Storie della tua vita: dal racconto alla rappresentazione grafica
La scelta di pubblicare questa raccolta deriva dall’aver utilizzato uno dei racconti, Storia della tua vita, nella mia attività didattica. In numerose esperienze in corsi di design della comunicazione (alla Sapienza di Roma, al Politecnico di Torino, al Politecnico di Bari e all’Istituto d’Arte di Cordenons) ho impegnato gli studenti in operazioni di transcodifica basate su testi narrativi; alcuni degli elaborati risutanti sono stati pubblicati nella rivista Progetto grafico, numero 6, giugno 2005, pagine 8-25.
Si trattava in sostanza, con vincoli prefissati che di solito inibivano la presenza del codice alfabetico, di interpretare il testo proposto, su un minimo di sedici pagine in formato A6, facendo uso di tecniche di rappresentazione a piacere. I testi erano scelti per qualche caratteristica, di tematica o di struttura narrativa, che di volta in volta sembrava prestarsi particolarmente all’obiettivo dell’esperienza, che era quello di indurre gli studenti a riflettere, in un’esercitazione pratica, sulle potenzialità e sui limiti delle modalità di scrittura. Gli autori andavano da Arno Schmidt a Philip K. Dick, da Arthur Schnitzler a Robert A. Heinlein, da Jorge Luis Borges a Carl Barks, da E.T.A. Hoffman a Max Frisch.
Per almeno due volte, al Politecnico di Torino, è stato utilizzato il racconto di Ted Chiang: nell’anno accademico 2000-01 (in un laboratorio tenuto con Mario Piazza e Daniele Turchi), e in quello 2006-07 (con Luciano Perondi). Nella prima di queste due esperienze, quello di Alice Tebaldi era stato giudicato il lavoro migliore (pagina 19 del numero di Progetto grafico già menzionato): è sembrato naturale chiedere a lei i segni che integrano il presente volume.
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Il Tibet, il tempo e la storia
Parlare di storia del Tibet significa percorrere il limite di un paradosso, appiccicare categorie bisunte a chi felice viveva senz’esse. La storia per i tibetani è una linea curva in cui prevale il gusto del magico e del portentoso, una delle apparenze in cui sono immersi gli esseri viventi, e come tale è una pigra vendetta del Tempo, il principio attivo dell’illusoria cognizione del sé, il luogo dove si realizza il sogno delle esistenze inerenti. La fatica nel parlarne con loro è tutta qui: gli anni sfuggono di conto come sabbia fra le dita, si associa un evento alla vita di un lama, a un testo, a un fatto magico. Il tempo per loro è samsara e quindi sofferenza, oppure vuoto, vacuità.
Prima di essere governato dagli orologi, il tempo dei tibetani scorreva secondo cicli di sessant’anni, definiti associando dodici animali ai cinque elementi – presi in versione maschio o femmina – e ponendo ogni ciclo sotto il segno di un ulteriore animale che ne definiva la natura cosmica, ne descriveva gli intrecci celesti: allo scoccare di ogni ciclo si ripetevano sempre uguali ma diversi nella qualità della loro energia, rappresentata dall’animale totemico. Ma l’astrologo di Stato – mago tibetano del Tempo – se sottoposto forzatamente alle nostre domande, andrà ancora più in là, fino a parlare di cose incomprensibili: un mega ciclo calcolato a partire dal nirvana del Buddha, stelle e pianeti che tornano senz’esser presenti, catapulte con cui sconfiggere il nemico nella “battaglia finale”, divinità da visualizzare nella meditazione e poi sangue e sperma che giacciono come tesori inesplosi nel corpo degli esseri senzienti. E una Ruota del Tempo, Kalachakra, da conoscersi in quindici fasi, nel vuoto della trasmissione iniziatica. Essa ha il potere supremo di liberare l’individuo dall’ignoranza del Tempo e dunque di estirpare il cancro della Storia nel mondo.
