Mai più Concordia: ”un reality show di dimensioni mondiali”

Ho fatto bene.
A scrivere questa storia, dico. E a pubblicarla.
L’ho deciso un paio di giorni dopo l’uscita di “Mai più Concordia”, una sera verso le nove e mezzo, quando il mio cellulare ha vibrato. Perché venga scosso da brividi senza emettere alcun suono l’ho spiegato nel libro.
Sul display m’è apparso un numero che non avevo in rubrica. Poteva essere chiunque e, vista l’ora, era possibile che potesse trattarsi di una scocciatura.
Invece era la certezza d’aver fatto bene. Almeno sotto un aspetto.
Dall’altra parte c’era una donna matura, con una voce forte e decisa. Era la mamma di uno dei sommozzatori dei vigili del fuoco che hanno lavorato nella Concordia.
“Ho letto il suo libro tutto d’un fiato”, mi ha detto. “E ho pianto”, mi ha confessato.
Sì, ho fatto bene.
Era anche questo il mio intento: dare voce e immagine a loro, ai vigili del fuoco che rischiano la pelle tutti i giorni. Senza retorica e nel bene e nel male, perché anche da noi non sono tutte rose e fiori.
E mi sa che ce l’ho fatta. Penso che quella che m’ha chiamato sia la mamma di tutti, la mamma di ciascuno dei trentamila pompieri che abbiamo; ma anche la moglie, il padre, la figlia o l’amico.
Quella mamma è ogni cittadino d’Italia, che ha saputo e conosciuto e apprezzato questo pezzo di stato che lavora.
L’idea di scrivere l’avevo in testa da un po’ di tempo, esattamente dal terremoto dell’Aquila.
In quell’occasione non avevo fatto una cosa del genere, anche se avevo visto e sentito e vissuto tanto con i miei colleghi, che s’erano infilati in pertugi dove manco una serpe avrebbe voluto strisciare. Un solo obiettivo nella testa e nel cuore: ridare respiro a uomini e donne e a ragazzi e ragazze che erano stati sepolti vivi.
Ecco, stavolta glielo dovevo. Perciò ho scritto “Mai più Concordia”, dove la storia del naufragio passa attraverso sensazioni vissute sulla pelle.
Insieme ai fatti, ho riportato le emozioni che ho visto provare ai pompieri che sono entrati nel “ventre maledetto” della nave, recuperando i vivi e i morti: magari nessuno sapeva che i primi si sono trovati a pensare ai propri figli a ogni scricchiolio della nave o che qualcuno ha pianto al recupero di un corpo senza vita, anche se in quarant’anni di carriera gli era toccato di vederne un’infinità.
Come forse poco si era capito dei rischi che hanno corso o della straordinaria professionalità che hanno messo in un intervento di soccorso che è stato senza precedenti.
“Mai più Concordia” è questo. Eppoi è il dolore degli altri coinvolti nel naufragio.
Nel libro parlo di piani rovesciati, che non sono solo quelli della nave, ma anche quelli di vita delle vittime e dei loro parenti, quelli emotivi della gente del Giglio e dei soccorritori.
“Mai più Concordia” è anche un altro naufragio, quello dell’informazione, che a volte ha trasformato la tragedia in un reality show di dimensioni mondiali.

Luca Cari, autore di Mai più Concordia

Prologo integrale di “Cannabis Non Solo Fumo”

Questo il prologo integrale del libro Cannabis Non Solo Fumo, di recente uscita:

La storia della marijuana è straordinariamente complessa e si dipana per oltre due millenni, dando forma all’epopea di una pianta unica ed eccezionale. È una coltura non sempre com- presa e apprezzata che ha accompagnato l’homo sapiens nelle sue migrazioni fino ai confini del mondo. Questo libro non è semplicemente a favore della legalizzazione di una pianta, e dei suoi derivati, considerata fuorilegge dalle legislazioni mondiali, un vegetale utilizzato ogni anno da 150 milioni di persone a scopo psicotropo: la sostanza “illegale” più consumata al mondo, 10.000 tonnellate l’anno solo negli Usa. Si tratta piuttosto di provare a delineare i suoi percorsi all’interno della società moderna e illustrare i danni dell’attuale proibizionismo, enfatizzando le potenzialità, confermate da ripetuti successi sul campo, di questa pianta.

