Creatività urbana e comunicazione

Do the writingIntervista a Mario Morcellini, preside Facoltà Scienze della Comunicazione, Sapienza – Università di Roma.

Tra i massimi condottieri della comunicazione in Italia, ricorda il suo primo impatto o incontro con le forme della creatività urbana?

La prima percezione, dal punto di vista visivo, è stata certamente di sorpresa e di incomprensione. Per rendere un parametro, riferisco un ricordo. Quando Eugenio Scalfari si dimise da “Repubblica” rilasciò un’intervista a “Prima Comunicazione”, esternandone le ragioni, e disse grosso modo: «Il sabato leggo il supplemento “Musica!” di “Repubblica” e non ci capisco nulla. Per cui ho realizzato che devo passare la mano». Ecco, se posso dirla tutta, con il Writing, con la creatività urbana, con le parole disegnate, la prima sensazione che ha un adulto attento alla testualità, attento alle patrie lettere, è quella dello sconcerto; poi è chiaro che sopraggiunga il pensiero di cercare di capire, ma la prima sensazione, difficile da negare, è quella della provocazione visiva.

La sua risposta suggestiva ci rimanda a Herb Lubalin, il creatore dell’Avant Garde. Secondo una sua teoria, nata al freddo delle megalopoli e nei primissimi anni dei graffiti, la riduzione del 10% della lettura, in una scrittura, produce per essa il 100% in più di impatto visivo. È forse questa un’impertinenza comunicativa tipica dei graffiti, non farsi leggere?

Se la prima reazione è di tipo conservatrice – essendo noi studiosi di letteratura, di cultura, in quanto per le nostre persone la forza delle parole è quasi un tratto spirituale dell’identità – la seconda reazione è appunto cercare di capire. Da questo punto di vista, il Writing fa pensare a due cose: la lettura in pubblico ed il culto delle parole disegnate. Da bambini, quando si imparava a scrivere, le forme delle lettere, che ora si trovano solo nei mercatini degli antiquari perché nessuno vi si applica più, avevano accanto un oggetto che le richiamava come sua iniziale. Per molti versi, la cura estetica delle singole lettere provoca quasi una regressione infantile, e la cura posta nel disegno anche volumetrico delle lettere può far pensare ad un’enfatizzazione. Il Writing siamo abituati ad affrontarlo come somma di forme alfabetiche, di grafemi, come la produzione di uno che scrive, ma bisognerebbe confrontarlo con ciò che è la lettura in pubblico di poesie e romanzi, ovvero considerando anche chi si trova ad intenderlo. Il libro cartaceo nasce per essere letto in solitudine, ma uno dei modi in cui i moderni mettono in forma pubblica la lettura è proprio quello di vedere se una diversa rispondenza poetica riesce a provocare un sistema di enfasi sulle parole, una specie di rafforzamento professionale della lettura. Quello della lettura in pubblico, della lettura enfatica dei testi, è un pensiero per certi versi avvicinabile al mondo del Writing.
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Valorizzare la creatività urbana

Do the writingINWARD è l’osservatorio sulla creatività urbana che dirigo. Il suo nome si riferisce alla più spiccata caratteristica della cultura studiata, alla sua paradossale introversione. Nasce come piattaforma associativa e sta per International Network on Writing Art Research and Development, soggetto internazionale dedicato a ricerca e promozione di tutto quanto è arte dei graffiti, creatività urbana. Opera da sempre attraverso convention, seminari, studi e progetti, nelle università, con gli enti pubblici, per i privati ed in collaborazione con associazioni ed operatori culturali.

All’insegna della sperimentazione e con il sostegno di ricerche negli ambiti della sociologia, antropologia, estetica, urbanistica, architettura, critica d’arte e comunicazione, lavora incessantemente per favorire il massimo dialogo possibile tra le forze genuine del fenomeno e, d’altro canto, gli enti locali, il sistema dei media, l’opinione pubblica.

Il presente volume nasce come documento necessario di una stagione decisamente sorprendente per tutto ciò che siamo soliti chiamare writing anche in Italia. L’espressione “Do The Writing!” assonante con il titolo del film di Spike Lee (“Do the right thing”) venne fuori nel 2003 ad Alfredo Forino, un socio fondatore della nostra organizzazione, durante la presenza come gruppo “Evoluzioni” presso lo stand della Provincia di Napoli a Galassia Gutenberg.

Vi si accamparono diversi writer per più giorni, tra performance e informazioni al pubblico sulla cultura del writing. Lo stand di fianco era quello di Stampa Alternativa. Conoscemmo Adolfo Rossomando. Si fermò anche un ex funzionario della Circumvesuviana, Franco Cusati, gallerista, che aveva sviluppato una forte curiosità per i graffiti insieme ad Aldo Cinque, allora dipendente dell’Azienda, fotografo appassionato dei dettagli del writing. L’ultima tappa tra le sei dell’innovativo progetto Circumwriting che poi ne venne fuori vide dipingere, nel luglio del 2004, più di cento writer presso la stazione ferroviaria di Barra ed ebbe titolo “Do The Writing!”, come un incitamento da cavalleria.
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I segni dell’inganno e le regole del gioco

I segni dell'inganno di Caterina MarroneSe si è adoperata la parola “gioco” lo si è fatto secondo il modo filosofico wittgensteiniano, ossia come equivalente dell’inglese game, nel senso cioè di “pratiche, azioni rette da regole esplicite o implicite”, giochi non necessariamente ludici. Differentemente da quanto accade in italiano dove sotto l’univoco termine “gioco” convivono più tipi di accezioni, ovvero di raggruppamenti semantici, in inglese invece si distinguono voci diverse: game appunto, gioco regolato, oppure play, gioco non necessariamente guidato da norme: i giochi con la palla, per esempio, ball games, sono governati da regole, mentre i giochi d’acqua, plays of water, non lo sono. Nel campo semantico della parola “gioco” in italiano quindi non si avverte, se non debolmente, la differenziazione dei giochi retti o meno da regole, anzi a volte nella pratica si finisce per offuscarne la diversità di senso, avvertita forse come irrilevante.

