Antonio Ingroia: il disegno di legge attuale è tutela a senso unico

C'era una volta l'intercettazione“ I fatti si affermano con la loro ostinatezza”. Cosi Hannah Arendt nel suo libro “Verità e politica”. Una affermazione che il magistrato Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, porta con sè nei dibattiti, nelle interviste e nel suo libro scritto alcuni mesi fa (edito da Stampa Alternativa) sull’attualissimo tema delle intercettazioni dal titolo, C’era una volta l’intercettazione, quasi ad indicare una via, che al di là delle polemiche strumentali, è possibile seguire sempre: quella dei fatti. Pochi giorni dopo l’approvazione del cosiddetto “legittimo impedimento”, dopo la legge sul processo breve, il Disegno di legge sull’uso investigativo e giornalistico delle intercettazioni telefoniche. Con il magistrato Antonio Ingroia, abbiamo ricostruito i fatti e le informazioni mancanti su questo Ddl che sembra voler imbavagliare la stampa libera e mettere un freno alle indagini della magistratura.

Non sembrano esserci molti spazi di manovra per un cambiamento del Disegno di legge sulle intercettazioni soprattutto, come ha dichiarato ieri sera il ministro della Giustizia, Angelino Alfano “perché il Governo intende tutelare la privacy dei cittadini”. Non ci sono altri modi per garantire questa tutela senza privare gli investigatori di questo strumento prezioso?

Ci sono molti modi per farlo. Non nascondiamo che in passato ci sono stati problemi, violazioni del segreto investigativo, con danno agli indagati o a terzi coinvolti, ma di fronte a questa situazione è necessario trovare un punto di equilibrio che consenta da un lato di tutelare meglio le persone coinvolte in un’indagine ma dall’altra di garantire i cittadini e lo svolgimento delle indagini. Non si può in nome della tutela della privacy finire per cancellare lo strumento investigativo oggi più importante per contrastare i poteri criminali. Noi riteniamo che questo Disegno di legge non costituisca un punto di equilibrio perché tutela solo la privacy e non tutela la sicurezza dei cittadini.
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Maledetta fabbrica: un urlo silenzioso che sgomenta e indigna

Maledetta FabbricaNon capita giorno che non sentiamo per radio, per televisione o leggiamo sulle prime pagine dei quotidiani notizie di morti sul luogo di lavoro. Contadini schiacciati dai trattori o falcidiati dalla mietitrebbia, operai folgorati dai cavi dell’alta tensione, muratori precipitati dalle impalcature, guidatori di tir coinvolti in incidenti stradali mortali magari reduci da turni estenuanti, senza pause, senza che vengano rispettate le più elementari regole di sicurezza per la salvaguardia dell’incolumità dei lavoratori.

Le loro vite sono vite a perdere, ci si indigna, si recrimina ma poi ogni giorno tutto si ripete da capo come da copione. Maledetta Fabbrica - Il lavoro che uccide è un breve saggio che racchiude 5 testimonianze, cinque racconti di importanti scrittori tra cui Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli Jean, Pierre Levaray e Valerio Varesi che narrano in maniera coinvolgente e diretta, senza facili commiserazioni, questa immane tragedia perché la vita umana dei lavoratori in realtà è il bene meno tutelato e le campagne di sensibilizzazione ora in atto sono più o meno che un cerotto su una piaga sanguinante.

