Gentle Giant. I giganti del prog-rock

Gentle Giant di Antonio ApuzzoIn effetti in Italia non c’è tantissimo. Negli anni Ottanta ricordo che l’Arcana aveva pubblicato alcune interessanti monografie su fondamentali gruppi progressive (Genesis, King Crimson) ma si trattava prevalentemente di raccolte di testi, intervallati da spot storico-biografici, senza che i pur validi curatori andassero in profondità sul dato sonoro.

Oggi, quel vento editoriale potrebbe cambiare, benché la pubblicistica italiana manchi ancora di lavori approfonditi su band di calibro (aggiungerei Yes, Van Der Graaf Generator ed Emerson Lake and Palmer), al di là dei contributi saggistici di Innocenzo Alfano antologizzati nei suoi volumi.

Un bel prototipo di stile potrebbe essere il recentissimo Gentle Giant. I giganti del prog-rock di Antonio Apuzzo, edito da Stampa Alternativa. Perché un modello? Intanto perché, se si vuole affrontare il poliedrico mondo dei Gentle Giant, non si può fare finta che la musica sia secondaria. Complessità ritmico-armonica, architetture polifoniche, coloriture strumentali cangianti e, talvolta, imprevedibili: questi gli ingredienti fondamentali di un’opera discografica dipanatasi dal 1970 ai primi anni Ottanta. Alcuni album – come Acquiring the Taste, Three Friends e Octopus – restano preziose pietre miliari, dense di contaminazioni shakerate tra folk, retaggi rinascimentali, jazz e rock duro. Affascinanti perché inarrivabili in quanto a soluzioni creative.

Per raccontare questa storia, è necessario che, chi prende in mano la penna, sia in grado di muoversi nel labirinto e Apuzzo è la guida più adatta al viaggio. Musicista e didatta, Apuzzo proviene dal mondo del jazz con la passione comunicativa per la scoperta di quei segreti pentagrammati annidati tra i solchi vinilici dei Gentle Giant.
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Gentle giant: i giganti del prog-rock e il loro universo

Gentle Giant di Antonio ApuzzoMaestosità e gentilezza. Potenza e ironia. Grandezza e dolcezza. Il nome Gentle Giant rimanda a questo universo, e il faccione del Gigante Gentile, simbolo di una proposta musicale complessa e ancora affascinante, rinvia ad un’epoca d’oro di creatività. Gli appassionati italiani ricordano i favolosi concerti che la band dei fratelli Shulman tenne negli anni ‘70 nel nostro Paese, tuttavia l’editoria nostrana non aveva mai sostenuto uno studio sui Gentle Giant. In pieno 2010, a 40 anni di distanza dalla formazione del gruppo e dal primo, leggendario album che diede vita ad una delle più suggestive carriere degli anni ‘70, Antonio Apuzzo affronta una ricerca storica e musicologica di alto profilo sul Gigante.

Gentle Giant - I giganti del prog-rock è il più recente volume della Rock People di Gianfranco Salvatore: una collana attenta in modo particolare a coniugare gli elementi tipici del biopic all’analisi musicale più approfondita. Antonio Apuzzo - musicista, docente e cultore di vecchia data del Gigante - è senza dubbio la persona giusta per uno studio del genere. Anche perché al testo è allegato il cd del suo gruppo Ibrido Hot Six: un sestetto di fiati che reinterpreta il meglio dei Gentle Giant con brio e inventiva. Questo disco è la “sintesi sonora” del fil-rouge che anima il libro: l’attualità della musica del Gigante, il suo prestigio anche in tempi difficili come l’epoca punk, la costante tensione verso una progettualità che “allargasse i confini della popular music”, per citare le celebri liner-notes del capolavoro Acquiring the Taste.
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I giganti del prog-rock, prologo: Simon Dupree & The Big Sound 3/3

Gentle Giant di Antonio ApuzzoLa musica incisa da Simon Dupree & The Big Sound svela evidenti agganci con il beat, grazie a brani quali I See The Light, Thinking About My Life, composto da Derek e Ray, e Day Time Night Time. Ascoltando questi ultimi due pezzi si viene colpiti dall’inserimento di strumenti inusuali (una scelta che tornerà spesso nella storia della famiglia) come i timpani e il corno, suonati entrambi da Phil. Kites, il loro principale successo, e For Whom The Bell Tolls sono due ballate che si possono collocare nel solco di una certa musica psichedelica. Del resto, le nuove sonorità fornite dal mellotron (Derek ricorda che il gruppo fu tra i primi a usarlo stabilmente dal vivo), la presenza di un vibrafono, l’utilizzo di differenti effetti timbrici (quali il suono delle campane o un cinguettio di uccelli impreziosito, nel secondo brano, da un intervento di Phil alla tromba), sono le componenti originali di una visione musicale curiosa e aperta alle novità.

