Voglio vivere così: quelli furono i veri anni spietati

Voglio vivere così di Ansoino AndreassiTornando al discorso delle diverse “filosofie” e soprattutto prassi operative che possono riscontrarsi anche all’interno dello stesso ufficio di polizia (diversità di cui il romanzo di Andreassi offre cospicui esempi), si può ancora dire che il tema si lega strettamente a quello della democrazia come antidoto contro la violenza terroristica. Qual era la teoria dei brigatisti? Era che lo Stato democratico non esiste, è puramente e semplicemente una finzione, un paravento, una maschera.

Noi brigatisti – dicevano – un colpo dopo l’altro (cioè un omicidio dopo l’altro, una gambizzazione dopo l’altra, un sequestro dopo l’altro) faremo cadere questa maschera, disveleremo il volto autentico dello Stato, reazionario e fascista, di negazione dei diritti, di ogni possibilità di progresso, in particolare di crescita del proletariato, delle classi sociali più bisognose. E quando questo vero volto dello Stato sarà disvelato, ecco che le masse – avendo finalmente capito, grazie a noi brigatisti, come stanno davvero le cose – si ribelleranno e ribellandosi si riuniranno automaticamente intorno all’avanguardia organizzata già esistente, che siamo noi delle Br, innescando la palingenesi rivoluzionaria…

È evidente che semplifico molto, è chiaro che brutalizzo concetti che persino i brigatisti esponevano a volte in maniera più sofisticata, ma è per intenderci, per capire che siamo riusciti a non cadere nella trappola tesa dai brigatisti. Perché la risposta al terrorismo brigatista dal punto di vista legislativo ha raschiato – lo ha detto più volte la Corte Costituzionale – il fondo del barile della corrispondenza ai principi e precetti costituzionali, ma non è mai andata oltre. Come ha saputo non andare oltre i confini stabiliti dalle regole la stragrande maggioranza delle forze di polizia giudiziaria impiegate in funzione di antiterrorismo, così contribuendo a “spiazzare” e mettere in crisi i terroristi che ben altri atteggiamenti si sarebbero aspettati.
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Voglio vivere così: “bisogna prima di tutto capire; sì, capire anche le cause di questo tipo di terrorismo”

Voglio vivere così di Ansoino AndreassiAnsoino Andreassi non fa sconti, e delinea chiaramente la possibilità che all’interno delle forze di polizia si applichino diverse “filosofie”, con immediate e robuste conseguenze sul piano operativo, a partire dall’approccio con coloro che sono sospettati di essere terroristi o vengono arrestati in quanto tali. La scelta dell’autore (filtrata dalle riflessioni e dai comportamenti di Guido, poliziotto che ha nel romanzo un ruolo centrale) è univocamente nel senso del rispetto – sempre e comunque dovuto – e per la persona e per le regole democratiche.

Nello stesso tempo Andreassi sottolinea (ed è di speciale rilievo che lo faccia proprio un poliziotto nato e cresciuto, istituzionalmente parlando, per la repressione dei delitti…) che “bisogna prima di tutto capire; sì capire anche le cause di questo tipo di terrorismo… Certo non tocca a noi (poliziotti) intervenire sulle cause, ma noi possiamo aprire gli occhi ai nostri politici. Ci vuole una strategia antiterrorismo a trecentosessanta gradi. L’azione repressiva può non bastare”. Parole sacrosante (quanto quelle che ci ricordano come “cercare di capirne le cause non vuol dire giustificare un fenomeno”), ma che al tempo stesso pongono interrogativi piuttosto sconfortanti sulla capacità della politica italiana di affrontare i problemi del crimine organizzato (non solo terroristico ma anche mafioso) senza limitarsi alla solita, comoda delega a forze dell’ordine e magistratura.