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Tibet: un crogiuolo minuscolo e vasto dell’Asia orientale
La parola Tibet la si deve agli arabi che lo chiamavano Tubbat, ma fu anche detto Bhotia, Botanta, Potente, Barantola, Tufan, Tebet. I tibetani il loro Paese lo scrivono Bod, che si dovrebbe pronunciare Po, con la bocca stretta, come fosse una umlaut. Il Bod, nei tempi, è stato minuscolo e vasto, definito più che da confini tracciati sulle carte geografiche dal graduale mutamento della lingua, dei costumi, dei volti. I pilastri di ferro e pietra, posti ogni tanto nel mezzo del niente, segnavano un territorio immaginato come una cosa viva, abitato da demoni e dèi con cui gli uomini avevano imparato a dialogare. Così, a un certo punto, il Tibet andava dalle montagnose foreste cinesi, a oriente dello Yangzi, fino al monte Kailash, nell’estremo occidente, e dalle oasi settentrionali al lago Kokonor, giù fino all’Himalaya, davanzale di roccia che si affaccia sull’India.
In questa vastità che pare senza dimensione, il Paese delle Nevi ha assunto forme diverse, come un corpo che si rigiri in un letto un po’ duro per trovare la posizione. E dura era la terra, e lontano erano i cieli, in quel dilatarsi e restringersi di spazio che segna il destino di ogni civiltà, quando secoli di gloria si alternano a tempi di dominazioni straniere.
Tradizionalmente il Tibet era diviso in tre regioni, che saranno buone per gran parte della nostra storia: U-Tsang, o Tibet centrale, Kham a est e Amdo a nord. Si dice che dal Tibet centrale vengano buoni religiosi, dal Kham uomini fieri e bellicosi e dall’Amdo buoni cavalli. Questo territorio, che comunemente è inteso come il Tibet storico, grande quasi quanto l’Europa Occidentale, ingloba tutte le aree di etnia tibetana presenti in Cina e comprenderebbe oggi ampie aree delle province cinesi del Qinghai, del Gansu, del Sichuan e dello Yunnan.
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Il Tibet: la terra dell’uomo rosso
Immaginate un diamente, cavato da deserto di sassi e precipitato in un crogiuolo a bollire con il ferro di una meteorite, insieme al burro di un bovino nipote di mammuth e al corallo che un pastore ha raccolto dove c’era un oceano tanto tempo fa, all’epoca dei dinosauri. E che intorno a questa molecola di carbonio vi sia dell’acqua, nella forma di un lago blu che rifletta il cielo, circondato da una terra color ruggine come una montatura d’oro trattiene uno sputo di cobalto nell’anello di un mago errante nell’Asia.
C’era una volta, al di là delle montagne più alte della terra, un regno chiamato Shangri-la. Il popolo che abitava questo regno incantato era fiero e compassionevole, munito di una saggezza fuori dal tempo che sembrava provenire da quelle stelle che certe notti pare di poter toccare con la mano… La storia del Tibet è, in realtà, ben più noiosa di una favola che potrebbe cominciare in questo modo. E fino a qualche tempo fa il Tibet non era che un suono di quelli che precedono gli sbadigli, un vuoto sulla carta geografica dell’Asia o al massimo una di quelle cose che si leggono in un almanacco illustrato o in un sussidiario scolastico. Troppo singolare per apparirvi con qualche scopo, freddo e solitario, rozzo e sottile a un tempo, feroce e dolcissimo, materico e rarefatto, spesso incomprensibile, il Tibet era fuori dai nostri pensieri, in uno spazio-tempo di antico conio, incastonato nel resto del mondo come per caso e sorvegliato dai suoi imgombranti vicini: la Cina che l’ha divorato nel 1950 e che ora lo chiama Regione Autonoma del Tibet e dell’India, che lo ammira per aver accolto tanto tempo fa la dottrina del Buddha, quando gli sciabolanti guerrieri islamici imperversavano nelle polverose piane del Bihar.
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C’è da salvare il mondo: vieni?
Il 2008 è un anno importante per tutti noi bondgustai: ricorre infatti il centenario della nascita di Ian Fleming (1908-1964), il creatore dell’agente segreto più famoso del mondo. L’Imperial War Museum di Londra ha onorato la ricorrenza con una mostra dedicata allo scrittore; le poste inglesi l’hanno ricordato con una gustosa serie filatelica; nelle librerie è disponibile l’ultimo romanzo, Non c’è tempo per morire, a opera di Sebastian Faulks, lo scrittore autorizzato dagli eredi a proseguire la saga; nelle sale cinematografiche infine viene distribuito l’atteso film Quantum of Solace di Daniel Craig, che nei panni dell’agente segreto è riuscito nell’ardua impresa di dare nuovo smalto al personaggio, portato per la prima volta sugli schermi nell’ormai lontano 1962 da un indimenticabile Sean Connery.