Anche Part Of My Paste si muove nella stessa direzione: l’impostazione soul della voce di Derek è sostenuta da un arrangiamento a base di archi, vibrafono e squilli di tromba. Non mancano riferimenti alla musica di consumo di matrice afroamericana, nel gospel-rock di Amen e nel rhythm’n’blues di Give It All Back, né momenti al limite del demenziale (Teacher, Teacher). D’altronde, lo stesso We Are The Moles non va oltre uno stile canzonettistico che resta nel complesso piuttosto anonimo.

Sintetizzando, la loro è una musica che non propone un indirizzo ben preciso, rimanendo sostanzialmente in bilico tra un pop di consumo e timidi tentativi di seguire direzioni innovative ancora non del tutto chiare. «Sfortunatamente, ascoltavamo le opinioni di altre persone», afferma Ray, «e non eravamo sufficientemente forti, all’epoca, per controllare il nostro futuro».
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I giganti del prog-rock, prologo: Simon Dupree & The Big Sound 2/3

Gentle Giant di Antonio Apuzzo«Ci dissero di cambiare nome alla band, e di chiamarla Simon Dupree & The Big Sound. Noi accettammo, anche se quel nome suonava alquanto falso5». È il 1966: inizia così l’avventura. La formazione è composta da Simon Dupree, alias Derek Shulman alla voce, Phil Shulman ai fiati, Ray Shulman alla chitarra, Eric Hine alle tastiere, Pete O’Flaherty al basso e Tony Ransley alla batteria.

Da tutte le dichiarazioni degli Shulman su questo periodo della loro vita artistica – che va dal 1966 al 1969 – trapela un certo imbarazzo e una profonda insoddisfazione per una produzione musicale che non corrispose minimamente alle loro aspettative iniziali. Volevano essere una rock band con forti influenze rhythm’n’blues, ma la loro musica non andò mai oltre un linguaggio pop piuttosto convenzionale: basti pensare che il loro primo 45giri, I See The Light, una cover dei Five Americans in stile beat, vide la luce nello stesso anno in cui i Beatles pubblicavano il rivoluzionario REVOLVER.

Fu proprio il demo di questo brano, però, a procurargli un’audizione presso la potente EMI, la stessa casa discografica che lanciò i Beatles. «Suonammo circa un’ora, davanti a tre produttori», rammenta Derek, «fu ridicolo e imbarazzante, ma ci offrirono un ottimo contratto». Il repertorio della band era in gran parte composto da cover e brani di autori proposti dallo stesso John King, ma non mancavano le prime composizioni dei fratelli Shulman. Per la EMI, tra il 1966 e il 1969, il gruppo incise un LP, WITHOUT RESERVATION (1967), e una serie di singoli, tra cui Kites (1967).
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I giganti del prog-rock, prologo: Simon Dupree & The Big Sound 1/3

Gentle Giant di Antonio ApuzzoPer narrare le avventure sonore di un gigante è necessario un lungo passo indietro, nel tempo e nello spazio. Bisogna arrivare alla vigilia della Seconda guerra mondiale, nella città di Glasgow. Lì, il 27 agosto del 1937, nacque Phil Shulman, uno dei principali protagonisti della nostra storia. Per essere più precisi, il futuro sassofonista dei Gentle Giant mosse i primi passi tra grandi e sovraffollati caseggiati popolari, nel distretto di Gorbals.