Andreassi sa bene quanta importanza abbia avuto l’intuizione che il terrorismo andava sconfitto non solo sul piano investigativo-giudiziario ma anche (se non soprattutto) sul piano politico. Bisognava isolarlo, andando nei quartieri, nelle scuole, nei circoli, nelle sedi di partito e del sindacato, nelle parrocchie e nelle fabbriche per parlare con la gente, per rendere la cittadinanza consapevole che il terrorismo era una minaccia non solo per le possibili vittime, ma per tutti, in quanto fattore di imbarbarimento della vita civile e di progressiva involuzione in senso reazionario del sistema. Bisognava fare chiarezza, spazzando via tutte quelle incertezze e ambiguità (anticamera di contiguità e connivenze) che erano state – agli inizi – presenti soprattutto a sinistra.
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Voglio vivere così: la storia recente è come un puzzle complicato

Voglio vivere così di Ansoino AndreassiIl romanzo di Ansoino Andreassi affronta i temi del terrorismo politico di sinistra secondo un’ottica particolare. Delinea i percorsi di vita dei protagonisti, sia quelli che sceglieranno di praticare la violenza politica o saranno ad essa contigui, sia quelli che si troveranno ad operare su sponde contrapposte.

Speciale attenzione, intrecciata con considerazioni critiche che sanno dare ai problemi la giusta dimensione, è riservata – nei dialoghi e nell’inquadramento delle situazioni – alla prospettiva, presente in molti giovani di allora, di porsi con assoluta radicalità nella vita sociale: prospettiva che per alcuni finirà per essere una forte componente della propensione alla lotta armata.

La stessa attenzione Andreassi dimostra nel delineare (con ampie e tuttavia sempre interessanti pennellate) le interazioni politiche nelle città in cui il fenomeno terroristico andrà poi maggiormente sviluppandosi, partendo dai fermenti (studenteschi e operai) che puntavano a una società migliore, ma che subivano anche la tentazione del radicalismo, spesso fondato sul richiamo a luoghi comuni che banalizzano l’intelligenza con “evidenze di comodo”, bloccando in realtà ogni filtro critico fino a privilegiare l’impazienza e le scorciatoie criminali. “Fil rouge” dell’intera narrazione è una tenera quanto complicata storia d’amore, tratteggiata con grande sensibilità e dolcezza – fra i due principali soggetti del romanzo, con una mescolanza di considerazioni e vicende legate sia ad aspetti privati sia a impegni “professionali” diversissimi (sul piano delle scelte e delle conseguenze), che conferisce al romanzo un fascino davvero suggestivo.
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Antonio Ingroia, le Pillole di Radio dal Basso



C'era una volta l'intercettazioneRiprendono le pillole di Radio dal basso. Le nostre ormai consuete interviste realizzate qua e là su tematiche che variano dalla politica, all’economia, dalla filosofia all’attualità, dall’informazione alla partecipazione attiva… e chipiùnehapiùnemetta.

Siamo riusciti a intervistare Antonio Ingroia, magistrato e sostituto procuratore a Palermo, da sempre impegnato nei processi contro la mafia. Con lui abbiamo parlato delle intercettazioni, del loro valore e della loro probabile scomparsa dal sistema investigativo. E’ uscito proprio in questi giorni il suo nuovo libro C’era una volta l’intercettazione (StampaAlternativa) in cui viene fatta una vera e propria storia dell’intercettazione: uno strumento fondamentale nelle indagini, soprattutto nel campo mafioso.

Le intercettazioni però rischiano di “scomparire”, di essere fortemente limitate, se il ddl presentato dal governo a giugno verrà approvato. Sarebbe un durissimo colpo per la lotta alla mafia, non la mafia delle stragi forse ma la mafia dei colletti bianchi, la mafia che fa affari con appalti e che ricicla denaro, la mafia spa che ha un giro d’affari stimato recentemente tra i 175 e i 400 miliardi di euro, la mafia collusa con la politica (o viceversa?).
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Voglio vivere così: il terrorismo come protagonista

Voglio vivere così di Ansoino AndreassiQuesto bel romanzo di Ansoino Andreassi, Voglio vivere così ha molti protagonisti, uomini e donne le cui storie variamente si intrecciano fra loro. Il principale protagonista è, però, il terrorismo degli anni ‘70/80, che origina, condiziona o accompagna le storie narrate.

