“Scrivi la città”: antologia libera nata insieme ad Arcireport
Arcireport, il settimanale dell’Arci, aveva annunciato un po’ di tempo fa Scrivi la città, il concorso letterario che aveva lanciato insieme alla casa editrice Stampa Alternativa. Come già accaduto per Creative Commons in noir, uscita nell’ottobre 2008, anche questa iniziativa editoriale muoveva da un punto preciso: oltre al tema del concorso, i partecipanti dovevano essere consapevoli che il libro, diventato un Millelire da poco in circolazione, sarebbe stato rilasciato con una licenza Creative Commons, questa nello specifico. Così, mentre è in corso l’organizzazione della cerimonia di premiazione dei quindici vincitori, ecco che sia su carta che in rete sono disponibili i testi che sono stati selezionati dalla giuria. Di seguito ecco le parole che introducono questa nuova antologia:
La città è un incrocio di vie e persone. La città è palazzi e tetti e storie che si toccano e intrecciano o che si sfiorano senza mai incontrarsi. La città è solitudine e incontro. Paura e solidarietà. Memoria e oblio. Passato e futuro. La città sono megalopoli immense abitate da estranei o piccoli centri di provincia dove tutti si conoscono. “Città” è questo e mille altre cose ancora.
Per questo, quando la redazione di Arcireport ha deciso di indire un concorso per racconti brevi in Creative Commons, ha scelto come titolo “Scrivi la città”. Perché, attraverso le narrazioni che ci sarebbero giunte, volevamo provare ad allacciare le maglie delle metropoli, immaginarie e reali, nelle quali viviamo la nostra contemporaneità. Quello che ci è arrivato, attraverso gli oltre sessanta racconti che trovate interamente pubblicati sul nostro blog e in parte in questa selezione scelta dai nostri giurati, è un caleidoscopio del quale è impossibile dare una definizione univoca, ma che vi invitiamo a leggere e interpretare, convinti che ci troverete anche voi quella ricchezza di vite, idee e sensazioni che noi vi abbiamo scorto.
Creative Commons in Noir: sabato la presentazione a Bologna
Creative Commons in Noir nasce come un concorso letterario declinato sotto una duplice chiave: la passione per il mistero e quella per la libertà di cultura. Gli autori che hanno deciso di mettersi in gioco sono stati sessantotto e i loro lavori sono stati passati a una giuria che ne ha selezionati dieci. E da questi ha preso vita l’antologia, uscita nella collana Euro/Millelire, che si andrà a presentare sabato 15 novembre, alle 18, presso la Libreria Irnerio di Bologna (via Irnerio, 27 - 051.25.10.50). All’incontro parteciperanno:
- Marcello Baraghini, direttore editoriale di Stampa Alternativa
- Marco Gallorini, ideatore e organizzatore del Copyleft Festival
- Jadel Andreetto, ensemble narrativo Kai Zen
- Bruno Fiorini, ensemble narrativo Kai Zen
Tra i vincitori che hanno confermato la loro presenza (ma chi volesse essere presente e dare la sua adesione ha sempre tempo per farlo), ci sono:
- Davide Bacchilega, autore di Scultura
- Michele Frisia, autore di Saint Vincent
- Alberto Giorgi, autore di Angelo mio
- Karim Mangino, autore di Il male
- Angela Venuti, autore di Una vera signora
I racconti di Creative Commons in Noir: “Erano in tre” di Paolo Ferrari
Nella stanza erano in tre.
Uno era nero, grande e grosso, simile a un vecchio armadio tarlato per via delle spalle curve e della cicatrice. Si chiamava Mamadou e da quando un machete l’aveva accarezzato giù in Africa, una lunga squama bianca gli attraversava il viso, dall’orecchio destro fino al labbro. Il secondo era Rachid, il libanese. Era minuto e indossava un sari bianco per sembrare pachistano quando vendeva collane di perline di plastica in riva al mare. Era lui a tenere il coltello e a guardarsi in giro attraverso gli occhialini rotondi da Ghandi, perché Mamadou invece aveva lo sguardo fisso e non sembrava mai accorgersi di niente. Poi c’era Sonia. Tremava sdraiata sul letto, imbavagliata e legata con la prolunga del ferro da stiro che stava usando quando i due erano entrati, lo stesso ferro che era servito a Rachid quando senza nessun motivo apparente le aveva bruciato la guancia sinistra.