Anni dopo, nel corso di un’intervista, Phil dimostra di conservare ancora ricordi forti e intensi della sua infanzia a Gorbals. Nelle sue memorie, il quartiere appare come un luogo difficile in cui vivere, uno dei posti peggiori sulla faccia della terra, un vero e proprio ghetto: «chiunque conosca la Gran Bretagna e Glasgow, sa benissimo cosa sia quel luogo», rammenta Phil, «è un po’ l’equivalente di Watts per Los Angeles o del maledetto East Side di New York. Un posto molto duro1». Ma ricorda anche, con grande affetto, quella speciale solidarietà umana che si viene a creare tra persone obbligate a condividere le stesse difficoltà. Quella di Phil è un’infanzia dura, vissuta tra le pieghe di un estenuante conflitto sociale, alimentato dalle difficili condizioni di vita della classe operaia scozzese, dalla crisi economica, dagli scioperi dei lavoratori, e da tutti i forti cambiamenti occorsi alla fine della Seconda guerra mondiale.

Glasgow, in realtà, è sempre stata una città divisa tra una massa lavoratrice – costretta a vivere ai limiti della sussistenza e del disagio – e una classe benestante, detentrice del potere economico e politico. Agli inizi del Novecento, lo spirito del comunismo trovava un terreno fertile fra i confini scozzesi. In quegli anni Glasgow venne scossa continuamente da cortei, scontri di piazza, scioperi e manifestazioni per i diritti dei lavoratori. Un’incredibile serie di riots, ben sedimentata nella memoria collettiva e ricordata tuttora. Caso emblematico fu l’esperienza del cosiddetto Red Clyde – dal nome del Clyde Workers’ Committee –, assurta a simbolo della combattività scozzese nel «periodo delle grandi rivolte».
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E “Come una specie di sorriso” diventa anche un sito web

Musica e satira


Il libro curato da Nicola Cirillo, Come una specie di sorriso - I personaggi delle canzoni di Fabrizio De André rivivono nelle vignette di Mauro Biani, diventa anche un sito. Si chiama Musica e satira e contiene il calendario delle mostre legate al libro e tutto ciò che la stampa ha scritto su di esso. Il tutto per raccontare questo:

Come una specie di sorrisoFotografie dell’umanità più sfortunata, ritratti dell’infanzia negata, della femminilità violentata, dei precari senza futuro da sognare,dei soldati che combattono senza alcuna motivazione, il ridicolo di certi politici, la tristezza del potere,l’ipocrisia della Chiesa:sono questi gli scenari che da sempre hanno ispirato Mauro Biani e che hanno trovato nei personaggi di De André nuovi naturali protagonisti.

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Tutti i palchi del rock

On the stage di Cesare MolinariLa religione del pop ha fedeli, santi, profeti, dei e Madonne. E templi, come quello dove la signora Ciccone si è esibita a Milano e Udine la scorsa estate, o quello che accoglierà gli U2 quest’anno a Torino. Due ritorni: i costi sempre più alti delle produzioni dal vivo impongono tempi lunghi di ammortamento, con tour che durano anni e toccano prima le località più importanti, poi setacciano le altre.

Dietro ogni concerto c’è una macchina complessa, organizzata per funzionare senza interruzioni, con ingegneri, tecnici specializzati e operai (due sono morti nel 2009 a Marsiglia proprio mentre montavano il palco di Madonna). Un libro di Cesare Molinari (On The Stage, fotografie di Bruno Marzi, Stampa Alternativa pagg. 165, euro 25) svela le idee e le tecnologie dietro i palchi dei grandi concerti rock, dagli anni Sessanta a oggi. Si scopre, ad esempio, che fino alla metà degli anni Sessanta i concerti si tenevano in locali destinati alle band jazz, nelle piazze o addirittura agli incroci delle strade, utilizzando il pianale di un camion come palco. Negli Usa la rivoluzione arrivò con i Beatles: la loro esibizione nel ‘65 allo Shea Stadium di New York fu il primo vero show del pop moderno, anche se non c’erano né megaschermi né effetti speciali e l’impianto audio non era abbastanza potente da coprire le urla dei fan. Gli elementi fondamentali erano gli stessi di oggi: quattro musicisti venerati come dei, un palco simile a un altare, una celebrazione a metà tra la funzione religiosa e la rappresentazione teatrale.