Cinque racconti ustionanti, privi di retorica che portano all’attenzione una verità scomoda, un nervo scoperto che si vorrebbe ignorare, perché si preferisce ignorare che di lavoro si muore, che spesso le vittime non avevano alcun dispositivo di sicurezza, perché costa comprare caschi, scarpe rinforzate, cavi di sicurezza, è scomodo indossarli, è scomodo controllare che tutti i dispositivi di sicurezza delle macchine siano funzionanti, per una lamentela si può rischiare di perdere il posto di lavoro, non conviene, e il profitto è il vero dio da adorare e in suo nome che non si può perdere tempo ad occuparsi di una cosa così banale ed ininfluente come la vita degli operai. Tanto di disoccupati ce ne sono tanti, gente da sotituire come bullloni in un meccanismo disumano e inarrestabile. Carne da macello, italiana, straniera, più o meno in regola con i permessi di soggiorno alla faccia di tutte le manovre per regolamentare il lavoro nero.
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Le tigri di Telecom: lavare l’onore della moglie del capo

Le tigri di TelecomAncora sulla scia della cronaca, riproponiamo un brano tratto dal libro Le tigri di Telecom, scritto da Andrea Pompili, che del Tiger Team ha fatto parte, e uscito nel febbraio 2009 all’interno della collana Senza Finzione. Anche in questo caso, come in quello di Assalto alla Diaz di Simona Mammano, segnalato la settimana scorsa, il volume continua a mantenere forti tratti d’attualità, dato ciò che via via viene detto in sede giudiziaria a proposito dello scandalo Telecom Sismi. (Antonella Beccaria, co-direttrice della collana Senza Finzione)

La pietra dello scandalo era il portale SvanityFair, un sito Internet di gossip, che nel marzo 2003 aveva pubblicato foto compromettenti di Afef Jnifen, moglie di Marco Tronchetti Provera. Era chiaro che le immagini erano state fornite da qualcuno vicino alla famiglia del presidente. Si pensò quindi a un furto o a uno squallido sistema per arrotondare lo stipendio.

Per comprendere l’accaduto, era necessario partire dal sito Internet incriminato e da qui rintracciare chi aveva ottenuto e pubblicato quel materiale. Si cominciò ad analizzarlo e a raccogliere informazioni: proprietario, collegamenti ad altri portali, riferimenti, aziende collegate, indiscrezioni e notizie su fonti aperte. Anche io diedi una mano: dovevo occuparmi di chi aveva registrato il dominio del sito e di eventuali parametri tecnici utili per risalire all’autore della pubblicazione.

Ma non bastava. Fabio Ghioni decise che era necessario fare sul serio e organizzò l’incontro tra me e Ibm proprio per sbrigare le questioni burocratiche relative alla delicata commessa. Il nome in codice dell’attività divenne “RadioMaria”, una sua trovata forse legata al fatto che abitavo vicino alle antenne della radio religiosa, e sotto quel buffo appellativo si mise in moto la rudimentale macchina difensiva di Telecom Italia.
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“Assalto alla Diaz” (Senza finzione): un libro che anticipa gli esiti in giudizio

Assalto alla DiazQuando siamo partiti con la collana Senza finzione, avevamo un punto di partenza e uno scopo. Il primo era di cogliere alcuni temi urgenti o caldi del dibattito pubblico. Il secondo rispondere a questi temi con dei libri che li sviscerassero. A un anno e mezzo dall’avvio della collana, possiamo dire che in più di un caso abbiamo raggiunto quanto ci eravamo prefissi. Lo dimostra il libro Assalto alla Diaz di Simona Mammano alla luce delle recenti sentenze: la condanna in appello a Gianni De Gennaro, nel 2001 capo della polizia, e a maggio, sempre in secondo grado, quella ai venticinque imputati per le violenze all’interno della scuola genovese. Per questo riproponiamo un estratto dal libro dell’autrice di Assalto alla Diaz. (Antonella Beccaria, co-direttrice della collana Senza Finzione)

Il prefetto, con provvedimento del capo della polizia De Gennaro, viene incaricato di sovrintendere a tutta l’organizzazione dei servizi di ordine pubblico, in occasione del G8. Durante quei giorni, Ansoino Andreassi era convinto di avere la funzione di vicecapo della polizia. In realtà non è così: dal 1° luglio era stato rimosso senza che gli fosse notificato (come invece è d’obbligo) il provvedimento che cambiava la sua funzione. Tale provvedimento fu adottato dal ministro dell’Interno su conforme decreto del presidente del Consiglio dei ministri.