007 licenza di ridere vuole dare un modesto ma sapido contributo a questo anno “bondiano”, raccogliendo le più divertenti battute che l’agente segreto ha saputo disseminare nelle oltre venti pellicole che lo hanno visto protagonista di memorabili imprese, a partire dalla più celebre di tutte: “Bond. James Bond” con la quale ha esordito in Licenza di uccidere. Sarebbe stata solo la prima di una lunga serie…
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Le veline di Mussolini: le note di servizio
Il Ministero della Cultura Popolare comunicava le sue disposizione alla stampa con le note di servizio definite, tra gli “addetti ai lavori”, veline. Queste, il cui contenuto era strettamente riservato e che venivano chiamate così dal tipo di carta su cui erano battute a macchina in più copie, venivano inviate, più volte al giorno, ai direttori dei giornali dal Ministero della Cultura Popolare con precise direttive sullo spazio da dedicare alle notizie e alle fotografie da pubblicare. In questo modo il Ministero della Cultura Popolare esercitava un’azione di controllo e di censura su tutto il tessuto socio-economico del Paese.
Si stava realizzando quello che era stato auspicato da Mussolini il 10 ottobre 1928 quando, parlando ai Direttori dei giornali italiani, aveva detto:
Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un Regime; è libero perché, nell’ambito delle leggi del Regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione…
Le veline di Mussolini: il presidio contro la libertà di stampa
Nei primi anni del fascismo il controllo della stampa italiana avveniva attraverso l’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, un organismo che Mussolini, nel 1923, aveva accentrato presso di sé in considerazione della sua importanza a fini politici. Tra il 1923 e il 1928 il fascismo, con una serie di provvedimenti legislativi, soppresse la libertà di stampa in Italia. Successivamente, nel 1934, un decreto legge trasformò l’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio in un Sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda che, articolato su tre Direzioni Generali, assunse le competenze riguardanti stampa italiana, stampa estera e propaganda.
Con un provvedimento del 1935 il Sottosegretariato fu elevato a Ministero per la Stampa e la Propaganda. Nel 1937, infine, la denominazione di Ministero per la Stampa fu modificata in quella di Ministero della Cultura Popolare: era nato così quello che venne definito Minculpop. Il suddetto Ministero si imperviana, oltre che su sei Direzioni Generali (stampa italiana, stampa estera, propaganda, cinematografia, turismo, teatro) anche su alcuni enti di diritto pubblico. Tra questi ricordiamo l’Istituto Nazionale Luce, la Discoteca di Stato, l’Ente Provinciale per il Turismo, l’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (EIAR) e la Società degli Autori ed Editori.
Nel 1936 venne conferita al Ministero per la Stampa e la Propaganda facoltà di destinare propri funzionali presso le Prefetture con l’incarico di “addetto stampa”. Recita in proposito il Codice della Stampa di Giulio Benedetti:
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Albert Hofmann? È immortale
Ho appreso quasi subito della morte di Albert Hofmann. Non scherzo: dopo averlo conosciuto, frequentato, stimano e anche amato, m’ero convinto che fosse immortale. Non poteva che essere così per una persona di tanto amore per la ricerca, per la scienza e contemporaneamente per la vita. Aveva poco meno di novant’anni quando, per la prima volta, lo incontrai a Milano, dopo averlo invitato. Nonostante la difficoltà della lingua che io non parlavo, ci mettemmo poco a entrare in sintonia e a complottare nuovi libri dopo il primo “stupefacente” Millelire che parlava dei suoi “incontri” con i grandi “speculatori” della mente.
Era successo tutto nel giro di poco tempo: il primo libro Millelire a cui ne seguirono altri, ne seguì anche il mio invito. Io m’ero fatto di acidi appena maggiorenne in strada, perso dalla voglia di fare e di provare di tutto e di più, fino a incappare in un acido balordo che mi fece arrivare alle porte del paradiso e dell’inferno, che tanto non esistono. Lasciai perdere completamente per scegliere, invece, di saperne il più possibile.
