Creatività urbana e comunicazione

Do the writingIntervista a Mario Morcellini, preside Facoltà Scienze della Comunicazione, Sapienza - Università di Roma.

Tra i massimi condottieri della comunicazione in Italia, ricorda il suo primo impatto o incontro con le forme della creatività urbana?

La prima percezione, dal punto di vista visivo, è stata certamente di sorpresa e di incomprensione. Per rendere un parametro, riferisco un ricordo. Quando Eugenio Scalfari si dimise da “Repubblica” rilasciò un’intervista a “Prima Comunicazione”, esternandone le ragioni, e disse grosso modo: «Il sabato leggo il supplemento “Musica!” di “Repubblica” e non ci capisco nulla. Per cui ho realizzato che devo passare la mano». Ecco, se posso dirla tutta, con il Writing, con la creatività urbana, con le parole disegnate, la prima sensazione che ha un adulto attento alla testualità, attento alle patrie lettere, è quella dello sconcerto; poi è chiaro che sopraggiunga il pensiero di cercare di capire, ma la prima sensazione, difficile da negare, è quella della provocazione visiva.

La sua risposta suggestiva ci rimanda a Herb Lubalin, il creatore dell’Avant Garde. Secondo una sua teoria, nata al freddo delle megalopoli e nei primissimi anni dei graffiti, la riduzione del 10% della lettura, in una scrittura, produce per essa il 100% in più di impatto visivo. È forse questa un’impertinenza comunicativa tipica dei graffiti, non farsi leggere?

Se la prima reazione è di tipo conservatrice - essendo noi studiosi di letteratura, di cultura, in quanto per le nostre persone la forza delle parole è quasi un tratto spirituale dell’identità - la seconda reazione è appunto cercare di capire. Da questo punto di vista, il Writing fa pensare a due cose: la lettura in pubblico ed il culto delle parole disegnate. Da bambini, quando si imparava a scrivere, le forme delle lettere, che ora si trovano solo nei mercatini degli antiquari perché nessuno vi si applica più, avevano accanto un oggetto che le richiamava come sua iniziale. Per molti versi, la cura estetica delle singole lettere provoca quasi una regressione infantile, e la cura posta nel disegno anche volumetrico delle lettere può far pensare ad un’enfatizzazione. Il Writing siamo abituati ad affrontarlo come somma di forme alfabetiche, di grafemi, come la produzione di uno che scrive, ma bisognerebbe confrontarlo con ciò che è la lettura in pubblico di poesie e romanzi, ovvero considerando anche chi si trova ad intenderlo. Il libro cartaceo nasce per essere letto in solitudine, ma uno dei modi in cui i moderni mettono in forma pubblica la lettura è proprio quello di vedere se una diversa rispondenza poetica riesce a provocare un sistema di enfasi sulle parole, una specie di rafforzamento professionale della lettura. Quello della lettura in pubblico, della lettura enfatica dei testi, è un pensiero per certi versi avvicinabile al mondo del Writing.
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Valorizzare la creatività urbana

Do the writingINWARD è l’osservatorio sulla creatività urbana che dirigo. Il suo nome si riferisce alla più spiccata caratteristica della cultura studiata, alla sua paradossale introversione. Nasce come piattaforma associativa e sta per International Network on Writing Art Research and Development, soggetto internazionale dedicato a ricerca e promozione di tutto quanto è arte dei graffiti, creatività urbana. Opera da sempre attraverso convention, seminari, studi e progetti, nelle università, con gli enti pubblici, per i privati ed in collaborazione con associazioni ed operatori culturali.

All’insegna della sperimentazione e con il sostegno di ricerche negli ambiti della sociologia, antropologia, estetica, urbanistica, architettura, critica d’arte e comunicazione, lavora incessantemente per favorire il massimo dialogo possibile tra le forze genuine del fenomeno e, d’altro canto, gli enti locali, il sistema dei media, l’opinione pubblica.