Andreassi spiega che già la mattinata di sabato 21 luglio aveva notato un cambio di indirizzo voluto dal capo della polizia. Verso le 11 le telecamere di un elicottero inquadrarono un furgone all’interno del quale si vedevano persone che distribuivano mazze ai dimostranti. Dal giorno precedente erano stati visti ragazzi vestiti di nero, con passa-montagna e caschi, che si rifornivano in punti diversi della città. Molte persone lo avevano segnalato alla centrale operativa di polizia e carabinieri, che si erano messi alla sua ricerca. Era necessario intercettarlo, ma al momento di agire De Gennaro chiamò Andreassi per comunicargli che quell’intervento doveva essere affidato a Gratteri, dirigente dello SCO (Servizio Centrale Operativo).

L’operazione consisteva nella perquisizione alla scuola Paul Klee, dove vennero arrestate una ventina di persone e dove furono rinvenuti pezzi di autoradio della polizia o dei carabinieri e altri oggetti che rendevano possibile un coinvolgimento dei fermati negli scontri del giorno precedente. Affidare l’intervento a Gratteri, secondo Andreassi, significava un cambiamento, vale a dire la necessità di mobilitare le unità ritenute più efficienti, più rapide, per procedere agli arresti, visto che la città era stata devastata poche ore prima e la reazione da parte delle forze dell’ordine non era stata abbastanza efficace.
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Il racconto del pm Ingroia: “Sono vivo grazie alle intercettazioni”

C'era una volta l'intercettazioneIl capo della mafia siciliana Bernardo Provenzano è imprendibile, ricercato da quarantasei anni e nove mesi. Dicono che si nasconda a un passo dalla sua casa di Corleone. È un fantasma: nessuno riesce mai a scovarlo. Una piccola folla ha applaudito ieri mattina nella parrocchia di Pagliarelli la bara di Gianni Nicchi detto Tiramisù, l’astro nascente di Cosa Nostra palermitana ucciso a colpi di pistola dai sicari del clan Lo Piccolo. Gli artificieri dei carabinieri hanno disinnescato l’ordigno piazzato sotto la casa del procuratore aggiunto Antonio Ingroia dagli uomini di Mimmo Raccuglia, il boss di Altofonte che dal 2000 è diventato il più pericoloso latitante al servizio di Totò Riina. Sarebbe andata cosi. Sarebbe andata così per legge. “L’ho scampata per un pelo”, racconta divertito - e poi neanche tanto - Antonio Ingroia, che era sulla lista nera di Raccuglia, mentre ricorda tutto ciò che (non) si sarebbe mai verificato in questi ultimi anni in Sicilia con il decreto voluto dal governo.

Il procuratore aggiunto l’ha scampata per un pelo grazie a una telecamera. Una di quelle che era puntata su un casolare di Calatafimi dove aveva trovato rifugio Mimmo Raccuglia, il mafioso che era pronto a farlo saltare in aria. Una telecamera che, qualcuno, adesso vorrebbe spegnere per sempre. Dice Ingroia: “Oggi l’installazione di una telecamera in un luogo pubblico viene autorizzata dal pubblico ministero per esigenze investigative, d’ora in avanti - se mai dovessero approvare anche questo - ci vogliono gli stessi gravi indizi di reato previsti per le intercettazioni ambientali e telefoniche per poterlo fare”. Si chiede Ingroia: “Ma come si fa ad avere la certezza che dentro un casolare ci sia un latitante se non si piazza una telecamera che vede chi entra e chi esce?”.