Era successo così: era mattina e i due camminavano per strada, Rachid girava gli occhi a scatti e sembrava in preda a una qualche febbre, mentre Mamadou lo seguiva come una grande ombra deforme. Erano insieme da una settimana, da quando per caso avevano mangiato minestrone e pane alla mensa della Caritas. Erano usciti insieme e insieme erano rimasti, forse per farsi compagnia, forse perché la disperazione tende a coagularsi come il sangue. Sonia era davanti a casa, quella che aveva preso in affitto quando era arrivata dall’Ungheria per fare la pornostar. Due, tre film pagati poco e male e poi aveva aggiustato il tiro. Qualche foto di scena su internet e adesso faceva la escort e stava bene. Cinquecento per una notte, mille per un weekend.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Corso dei mille” di Antonio Pagliaro
1.
Sedettero attorno al tavolo della sala da pranzo. Erano: Turi Chiarenza, capomandamento di Resuttana, il sotto Pino, il consigliere don Falù, il capodecina Giannuzzo e cinque soldati. Chiarenza si sentiva di cattivo umore. Non era uomo che amava sparare, ma concordava sulla necessità di rimettere le cose a posto. Non si sarebbe scatenata nessuna guerra. Era un’ammazzatina sola, e sarebbe tornata pace e prosperità. C’era silenzio. Gli uomini d’onore attendevano le parole del capo.
“Non bisogna fare piangere i giusti per il peccatore.” – disse Chiarenza – “Questa cosa che è successa non è stata buona educazione. Perché ora piangono i giusti. Ma i giusti non sono Gesù Cristo, e dobbiamo togliere di mezzo ai peccatori per tornare alla giustizia”.
Poi parlò don Falù.
“Corso dei Mille passa a Innocenzo Tagliavìa. S’avi a astutari a Saro Tagliavìa e s’avi a astutari pure il figlio s’iddu un giorno si vuole vendicari” – sentenziò.
Diede le istruzioni: l’azione toccava a ‘u turcu e ‘u milinciana. In appoggio, gli altri uomini avrebbero controllato la zona. Al figlio ci avrebbe pensato ‘u koggiak.
“E se Innocenzo Tagliavìa ci sta tradendo?” – chiese ‘u turcu.
Don Falù guardò il boss. Turi Chiarenza scosse il capo. ‘U turcu: “Sempre un Tagliavìa è”.
“La vergogna è più grande dentro la stessa famiglia” – rispose Chiarenza, e con un gesto chiuse la discussione.
“La moto è qui sotto in garage,” – proseguì don Falù – “appena Innocenzo Tagliavìa chiama, uscite”.
Parlava a ‘u turcu, che avrebbe guidato, e a ‘u milinciana, che avrebbe sparato. Don Falù si alzò. Scendiamo in garage, disse ai due. Scesero. Indicò la moto, una Ducati 900 nuova.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Una vera signora” di Angela Venuti
Comignoli ed antenne si inseguono sui tetti di Taranto Vecchia. Sorvegliano vicoli stretti e desolati. Un gruppo di ragazzini schiamazza dietro ad un pallone, mentre un’anziana donna, dal balcone, grida loro di smetterla. Claretta trascina le gambe esauste su per via Duomo. Esile, carnagione scura e capelli ricci, Claretta ha il viso stanco e scarno di chi non mangia e dorme abbastanza. Le pesanti buste della spesa le segano le dita già gonfie ed arrossate. Si ferma per non essere travolta dal branco chiassoso. Lascia le buste e si massaggia le mani doloranti. Come sono ridotte a soli trent’anni! Ogni giorno a fare le pulizie a casa di qualcuno. La “gente bene” che vive nel Borgo.