Il terrorismo di sinistra non è un fenomeno esclusivamente italiano. Alla fine degli anni Sessanta, gruppi simili alle Brigate rosse (Br) e Prima linea (Pl) compaiono in altre democrazie industriali: la Rote Armee Fraktion tedesca, l’Esercito rosso giapponese, i Weather Underground statunitensi, la Nouvelle resistence populaire in Francia. Tutti questi gruppi nascono come “costole” di movimenti collettivi e ne riprendono alcune forme d’azione estremizzandole, per stabilire gli obiettivi da colpire. Ma il percorso imboccato con la scelta della lotta armata li porterà a un progressivo allontanamento da tali movimenti: con un graduale e definitivo abbandono della logica di intervento politico, cui si sostituiscono forme anche estreme di militarizzazione del conflitto.

Caratteristica esclusiva del nostro Paese, peraltro, è l’aver dovuto registrare un terrorismo di sinistra che ha raggiunto capacità offensive di entità decisamente maggiore rispetto a ogni altra situazione e assai più persistenti nel tempo (le “prime” Br durano per circa 15 anni), per di più con tendenza alla riemersione ciclica, quasi che la violenza terroristica sia un fiume carsico che non cessa mai di scorrere, neppure quando la storia sembra chiusa. Ben si comprende, allora, perché la letteratura sul terrorismo italiano di sinistra, dopo i primi anni di silenzio imbarazzato o negligente, vada sempre più arricchendosi, con saggi, inchieste giornalistiche, interviste, biografie, documentari… Opere nelle quali la riflessione etico-politica (quando c’è) si intreccia con la ricostruzione delle vicende delle principali organizzazioni clandestine e dei loro militanti.
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Ingroia: “La morte breve di molti processi”

C'era una volta l'intercettazioneIl rischio? Zero intercettazioni, altro che italiani tutti sotto controllo». Antonio Ingoia, procuratore aggiunto di Palermo, all’Assemblea nazionale di Articolo21 ad Acquasparta ha sfatato la vulgata su un’Italia supercontrollata. Lo scrive anche nel libro C’era una volta l’intercettazione (edito da Stampa Alternativa): «Gli italiani intercettati sono tra i 10 e i 20mila, e non 3 o 4 milioni come hanno detto un anno fa Il Giornale e il ministro Alfano» facendo una media sui130mila decreti di autorizzazione, senza contare però che ogni intercettazione necessita di un decreto da rinnovare ogni quindici giorni. E nel disegno di legge Alfano, che Ingoia chiama «controriforma», lo stabilire che servano «gravi indizi di colpevolezza» (quando il reato è già stato individuato) e non più «gravi indizi di reato», porta «all’azzeramento delle intercettazioni, ambientali e telefoniche, che hanno risolto tante inchieste di mafia».

C'era una volta l'intercettazione su FacebookIn questa tre giorni si è parlato tanto di difesa della Costituzione. Secondo lei è in pericolo?

«Da tempo la Costituzione è sotto attacco in alcuni snodi fondamentali. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura è da anni sotto assedio costante, e lo è il principio di uguaglianza. L’articolo 3 della Costituzione, anche per merito di una magistratura dalla schiena dritta, non è rimastoun principio astratto. Tutti i più recenti disegni di legge, invece, puntano a creare una giustizia a due velocità: efficiente e dura con i deboli, morbida e fiacca con i potenti. Una giustizia che assicura impunità ai potenti».

Il processo breve ripropone questo squilibrio?

«Ci sono molti processi a rischio e si favoriscono imputati che si possono consentire una difesa costosa, approfittando delle lungaggini consentite. Si estingue anche il reato, quindi condanna la giustizia al fallimento. E si ingannano gli italiani con una piccola truffa nell’etichetta».
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Una lettera su Pasquale Juliano

Attentato imminenteMi piace condividere questa testimonianza di una bella persona che ha conosciuto Pasquale Juliano, grazie Carlo!

Oggetto: Pasquale Juliano

Cara Simona, non so se mi ha identificato, ma ci siamo sfiorati da lontano sabato scorso a Casalecchio, alla serata per Sciascia. Lei ha letto un brano e io ero quello della fisarmonica. Detto questo, ecco perché le scrivo. Non avendo avuto modo di presenziare alle conferenze di Politicamente scorretto, mi sono messo ad ascoltarle in streaming e ho appreso del libro che avete scritto assieme ad Antonella Beccaria su Pasquale Juliano. Fossi stato presente, mi sarebbe piaciuto raccontare questa storia. Nel febbraio 1969, tra le tante cose politicamente incredibili che accaddero in Italia, ci fu la rivolta e la contestazione dei giovani non vedenti che studiavano negli appositi istituti. Erano quasi tutti istituzioni chiuse, “istituzioni totali”, come si diceva allora. Ma c’era la falla.