Poi arrivò Woodstock, il padre di tutti i festival e cominciarono gli anni Settanta. Ossia David Bowie, Pink Floyd, Genesis: la musica non bastava più, i concerti si trasformarono in messe in scena d’inedita complessità, con fondali, effetti di luce, maschere, cambi d’abito. Da allora gli show sono diventati specchi della società per com’è e per come viene rappresentata dagli artisti: momenti di evasione, con Duran Duran, Michael Jackson e altri che si sforzarono di ricreare sul palco l’impatto visivo dei video, oppure occasioni di riflessione (il mastodontico allestimento di The Wall di Roger Waters nella Potsdamer Platz berlinese). Molinari si sofferma a lungo anche sugli anni Novanta e sulle produzioni italiane, da Jovanotti a Laura Pausini, passando per Renato Zero, Vasco Rossi e Ligabue.
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De André a disegni: la Storia del nostro mondo

Come una specie di sorrisoAnche con le canzoni si può raccontare la Storia, questo è certo. Ma si può osare di più: è quello che ha fatto il vignettista Mauro Biani che ha trasformato alcuni dei personaggi di Fabrizio De André (da Bocca di Rosa a Marinella, da Michè impiccato a Princesa) in altrettanti ritratti (sofferenti) dell’ Italia contemporanea («Come una specie di sorriso», Stampa Alternativa, a cura di Nicola Cirillo, pp. 32 con 15 tavole a colori, 13).

Il motivo della scelta di Biani (vignettista di casa sulle pagine di «Liberazione») è legato al fascino degli sconfitti: «Perché - ed è lo stesso artista a spiegarlo - sono rimasto sempre conquistato dai temi messi in poesia da De André, per la sua attenzione agli ultimi, per la sua ironia amara, per il suo modo di cantare il trionfo discreto della sconfitta». E in quelle cartoline (con Angelina che svolta i suoi tarocchi e con Andrea che vive il suo amore «diverso») più che la cronaca per immagini di drammi molto privati, c’è la Storia del nostro mondo.
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Le emozioni di De André attraverso il disegno

Come una specie di sorrisoCome tantissimi io sono un ammiratore di Fabrizio De André, e mi commuovo sempre quando, girando per locali o tra feste private, scopro che ancora adesso è uno dei cantautori più amati, da ogni generazione. È capitato l’altra sera in un club fiorentino: una “tribute band” di Fabrizio De André, composta di 5 ragazzi (età media 18 anni) suonava con rispetto e convinzione le canzoni del cantautore genovese, e non solo limitandosi a quelle più popolari o moderne, ma andando a riscoprire anche quei gioielli dei primi concept album come “Storia di un impiegato” e “Tutti morimmo a stento”.

Come una specie di sorrisoE poi ieri sera: una festa in campagna, fuori la pioggia e dentro il più classico del camini a dare calore. Ma su tutto la chitarra e i cori di “Bocca di rosa”, “Don Raffaè”, “Il testamento di Tito”, le sole canzoni della serata di cui tutti, ma proprio tutti, ricordavano ogni singola parola. Se i suoi dischi sono stati best seller all’epoca e sono in classifica ancora oggi (e parlo dei dischi originali, non di versioni “rifatte”, indorate - in qualche modo- di marketing) è perché Fabrizio De André - attraverso la sua musica - ha dialogato coi suoi contemporanei e continua a dialogare con le generazioni successive raccontando l’umanità più pura, quella liberata da ogni sovrastruttura sociale; ha abbracciato l’Uomo attraverso il racconto di molti uomini: Piero, Marinella, Princesa, Nina, Angelina, Andrea, e tanti altri. Persino nelle figure “sacre” del cattolicesimo Fabrizio De André individua una soggettività “terrena”, fatta di sorrisi, gesti, paure, fatica, braccia magre, disperazione, timidezza, meraviglia, e invita a lodare l’umano anziché il divino (“Laudate hominum” è il celebre corale della “Buona novella”). Personaggi appena abbozzati nella descrizione fisica, ma scavati profondamente nella psicologia e nei sentimenti.

Mauro Biani ha provato a “raccontare” quelle emozioni attraverso il disegno. Esistono tanti bravi illustratori che possono riportare in immagini le canzoni di De André - e forse qualcuno lo ha già fatto - ma Mauro Biani è andato oltre: ha vinto la tentazione di illustrare la canzone, il “campo di papaveri rossi”, il vassoio “con caffè e tapioca”, il “re senza corona e senza scorta”, per concentrarsi sul senso profondo di quelle storie, “interpretando” quelle canzoni e riuscendo nel difficile compito di descriverne esclusivamente “l’anima”.
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Come una specie di sorriso: c’è una Bocca di Rosa che precede la Vergine in processione