Mimmo Raccuglia sarebbe oggi ancora là, a cavallo fra le province di Palermo e di Trapani, a trafficare con il suo esplosivo. E Renato Cortese, il poliziotto che per otto anni ha inseguito il Padrino di Corleone, sarebbe ancora sulle colline davanti alla Montagna dei Cavalli disteso fra le sterpaglie e sotto gli ulivi a cercare il niente. Il più fortunato è stato però Gianni Nicchi, con quella telecamera che ancora c’era e l’ha fatto finire dentro, ha evitato le vendette dei “vecchi” di San Lorenzo.
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Ingroia: “Non riportiamo indietro l’orologio della storia della lotta alla criminalità”

C'era una volta l'intercettazioneIl procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia ha lanciato un appello al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi affinché vengano presentati dal governo “robusti emendamenti alla legge in discussione sulle intercettazioni”. Il procuratore aggiunto, che si occupa delle inchieste più delicate di mafia, ha detto: “Ho apprezzato molto le dichiarazioni del presidente Berlusconi quando dice, parlando del dilagare di fatti di corruzione, che ‘chi ha sbagliato deve pagare’. Credo anche che sia importante essere conseguenziali e che occorrerebbero emendamenti alla legge se si vuole davvero che i corruttori rispondano dei reati commessi e che la magistratura possa svolgere il ruolo di tutela della collettività fino in fondo”.

Abbiamo chiesto a Antonio Ingroia di mettere in ordine di importanza gli emendamenti che ritiene necessari al Ddl in discussione in Commissione Giustizia al Senato. Ecco i più importanti sul piano investigativo: per Ingroia il requisito dei ‘gravi indizi di reato’ necessario per autorizzare le intercettazioni deve rimanere una dicitura secca perché nel testo all’esame in Commissione Giustizia del Senato sono stati inseriti una serie di paletti che riconducono alla sussistenza della prova e quindi riportano, in sostanza, alla necessità di sussistenza di ‘gravi indizi di colpevolezza’ che era la prima dicitura della legge fortemente restrittiva per autorizzare il ricorso alle intercettazioni.

L’intercettazione, di fatto, nelle indagini serve sempre di più a raccogliere prove. Richiedere che le prove siano antecedenti alla disposizione dell’intercettazione significa riportare indietro l’orologio della storia della lotta alla criminalità. Significa spuntare le armi alle indagini che oggi sempre di più si avvalgono di strumenti tecnologici un tempo inesistenti, strumenti che hanno consentito consistenti passi avanti nell’individuazione dei colpevoli di svariati reati e nella prevenzione anche di nuovi delitti. Una posizione che Ingroia ha illustrato ampiamente nel suo libro C’era una volta l’intercettazione, edito da Stampa alternativa.
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Anti-memoria al Salone del Libro: certe cose meglio dimenticarle

Faremo memoriaLeonardo Sciascia diceva che l’Italia è un Paese senza memoria, che dimentica. Il Salone del Libro quest’anno ha deciso che il suo tema fosse la memoria. Ma quale? Solo quella che “si può o ci permettono di ricordare”. La cultura, il Salone dovrebbero avere la libertà di ricordare tutto, anzi dovrebbero avere il dovere di dar voce a chi di solito non ne ha, di far conoscere, chiarire quello che non di solito non ci viene detto e per questo tendiamo a dimenticare. Dovrebbe appunto. Ma la realtà è altra, sia nella cultura italiana e che al Salone, luogo ormai ufficiale che dovrebbe rappresentarla.

Già l’apertura del Salone, forse diplomaticamente inevitabile, del governatore leghista Cota e del ministro Sacconi, qualche linea guida l’avrà data. Così come dimostra pure la censura al libro di Alessandro Perissinotto che non è stato presentato al Salone di dittatura, di desaparecidos ma soprattutto di P2 e di Vaticano.