Il presente volume nasce come documento necessario di una stagione decisamente sorprendente per tutto ciò che siamo soliti chiamare writing anche in Italia. L’espressione “Do The Writing!” assonante con il titolo del film di Spike Lee (“Do the right thing”) venne fuori nel 2003 ad Alfredo Forino, un socio fondatore della nostra organizzazione, durante la presenza come gruppo “Evoluzioni” presso lo stand della Provincia di Napoli a Galassia Gutenberg.

Vi si accamparono diversi writer per più giorni, tra performance e informazioni al pubblico sulla cultura del writing. Lo stand di fianco era quello di Stampa Alternativa. Conoscemmo Adolfo Rossomando. Si fermò anche un ex funzionario della Circumvesuviana, Franco Cusati, gallerista, che aveva sviluppato una forte curiosità per i graffiti insieme ad Aldo Cinque, allora dipendente dell’Azienda, fotografo appassionato dei dettagli del writing. L’ultima tappa tra le sei dell’innovativo progetto Circumwriting che poi ne venne fuori vide dipingere, nel luglio del 2004, più di cento writer presso la stazione ferroviaria di Barra ed ebbe titolo “Do The Writing!”, come un incitamento da cavalleria.
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I segni dell’inganno e le regole del gioco

I segni dell'inganno di Caterina MarroneSe si è adoperata la parola “gioco” lo si è fatto secondo il modo filosofico wittgensteiniano, ossia come equivalente dell’inglese game, nel senso cioè di “pratiche, azioni rette da regole esplicite o implicite”, giochi non necessariamente ludici. Differentemente da quanto accade in italiano dove sotto l’univoco termine “gioco” convivono più tipi di accezioni, ovvero di raggruppamenti semantici, in inglese invece si distinguono voci diverse: game appunto, gioco regolato, oppure play, gioco non necessariamente guidato da norme: i giochi con la palla, per esempio, ball games, sono governati da regole, mentre i giochi d’acqua, plays of water, non lo sono. Nel campo semantico della parola “gioco” in italiano quindi non si avverte, se non debolmente, la differenziazione dei giochi retti o meno da regole, anzi a volte nella pratica si finisce per offuscarne la diversità di senso, avvertita forse come irrilevante.

Orbene, nel momento in cui si fanno rientrare le scritture in codice tra i giochi-games filosofici di Wittgenstein del leggere e del derivare significa che, per lo più, si intende riferirsi ad azioni e pratiche che sottostanno a regole. Chiaro deve essere che il gioco delle crittografie è un gioco di sbarramento o di inganno, fatto per impedire che si legga un testo e/o per indurre altri in errore: per scrivere quindi è necessario “derivare” secondo certe modalità e per “leggere” bisognerà conoscere o ricavare le norme utilizzate dall’autore per contraffare lo scritto allo scopo di ricostituirlo nel suo ordine chiaro e originario.

Tali giochi crittografici, quelli di cui si parlerà in questo capitolo, sono strettamente legati agli alfabeti di tipo fonetico, ossia agli alfabeti che tutti conosciamo e di cui la modernità si avvale, siano essi latini o greci, oppure anche agli alfabeti sillabici come quelli ebraici, arabi o altri purché il loro sia un sistema basato sulla discretezza, ossia su un insieme numericamente finito di elementi e tale che questi elementi dell’insieme non siano continui. André Martinet (1908-1999), l’insigne linguista francese, nel suo Éléments de linguistique générale (1960) spiegava molto bene questo concetto basilare sia delle lingue storico-naturali sia di tutti i sistemi semiotici basati sugli alfabeti – e denominati, per l’appunto, scritture alfabetiche.
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“Do the writing”: uno stimolo per la creatività e la crescita del movimento

Do the writingRappresentare attraverso un libro il Writing, fenomeno in costante mutamento, è sempre un tributo e una sfida al tempo stesso. Quando poi questo movimento ai limiti dell’illegalità riesce ad entrare nel territorio delle buone pratiche, proponendosi alle istituzioni come interlocutore per interventi di riqualificazione urbana, illustrare questo cambiamento epocale diventa anche un atto dovuto.