Arroganti e presuntuosi, la trattano come una serva. Morti di fame arricchiti, ecco cosa sono. Tutti tranne la signora Binetti. Lei si che è una vera signora. Sempre gentile e premurosa. Il martedì, giorno in cui tocca alla signora Binetti, Claretta si sente felice. Lascia da parte i pensieri e solleva nuovamente le buste. Da via Duomo imbocca un vico cupo e maleodorante che persino la luce del sole disdegna. Pochi passi ed entra in un piccolo portone. Il pensiero di trovare in casa suo marito Aldo la spaventa. Spera quasi che sia ad ubriacarsi con gli amici così al rientro non avrà voglia di batterla. Se le va male, però, starà dormendo della grossa e di solito si alza di cattivo umore. Allora per lei sono guai. Quando apre la porta viene investita dal sonoro russare dell’uomo. Sudore freddo lungo la schiena. Attenta a non fare rumore, cammina in punta di piedi ed appoggia le buste sul tavolo della cucina. Un’improvvisa fitta al basso ventre la piega in due e le smorza il respiro.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Il Male” di Karim Mangino
Non commettere il male, con pensieri, opere, omissioni…
Una goccia di ketchup cadde in un angolo della tastiera, ma Corrado non ci fece caso. Era troppo eccitato per la prova che stava per fare. Diede un morso al panino e digitò la password per accedere al programma. La poltroncina cigolò sotto il suo peso, aveva ventidue anni e la vita sedentaria, trascorsa chiuso in camera davanti al computer a nutrirsi di tramezzini e bibite gassate, aveva fatto arrivare il suo peso oltre i centocinquanta chili.
Quella mattina per Corrado era un grande giorno. Era un anno che lavorava al suo progetto, dodici lunghi mesi di tentativi, riprogrammazioni, frustrazioni e sudore che ora si condensavano nel test che stava per fare, per vedere se quello che aveva creato funzionava davvero. Lo schermo lampeggiò aprendo una finestra che richiedeva una seconda password. Nel frattempo Corrado aveva acceso un’altra apparecchiatura elettronica che occupava quasi interamente la scrivania dando alla piccola camera da letto l’aspetto di una centrale comandi di una nave. La stanza fu invasa da un fastidioso ronzio come una radio fuori sintonia, intervallato di tanto in tanto da suoni acuti e stridenti.
Il rumore non gli impedì di sentire che qualcuno bussava alla porta.
– Chi è? – chiese. Sapeva benissimo che dall’altra parte della porta c’era l’unica persona che viveva in casa con lui. Sua madre.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Talpe” di Paolo Delpino
L’equipaggio è composto da due persone, Rico e la sottoscritta.
Faccio parte dell’organizzazione da quattro mesi, ma è solo la seconda missione che compio insieme a lui, perché i componenti degli equipaggi vengono ruotati di frequente: una delle regole recita infatti che non si devono mai effettuare due missioni di seguito con lo stesso compagno.
Oggi il nostro compito consiste nel raggiungere un’area di sosta sull’autostrada e aspettare.
Rico ha parcheggiato l’auto dietro al grill, al termine della rampa che sale dal distributore, per cui risulta nascosta alla vista di chi entra nell’area di servizio.
Benché l’equipaggio sia composto da noi due soli, i nostri compiti sono accuratamente distinti: Rico è il nocchiero, io il gabbiere, secondo la definizione del capo, affezionato ai termini marinareschi.
Al nocchiero tocca condurre l’auto, al gabbiere osservare.
E neppure condividiamo le informazioni: infatti il luogo dell’appuntamento viene comunicato solo al primo, il segnale di riconoscimento al secondo.
Il segnale di riconoscimento è un gesto comune, ma inequivoco, come chinarsi ad allacciare una scarpa, spiegare un giornale, estrarre un portafoglio per esaminarne il contenuto.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Saint Vincent” di Michele Frisia
Dieci anni a Saint Vincent, fra strozzini e case d’appuntamenti, scivolando sulla moquette del casinò e ballando il rock’n roll sulla tomba delle mie buone intenzioni. Dieci anni a Saint Vincent. Questo è il mio inferno.
Lavoravo come meccanico, lontano da qui, quando Salvatore arrivò nel quartiere. Non cercava pubblicità per cui non sapevo chi fosse, o non l’avrei mai toccato. Pomeriggio caldo e silenzioso, smontando il differenziale di una Saxo; avevo trovato problemi ed ero innervosito dalla coppa e dai bulloni, quando lo vidi dall’altra parte della strada. Stava picchiando una ragazza, con le nocche: e non sopporto chi picchia le donne. Lui si accorse che stavo arrivando quando ero ancora in mezzo alla carreggiata, con lo straccio unto di grasso fra le mani e la salopette che mi stringeva sulla pancia. Si accorse che stavo arrivando, ma non gli servì. Il giorno dopo entrò in officina un uomo. Aveva un accento spiccato. — Salvatore ha parenti importanti… – mi stava dicendo. Ma io non lo ascoltavo più. Lo sguardo era magnetizzato dalla pistola nella mano; la teneva appoggiata sul palmo, senza impugnarla, con il tamburo in bella vista. — Hai sbagliato. Ma nessuno era mai riuscito a buttare giù Salvatore, e qualcuno più influente di me sostiene che potresti esserci utile. Assumerti anziché ammazzarti…
Da quel giorno sono passati dieci anni. Dieci anni a risolvere problemi e riscuotere crediti. Dieci anni da incendiario e guardia del corpo e picchiatore. Dieci anni su e giù dal confine. E forse Saint Vincent è soltanto il mio purgatorio.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Angelo mio” di Alberto Giorgi
La lama punta diritta verso la mia pancia e io non ce la faccio a staccare gli occhi dal bastardo che la maneggia. Il Calabrese è stravolto, mi guarda con odio e io non riesco a evitare il peggio; non è che non voglio farlo, è lui che è troppo svelto. Riesco solo a dire merda.
