Antonio Ingroia: il disegno di legge attuale è tutela a senso unico

C'era una volta l'intercettazione“ I fatti si affermano con la loro ostinatezza”. Cosi Hannah Arendt nel suo libro “Verità e politica”. Una affermazione che il magistrato Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, porta con sè nei dibattiti, nelle interviste e nel suo libro scritto alcuni mesi fa (edito da Stampa Alternativa) sull’attualissimo tema delle intercettazioni dal titolo, C’era una volta l’intercettazione, quasi ad indicare una via, che al di là delle polemiche strumentali, è possibile seguire sempre: quella dei fatti. Pochi giorni dopo l’approvazione del cosiddetto “legittimo impedimento”, dopo la legge sul processo breve, il Disegno di legge sull’uso investigativo e giornalistico delle intercettazioni telefoniche. Con il magistrato Antonio Ingroia, abbiamo ricostruito i fatti e le informazioni mancanti su questo Ddl che sembra voler imbavagliare la stampa libera e mettere un freno alle indagini della magistratura.

Non sembrano esserci molti spazi di manovra per un cambiamento del Disegno di legge sulle intercettazioni soprattutto, come ha dichiarato ieri sera il ministro della Giustizia, Angelino Alfano “perché il Governo intende tutelare la privacy dei cittadini”. Non ci sono altri modi per garantire questa tutela senza privare gli investigatori di questo strumento prezioso?

Ci sono molti modi per farlo. Non nascondiamo che in passato ci sono stati problemi, violazioni del segreto investigativo, con danno agli indagati o a terzi coinvolti, ma di fronte a questa situazione è necessario trovare un punto di equilibrio che consenta da un lato di tutelare meglio le persone coinvolte in un’indagine ma dall’altra di garantire i cittadini e lo svolgimento delle indagini. Non si può in nome della tutela della privacy finire per cancellare lo strumento investigativo oggi più importante per contrastare i poteri criminali. Noi riteniamo che questo Disegno di legge non costituisca un punto di equilibrio perché tutela solo la privacy e non tutela la sicurezza dei cittadini.
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Maledetta fabbrica: un urlo silenzioso che sgomenta e indigna

Maledetta FabbricaNon capita giorno che non sentiamo per radio, per televisione o leggiamo sulle prime pagine dei quotidiani notizie di morti sul luogo di lavoro. Contadini schiacciati dai trattori o falcidiati dalla mietitrebbia, operai folgorati dai cavi dell’alta tensione, muratori precipitati dalle impalcature, guidatori di tir coinvolti in incidenti stradali mortali magari reduci da turni estenuanti, senza pause, senza che vengano rispettate le più elementari regole di sicurezza per la salvaguardia dell’incolumità dei lavoratori.

Le loro vite sono vite a perdere, ci si indigna, si recrimina ma poi ogni giorno tutto si ripete da capo come da copione. Maledetta Fabbrica – Il lavoro che uccide è un breve saggio che racchiude 5 testimonianze, cinque racconti di importanti scrittori tra cui Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli Jean, Pierre Levaray e Valerio Varesi che narrano in maniera coinvolgente e diretta, senza facili commiserazioni, questa immane tragedia perché la vita umana dei lavoratori in realtà è il bene meno tutelato e le campagne di sensibilizzazione ora in atto sono più o meno che un cerotto su una piaga sanguinante.

Cinque racconti ustionanti, privi di retorica che portano all’attenzione una verità scomoda, un nervo scoperto che si vorrebbe ignorare, perché si preferisce ignorare che di lavoro si muore, che spesso le vittime non avevano alcun dispositivo di sicurezza, perché costa comprare caschi, scarpe rinforzate, cavi di sicurezza, è scomodo indossarli, è scomodo controllare che tutti i dispositivi di sicurezza delle macchine siano funzionanti, per una lamentela si può rischiare di perdere il posto di lavoro, non conviene, e il profitto è il vero dio da adorare e in suo nome che non si può perdere tempo ad occuparsi di una cosa così banale ed ininfluente come la vita degli operai. Tanto di disoccupati ce ne sono tanti, gente da sotituire come bullloni in un meccanismo disumano e inarrestabile. Carne da macello, italiana, straniera, più o meno in regola con i permessi di soggiorno alla faccia di tutte le manovre per regolamentare il lavoro nero.
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Le tigri di Telecom: lavare l’onore della moglie del capo