Tassello fondamentale in questo ampio progetto di testimonianza partito negli anni ’90, e al quale Stampa Alternativa ha saputo dare spazio e fiducia, è stata la ricerca di fonti dirette e di rilievo. Grazie al contributo dei pionieri newyorkesi di IGTimes, che hanno scavato fino alle radici del fenomeno e dei suoi sviluppi artistici nella New York degli anni ’70, è stato possibile realizzare nel 1996 il volume Style: Writing from the Underground. Nel 2003 sono stati i writer che gravitano intorno al collettivo Why Style ad accompagnarci con Just Push The Button, Writing Metropolitano nel tessuto metropolitano della Roma degli anni ’90, playground ideale per i più prolifici writer italiani e stranieri di quella stagione.

Oggi invece, in uno scenario di grandi mutazioni, a guidarci attraverso una nuova inedita stagione propositiva del Writing in Italia sono i ricercatori di INWARD, osservatorio internazionale sulla creatività urbana, da anni impegnato nella valorizzazione della cultura del Writing. È grazie anche al loro impegno che la dirompente energia creativa dei writer italiani ha sposato il progetto di un network nazionale di Associazioni per la Creatività Urbana (ACU).

Ed è proprio con INWARD che vede la luce questo terzo lavoro dal titolo Do The Writing!, un libro che è parte di un progetto più ampio, destinato ad accelerare le dinamiche di sviluppo all’interno della community e la spinta propositiva nei confronti dell’opinione pubblica e delle istituzioni, locali e nazionali.
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I segni dell’inganno: il gioco del leggere e del derivare

I segni dell'inganno di Caterina MarroneIn una serie di passaggi delle Ricerche filosofiche e del Libro marrone (1958), in cui si argomenta che la logica tipica di una lingua è diversa da quella di ogni linguaggio formale o “primario”, Wittgenstein parla dei sensi del vocabolo leggere. Egli si chiede cosa, sul piano del contenuto significativo, possa essere indicato come leggere, e mostra come sia vasto e diverso l’ambito d’uso di questo termine, e quanto sia ricco il ventaglio semantico della parola.

Esplora in quanti e quali contesti il vocabolo si usi, con una successione di ragionamenti tesi a indagare quanto l’ampiezza della famiglia di casi in cui si può dire che qualcuno legge o sta leggendo qualcosa, come si possa stabilire se qualcuno legge veramente o simula, se comprende ciò che legge oppure no, se legge speditamente o compita. E questo ragionamento, il filosofo viennese, lo ritiene valido non solo per quanto riguarda il comune atteggiamento delle persone nella realtà quotidiana ma anche per le situazioni più estreme, fino a quelle oniriche e alle allucinate.

Wittgenstein fa osservare la sterminata molteplicità di usi che la parola leggere ricopre e conduce chi segue il suo ragionamento a valutare la difficoltà di dare una definizione univoca che sia valida per tutti i sensi del leggere: perché il territorio semantico del leggere, se ci si permette la metafora, ha una geografia frastagliata e disuguale – dolci colline e picchi improvvisi, spiagge piatte e abissi profondi –, è una regione diversa, smisurata e dai confini variabili, dalle ombreggiature cangianti a seconda della mutevolezza del tempo. Ma tutta questa varietà d’uso finisce però per confluire sotto uno stesso termine-ombrello: leggere.
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Ludwig Wittgenstein e il gioco delle crittografie: assenze

I segni dell'inganno di Caterina MarroneAlcuni studiosi di Ludwig Wittgenstein (1889-1951), leggendo e interpretando le Ricerche filosofiche (1953) e altri scritti dell’autore, hanno notato una particolarità singolare: quella che riguarda la mancanza, dal suo vocabolario, di termini di cui il suo secolo aveva fatto grande uso in filosofia. Wittgenstein non si servì di parole come “sociale”, “società”, oppure come “storia”, che avrebbero ben potuto appartenere in determinate occasioni argomentative al suo pensiero: si pensi alla fraseologia inerente al “gioco linguistico”, nozione paradigmatica della sua filosofia, in cui, infatti, non compaiono mai termini come “sociale”, “societario” o “società”; eppure il gioco linguistico non può che realizzarsi tra la gente, nel luogo del pubblico, non può vivere che tra le persone, nelle relazioni tra individui, nella collettività “sociale” per l’appunto.