Un attimo dopo la lama guizza, la sento intaccare l’osso, ruotare per allinearsi allo spazio tra le costole e infilarsi dentro. Il dolore è forte e io cado a terra. Lo scalpiccio di quello stronzo che scappa mi si fissa nelle orecchie; vorrei rincorrerlo, ma ha lasciato il coltello piantato nel mio petto. Fa un male boia, cerco di girarmi sul fianco, ma non ci riesco. Le mie mani si aggrappano al selciato. Sollevo un po’ la testa e fisso la madreperla bianca e le borchie di metallo lucido del manico: mi sembra familiare. Un attimo dopo arriva mia moglie. Urla il mio nome e si mette a piangere dicendo cose che non capisco. Tutto diventa liquido, ovattato e distorto. Cerco di respirare e la bocca mi si riempie di sangue. Cerco di sputare e invece tossisco, ed è una sensazione orribile. Lei mi stringe la mano, poi tutto si calma e mi sento bene; è fatta, mi dico. Lei si curva sul mio corpo e chiede cento volte perché.
Ora te lo spiego io perché, angelo mio.
Figlio di puttana, mi ha urlato quel bastardo di Calabrese dalla strada, vieni giù che t’ammazzo.
Stai calmo, gli ho risposto dalla finestra, che ti succede?
E lui: te la sei voluta scopare e adesso dobbiamo regolare i conti.
E io: ma sei impazzito? Di che cazzo parli?
Parlo di quella zoccola di mia moglie, ha sbraitato, quella che ti sei sbattuto sul mio letto, alla faccia mia.
Sei fuori di testa, io, a tua moglie, neanche la riconosco per strada.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Il timbro e il flagello” di Alberto Prunetti
Dal fondo della foresta saliva il fragore di una canizza: i segugi avevano scovato il cinghiale e lo inseguivano, e i cacciatori alla bracca lanciavano urla bestiali e disumane, per spaventar la preda e spingerla verso le poste, dove l’aspettavano altri con archibugi e fucili a palle spezzate. Crescevano i latrati e risuonarono alcune esplosioni, e poi fu silenzio di nuovo.
Leonardo Ximenes, gesuita e matematico del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, nell’anno di grazia 1766 seguiva un irto sentiero che conduceva al paese di Tirli, nella provincia la più dimenticata di quell’augusto Sovrano. Detta Provincia, nominata Maremma, è nota per la gran quantità di chiari d’acqua costiera, ricolmi di acque torbe e di mefitiche circolazioni d’aria che apportano un grave danno alla salute degli abitanti di quei luoghi. Abitanti che, per parte loro, son la peggior genia che si possa immaginare.
- Quanto mancherà al paese di Tirli?, chiese Ximenes al servitore.
- Pochi minuti al trotto, signore, rispose quello.
- E già ci hanno dato il benvenuto con le loro urla beluine.
- Vede, mio signore, qua la gente non ha altro spasso che la caccia.
- Ma la fanno di frodo, senza pagar dazio a sua Altezza, o rispettare le proprietà dei terreni.
- Loro li chiamano usi civici, signore, e sostengono di poter cacciare dove e quando possono.
- Già, e nessuno è in grado di insegnar loro a rispettare le proprietà. E che dicono i loro preti?
- Signore, i loro preti sono i peggiori, tra loro.