Qui a Bologna, all’istituto Cavazza di via Castiglione, erano ospitati anche studenti universitari. Io ero fra loro. Dunque noi, come si dice, facemmo il sessantotto. E nel ‘69, cogliemmo certi spunti occasionali per far partire anche là dentro una forma di contestazione. Ci seguirono i ragazzi dell’istituto Configliachi di Padova. Quello era un vero e proprio lager e gli ospiti non erano così attrezzati politicamente, come eravamo noi di Bologna. Per cui partimmo in loro aiuto. Accadde che un giorno arrivò la polizia, entrò, prese i nostri compagni presenti in quel momento, li schedò e li rimandò a Bologna. Il giorno dopo ritornammo in forze assieme ad altri studenti nostri amici vedenti.

L’istituto era circondato dalle forze dell’ordine. Ma si vede che nemmeno loro ci credevano poi tanto. Sta di fatto che noi riuscimmo ugualmente ad aggirare il blocco e ad entrare. Da dentro cominciammo ad allertare stampa, partiti, universitari del movimento. Se non ci crede, guardi i giornali del tempo. L’istituto fu circondato dal II Celere.
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Le anime di Piazza Fontana

Attentato imminentePiazza Fontana è una strage che si poteva evitare e come conseguenza (ma anche prodromo) è anche molti altri elementi. Iniziamo da questi. La strage del 12 dicembre 1969 e le bombe collegate milanesi e romane, sia quelle che esplosero che quelle che non lo fecero, contengono in sé diverse anime. Innanzitutto l’anima nera, da un lato composta da Ordine Nuovo del Veneto, a iniziare dalla cellula padovana di Franco Freda e Giovanni Ventura, e dall’altro di Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie.

Poi l’anima istituzionale del Sid, i servizi segreti militari di allora, che giostrano – attraverso un personaggio chiave come Guido Giannettini – depistaggi, indagini, falsi responsabili e tirarono le fila anche di certa stampa. Poi non va tralasciato il tassello internazionale che, in piena guerra fredda, porta un vantaggio – forse indiretto, ma pur sempre di vantaggio si parla – alle luogotenenze atlantiche, e statunitensi in primis, presenti in Italia. Non si dimentichi in proposito che alcuni ordinovisti veneti, se non erano di casa, comunque frequentazioni delle basi del nord est ce le avevano. E infine, volendo porre un’utile semplificazione al panorama che determinò lo scenario in cui si consuma la strage di piazza Fontana, aggiungiamo i capri espiatori di questa vicenda, gli anarchici e in testa si possono – anzi, si devono – mettere Pino Pinelli e Pietro Valpreda.

Ma torniamo all’affermazione iniziale: i fatti del 12 dicembre 1969 si potevano evitare. Non è una deduzione, questa, è qualcosa che si può dire senza timore di smentita. Già nella primavera di quell’anno, dopo l’attentato al rettorato di Padova del 15 aprile 1969, c’era una parte della polizia padovana che stava imboccando la pista giusta. Quella parte era rappresentata dal capo della squadra mobile, Pasquale Juliano, catapultato in un’indagine a sfondo politico pur provenendo dal contrasto alla criminalità comune. Juliano, in due mesi di indagini serrate, era arrivato a nomi tristemente noti in seguito, con il procedere degli anni di piombo.
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Ingroia: “Il Governo vuole disarmare la lotta alla mafia”

C'era una volta l'intercettazioneAntonio Ingroia è uno dei più autorevoli magistrati antimafia italiani. Allievo di Falcone e Borsellino, oggi pubblico ministero a Palermo, ha indagato sui casi giudiziari di mafia più importanti degli ultimi decenni. Ha appena pubblicato “C’era una volta l’intercettazione. La giustizia e le bufale della politica” (Stampa Alternativa), che verrà presentato a Roma in apertura della Fiera “Più libri più liberi” sabato prossimo alle 19 da Beppe Giulietti, Luigi De Magistris e Michele Santoro.