Le tigri di TelecomAncora sulla scia della cronaca, riproponiamo un brano tratto dal libro Le tigri di Telecom, scritto da Andrea Pompili, che del Tiger Team ha fatto parte, e uscito nel febbraio 2009 all’interno della collana Senza Finzione. Anche in questo caso, come in quello di Assalto alla Diaz di Simona Mammano, segnalato la settimana scorsa, il volume continua a mantenere forti tratti d’attualità, dato ciò che via via viene detto in sede giudiziaria a proposito dello scandalo Telecom Sismi. (Antonella Beccaria, co-direttrice della collana Senza Finzione)

La pietra dello scandalo era il portale SvanityFair, un sito Internet di gossip, che nel marzo 2003 aveva pubblicato foto compromettenti di Afef Jnifen, moglie di Marco Tronchetti Provera. Era chiaro che le immagini erano state fornite da qualcuno vicino alla famiglia del presidente. Si pensò quindi a un furto o a uno squallido sistema per arrotondare lo stipendio.

Per comprendere l’accaduto, era necessario partire dal sito Internet incriminato e da qui rintracciare chi aveva ottenuto e pubblicato quel materiale. Si cominciò ad analizzarlo e a raccogliere informazioni: proprietario, collegamenti ad altri portali, riferimenti, aziende collegate, indiscrezioni e notizie su fonti aperte. Anche io diedi una mano: dovevo occuparmi di chi aveva registrato il dominio del sito e di eventuali parametri tecnici utili per risalire all’autore della pubblicazione.

Ma non bastava. Fabio Ghioni decise che era necessario fare sul serio e organizzò l’incontro tra me e Ibm proprio per sbrigare le questioni burocratiche relative alla delicata commessa. Il nome in codice dell’attività divenne “RadioMaria”, una sua trovata forse legata al fatto che abitavo vicino alle antenne della radio religiosa, e sotto quel buffo appellativo si mise in moto la rudimentale macchina difensiva di Telecom Italia.
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“Assalto alla Diaz” (Senza finzione): un libro che anticipa gli esiti in giudizio

Assalto alla DiazQuando siamo partiti con la collana Senza finzione, avevamo un punto di partenza e uno scopo. Il primo era di cogliere alcuni temi urgenti o caldi del dibattito pubblico. Il secondo rispondere a questi temi con dei libri che li sviscerassero. A un anno e mezzo dall’avvio della collana, possiamo dire che in più di un caso abbiamo raggiunto quanto ci eravamo prefissi. Lo dimostra il libro Assalto alla Diaz di Simona Mammano alla luce delle recenti sentenze: la condanna in appello a Gianni De Gennaro, nel 2001 capo della polizia, e a maggio, sempre in secondo grado, quella ai venticinque imputati per le violenze all’interno della scuola genovese. Per questo riproponiamo un estratto dal libro dell’autrice di Assalto alla Diaz. (Antonella Beccaria, co-direttrice della collana Senza Finzione)

Il prefetto, con provvedimento del capo della polizia De Gennaro, viene incaricato di sovrintendere a tutta l’organizzazione dei servizi di ordine pubblico, in occasione del G8. Durante quei giorni, Ansoino Andreassi era convinto di avere la funzione di vicecapo della polizia. In realtà non è così: dal 1° luglio era stato rimosso senza che gli fosse notificato (come invece è d’obbligo) il provvedimento che cambiava la sua funzione. Tale provvedimento fu adottato dal ministro dell’Interno su conforme decreto del presidente del Consiglio dei ministri.