Per quanti hanno letto il volume dallo stesso titolo − pubblicato nel 2000 da questo medesimo editore, ripetutamente stampato ed esaurito −, l’impianto del libro è stato rivisto e aggiornato, a partire dalla storia più remota e fino ai nostri giorni. Oltre a illustrare dinamiche ed effetti dell’era proibizionista avviata nel mondo dopo il 1961, le pagine seguenti pongono rinnovata attenzione alla recente scena statunitense, con gli sviluppi sulla cannabis terapeutica nei molti Stati che la prevedono, l’avvento diffuso della hemp industry e l’imminente implementazione di strutture locali per l’uso ricreativo approvato in Colorado e Washington. Insieme a notizie dal resto del mondo, il testo include un esteso capitolo sulla situazione italiana, con informazioni di eventi e progetti a livello medico, industriale, imprenditoriale e politico – a riprova di un fronte antiproibizionista variegato e partecipato anche via Internet. Né manca lo spazio per la voce dei protagonisti, incluse le testimonianze di pazienti che usano marijuana terapeutica, proposte di legge per la depenalizzazione e altro ancora. L’obiettivo complessivo è quello di offrire un panorama a 360 gradi su storia, cultura e situazione mondiale (compresa quella italiana) relativa alla cannabis, con particolari di prima mano e riferimenti poco noti soprattutto ai più giovani.

I nostri interlocutori sono le nuove generazioni, per chiarire a chi non c’era, per esempio, come il successo del movimento del medical marijuana non si sia materializzato all’improv- viso, ma sia il frutto di decenni di un attivismo di base culminato negli anni ’60, quando negli Stati Uniti la cannabis divenne forza creativa e dinamica in una guerra culturale ancora in corso. Scenario che abbraccia il movimento hippy e quello pacifista, le sperimentazioni con l’LSD e l’esoterismo, la comunità gay e l’autodifesa dall’Aids, elementi portanti del fermento che animava particolarmente la Bay Area di San Francisco fino all’alba degli anni 1990, quando il contagioso impegno di pochi attivisti locali riuscì, tra discriminazioni e arresti, a far crescere radici nell’attuale business multimilionario che porta benefici a tanti malati; grazie anche al sostegno offerto da nuove ricerche scientifiche, da prove sul campo e da campagne di controinformazione – sebbene per i pazienti odierni quel che conta è l’accesso immediato e garantito alla medicina-cannabis.
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Sugli OGM, il Friuli e un albero nell’orto

In tema di agricoltura e Organismi Geneticamente Modificati (OGM), il 2014 inizia con la pubblicazione, da parte dell’associazione tedesca TestBiotech, del primo rapporto sulla contaminazione da OGM nel mondo, che documenta numerosi casi di diffusione incontrollata nell’ambiente di piante transgeniche, ed evidenzia l’impossibilità di coesistenza tra agricoltura tradizionale e OGM (testbiotech.org/en). Contemporaneamente sul sito web di alcuni giganti del biotech, è comparso il bilancio del primo quarto dell’anno finanziario, che mostra con soddisfazione gli incrementi di fatturato ottenuti, frutto di una crescente adozione di colture OGM (si veda per esempio, monsanto.com). In casa nostra, infine, la Presidente della Regione Friuli (quel Friuli delle semine illegali di mais transgenico) propone una bozza di regolamento regionale di coesistenza tra coltivazioni OGM e non-OGM che, secondo l’opinione di molti, aprirebbe le porte alla contaminazione della regione. In poche parole, gli OGM in agricoltura continuano a far discutere e a dividere.

Mi tornano allora in mente le parole di Aurelio, un agricoltore del paesino in cui vivo. Qualche tempo fa, voleva mettere un albero nel suo orto. “Niente di più facile – dissi – una visita ad un vivaio qualsiasi… Loro sapranno certamente quello di cui hai bisogno. L’acquisto, il trasporto della pianta, la messa in campo e qualche cura nel periodo successivo il trapianto”. “Non è così semplice – mi rispose – Prima di tutto, quale tipo di pianta scegliere? A foglie caduche o sempreverdi? Nel primo caso, farebbe ombra d’estate e lascerebbe passare la luce d’inverno, il che è buono per l’orto… ma un albero senza foglie perde molta della sua capacità di frangivento. Oppure, un albero con foglie sempreverdi… non avrei questo problema, ma potrebbe togliere luce e calore nel periodo invernale, e questo non è positivo, soprattutto per un orto come il mio che è esposto ad est e prende il sole solo di mattina”. Dissi che non ci avevo pensato.