Sa di miracolo l’incontro con Roberto Fedeli che, curioso molto più di me, era riuscito a rintracciare Albert, a conoscerlo e a frequentarlo. Roberto venne a trovarmi nel mio fazzoletto di terra e ci mise poco a convincermi a pubblicarlo nella collana supereconomica che si stava affermando a livello popolare. Dopo il primo libro, lo invitai a Milano a tenere una conferenza. Lo andammo a prendere alla stazione. Io, conoscendo la sua età, mi ero organizzato per consentirgli di riposarsi prima dell’incontro pubblico.
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Il duomo di Sovana: arte, storia e archeoastronomia
Il paese di Sovana ha origini che risalgono a tempi remoti. Ricerche archeologiche hanno attestato una frequentazione umana dell’area sovanese intorno alla prima età dei metalli (IV millennio A.C. circa), come è riscontrabile anche nella limitrofa regione tosco-laziale. I più antichi segni di attività religiosa rinvenuti nel comprensorio sono le cosiddette tombe “a uovo”, locali funebri scolpiti nel tufo a forma ovale o tondeggiante. Gli artefici di questi sepolcri, molto probabilmente giunti dall’oriente egeo-anatolico (cultura di Rinaldone), precedetterro di molti secoli quella che sarà definita la civiltà più religiosa dell’antica Italia, la civiltà etrusca, anch’essa di origini egeo-anatoliche.
Dopo la decadenza del mondo etrusco e la successiva caduta dell’impero romano, iniziò il lungo e contrastato processo di cristianizzazione dell’area maremmana, che in Sovana ebbe uno dei suoi epicentri. Il duomo di Sovana, sorto su una più modesta pieve medievale, è il più importante monumento cristiano dell’area maremmana. L’unicità della sua architettura, a causa di una rara commistione di stili, nonché il pregevole stato di conservazione, permettono di assegnargli un posto di rilievo nella storia dell’architettura, assieme a Sant’Antimo e San Galgano nel senese, gli altri due eccezionali edifici cristiani di questa regione.
L’apprezzamento profondo del complesso architettonico sovanese lo si può concepire su diversi piani di comprensione e percezione. Le antiche mura, i pilastri, i rifiniti rilievi scultorei, la spazialità delle volte e l’armonia dell’insieme parlano da soli. L’ambiente sacro induce spontaneamente al raccogliemento interiore e ad una immediata percezione dello spirito religioso che ha animato gli edificatori e gli artisti che hanno lavorato tra queste mura. Osservando meglio ed entrando più in profondità nei particolari che compongono l’insieme dell’edificio, si coglie un più vasto e sorprendente panorama.
Dieto armonia e bellezza, qui è stata inserita ad arte la sapienza che re Salomone riconobbe in Hiram, l’archetipo di Tyro chiamato a costruire il Tempio di Gerusalemme considerato il più importante mai edificato in onore dell’Altissimo. La stessa sapienza dei numeri, proporzioni, misure, simboli e forme, tradizionale retaggio dei costruttori di chiese e cattedrali che nobilitarono con la loro arte il medioevo cristiano. Questi costruttori e artisti furono i diffusori dell’arte romanica e gotica tramandando tecniche e segreti costruttivi che, nell’arco di una decina di secoli - dall’VIII al XVI secolo circa -, permisero la nascita di capolavori che dall’oscuro medioevo raggiunsero la piena età rinascimentale.
Gianturco: la lotta che passa sotto silenzio
(Mascia Marini è una compagna di Napoli che sta partecipando alla lotta di Gianturco di cui i media fanno scarsa parola. Proprio per questo silenzio mi sembra importante che se ne possa parlare in questo spazio. Ines Arciuolo)
A una cert’ora si accendono i fuochi, sulle panche attorno Titina, Erminia e molte donne di tutte le età: le trasformazioni sociali non sono riuscite a mutare una sorta di appartenenza genetica, lo senti che siamo in una zona industriale, che è stata di fabbriche, che ancora vivono perlomeno nella memoria in ogni famiglia. Nello spazio scoperto, ragazzini della zona giocano a pallone, e sotto l’androne si è improvvisato un laboratorio giochi per bambini.