E così la bella tavola rotonda sugli anni di piombo che si doveva tenere oggi al Salone del libro, due settimane fa è stata improvvisamente mutata in secca presentazione tutta in mano a Stampa Alternativa. Ci siamo organizzati, abbiamo messo in piedi velocemente un bel dibattito intorno a un romanzo fuori dal comune, Voglio vivere così, che narra proprio quegli anni e vissuti in prima persona dall’autore, Ansoino Andreassi, ex prefetto che fece della filosofia della mediazione con i terroristi, la sua arma vincente, con Giancarlo Caselli Procuratore Capo della Repubblica di Torino e uomo che lavorò fianco a fianco anche con Andreassi per i reati di terrorismo riguardanti sia le Brigate Rosse che Prima Linea e che dal ’91 è stato anche consulente della Commissione Stragi.
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Disonora il padre e la madre: le impensabili dimensioni di una piaga sociale

Disonora il padre e la madreLe allarmanti notizie sui pedofili, che in questi giorni riempiono i giornali, denunciando nell’oggi le dimensioni impensabili di un problema antico, mi hanno stimolato a rileggere questo libro, per entrare dentro la notizia e provare a viverla insieme al bambino abusato. Disonora il padre e la madre è uscito lo scorso anno e alla prima lettura mi aveva lasciato senza parole: sapevo che la storia fosse inventata, come lo stesso autore informa nell’ultima pagina, ma ero altrettanto consapevole che il tanto doloroso argomento trattato fosse troppo vero e nascosto nella realtà quotidiana. Un problema dalle dimensioni così spropositate nel nascondimento, da farmi sentire incapace di qualsiasi reazione, come se non fosse possibile fare qualcosa. Alla stregua delle donne della famiglia di Antonio, il bimbo protagonista: la mamma, la nonna e la zia.

Ma la reazione non deve essere il silenzio, come insegna la sua maestra, che sarebbe una forma di collusione con i pedofili, così ho riletto il libro, per agire, parlarne e essere vicina ai bambini, vittime della prepotenza, dell’ignoranza, dell’abbandono e delle perversioni degli adulti: genitori, parenti, insegnanti, preti, nei luoghi familiari dell’educazione e della formazione. Parlare di questo libro significa liberare la voce di chi è costretto al silenzio, permettendo ai bimbi di gridare il loro dolore, uguale al dolore del mondo.

Disonora il padre e la madre è un bel romanzo, costruito così bene da far piangere e stupire, come succede nei momenti più autentici della vita, capace di sorprenderci con dei fatti, che superano la fantasia. E l’autore nelle ultime pagine, aderendo alla realtà, inventa una chiusa, che lascia a bocca aperta nel contenuto, uguale ad una rivelazione, che accende la luce su tutto quello che si è letto prima, offrendo un’inedita presa di coscienza, come se prima non si fosse compreso quasi nulla, sciogliendo i nodi narrativi, permettendo di capire il significato insito nelle parole, nelle azioni e nelle relazioni. Le ultime pagine si ricollegano alle prime, dove si raccontano le paure del buio da parte del protagonista, che anima il vuoto di mostri, cavallette e ragni giganti; un bimbo, Antonio, che non vuole sparare ai topi, né schiacciare le lumache, che non è mai stato in braccio al babbo, proveniente da una famiglia di freddi, dove nemmeno si toccano tra loro.
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Al Salone di Torino doppio appuntamento per la collana “Senza finzione”

Due gli appuntamenti a Torino per altrettanti libri compresi nella collana Senza finzione.

Maledetta Fabbrica Il primo è fissato per venerdì 14 maggio nello Spazio Autori B, dalle 16.00 alle 17.00, quando verrà presentato Maledetta fabbrica - Il lavoro che uccide, Tra gli autori, parteciperanno Patrick Fogli e Daniele Biacchessi, che farà un reading tratto dal suo spettacolo “Il lavoro rende liberi“, accompagnato dal cantautore Andrea Sigona. Inoltre parteciperanno alla discussione Donata Canta, segretaria della Camera del Lavoro di Torino, e la direttrice della collana, Simona Mammano

Voglio vivere così di Ansoino AndreassiDomenica 16 maggio, invece, presso lo Spazio Autori A, dalle 10.30 alle 12.00, si parlerà del romanzo Voglio vivere così - Esistenze negli anni di piombo. Al dibattito parteciperanno l’autore Ansoino Andreassi, già vice-capo della polizia di stato e protagonista nella lotta al terrorismo negli anni di piombo, Giancarlo Caselli, prefatore del romanzo e procuratore capo della repubblica di Torino e lo scrittore Pino Casamassima. A moderare l’incontro ci sarà il giornalista Vittorio Pasteris.