Un disegno di legge governativo già approvato alla Camera lo scorso giugno interviene pesantemente in materia di intercettazioni. Da molte parti, magistratura in prima linea, è stato ricordato il valore che questo strumento processuale ha avuto soprattutto nella lotta alla mafia e nello svelamento degli intrecci tra mafia, politica ed economia.

C'era una volta l'intercettazione su FacebookIngroia, cosa l’ha spinta a scrivere il suo libro?

L’intenzione di provare a spiegare ai lettori come stanno le cose. Su questo tema imperano i luoghi comuni e le falsità. Da un anno in qua si è scatenata una campagna di stampa finalizzata a terrorizzare l’opinione pubblica facendole credere che tutti gli italiani siano sotto intercettazione. Nel libro mostro come le intercettazioni non siano una minaccia da cui difendersi ma una risorsa da difendere, uno strumento che ha consentito di arrestare latitanti di mafia, di scongiurare stragi, di evitare omicidi, di sequestrare arsenali di armi, ingenti quantitativi di denaro sporco e di stupefacenti. Di fare dei passi avanti nel garantire la sicurezza dei cittadini, individuando anche le magagne del potere e della politica, le collusioni e le corruzioni.
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“Sembrano degli attacchi di stampo politico”

Palermo. Gli attacchi alla magistratura in questo periodo sono tanti, talvolta eccessivi. Sembrano degli attacchi di “stampo politico”. Con queste parole iniziamo a parlare con il dott. Antonio Ingroia, in occasione della presentazione a Palermo del suo ultimo libro dal titolo “era una volta l’intercettazione”. Servizio di Carmelo Di Gesaro e Francesca Scaglione.

Videointervista realizzata dallo staff di C6.tv.

C'era una volta l'intercettazione
C’era una volta l’intercettazione - La giustizia e le bufale della politica di Antonio Ingroia
Prefazione di Marco Travaglio
Collana Senza Finzione
180 pagine
ISBN: 978-88-6222-092-7

Pasquale Juliano, l’entusiasta

Attentato imminenteDomani, 12 dicembre, sarà il quarantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana. Una strage che si poteva evitare, racconta il libro Attentato imminente. Ecco perché.

Ci sono libri che lasciano un gran dolore addosso. Sono i primi da leggere, perché un organismo non può sviluppare anticorpi in assenza di esposizione al male. Attentato imminente è tra questi. Le vicende che rivivono attraverso le penne appassionate e precise di Antonella Beccaria (Uno Bianca, Trame Nere) e Simona Mammano (Assalto alla Diaz) sono poco note ai più, ma costituiscono i semi dai quali germoglieranno alcune delle pagine più macabre degli “anni di piombo” italici. Siamo infatti nel nord-est di fine anni sessanta, quando una bomba ai danni del rettore Opocher apre una stagione i cui protagonisti principali assurgeranno, mesi dopo, alla ribalta della cronaca per l’attentato che “fece perdere l’innocenza” al Paese: piazza Fontana. Un poliziotto, alla Questura di Padova, era arrivato a un passo dal Sancta Sanctorum del neofascismo di quella zona. Messo dai superiori, quasi per caso, ad indagare su alcuni atti violenti, senza una vera preparazione “politica”, sfiorò il successo che a funzionari con molta più esperienza (vuoi per imperizia, vuoi per una serie di coincidenze inquietanti) non apparve nemmeno lontanamente raggiungibile.

Pasquale Juliano, giovane Commissario della Polizia di Stato, era a pochi giorni dalle manette a Franco Freda e Giovanni Ventura (anche perché aveva intuito e messo nero su bianco il rischio di attentati di vaste proporzioni a breve termine), quando il meccanismo che gli aveva consentito di arrivare sin lì (una rete di informatori) gli si ritorce contro. Da inseguitore, il poliziotto si ritrova braccato. Dalle accuse tra le più infamanti per un uomo in divisa, lanciate da chi, fino al giorno prima, gli aveva riferito movimenti di armi e progetti di quanti fungevano da braccio armato delle “spinte centrifughe” che avrebbero tenuto tristemente compagnia all’Italia per lunghi anni ancora. Il procedimento penale a carico di Juliano durerà una decade. Al termine, verrà completamente scagionato. Un eroe borghese? Indubbiamente. Un superuomo? No. Un martire? Nemmeno. Soprattutto, però, un entusiasta, come racconta Antonella Beccaria, in quest’intervista in cui “Attentato Imminente” ha fatto da punto di partenza per ragionamenti ad ampio raggio sull’Italia e su come non sia mai riuscita ad affrancarsi da determinate ever-distorsioni.
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Intercettazioni, Ingroia: molte indagini non nascono con il bollino di mafiosità che poi emerge