Ma tali vocaboli sono assenti. E così in altri casi e con altre parole. Chiedersi del perché di queste omissioni è una legittima curiosità: se si può avanzare, nel caso del termine “storia”, un’ipotesi della sua mancanza, soprattutto nell’ambito delle Ricerche – per altri scritti di tipo logico è, naturalmente, ovvio che la parola non ci sia –, potrebbe essere nel fatto che Wittgenstein si stava rivolgendo, in queste sue riflessioni, al dominio della prassi, al fare, al dire come azione e dunque, a quella zona in cui il parlante agisce e si muove, in quello spazio dove ogni atto verbale che avviene si produce, si realizza sempre nella dimensione della sincronia, nel contesto della contemporaneità.

Infatti anche se persona colta, l’attore di un discorso, mentre parla o svolge e determina un’azione verbale, non ha memoria di quanto, nel passato, è successo alle parole che sta adoperando: se si chiede a qualcuno «Che cosa è questo?», il fatto che la parola “cosa” derivi dal latino causa non è di nessun vantaggio, non è di nessuna importanza nello scambio comunicativo, non ha attinenza in tale pratica.
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Il tempio di Voltumnia: il culto della terra

Il tempio di Voltumnia di Giovanni FeoLa civiltà etrusca fu l’ultima espressione, sul suolo italiano, di una millenaria cultura le cui radici affondano nella preistoria del neolitico europeo. L’archeologa Marija Gimbutas, nel suo ultimo lavoro Le dee viventi, ha incluso l’etrusca nel novero delle civiltà derivate dalla cultura ‘matrifocale’ dell’Antica Europa (“Old Europe”). Alcuni tratti della cultura etrusca sono illuminanti: presenza di donne nelle alte cariche sociali, politiche e religiose; religione improntata al culto di divinità femminili; ritualità in connessione con speciali siti del territorio; divisione del territorio secondo le norme di una tradizionale scienza della Terra. Non secondario è il ricco campionario figurativo e iconografico utilizzato da artisti e decoratori etruschi, contraddistinto da simboli archetipici di antichissima età: il labirinto, la svastica, il cerchio solare, la sirena bicaudata, il fiore a cinque petali, l’occhio, la ruota, il reticolo.

La particolare morfologia del territorio di tipo vulcanico fu rilevante nello sviluppo della civiltà etrusca. Il limite di tante ricerche e di così numerosi scavi è stato di non aver compreso l’importanza del territorio e delle valenze attribuitegli da quel popolo. La terra, dea-terra, fu la prima divinità. Il territorio fu vissuto come il corpo fisico e concreto di una grande dea, un’incommensurabile corpo, multiforme e ricco di potere vitale e creativo. La società etrusca fu guidata da una variegata classe di sacerdoti e sacerdotesse, dediti a mantenere e regolare le giuste relazioni con l’ambiente, specialmente là dove dovevano sorgere gli insediamenti, sia sacri che civili. Per questa attitudine alla sacralità essi furono considerati, sia dai Romani che dai Greci, profondamente religiosi.

Sarebbe ingenuo pensare che tale attitudine verso la religiosità si sviluppò con l’espandersi della civiltà etrusca nel centro Italia, tra i secoli XI e VIII a.C. È più verosimile che gli Etruschi avessero ereditato la loro religione e la relativa scienza sacra da culture e civiltà che li avevano preceduti. Due illustri studiosi, Claudio De Palma e Giovanni Semerano, hanno ricostruito il retroterra di civiltà cui si riallacciava il popolo etrusco: l’area anatolica e il mare Egeo settentrionale, chiamato anche mare Tracio.
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Il tempio di Voltumnia: sulle tracce di Fanum

Il tempio di Voltumnia di Giovanni FeoUno dei temi centrali affrontato da chi si occupa di materia etrusca riguarda l’ubicazione del Fanum Voltumnae. L’argomento è tra i più significativi per comprendere lo spirito che permeava quella arcaica ed elusiva civiltà. Eppure, nonostante studi, ricerche, investigazioni e scavi, ancora non si conosce nulla intorno a quello che fu il maggiore luogo sacro del popolo etrusco. Fanum Voltumnae è la traduzione in latino di un’equivalente espressione etrusca, oggi non più conosciuta, che viene in genere tradotta “Tempio di Voltumna”, sebbene la parola fanum, di derivazione etrusca (fanu), indicasse in origine qualcosa di diverso da un semplice edificio templare che, in latino, troviamo indicato con templum.