- Ah, di questo parlerò con la persona che mi attende in Tirli, che la condotta delle genti è affar suo, come mio è il governo delle acque.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Apocalisse di Giovanni” di Luciano Pagano
Giovanni ti sta sul cazzo per diversi motivi, che enumeri in un momento di lucidità:
Giovanni ti sta sul cazzo perché ha sposato Marina, una ragazza con cui hai convissuto per sei splendidi anni, fino al giorno in cui lei si gira verso di te e ti rivolge la Parola, sei sudato, hai appena finito di aggiustare la lavatrice spostandola di cinquanta centimetri in avanti rispetto al luogo occupato da sempre per poi rimetterla al suo posto con uno sforzo da ernia, ti guarda negli occhi e ti dice che non ti potrà mai dare un figlio per problemi congeniti di natura fisiologica, non ricordi dove, ovaie, falloppio, non ricordi dove, devi decidere se ti va di continuare a vivere con lei oppure no. Allora vi siete lasciati, tu ci hai sofferto non poco, i tuoi amici ti additavano in strada come una bestia – La Bestia - nessuno dei tuoi conoscenti ti ha dato modo di spiegare le tue ragioni (ne avevi?), nemmeno il tuo migliore amico, il grande Giovanni, che dopo poco meno di sei mesi si è messo insieme a Marina, e dopo un anno l’ha sposata. Grazie alla promozione di Giovanni lei ha lasciato il lavoro per dedicarsi al suo hobby, la pittura, i due sono riusciti ad adottare un bambino, Marco, che oggi compie gli anni. Un amore al capolinea vale l’apertura del Primo sigillo.
C’è un altro motivo per il quale Giovanni ti sta sul cazzo. Giovanni – Giovanni il tuo più caro amico di un tempo – Giovanni che si sarebbe detto un fratello – ti ha soffiato una promozione sul lavoro – la promozione più importante. Esiste una versione dei fatti secondo cui le cose sarebbero andate pressappoco in questo modo: tu e Giovanni, colleghi da diversi anni, eravate in lizza per ottenere il posto di Vicepresidente nell’Agenzia di Comunicazione dove eravate impiegati, ci siete andati vicini tutti e due a quel posto del cazzo, o meglio, tu ci sei andato vicinissimo mentre lui, grazie a qualche cena, una manciata di email, qualche telefonatina di convenienza e tanti, tanti messaggini, ha incollato le sue narici al culo del vostro capo Guzzi e ti ha soffiato il posto, si insomma, “nel nostro paese è così che funziona”; e pensare che più di una volta lo avevi sentito parlare male di Guzzi, in pubblico e privato, troppo tardi hai capito quale fosse la sua tecnica, quella di sparlare e indurti a sparlare di qualcuno per allontanartene, così lui faceva i suoi comodi con la stessa persona al riparo dai tuoi possibili avvicinamenti, un teorema sul comportamento umano che vale l’apertura del Secondo Sigillo.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “La marmellata di more” di Euro Carello
La luce che viene dalla scala è poca, però gli occhi adesso si sono abituati e riesco a vedere abbastanza. Mentre scorro col dito sui barattoli, mammina grida forte e dice anche le parole brutte che se le dico io mi lava la bocca col sapone. Anche mia sorella, grida, con i versi strani che fa lei.
Per fortuna, sui barattoli insieme a quei segni neri che io non so c’è anche il disegno, così non mi sbaglio e capisco subito qual è quello della marmellata di more, non posso confonderlo con quella di fragole o di fichi. È questo qui grande con il coperchio d’oro, vicino alla passata, ma quella si distingue bene perché è tutta rossa. Perché a me mi piace solo quella di more, di marmellata. Mi piace perché è dolce ma non tanto, ha anche un po’ di acido. Poi mi piacciono i granellini che restano sulla lingua e la fanno diventare tutta nera, che nello specchio sembro uno di quei mostri della tv che li guardo con un occhio solo da sotto la coperta.
Mammina intanto continua a gridare ahi ahi che male aiutami aiutami , ma forte forte, così tanto che mi fa male alle orecchie. Dalla porta della cantina adesso viene un pochino di luce che si muove di qua e di là, si vede che mammina è riuscita a trovare di nuovo la pila.
Adesso però non mi devo distrarre, per andare su dalla scala devo fare attenzione a non inciampare.
Vado avanti con il barattolo stretto sulla pancia e striscio i piedi, che anche se le pantofole si sporcano tutte non importa, tanto io lo so dov’è che è la spazzola, così poi le pulisco.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Scultura” di Davide Bacchilega
Quando mi chiedono cosa faccio, io dico: «Un carrello per la spesa».
La gente non lo trova molto artistico, non lo trova molto chic. Perché quando lo chiedono agli altri, cosa fanno, gli altri dicono: «Un igloo con oblò».