Come una specie di sorrisoMa veniamo all’ultima delle iniziative che ho condiviso con Mauro: il progetto dedicato a Fabrizio De André. Qui bisogna tirare in ballo un’altra amica: Rossella Pompa. Quando ho conosciuto Rossella il web non esisteva ancora, ma esistevano i biscotti “Atene” e il “Dolce Forno”, ricordi che ci siamo rinfacciati di recente al telefono, parlando delle nostre attuali esperienze nel biologico. Però anche con Rossella il web è stato fondamentale. Dopo l’infanzia, pur rimanendo in contatto, ci eravamo quasi persi di vista: come succede, siamo cresciuti in città diverse, abbiamo fatto esperienze diverse.

Tra le altre cose, io ho incontrato Fabrizio De André, me ne sono innamorato e ho studiato la sua opera; Rossella ha imparato a riversare la sua sensibilità culturale in progetti importanti. Anche lei mi ha ritrovato per caso sul blog, e ha scoperto che nel frattempo avevo cominciato a occuparmi di musica cantautorale. Perciò quando le è capitata la possibilità di dedicarsi a un lavoro intorno alla figura di Fabrizio De André mi ha contattato.

Come una specie di sorriso su FacebookIl progetto è nato così, in tre giorni, con quattro o cinque telefonate e un paio di e-mail: Rossella voleva organizzare un evento per ricordare De André, un evento che fosse localizzato in vari punti d’Italia, e che non si esaurisse in un semplice concerto-tributo; Mauro e io stavamo lavorando per diffondere tra i blog la nostra chiave di lettura di alcune canzoni di Fabrizio. Ci siamo incontrati, ed è nata l’idea di una mostra “itinerante” a cui abbinare un blog e un prodotto editoriale.
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Una vignetta sull’ipocrisia di politici e perbenisti vale più di mille parole

Come una specie di sorrisoIl primo progetto che ci ha visti coinvolti a tempo pieno è stato il lancio di una campagna d’opinione per sostenere la candidatura di Tina Anselmi alla presidenza della Repubblica. Volevamo “esautorare” il Parlamento, non come vorrebbe fare Berlusconi, riducendolo a una piccola corte, ma allargando la partecipazione a tutto il popolo del web. La campagna si intitolava “Tina Anselmi al Quirinale” e si serviva di pochi mezzi: un semplicissimo blog, dieci ragioni sintetiche per cui chiedevamo di sottoscrivere l’appello, un modulo di adesione e due banner animati – disegnati da Mauro – che rappresentavano l’on. Anselmi in versione cartoon.

In pochissimi giorni, con l’aiuto di altri blogger, raccogliemmo migliaia di firme, si interessarono di noi giornali, radio, portali web e Televideo Rai. Ma più di tutti la notizia raggiunse Tina Anselmi, come un dono speciale, per lei che ha rappresentato un esempio politico ineguagliabile e che poco tempo prima era stata trattata con superficialità e scorrettezza dall’enciclopedia delle Italiane, opera curata da Stefania Prestigiacomo.

Come una specie di sorriso su FacebookSappiamo tutti che poi fu eletto Giorgio Napolitano, ma il tempo che Mauro e io abbiamo dedicato a questa campagna è servito a farci comprendere che è bene condividere le idee e che, tutto sommato, lavorando insieme si ottengono dei buoni risultati. Un altro episodio che ci ha avvicinati molto è più recente.

Era l’agosto di due anni fa: mentre il sindaco era in spiaggia, un assessore del comune di Firenze, Graziano Cioni, aveva emesso un’ordinanza contingibile e urgente con cui la Giunta fiorentina di fatto vietava il «mestiere girovago» dei lavavetri. L’ordinanza prevedeva il sequestro di secchio e spugna e l’arresto dei lavavetri. Io abito a Firenze e la mia esperienza non conferma per niente lo scenario di degrado illustrato da quell’ordinanza comunale: c’erano all’epoca una decina di disperati, che chiedevano l’elemosina fermi a qualche semaforo della città, uomini e donne che si avvicinavano all’auto sforzandosi persino di sorridere: un’altra specie umana, cui a malapena è concesso il diritto di sopravvivere.
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Come una specie di sorriso: i personaggi di De André nelle vignette di Mauro Biani

Come una specie di sorriso“Vi fidereste di una persona conosciuta su Internet?” Era questo il titolo di copertina del settimanale Il Venerdì di Repubblica di qualche tempo fa. Una domanda, se non retorica, per lo meno tendenziosa, un titolo che evocava quasi un presentimento di pericolo; oppure il giornalista voleva provocare. Per quanto mi riguarda, alcuni dei miei più cari amici li ho conosciuti attraverso il web e – andiamo al punto – Mauro Biani è uno di questi.