Maledetta Fabbrica cura di Simona Mammano. Di Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli, Pierre Levaray, Valerio Varesi
Collana Senza Finzione
144 pagine
ISBN: 978-88-6222-128-3


Voglio vivere così - Esistenze negli anni di piombo di Ansoino Andreassi
Prefazione di Gian Carlo Caselli
Collana Senza Finzione
270 pagine
ISBN: 978-88-6222-115-3

Maledetta fabbrica: reagire a condizioni di lavoro assassine

Maledetta Fabbrica“Una vita da coglioni”. È questo che pensiamo quando togliamo i nostri indumenti da lavoro, nello spogliatoio, seduti davanti ad una fila di armadietti metallici, prima di fare una doccia e andarcene. Finalmente, lasciare questo luogo d’infamia. La doccia. Non è che abbiamo lavorato più degli altri giorni o che abbiamo particolarmente sudato (siamo fortunati, il lavoro qui è pulito; in altri settori della fabbrica è Cayenne o Germinal). La doccia, come per sbarazzarci del lavoro che ci si è incollato alla pelle durante otto ore. Sbarazzarci delle scorie del lavoro salariato, prima di ritornare alla vita. La vera vita?

La doccia è il rituale per ciascuno di noi e accidenti ai giorni in cui è impossibile utilizzarla per un qualunque problema tecnico. Il passaggio di consegne ai colleghi che ci danno il cambio, la doccia ed è tutto, per ricominciare il giorno dopo… fino alla pensione. Talora, dei momenti forti, una riappropriazione della nostra vita, quando sappiamo dire: “No!”. Una sorta di scintilla. Non di quelle che provocano grandi incendi. No. Piuttosto la scintilla che c’è negli occhi di quelli che dicono: ”Basta”.

Bloccare il reparto, schiacciare i pulsanti, chiudere le valvole, correre per fare le manovre, questa volta siamo noi che decidiamo. Il blocco delle macchine è già una prima vittoria. Sciopero!

Tutto è fermo, le macchine, le turbine, le pompe non funzionano più, i fluidi non circolano nei tubi, i camini non riversano più i loro veleni e soprattutto il silenzio, la calma. Una calma imponente. Il simbolo della nostra forza, per dire no alla gerarchia, ai capetti, al padrone. Non parlo delle giornate d’azione, gli scioperi di ventiquattro ore decisi nelle alte sfere dai nostri strateghi sindacalisti. Non quegli scioperi che non durano, che servono solo a mostrare un certo rapporto di forze, ma dai quali si ritorna alle turbine il giorno dopo. No, parlo di quegli scioperi che arrivano nei reparti, così, senza preavviso.
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Maledetta fabbrica: da una caduta di quindici metri non ti salvi

Maledetta FabbricaLuglio 2000

Salgo la scala esterna che porta alla sala macchine. Dovrei sbrigarmi, non lo faccio. So che là in alto c’è un dramma, ma non mi affretto. C’è parecchia gente, è così grande che potrebbe starci un campo da calcio. Ci sono turbine e tubature, valvole e altri macchinari. Gli altri giorni questo luogo è invaso dai piccioni e dal rumore assordante delle apparecchiature. Ora le turbine sono spente da qualche settimana. Lavori di manutenzione.

Degli ingegneri dall’aria grave discutono. Dei pompieri portano fuori del materiale. I miei colleghi hanno i tratti tirati, addirittura sfatti. C’è anche la Samu, tre infermieri che si danno da fare. E infine c’è questo tizio, sul cemento, allungato. È là, nudo, gli hanno tolto i vestiti perché non abbia più intralci. La sua testa è insanguinata e si vede anche il suo sesso. Sì, è questo che vediamo. La sua testa rossa di sangue e il suo pene che penzola, miseramente.