Le donne del quartiere si raccontano e qualcuna sui 50 descrive il Sebeto, loro da bambini ci facevano il bagno, aspettavano l’estate per buttarsi e mangiare la frutta direttamente dagli alberi; andavano anche a venderla con il cavallo, e alle 5 del pomeriggio l’odore della brezza del mare invadeva tutto, la brezza di San Giovanni! Meno di 50 anni fa, un tempo storico ridicolo, un ciclo di devastazione infinito.
Arrivano altre donne, portano altro da mangiare e da bere, avvolto come in una mensa di fabbrica a mezzogiorno, sono preoccupate che non manchi niente, soprattutto per chi è stato lì tutta la notte, loro e i “ragazzi” che li sostengono, sono anni che li conoscono e devono mangiar bene.
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Discorsi sufi e l’altro cuore dell’Islam
È consuetudine tradurre con il termine Sufismo la parola araba Tasuwwuf, il cui significato proprio è “iniziazione” o “esoterismo”: ovvero trasmissione di un’influenza spirituale che, per colui che l’ha ricevuta, diventa inizio di un percorso di realizzazione interiore, da perseguire con metodo e autodisciplina.
Questo percorso, impalpabile e diverso da quello della ordinaria esperienza corporea, caratterizzerà, d’ora in avanti, la “vita nuova” di questo individuo. Che arriverà, nel suo cammino spirituale, fino a trascendere l’individualità in quanto tale, e a passare agli stati superiori del suo essere, fino a quelli non individuali e non condizionati, che preludono alla rivelazione dell’Assoluto. È in questo senso che il Sufismo, al di là delle varie etimologie supposte, sta a significare una autentica Via tradizionale, di reintegrazione a una condizione primordiale di perfezione, punto centrale, diviso e unico di ogni essere.
Insieme a Tasuwwuf, la cui traduzione propria sarebbe quindi “La scienza dell’Islam interiore”, i termini al-Haqq, “il Vero”, tariqa, “via”, e ma’arifa, “gnosi”, costituiscono le altre espressioni di un cammino che, pur nelle apparenti distinzioni dovute a luoghi e popoli specifici, ha tutte le caratteristiche universali della gnosi, inquadrata, più o meno in modo lecito, nella rivelazione islamica della sua ortodossia religiosa. I Sufi, in questo senso, non di distinguono dai più famosi yogi indiani, dagli eccentrici monaci zen, dagli asceti cristiani dei primi secoli, come neppure da quei bizzarri ricercatori, fra tutti il celebre Dionigi, capaci, in nome del loro desiderio di verità, di possedere nient’altro che una botte come riparo.
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La caccia al tesoro ovvero analisi di un manoscritto
I modelli contemporanei di calligrafia sono i discendenti delle scritture librarie, commerciali, cancellaresce, notarili, quotidiane e religiose di ieri. Per ricreare un modello, proponiamo di studiare un manoscritto storico antico. Questo testo - che riguarda la scelta di un manoscritto, i materiali da portare con sé e il procedimento per analizzare la scrittura - è diretto non solo alle persone con poca esperienza calligrafica che desiderano iniziare senza insegnare, ma anche ai calligrafi esperti che vogliano approfondire le loro conoscenze. Studiare una scrittura formale a fondo invece di diversi stili superficialmente dà la base per studiare future scritture antiche e moderne a fondo e più rapidamente. Per semplificare, scegliamo un manoscritto del periodo rinascimentale.
Infatti, dopo il 1500 e l’introduzione della stampa e dei cambiamenti che la stampa ha provocato sui materiali e sui modelli, si usa la penna appuntita che richiede dieci regole. I codici anteriori al Rinascimento sono più antichi, dunque più rari e preziosi, spesso più difficili all’accesso. Si sceglie un codice perché si trovano le scritture librarie (usate per copiare i libri) più semplici e chiare delle scritture notarili nei documenti o delle scritture personali nella corrispondenza. Più avanti possiamo proporre le scritture anteriori al Rinascimento, le scritture post-stampa (quelle fatte con la penna a punta) e quelle introdotte dall’inizio dell’era di calligrafia moderna.