Il fanum fu un sito sacro presso un ambiente naturale reputato prodigioso, anche di estese proporzioni, spesso un bosco consacrato a divinità femminili: il Fanum di Feronia (Fiano Romano), di Diana (Nemi), di Fortuna (Fano), solo per citare i più noti. L’associazione tra divinità femminile e bosco sacro risale alla preistoria e fu celebrata nella archetipica figura della dea o signora delle fiere, patrona dei boschi e della vita selvaggia. Diana, Cibele, Artemide, Feronia furono i diversi nomi, in luoghi diversi, della Signora dei boschi e delle fiere, spesso venerata presso carismatici luoghi di acque, laghi, promontori, isole e sorgenti. Nella religione dei druidi celtici al fanum corrispondeva il nemeton, il bosco sacro di querce dove i Celti convenivano per le grandi celebrazioni annuali. Nella Grecia arcaica il più celebre bosco sacro di querce fu a Dodona, in Epiro.

In età romana, con lo sviluppo dell’edilizia architettonica, la parola fanum assunse significati omologhi a quella di templum, divenendone sinonimo, a significare il classico tempio edificato in muratura secondo canoni architettonici tradizionali. Il significato più antico della parola indica uno speciale sito sacro dove, da età remote, si perpetuava il primordiale culto dei boschi, delle acque e, più estesamente, della terra e del territorio.
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Voltumnia: alla ricerca del tempio perduto

Il tempio di Voltumnia di Giovanni FeoNella primavera del 1988 i maggiori quotidiani nazionali riportavano la notizia che su una sperduta altura, sopra il crinale vulcanico del lago di Bolsena, finalmente era stato scoperto il leggendario Fanum Voltumnae, il sacrario nazionale dei dodici popoli etruschi. L’altura, Poggio Evangelista, conserva i resti di un tempio situato in posizione strategica.1 Dalla sommità si può toccare il cielo e godere di un panorama a 360° che spazia su Umbria, Lazio e Toscana.

L’area sacra etrusca risalente al VI sec. a.C., dopo la scoperta e catalogazione da parte della Sovrintendenza, fu abbandonata e lasciata all’azione distruttiva degli elementi naturali. Non si trattava però del Fanum Voltumnae e infatti nessuna prova fu trovata a conferma. Così il tempio di Poggio Evangelista si è aggiunto alla lunga lista di santuari etruschi scoperti e poi dimenticati.

Già nel 1968 Mario Signorelli, studioso di Viterbo, proclamò la scoperta del Fanum Voltumnae nei pressi di due località: il Riello e Macchia Grande. Forse a causa della sua ostentata eccentricità, lo studioso non venne mai preso in considerazione dagli accademici. Anche in questo caso, però, i luoghi scoperti, sebbene di grande rilievo naturalistico e monumentale, non erano quelli del Tempio perduto, il Fanum. La notizia della scoperta del Fanum si è ripetuta molte altre volte.

Recentemente, nell’estate del 2005, il Fanum è stato localizzato a Orvieto, almeno così dichiaravano gli archeologi, ripresi con enfasi dal “Corriere della Sera” e da altri media. Ma anche in quest’occasione mancavano le prove. Solo supposizioni. Nel sito indicato dagli archeologi, il Campo della Fiera, sotto la rupe di Orvieto, sono venute alla luce soltanto le fondamenta di un tempio, l’ennesimo. Come gli altri abbandonato a se stesso dopo la scoperta. Se finora le ricerche non hanno prodotto risultati definitivi, molto è dipeso dal mancato approccio a un tema fondamentale: la speciale religiosità di età etrusca, una materia ancora nebulosa a causa della sua intrinseca complessità, resa ancora più oscura da interpretazioni ingenue e fantasiose.
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Storie della tua vita: la fantascienza laddove non crederesti

Storie della tua vita di Ted ChiangLa fantascienza a volte spunta dove e come non te lo aspetti, ottimo esempio la pubblicazione, in una collana dedicata alla scrittura, dell’antologia Storie della tua vita, di Ted Chiang. Ma a ben guardare non si tratta affatto di una scelta fatta a casaccio, Chiang è un tecnico che in rare occasioni si cimenta nella preziosa arte della scrittura di racconti di fantascienza, e spesso le sue opere sono strettamente legate al linguaggio, sia esso corporale, magico, alieno o matematico.