Orbene, nel momento in cui si fanno rientrare le scritture in codice tra i giochi-games filosofici di Wittgenstein del leggere e del derivare significa che, per lo più, si intende riferirsi ad azioni e pratiche che sottostanno a regole. Chiaro deve essere che il gioco delle crittografie è un gioco di sbarramento o di inganno, fatto per impedire che si legga un testo e/o per indurre altri in errore: per scrivere quindi è necessario “derivare” secondo certe modalità e per “leggere” bisognerà conoscere o ricavare le norme utilizzate dall’autore per contraffare lo scritto allo scopo di ricostituirlo nel suo ordine chiaro e originario.

Tali giochi crittografici, quelli di cui si parlerà in questo capitolo, sono strettamente legati agli alfabeti di tipo fonetico, ossia agli alfabeti che tutti conosciamo e di cui la modernità si avvale, siano essi latini o greci, oppure anche agli alfabeti sillabici come quelli ebraici, arabi o altri purché il loro sia un sistema basato sulla discretezza, ossia su un insieme numericamente finito di elementi e tale che questi elementi dell’insieme non siano continui. André Martinet (1908-1999), l’insigne linguista francese, nel suo Éléments de linguistique générale (1960) spiegava molto bene questo concetto basilare sia delle lingue storico-naturali sia di tutti i sistemi semiotici basati sugli alfabeti – e denominati, per l’appunto, scritture alfabetiche.
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“Do the writing”: uno stimolo per la creatività e la crescita del movimento

Do the writingRappresentare attraverso un libro il Writing, fenomeno in costante mutamento, è sempre un tributo e una sfida al tempo stesso. Quando poi questo movimento ai limiti dell’illegalità riesce ad entrare nel territorio delle buone pratiche, proponendosi alle istituzioni come interlocutore per interventi di riqualificazione urbana, illustrare questo cambiamento epocale diventa anche un atto dovuto.

Tassello fondamentale in questo ampio progetto di testimonianza partito negli anni ’90, e al quale Stampa Alternativa ha saputo dare spazio e fiducia, è stata la ricerca di fonti dirette e di rilievo. Grazie al contributo dei pionieri newyorkesi di IGTimes, che hanno scavato fino alle radici del fenomeno e dei suoi sviluppi artistici nella New York degli anni ’70, è stato possibile realizzare nel 1996 il volume Style: Writing from the Underground. Nel 2003 sono stati i writer che gravitano intorno al collettivo Why Style ad accompagnarci con Just Push The Button, Writing Metropolitano nel tessuto metropolitano della Roma degli anni ’90, playground ideale per i più prolifici writer italiani e stranieri di quella stagione.

Oggi invece, in uno scenario di grandi mutazioni, a guidarci attraverso una nuova inedita stagione propositiva del Writing in Italia sono i ricercatori di INWARD, osservatorio internazionale sulla creatività urbana, da anni impegnato nella valorizzazione della cultura del Writing. È grazie anche al loro impegno che la dirompente energia creativa dei writer italiani ha sposato il progetto di un network nazionale di Associazioni per la Creatività Urbana (ACU).

Ed è proprio con INWARD che vede la luce questo terzo lavoro dal titolo Do The Writing!, un libro che è parte di un progetto più ampio, destinato ad accelerare le dinamiche di sviluppo all’interno della community e la spinta propositiva nei confronti dell’opinione pubblica e delle istituzioni, locali e nazionali.
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I segni dell’inganno: il gioco del leggere e del derivare

I segni dell'inganno di Caterina MarroneIn una serie di passaggi delle Ricerche filosofiche e del Libro marrone (1958), in cui si argomenta che la logica tipica di una lingua è diversa da quella di ogni linguaggio formale o “primario”, Wittgenstein parla dei sensi del vocabolo leggere. Egli si chiede cosa, sul piano del contenuto significativo, possa essere indicato come leggere, e mostra come sia vasto e diverso l’ambito d’uso di questo termine, e quanto sia ricco il ventaglio semantico della parola.

Esplora in quanti e quali contesti il vocabolo si usi, con una successione di ragionamenti tesi a indagare quanto l’ampiezza della famiglia di casi in cui si può dire che qualcuno legge o sta leggendo qualcosa, come si possa stabilire se qualcuno legge veramente o simula, se comprende ciò che legge oppure no, se legge speditamente o compita. E questo ragionamento, il filosofo viennese, lo ritiene valido non solo per quanto riguarda il comune atteggiamento delle persone nella realtà quotidiana ma anche per le situazioni più estreme, fino a quelle oniriche e alle allucinate.

Wittgenstein fa osservare la sterminata molteplicità di usi che la parola leggere ricopre e conduce chi segue il suo ragionamento a valutare la difficoltà di dare una definizione univoca che sia valida per tutti i sensi del leggere: perché il territorio semantico del leggere, se ci si permette la metafora, ha una geografia frastagliata e disuguale – dolci colline e picchi improvvisi, spiagge piatte e abissi profondi –, è una regione diversa, smisurata e dai confini variabili, dalle ombreggiature cangianti a seconda della mutevolezza del tempo. Ma tutta questa varietà d’uso finisce però per confluire sotto uno stesso termine-ombrello: leggere.
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