È andata così: io gestivo, e gestisco tuttora, un blog personale intitolato Io ero molto più ubriaco di voi, un diario personale aperto alla lettura, in cui da circa cinque anni riporto le mie riflessioni. Anche Mauro aveva un blog molto popolare in cui da anni pubblica soprattutto le sue vignette. Colleghi di piattaforma – entrambi usiamo Splinder –, è come se nell’ampio universo della Rete avessimo scelto di abitare nello stesso quartiere. Il suo blog era uno dei siti che aprivo di primo mattino: mi piaceva tanto, i suoi personaggi mi erano familiari e risultavano particolarmente comunicativi.

Come una specie di sorriso su FacebookÈ difficile descrivere la potenza del disegno di Mauro Biani: ad esempio, come si fa a disegnare un “uomo non violento”? Credo che tutti più o meno abbiamo un’idea di immagini che esprimano sentimenti forti: l’angoscia dell’Urlo di Munch, la disperazione senza conforto della mamma nella Guernica di Picasso, la delusione e la solitudine nell’Attesa di Sironi o, perché no, la rassegnazione consapevole dell’operaio di Altan, per restare nell’ambito delle vignette.

Ma della rappresentazione dell’uomo non violento, nella mia modestissima cultura, ancora non avevo avuto esperienza. L’ho trovata nei disegni di Mauro. Non conosco le ragioni tecniche o artistiche che possano giustificare questa lettura: saranno le linee particolarmente morbide del suo disegno, l’atteggiamento placido ei suoi eroi, quegli sguardi dritti e profondi che ti entrano nel cuore, o gli sfondi pieni di spighe, alberi, uccelli, giocattoli. Non so: fatto sta che mi sono fidato da subito di quei personaggi e della mano che dava loro vita. Deve essere per questo che un giorno ho sfidato il pericolo insito in ogni contatto via web e ho mandato un’e-mail a questo ignoto vignettista.
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La libertà viaggia sulle onde medie

Libere di Stefano DarkL’appiattimento nel mondo della comunicazione italiana è una malattia nota e ben evidente. Riguarda ogni tasto del telecomando e le copertine in prima fila di ogni edicola. C’è però un universo, quello inafferrabile che viaggia sulle onde radiofoniche, per il quale il delitto dell’omologazione è ancora più grave, perché ha ammazzato il mass media che ha maggiormente contribuito ad alzare, in Italia, l’asticella del valore “libertà”. Playlist telecomandate, brani ripetitivi in alta rotazione, bollettini informativi preconfezionati, omologazione culturale che corre sull’etere e azzera idee e contenuti.

L’alleanza fra radio private e inserzionisti pubblicitari, case discografiche e gruppi editoriali ha creato un sistema perverso che ha strozzato le voci “alternative” (aggettivo che non dovrebbe esistere ma che è obbligatorio usare), e ridotto possibilità e risorse necessarie per realizzare format più complessi, lontani dalla logica di flusso e rapidità di fruizione che detta legge nel panorama odierno.

Eppure, un’epoca d’oro, unica al mondo, c’è stata. e Da lì è partita la divulgazione di idee, pensieri e cultura ancora presenti nel dna di tutti, dall’ascoltatore medio alla grande rock star. Il sovrano incontrastato della scena pop italiana, Vasco Rossi, non avrebbe invaso ogni stazione, senza i primi passi da disc jockey fatti a Punto Radio Zocca, così come Michele Cucuzza, che, prima delle sue avvilenti trasmissioni sulla tv pubblica, contribuì a fondare l’importante Radio Popolare nella Milano degli anni 70. Su quel periodo, il quinquennio irripetibile che va dal 1975 al 1980, si sofferma Libere!
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L’Arte dei rumori, quando Russolo futurista previde il destino della musica