Questo volume raccoglie quattro racconti gia apparsi in Italia e quattro inediti, tutto quello che di Chiang è stato pubblicato nel nostro paese, con la sola eccezione di Il mercante e il portale dell’alchimista, apparso su Robot 55. Eppure questi otto racconti hanno collezionato una messe incredibile di premi, tra cui un Hugo e tre Nebula, mentre il racconto apparso su Robot si è aggiudicato entrambi i premi. Cosa c’è di tanto affascinante nei racconti di Chiang?

Torre di Babilonia (Tower of Babylon, 1990). Quattro mesi sono necessari per portare un mattone sulla sommità della torre, che ha raggiunto la volta del cielo senza che Yahwee punisse la superbia dei costruttori. Ora si sta scavando nel granito che sovrasta la torre, ma nessuno sa se sia possibile oltrepassarlo veramente, e quali pericoli nasconda l’immane progetto. Un affascinante connubio tra religione e ingegneria, straordinaria opera prima di Chiang, premiata con un Nebula.

Capire (Understand, 1991). L’ormone K, una farmaco sperimentale impiegato per riparare i danni cerebrali, ha avuto successo, forse troppo successo. Così Leon vede crescere le sue capacità mentali ben oltre ogni immaginabile linmite, per lui beffare le autorità e sparire è un gioco, ma scoprirà che anche per le supermenti capire troppo è pericoloso.
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Il ladro di biciclette e il debitore patafisico

Ladro di bicicletteL’infelice Jarry avrà mai avuto un momento di felicità nella sua vita? Non è dato saperlo, anche se davvero sembra felice in una famosa fotografia del 1898 (riprodotta in copertina) nella quale è ritratto in sella a una bicicletta sportiva, nel paese di Corbeil, a sud di Parigi, dove trascorse alcuni periodi estivi assieme ad amici. Nella foto la felicità è discreta, celata da un volto indifferente, ma è presente, si palpa. E la causa non sembra tanto il luogo in cui egli si trova quanto la bicicletta che inforca: una Clément de luxe 96 course sur piste, del valore al nuovo di 525 franchi. Jarry la inforca con delizia per varie ragioni: perché ama la bicicletta in sé, come miracolo meccanico, come oggetto che gli permette di muoversi, ma anche perché gli è costata pochi franchi.

Per lei ha continuato a rinnovare cambiali, con progressivo aumento degli interessi, ma senza mai saldare il conto. Una bicicletta che è all’origine della maggiore vertenza giudiziaria della sua vita. Tutto comincia a Laval, cittadina nativa di Jarry alle porte della Bretagna, e precisamente al numero 12 del viale Jean-Fouquet, dove s’illuminano le ampie vetrine di “Trochon-Vélo”, negozio di macchine da cucire e biciclette. Un abbinamento che indica come a quei tempi fosse l’analogia meccanica – e non funzionale – ad accostare gli oggetti.
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Il ladro di biciclette e l’impostore

Ladro di bicicletteMerdre!, in italiano: merdra!

Questa esclamazione fu sputata sul pubblico che il 10 dicembre 1896 assiepava a Parigi il Nuovo Teatro di rue Blanche, per assistere alla prima dell’Ubu Re di Alfred Jarry: urla, fischi, scazzottate, ma anche applausi e lancio di fiori. Tra il pubblico personaggi di spicco: Mallarmé, Paul Léautaud e Jules Renard, che la sera stessa, nel suo Diario, scrisse come al grido di «merdre!» qualcuno in sala avesse urlato «mangre!», cioè un «mangia!» deformato. Ma lo scandalo che la prima battuta produsse nel pubblico stabilì quel successo che dura da più d’un secolo.