Dicono: «L’auto da corsa di Fangio».
Dicono: «La mongolfiera di Montgolfier».
Dicono: «La Sacra Famiglia».
Perché quando lo chiedono agli altri, cosa fanno, gli altri ti raccontano di sogni da discount: una casa da fiaba, un’auto veloce, la sfida del volo, l’illusione della fede. È l’immaginazione a portata di mano, quella rassicurante, che non si spinge mai troppo in là.
Ma quando lo chiedono a me, cosa faccio, io dico: «Un carrello per la spesa». E la gente che si becca la mia risposta, poi mi guarda strano. Pensano che io sia un vecchio sciroccato, e tutto sommato hanno ragione.
Anche in carcere dicevano che lo ero. Sciroccato, non vecchio. Per quella mania di scolpire i mattoni. Statuette facevo, soldatini, guardie e ladri. Là dentro lo devi trovare per forza un modo per occupare la mente, uno qualsiasi. Altrimenti il pavimento t’ingoia, e ci rimani.
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Creative Commons in Noir: i dieci racconti selezionati
Aggiornamento del 15 febbraio: congratulandoci con l’autore del racconto che si è classificato in settima posizione per aver vinto nel frattempo un altro concorso letterario, comunichiamo che la classifica finale di Creative Commons in Noir subisce una piccola variazione e nella rosa degli autori che verranno pubblicato nell’antologia di Stampa Alternativa si inserisce questo testo:
- “Erano in tre” di Paolo Ferrari, valutazione: 42,5 punti
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Eccoci con il risultato finale del concorso Creative Commons in Noir che abbiamo proposto la scorsa estate e che si è chiuso il 31 ottobre 2007. La rosa dei dieci racconti individuati dalla giuria sono i seguenti:
- “Scultura” di Davide Bacchilega, valutazione: 56 punti
- “La marmellata di more” di Euro Carello, valutazione: 53 punti
- “Apocalisse di Giovanni” Luciano Pagano, valutazione: 48 punti
- “Il timbro e il flagello” di Alberto Prunetti, valutazione: 47 punti
- “Angelo mio” di Alberto Giorgi, valutazione, 47 punti
- “Saint Vincent” di Michele Frisia, valutazione: 45 punti
- “Talpe” di Paolo Delfino, valutazione: 44,5 punti
- “Il male” di Karim Mangino, valutazione: 44 punti
- “Una vera signora” di Angela Venuti, valutazione: 43,5 punti
- “Corso dei mille” di Antonio Pagliaro, valutazione: 43 punti
A cominciare dai prossimi giorni, inizieremo a pubblicarli su Fronte della Comunicazione e nelle prossime settimane si partirà a lavorare all’antologia formato Millelire che raccoglierà i dieci racconti selezionati. Non appena avremo poi tutte le informazioni per l’evento dedicato all’argomento Creative Commons, evento che comprenderà la premiazione, pubblicheremo qui tutte le coordinate. Un grazie per intanto dalla redazione di Stampa Alternativa ai partecipanti - tutti e 68 - e alla giuria.
Creative Commons in Noir: primissimo bilancio
Ok, abbiamo tirato le fila per quanto riguarda il concorso Creative Commons in Noir, lanciato l’estate scorsa per autori che volessero cimentarsi nella stesura di racconti di genere rilasciandoli con licenza Creative Commons. I racconti che ci sono pervenuti fino al 31 ottobre, data in cui scadeva il bando, sono stati sessantotto. Di questi, solo uno non è stato ritenuto valido a causa della lunghezza del testo: a fronte delle diecimila battute richieste nel regolamento, il racconto superava le 87 mila.
Gli altri, invece, sono stati inseriti nella lista dei concorrenti perché, oltre al numero di battute, hanno rispettato gli altri canoni richiesti, in primis l’apposizione della clausola di rilascio. E i giurati (Maurizio Matrone, Juan Carlos De Martin, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Antonella Beccaria, Erika Mattea Vida, Edi Pernici, Luciano Comida e Carla Melli) hanno ricevuto copia dei racconti e le griglie di valutazione. A questo punto, il prossimo appuntamento è per la fine di gennaio quando saranno annunciati i vincitori. Di seguito, inoltre, forniremo le informazioni circa la cerimonia di premiazione e l’antologia che scaturirà dalla selezione partita proprio in questi giorni.