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Abolita la Fini-Giovanardi, era ora!

La legge è illegale!
Dopo 8 anni di applicazione, millenni di galera per la somma delle condanne, vite spezzate e purtroppo alcuni morti in carcere, oggi la Fini Giovanardi è stata cancellata dalla corte costituzionale.
Il cartello “illegale è la legge” che sabato 8 febbraio ha portato in piazza a Roma decine di migliaia di persone invita tutti e tutte a festeggiare in piazza e ad attendere i primi 9500 detenuti che usciranno brindando alla libertà e contro gli interessi monopolistici delle mafie.
Oggi è per noi un nuovo 25 aprile, l’inizio di un nuovo inizio, non ci accontenteremo di tornare alla precedente 309/90, ma reclameremo da domani un avanzamento veloce verso politiche pragmatiche che depenalizzino e desanzionino i consumi di sostanze, riconoscendo alla cittadinanza il diritto a coltivare il proprio consumo.
La Cannabis è un bene comune come l’acqua, appartiene alla umanità e non si può affidarne il monopolio né alle narcomafie né alle multinazionali del tabacco.
Giusto o sbagliato non può essere reato.

(da: http://www.leggeillegale.org/)

Cannabis: il quadro sulla legalizzazione nel mondo (e in Italia)

Legalizzazione CannabisNegli anni settanta i movimenti alternativi e poi i Radicali e poi i gruppi della sinistra extraparlamentare, proposero attivamente una serie di legalizzazioni in tema di droga. Queste proposte continuarono anche dopo che una legge nazionale approvata dal Parlamento aveva sostanzialmente depenalizzato il consumo. Si capì subito che questo non bastava: l’economia, il mercato nero favorivano una diffusione devastante dell’eroina e un’iniezione strepitosa di liquidità nella casse della mafia, che fondò su questo il suo strapotere negli anni Ottanta, allargandosi a traffici finanziari al Nord. Dunque su questo punto la somministrazione di eroina legale da parte di istituzioni sanitarie, era l’unica soluzione possibile. La sinistra si spaccò. Da destra, qualcosa: il ministro della sanità, il liberale Renato Altissimo si schierò a favore. Venti anni dopo, il primo governo rossoverde in Germania: il modello di eroina legalizzata per i tossicodipendenti che non sono riusciti con altre strade a liberarsi dagli aspetti più drammatici della dipendenza, passa in 14 città chiave. Quando tornano al potere, i democristiani della Merkel hanno il coraggio di non toccare un sistema che ha già dato ottimi risultati.

Negli Stati Uniti, quando si capisce che Washington può essere troppo debole per imporre uno schema antiproibizionista (il Presidente Carter ci aveva provato, ma potentissime agenzie come la Drug Enforcement Administration lottano come furie), i movimenti e le associazioni locali decidono di mettere in atto strategie che bypassano il parlamento e si rivolgono direttamente ai cittadini e alla Corte Suprema. È una tecnica che dà i suoi frutti alla fine degli anni Novanta e all’inizio dei Duemila. In Usa referendum propositivi possono essere indetti in ciascuno dei cinquanta Stati e su qualunque tema: nozze gay, eutanasia, etc. Chi vince vince. Passa la sua legge. Anche per la Corte suprema vige un meccanismo analogo: la legalizzazione dell’aborto è stata introdotta così (la storica sentenza del gennaio 1973 sul caso Roe vs. Wade).

In questa partita, c’è un convitato di pietra: la criminalità che guadagna mille miliardi di euro all’anno (metà del PIL italiano) sul business della marijuana proibita, della cocaina, dell’eroina. In Colombia, maggior produttore di coca, i trafficanti hanno corrotto governi per evitare qualsiasi iniziativa antiproibizionista che per loro significherebbe la fine. In Italia, la patria europea delle narcomafie, con la n’drangheta che si spinge in Lombardia e in Germania, le narcolobby agiscono nell’ombra. In Messico, non sono bastati sessantamila morti nelle guerre di droga a convincere un governo in carica a fare qualcosa. Ma hanno convinto ex presidenti di Centro e Sud America a dare vita al più grosso fenomeno di politica della droga degli ultimi dieci anni: un’operazione di grande chiarezza a favore delle legalizzazioni che ha portato queste eminenti personalità ad aderire alla Global Commission, insieme a Kofi Annan, già segretario generale delle Nazioni Unite. Continue reading