Non è morto, vediamo il suo petto che si solleva, violentemente, convulsamente, a spasmi, come se cercasse dell’aria che non arriva abbastanza in fretta. Un’infermiera, bionda e piuttosto carina, poco importa…, un’infermiera dunque prende il braccio del ferito e gli fa un’iniezione. È là, steso sul cemento. Ha fatto una caduta di quindici metri, è senza speranza. Lavorava sul tetto e ha sfondato la vetrata. Se si alzano gli occhi, si vede il buco che ha provocato cadendo. Non ce lo spieghiamo, non aveva niente da fare lassù e non aveva i dispositivi di sicurezza. Il suo collega, quello che era con lui, non ci capisce nulla. È pallido, quasi verde.
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Maledetta fabbrica: i tanti modi in cui lavoro finisce per uccidere

Maledetta Fabbrica

Si fuese el trabajo tan bueno,
se lo hubieran guardado
los ricos para si solos!
Vecchio detto castigliano

Tutti i giorni la stessa cosa. Arrivo al lavoro e mi travolge come un’onda di disperazione, come un suicidio, come un vuoto che m’invade, come l’ustione di una pallottola nella tempia. Un lavoro troppo conosciuto, una sala macchine abbagliata dai neon e dei colleghi che certi giorni non si ha proprio voglia di ritrovare. Neppure il coraggio di cercare un altro lavoro. Troppo tardi. Tempo fa avevo cercato, avrei potuto fare l’infermiere all’ospedale psichiatrico, prof al liceo tecnico, e poi no, mancanza di coraggio per cambiare vita. Questo lavoro non mi ha mai soddisfatto, eppure non mi ci vedo più a imparare altre cose, altri gesti.

Si va avanti, ma non ci si abitua. Parlo al plurale perché non sono il solo ad avere questo stato d’animo: siamo tutti nella stessa barca. Siamo arrivati a sperare che l’azienda chiuda. Sì, che delocalizzi, che ristrutturi, che aumenti la sua produttività, che abbassi i costi fissi. Smettere, insomma. Basta con questo lavoro, essere liberi. Liberi, ma senza altre preoccupazioni.

Sappiamo che arriverà, ce l’aspettiamo. Come per il tessile, per le fonderie… un giorno l’industria chimica pesante non avrà più diritto di cittadinanza in Europa. Nessuno parla di questo malessere che investe gli operai che hanno superato la quarantina e che non sono più motivati da un lavoro fatto per troppo tempo, per troppo tempo subito. Un lavoro che si è dovuto salvaguardare perché c’era la crisi, la disoccupazione e bisognava essere soddisfatti d’avere l’impiego garantito, per poter continuare a consumare a scapito di vivere.
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C’era una volta l’intercettazione a Casarano: il “trailer” del dibattito



C'era una volta l'intercettazioneIl prossimo 22 aprile, Antonio Ingroia, autore del libro C’era una volta l’intercettazione - La giustizia e le bufale della politica, sarà a Casarano, in provincia di Lecce, per partecipare a un dibattito in cui si parlerà di intercettazioni, appunto, riforme istituzionali e tentativi di imbavagliare magistratura e stampa. Quello che vedete sopra, dunque, è una specie di trailer, un’introduzione che tocca i temi che saranno discussi, i pericoli per la democrazia di questo paese e le voglie, neanche mai celate, di fondare la Repubblica italiana sul culto della personalità e dell’illegalità.
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Pasquale Juliano, tutte le tappe di un’inchiesta

Attentato imminenteLa strage di Piazza Fontana sarebbe stata evitata, se al capo della squadra mobile Pasquale Juliano non fosse stata tolta dalle mani l’inchiesta in cui era da tempo impegnato. Juliano aveva individuato già dal luglio 1969 la consorteria neofascista che a Padova si muoveva attorno a Franco Freda e a Giovanni Ventura e si era messo in movimento nell’obiettivo di fermare le frenetiche iniziative dei fascisti.