C'era una volta l'intercettazioneLe intercettazioni sono uno strumento prezioso per la lotta alla mafia. Anche se il disegno di legge in discussione non ne prevede il divieto per i reati di mafia, Antonio Ingroia, procuratore di Palermo spiega che «la maggior parte dei processi delle indagini non nasce col bollo di mafia, ma la mafiosità emerge nel corso delle indagini e magari dalle intercettazioni». Antonio Ingroia, da molti considerato l’erede morale dell’antimafia di Borsellino e Falcone, ha scritto anche un libro per difendere un mezzo indispensabile per l’efficacia del proprio lavoro: C’era una volta l’intercettazione, edito da Stampa alternativa.

C'era una volta l'intercettazione su FacebookLa storia dell’antimafia da una prospettiva particolare: le intercettazioni. Prima solo telefoniche poi anche ambientali, le intercettazioni sono tra i mezzi più efficaci dell’indagine. Una legge in discussione ne mette e repentaglio l’utilizzo. Antonio Ingroia, magistrato che opera a Palermo ed è indicato da molti come l’erede morale di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, ritiene grave limitarne l’uso a disposizione degli inquirenti. «L’intercettazione telefonica poi ambientale è stato uno strumento indispensabile per nella storia giudiziaria del nostro paese, tantissime indagini e processi importanti sono partiti dalle intercettazioni ed alcuni si sono fondati esclusivamente su questi».

Non solo le confessioni dei pentiti, strumento valido ma che si basa su una ricostruzione soggettiva e a posteriori di avvenimenti già accaduti. Ingroia racconta come «molti non sanno che il maxi processo storico, quelli di Falcone e Borsellino, noto come un processo basato sulle dichiarazioni dei pentiti nacque da una intercettazione di Buscetta prima che questo cominciasse a collaborare. Le indagini su Capaci si sono fondate su intercettazioni ambientali».
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Assalto alla Diaz: leggere le testimonianze dei protagonisti e delle vittime

Assalto alla DiazÈ un sabato di fine luglio. A Genova scende la notte. Nell’aria c’è ancora un odore che sa di agitazione, stanchezza, lacrimogeni, grida. La manifestazione contro il G8 è finita da poche ore. Nel buio, una fila di blindati e macchine della polizia si dirige verso l’entrata della scuola Diaz. Il primo cancello si spezza, il giornalista inglese Mark Covell viene massacrato di botte. Sarà soltanto il primo di decine e decine di feriti, sorpresi per lo più nel sonno da reparti della forza pubblica, agenti in borghese, persone non meglio identificate che compiono un’irruzione nella scuola affidata al Genoa Social Forum, alla ricerca di fantomatici Black Bloc.

Un assalto breve, violentissimo, che vedrà costole rotte, dita fratturate, teste spaccate, tanto sangue. Il bottino della polizia, presentato il giorno dopo ai giornalisti di tutto il mondo, sarà di alcune magliette nere, qualche coltellino svizzero, occhialetti da piscina e maschere da immersione marina, come a dimostrare la pericolosità delle 93 persone prima pestate e poi arrestate con l’accusa di associazione a delinquere. Ma anche le menzogne più grandi si infrangono miseramente nei dettagli. Sul tavolo della conferenza stampa, davanti ad un imbarazzato addetto stampa della polizia, ci sono anche due molotov. Sono state ritrovate in una via della città durante gli scontri e appositamente trafugate da alcuni funzionari per essere depositate alla Diaz durante l’irruzione. Forse gli occhialetti da piscina degli arrestati non costituivano un’arma abbastanza letale da mostrare ai giornalisti. Ma i contorni grotteschi di questa vicenda non si fermano qui: tra gli oggetti sequestrati nella scuola c’è anche la biografia del reverendo americano Jesse jackson, considerata un pericoloso documento eversivo…
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L’intercettazione: storia di uno strumento d’indagine

