni nell’identità profonda della tradizione orale. Buona fortuna per il tuo nuovo ruolo di ambasciatore della musica popolare italiana nel mondo.
(V.N.)