D’improvviso, però, l’inchiesta venne sfilata dalle mani del commissario, il quale venne trasferito d’ufficio a Ruvo di Puglia. L’intreccio tra la cellula neofascista veneta, gli apparati di intelligence e il ministero degli interni doveva spianare la strada alla pratica terrorista, ma non bastò allontanare il commissario: perché Juliano dovette anche difendersi per un decennio dall’accusa di aver fabbricato prove false contro i fascisti. Solo dopo una decina di anni di procedimenti giudiziari che gli hanno distrutto la vita Pasquale Juliano è uscito assolto da tutti i capi di imputazione.

Il ManifestoNel frattempo la strategia della tensione aveva concluso il suo tragico corso e, come tutti sanno, gli innocenti hanno dovuto accettare che gli stragisti siano liberi. La storia non si fa con i se, punto di vista di un cinismo infinito che reca implicito il concetto della dittatura del fatto compiuto. Sicché le vittime di quegli anni aspetteranno invano una vendetta o semplicemente giustizia.

All’ora di pranzo del 12 dicembre 1969 si era ancora innocenti, solo nel pomeriggio il 12 dicembre è diventato il giorno dell’innocenza perduta.L’intera vicenda, a quattro decenni da Piazza Fontana, è oggetto di Attentato imminente, libro a quattro mani di Antonella Beccaria e Simona Mammano, per l’editore Stampa alternativa/Nuovi equilibri. Juliano, che in altri tempi molti avrebbero chiamato un servitore dello stato, è stato una vittima diversa da molte di quelle che nella fase di cui il libro si occupa hanno avuto la vita travolta.
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Voglio vivere così: quelli furono i veri anni spietati

Voglio vivere così di Ansoino AndreassiTornando al discorso delle diverse “filosofie” e soprattutto prassi operative che possono riscontrarsi anche all’interno dello stesso ufficio di polizia (diversità di cui il romanzo di Andreassi offre cospicui esempi), si può ancora dire che il tema si lega strettamente a quello della democrazia come antidoto contro la violenza terroristica. Qual era la teoria dei brigatisti? Era che lo Stato democratico non esiste, è puramente e semplicemente una finzione, un paravento, una maschera.

Noi brigatisti – dicevano – un colpo dopo l’altro (cioè un omicidio dopo l’altro, una gambizzazione dopo l’altra, un sequestro dopo l’altro) faremo cadere questa maschera, disveleremo il volto autentico dello Stato, reazionario e fascista, di negazione dei diritti, di ogni possibilità di progresso, in particolare di crescita del proletariato, delle classi sociali più bisognose. E quando questo vero volto dello Stato sarà disvelato, ecco che le masse – avendo finalmente capito, grazie a noi brigatisti, come stanno davvero le cose – si ribelleranno e ribellandosi si riuniranno automaticamente intorno all’avanguardia organizzata già esistente, che siamo noi delle Br, innescando la palingenesi rivoluzionaria…

È evidente che semplifico molto, è chiaro che brutalizzo concetti che persino i brigatisti esponevano a volte in maniera più sofisticata, ma è per intenderci, per capire che siamo riusciti a non cadere nella trappola tesa dai brigatisti. Perché la risposta al terrorismo brigatista dal punto di vista legislativo ha raschiato – lo ha detto più volte la Corte Costituzionale – il fondo del barile della corrispondenza ai principi e precetti costituzionali, ma non è mai andata oltre. Come ha saputo non andare oltre i confini stabiliti dalle regole la stragrande maggioranza delle forze di polizia giudiziaria impiegate in funzione di antiterrorismo, così contribuendo a “spiazzare” e mettere in crisi i terroristi che ben altri atteggiamenti si sarebbero aspettati.
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