Vuoi per lo scandalo, vuoi per il clamore mondano, l’opera diede a Jarry una fama inattesa e lo rese immortale. La critica ne fu entusiasta: cosa succedeva sulla scena? chi la calcava? Un misto di Pulcinella e Gargantua, uno sfogo libero e anarchico, senza limite, una provocazione, un calcio nel sedere vellutato dei commediografi d’accademia. Ma Ubu non era invenzione di Jarry, come invece lo fu il caricaturale dottor Faustroll, creatura patafisica generata nel 1898.

Al Liceo di Rennes c’era un professore di fisica – tale Hébert – privo di ogni autorità, ometto grottesco ridotto a zimbello degli studenti, che da generazioni lo prendevano in giro. Lo chiamavano Père Heb, ma anche Eb, Ébé, Ébon, Ébance, Ébouille. Attorno alla figura di quell’ometto circolavano fantastiche avventure: era l’eroe – col nome di Padre P. H. – di una caleidoscopica chanson de geste liceale, tra i cui tanti episodi ce n’era uno scritto nel 1885 da un gruppetto di studenti guidati dal veterano Charles Morin: s’intitolava I polacchi.
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Le storie della vita di Ted Chiang

Storie della tua vita di Ted ChiangÈ risaputo che Ted Chiang è un autore veramente poco prolifico, ma per nostra fortuna se la quantità è bassa la qualità dei suoi racconti è altissima. Ora, per merito della di Stampa Alternativa & Graffiti, sigla editoriale della casa editrice Nuovi Equilibri, possiamo leggere la sua prima e per ora unica antologia che prende il titolo da un racconto in essa contenuto: Storia della tua vita (Stories of Your Life and Others, 2002).

Stories of Your Life and OthersAnche se il suo primo racconto risale al 1990 (Tower of Babylon) sino a oggi ha scritto “solo” una decina di racconti, vincendo una quantità di premi: l’ultimo, The Merchant and the Alchemist’s Gate del 2007, uscito in Italia su Robot 55, ha vinto sia il Premio Hugo che il Premio Nebula. Ogni racconto di Ted Chiang è un gioiello e con pochi, veramente pochi, racconti si è giustamente creato una solida reputazione, proponendo una fantascienza ricca di idee con personaggi reali e indimenticabili. Sulla qualità dei suoi racconti poi, l’autore ha delle idee ben precise tanto da rinunciare alla candidatura ad un premio Hugo, in quanto non riteneva il racconto, che stava avendo la “nomination” non conforme ai suoi standard qualitativi. Sino ad oggi in Italia abbiamo potuto apprezzare solo alcuni suoi racconti.

L’autore. Ted Chiang è nato nel 1967 a Port Jefferson nello Stato di New York, e si è laureato presso la Brown University. Attualmente risiede a Bellevue nei pressi di Seattle, dove lavora come scrittore tecnico per l’industria del software, e potremmo dire che per lui scrivere è solo un hobby che svolge nel tempo libero. Quasi tutti gli otto racconti di questa antologia hanno vinto premi importanti o hanno ricevuto delle nomination. Sono: Torre di Babilonia (Tower of Babylon, 1990); Capire (Understand, 1991); Divisione per zero (Division by zero, 1991); Storia della tua vita (Story of Your life, 1998); Settantadue lettere (Seventy-two letters, 2000); L’evoluzione della scienza umana (The evolution of Human Science, 2000); L’inferno è l’assenza di Dio (Hell is the absence of God, 2001); Il piacere di ciò che vedi: un documentario (Liking what you see: a documentary, 2002).

La quarta di copertina. Se gli uomini avessero costruito una torre fino al cielo? Se un farmaco incrementasse enormemente l’intelligenza? Se i fondamenti della matematica fossero arbitrari e inconsistenti? Se l’esposizione a una scrittura aliena modificasse la nostra percezione del tempo? Se una scienza del dare nomi chiamasse alla vita la materia inanimata? Se la ricerca scientifica fosse monopolio di una casta di mutanti? Se angeli di salvezza e distruzione apparissero quotidianamente per le strade? Se ci fosse modo di rimanere indifferenti alla bellezza fisica?

(Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Fantascienza lo scorso 17 dicembre.)


Storie della tua vita di Ted Chiang
Traduzione di Giovanni Lussu. Illustrazioni di Alice Tebaldi
Collana Scritture
296 pagine
ISBN: 978-88-6222-030-9

Quando avremo finito tutti potranno toccare la volta del cielo

Storie della tua vita di Ted ChiangL’intera città era in festa. Era cominciata otto giorni prima, quando erano partiti gli ultimi mattoni, e sarebbe durata altri due giorni. Ogni giorno e ogni notte la città gioiva, danzava, banchettava. Assieme agli operai delle fornaci c’erano i carrettieri, le cui gambe erano fasci di muscoli per aver scalato la torre. Ogni mattina una squadra cominciava la sua ascesa; saliva per quattro giorni, trasferiva il suo carico alla squadra successiva e il quinto giorno riscendeva nella città con i carretti vuoti. Una catena di queste squadre arrivava fino alla cima della torre, ma solo quella più in basso festeggiava con la città. Per quelli che vivevano sulla torre erano stati mandati su abbastanza vino e cibo, in tempo perché la festa potesse estendersi all’intero pilastro. A sera Hillalum e gli altri minatori elamiti sedevano su sgabelli di terracotta davanti a un lungo tavolo carico di cibo, uno dei tanti collocati nella piazza della città. I minatori parlavano con i carrettieri chiedendo della torre. Nanni disse:
Storie della tua vita di Ted Chiang“Qualcuno mi ha raccontato che i muratori in cima alla torre piangono e si strappano i capelli quando un mattone viene lasciato cadere, perché ci vogliono quattro mesi per rimpiazzarlo, ma nessuno si dà pensiero se un uomo cade e muore. È vero?”
Uno dei carrettieri più ciarlieri, Lugatum, scosse la testa.
“Oh no, è solo una storia. C’è una carovana di mattoni che vanno sulla torre; migliaia di mattoni raggiungono la cima ogni giorno. La perdita di un solo mattone non significa nulla per i muratori”.
E sporgendosi verso di loro: “Tuttavia c’è qualcosa che essi valutano più della vita di un uomo: una cazzuola”.
“Perché una cazzuola?”
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Storie della vita: quelli che scavano nella volta del cielo

Storie della tua vita di Ted ChiangPrima che la terra fosse eretta, ci sarebbero voluti due giorni per camminare da un’estremità all’altra della pianura di Shinar. Ora che la torre è lì, un uomo senza carico sale dalla base alla sommità in un mese e mezzo. Ma pochi scalano la torre a mani vuote; il passo dei più è rallentato dal carretto di mattoni che si tirano dietro. Dal giorno in cui un mattone viene messo su un carretto a quando viene preso per far parte della torre passano quattro mesi.

Storie della tua vita di Ted ChiangHillalum aveva passato tutta la vita nell’Elam e conosceva Babilonia solo in quanto essa acquistava rame. I lingotti venivano caricati su barche che scendevano il Karun fino al Mare Inferiore, quando confluisce nell’Eufrate. Hillalum e gli altri minatori viaggiavano via terra, insieme a una carovana di onagri carichi. Camminavano lungo un sentiero polveroso che scendeva dall’altipiano, attraverso le pianure, fino ai campi verdi tagliati da argini e canali.

Nessuno di loro aveva visto la torre prima. La si scorgeva quando erano ancora a leghe di distanza: una linea sottile come un filo di lino, che ondeggiava nell’aria tremolante innalzandosi dalla crosta di fango che era Babilonia. Come arrivarono più vicini, la crosta crebbe nelle potenti mura della città, ma avevano occhi solo per la torre. Quando abbassavano lo guardo al livello della piana fluviale vedevano segni che la torre aveva prodotto fuori dalla città: lo stesso Eufrate ora scorreva a lato di un letto vuoto e asciutto, scavato per fornire creta per i mattoni. A sud della città si vedevano file e file di fornaci non più accese.
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