Materiali
I libri che studiamo si trovano nelle biblioteche con fondi antichi. Dobbiamo seguire i procedimenti e rispettare la preziosità di questi codici. Una delle regole è di non portare nella Sala Riserva né bottiglie né penne ad inchiostro. Come si può, domandiamo, ricreare una scrittura antica senza gli stessi strumenti? Senza pergamena, penna ed inchiostro? Neanche una biro? No, perché la biro potrebbe danneggiare il codice. Consiglio di portare:
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Calligrafia: cronaca di un amore
Nella vita professionale di un grafico l’incontro con la calligrafia è inevitabile; può capitare durante la realizzazione di un esecutivo, per un marchio, per la testata di una rivista o in quasiasi altro caso in cui la rielaborazione o l’interpretazione di un carattere tipografico si renda necessaria: si entra così nel territorio della calligrafia. Territorio dai confini indefinibili, al cui centro si potrebbe collocare l’atto di raccogliere prima l’inchiostro nell’incavo di un pennino per poi lasciarlo fluire in una traccia sulla carta secondo un criterio preciso che - a differenza della libera creazione di linee - persegue una configurazione associata al suono articolato e dunque al senso verbale: la scrittura.
A tale atto di base si sommano le stratificazioni culturali, l’invenzione formale (seppure limitata dalle regole di leggibilità), l’evoluzione dei materiali, l’apporto della personalità creativa dello scrivente, la formulazione dei canoni estetici e quanto altro concorre alla trasformazione della scrittura in calligrafia. La danza bidimensionale del pennino nello spazio piatto del foglio, il suo scorrere senza ripensamenti, è certo l’espressione più pura dell’atto calligrafico tradizionale. Ma la calligrafia è anche un’azione più meditata, il lavoro di costruzione del carattere secondo aggiustamenti progressivi fino al massimo grado della sua espressione formale, operazione che sconfina necessariamente nei territori contigui della percezione visiva, della creazione artistica, della decorazione, della geometria descrittiva, dell’elettronica, eccetera.
Con la nostra rivista di calligrafia intendiamo proporre un contenitore per tutta questa produzione che scaturisce da arti e scienze e che si occupano di forme da scrivere e insieme da leggere; il nostro campo d’indagine si può articolare in diverse sezioni che comprendono la descrizione degli strumenti (carta, inchiostro, penne, pennelli, pennini, eccetera), la storia, la teoria e la pratica (i modelli con le regole di base), le culture non europee, la callgrafia senza carta e penna (lapidi, graffiti, sculture, ceramiche), la grafologia, la calligrafia come lavoro (il mestiere degli artigiani; la professione dei pubblicitari), l’agenda dei principali avvenimenti e le novità editoriali.
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Calligrafia: i vasti orizzonti della scrittura
Forzando un poco le proporzioni, si potrebbe dire che quella che viene riproposta con questo libro, Calligrafia 1991-1995 curato da Lucia Cesarone, è una rivista storica. Lo è sicuramente nel campo particolare a cui fa riferimento - se preso alla lettera - il nome di cui si fregiava, avendo avuto esigui precedenti e una piccola ma significativa presentza in libreria. Ma lo è anche nel ben più ampio campo a cui ha rivolto il proprio interesse e che potremmo sommariamente definire “della comunicazione”. Non semplicemente il campo di coloro che in modo specialistico esercitano l’attività del comunicare, ma di tutti quelli che sul comunicare fondano buona parte della propria vita, lavorativa e non.
Si spiega così la convivenza in queste pagine di temi che interessano archeologi, insegnanti, storici, sociologi, ingegneri dei trasporti, type designer, illustratori, artisti e, last but not least, calligrafi. Da questo punto di vista la rivista “Calligrafia” ha rappresentato, nel suo piccolo, un raro ponte tra discipline apparentemente molto lontane. Un elemento di contatto - un link si direbbe oggi - per condividere le più diverse riflessioni sulla scrittura, intesa nella sua accesione più ampia, profonda e suggestiva.
Ma storica lo è anche nel senso che, in qualche modo, si è trovata al centro di un periodo particolare del mondo - in questo caso, invece, specialistico - della comunicazione e ha dato indirettamente un contributo alla sua direzione verso nuovi orizzonti di ricerca. Paradossalmente, una rivista dal nome retro proponeva una nozione innovativa di scrittura, in un ambito dove imperava ancora il mito, acritico e superficiale, dell’immagine, adottato spesso per occultare la scarsa efficienza delle soluzioni progettuali. Basta sfogliare questo libro per annullare la presunta opposizione tra scrittura e immagine.
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