C'era una volta l'intercettazioneLe intercettazioni sono nate e si sono evolute in base alle evoluzioni tecnologiche e ai cambiamenti sociali. Ma il loro utilizzo è stato sottoposto a regole precise: richieste da parte dei pubblici ministeri dietro l’autorizzazione di un giudice per le indagini preliminari. Tutto questo per fornire ai cittadini garanzie su cui oggi si cerca di sorvolare: la politica – o una parte di essa – sta infatti insinuando l’idea di un mondo costantemente controllato, come nel romanzo 1984 di George Orwell.

Di tutto questo ci racconta “C’era una volta l’intercettazione. La giustizia e le bufale della politica”, il volumetto di Antonio Ingroia in libreria dallo scorso 28 ottobre nella collana “Senza finzione” delle edizioni Stampa Alternativa (180 pp., 14 euro).

C'era una volta l'intercettazione su FacebookAntonio Ingroia è attualmente uno dei più autorevoli magistrati antimafia italiani. Pubblico ministero alla Procura di Palermo, ha indagato su alcune delle più importanti vicende della storia repubblicana tra cui gli omicidi dei giornalisti Mauro De Mauro e Mauro Rostagno, le stragi mafiose al di fuori della Sicilia e il presunto connubio tra criminalità organizzata, imprenditoria e politica che ha coinvolto Marcello Dell’Utri.

Nelle pagine del libro, che vedono la prefazione di Marco Travaglio, si va alla ricerca di fatti che dimostrano quanto il pericolo tanto gridato è inesistente. E lo si fa rifacendosi alle intercettazioni per i reati di mafia e al valore che hanno in fase processuale. Solo conoscendo questi fatti si può capire a quali trasformazioni aspiri l’attuale classe di governo. Mentre il dibattito politico si è spostato sulla sicurezza anti-immigrati instaurando un clima terrore nelle metropoli del Paese, c’è chi tenta di togliere un importantissimo strumento di indagine.
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Attentato imminente: Pasquale Juliano, mio padre

Attentato imminenteÈ bellissima l’emozione che questo libro ha provocato in me e nei miei familiari, soprattutto in mia madre, che quelle vicende le ha vissute davvero giorno e notte, sempre al fianco di mio padre, mentre noi eravamo ancora bambini, troppo ingenui per capire nostro padre e sempre desiderosi delle sue attenzioni. Ho bei ricordi di Padova e qualche anno fa ho avuto nuovamente la possibilità di visitarla e rivedere quei luoghi che la mia memoria non poteva ricordare, ma che il mio inconscio riconosceva.

Ricordo mio padre Pasquale come un uomo molto severo, sempre pronto a inculcarci il più assoluto rispetto degli altri, a ponderare le cose mai in modo superfluo, a insegnarci la più totale dedizione nell’osservare le regole. Ma lo ricordo anche come uomo amabile e gioioso, quando dopo aver affrontato da solo l’uragano che lo aveva investito, nelle sue ancora forti braccia coccolava i suoi nipoti e quasi a rifarsi di un qualcosa che gli era stato tolto, infondeva loro sicurezza, ma questa volta infusa di amore e dolcezza. Mostrava una tenerezza che mai gli avevo visto prima, quella che io e mio fratello maggiore (il più piccolo ha allietato la nostra famiglia solo negli anni settanta), forse inconsapevoli, non riuscivamo a cogliere o forse lui non poteva darci. Forse ora e solo ora, a distanza di tanti anni e grazie anche alla mia maturità, capisco il perché.

Ho molti ricordi di lui, che si rincorrono e a volte sembrano quasi contrastarsi, ma di una cosa sono assolutamente sicuro: è stato un buon poliziotto e questo per me conta molto. Ma di più conta che è stato un ottimo padre e se a volte fra noi (figli) e lui ci sono stati degli screzi poco importa. Oggi posso dire solo che mi manca moltissimo e che per me, come un bimbo di pochi anni, è l’uomo più forte e bravo che ci sia, il mio esempio da seguire sempre, ancora oggi che i miei anni non sono più quelli della spensieratezza.
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