Andreassi spiega che già la mattinata di sabato 21 luglio aveva notato un cambio di indirizzo voluto dal capo della polizia. Verso le 11 le telecamere di un elicottero inquadrarono un furgone all’interno del quale si vedevano persone che distribuivano mazze ai dimostranti. Dal giorno precedente erano stati visti ragazzi vestiti di nero, con passa-montagna e caschi, che si rifornivano in punti diversi della città. Molte persone lo avevano segnalato alla centrale operativa di polizia e carabinieri, che si erano messi alla sua ricerca. Era necessario intercettarlo, ma al momento di agire De Gennaro chiamò Andreassi per comunicargli che quell’intervento doveva essere affidato a Gratteri, dirigente dello SCO (Servizio Centrale Operativo).

L’operazione consisteva nella perquisizione alla scuola Paul Klee, dove vennero arrestate una ventina di persone e dove furono rinvenuti pezzi di autoradio della polizia o dei carabinieri e altri oggetti che rendevano possibile un coinvolgimento dei fermati negli scontri del giorno precedente. Affidare l’intervento a Gratteri, secondo Andreassi, significava un cambiamento, vale a dire la necessità di mobilitare le unità ritenute più efficienti, più rapide, per procedere agli arresti, visto che la città era stata devastata poche ore prima e la reazione da parte delle forze dell’ordine non era stata abbastanza efficace.
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Il racconto del pm Ingroia: “Sono vivo grazie alle intercettazioni”

C'era una volta l'intercettazioneIl capo della mafia siciliana Bernardo Provenzano è imprendibile, ricercato da quarantasei anni e nove mesi. Dicono che si nasconda a un passo dalla sua casa di Corleone. È un fantasma: nessuno riesce mai a scovarlo. Una piccola folla ha applaudito ieri mattina nella parrocchia di Pagliarelli la bara di Gianni Nicchi detto Tiramisù, l’astro nascente di Cosa Nostra palermitana ucciso a colpi di pistola dai sicari del clan Lo Piccolo. Gli artificieri dei carabinieri hanno disinnescato l’ordigno piazzato sotto la casa del procuratore aggiunto Antonio Ingroia dagli uomini di Mimmo Raccuglia, il boss di Altofonte che dal 2000 è diventato il più pericoloso latitante al servizio di Totò Riina. Sarebbe andata cosi. Sarebbe andata così per legge. “L’ho scampata per un pelo”, racconta divertito – e poi neanche tanto – Antonio Ingroia, che era sulla lista nera di Raccuglia, mentre ricorda tutto ciò che (non) si sarebbe mai verificato in questi ultimi anni in Sicilia con il decreto voluto dal governo.

Il procuratore aggiunto l’ha scampata per un pelo grazie a una telecamera. Una di quelle che era puntata su un casolare di Calatafimi dove aveva trovato rifugio Mimmo Raccuglia, il mafioso che era pronto a farlo saltare in aria. Una telecamera che, qualcuno, adesso vorrebbe spegnere per sempre. Dice Ingroia: “Oggi l’installazione di una telecamera in un luogo pubblico viene autorizzata dal pubblico ministero per esigenze investigative, d’ora in avanti – se mai dovessero approvare anche questo – ci vogliono gli stessi gravi indizi di reato previsti per le intercettazioni ambientali e telefoniche per poterlo fare”. Si chiede Ingroia: “Ma come si fa ad avere la certezza che dentro un casolare ci sia un latitante se non si piazza una telecamera che vede chi entra e chi esce?”.

Mimmo Raccuglia sarebbe oggi ancora là, a cavallo fra le province di Palermo e di Trapani, a trafficare con il suo esplosivo. E Renato Cortese, il poliziotto che per otto anni ha inseguito il Padrino di Corleone, sarebbe ancora sulle colline davanti alla Montagna dei Cavalli disteso fra le sterpaglie e sotto gli ulivi a cercare il niente. Il più fortunato è stato però Gianni Nicchi, con quella telecamera che ancora c’era e l’ha fatto finire dentro, ha evitato le vendette dei “vecchi” di San Lorenzo.
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