L'arte dei rumori di Luigi RussoloPorta la data dell’11 marzo 1909 ed è uno dei manifesti futuristi più geniali. Uno di quegli scritti nei quali il mondo che verrà è già prefigurato con l’eccezionale lucidità di quel manipolo di intellettuali ispirati dal genio di Filippo Tommaso Marinetti. Ora, nel centenario del primo manifesto (1909), Stampa Alternativa pubblica L’Arte dei rumori di Luigi Russolo (Fuori Collana, 112 pagine; 13 euro), reprint della versione originaria, arricchita da due saggi di Stefano Lanuzza “Rumori futuristi da Luigi Russolo a oggi” e “Cosa resta del Futurismo”. Precorrendo molti sviluppi delle avanguardie musicali dal primo Novecento ai giorni nostri, questo manifesto uscito per la prima volta nel 1916 nelle milanesi “Edizioni futuriste di Poesia” al costo di lire 2 (e fino a oggi introvabile), ha destato l’interesse di musicisti come Satie e Stravinskij. Anticipando la “musica concreta” degli anni ‘60 e le sperimentazioni dei decenni successivi fino a oggi, ispirate alle combinatorie dei “suoni-rumori” e della musica elettronica. E poi le ricerche e le sperimentazioni di Ravel e John Cage, fino alla musica “enarmonica”, alle svariate correnti del rock, ai polistrumentisti Brian Eno e Matthew Herbert. Ma anche, come sottolinea Lanuzza, lo swing, il jazz anni ‘30, il ritmo house e alla dance elettronica, il soft e hard rock, la pop music degli anni ‘60, la musica rave, Bill Laswell & Material (che nel 1999 danno il titolo di Intonarumori a un loro album).

Tipografia, Bizzeffe, Ardengo Soffici - Firenze - 1916Personaggio inquieto, futurista della primissima ora, Luigi Russolo (Portogruaro, Venezia, 1885 - Cerro di Laveno, Varese, 1947) frequenta a Milano l’Accademia di Brera. Pittore, musicista e scrittore, nel 1910 firma con Boccioni, Carrà e Severini il Manifesto dei Pittori futuristi. Tra le sue opere pittoriche degli esordi, contraddistinte da tematiche neoindustriali-metropolitane e da uno stile agli inizi astratto, poi programmaticamente futurista, spiccano Periferia-lavoro (1909), La rivolta (1911), Sintesi plastica dei movimenti di una donna (1912), Linee-forza di una folgore (1912), Solidità della nebbia (1913), Volumi dinamici (1913) e Dinamismo di un automobile del 1913-’14. Fino a quando decide di dedicarsi a una ricerca musicale collegata alla meccanica e all’acustica.
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Kerouac-Parker Edie - You’ll be okay. La mia vita con Jack

You'll be okay di Edie Kerouac-ParkerJack e Neal Cassady passavano per Detroit durante tutti i loro viaggi; andavano a trovare Edie. Erano sbronzi e guidavano una macchina vecchia e malconcia; piena di giornali, libri e vestiti sporchi. La radio andava a un volume altissimo. Si parlottava un po’, poi domandavano qualche lira in prestito. Edie era la prima, amatissima moglie di Kerouac, sua coetanea (classe 1922).

Giovane borghese, fresca di trasferimento a New York, aveva incontrato Henri Cru – Remi Boncoeur in “On The Road” – e se ne era invaghita. Parlavano spesso di un loro amico, svogliato campione di football, preoccupato per quanto stava capitando in Europa – il nazismo arrembava – e successivamente infortunato (gamba rotta). Henri giudicava Jack un genio: aveva letto quel che scriveva ed era rimasto sbalordito. Commise il tragico errore di presentarlo alla sua ragazza. Edie: “Aveva gli occhi color blu pervinca che tradivano una certa indolenza. Un ciuffo di capelli gli cadeva sempre davanti all’occhio destro e lui lo rimetteva a posto con quattro dita. Jack portava sempre con sé un pettine per quel ciuffo ribelle: il castigo della sua vanità. Aveva una voce musicale con tutti i toni giusti” (p. 45) – e parlava due lingue, e pensava prima in francese, e aveva una “dizione perfetta”. Edie lo guarda e si sente in imbarazzo: manda giù cinque hot dog, alla tavola calda. Jack se ne accorge e il giorno dopo le scrive una lettera d’amore. Qualche tempo dopo, Henri si imbarca e affida Edie nelle mani di Jack. Jack lo prende molto alla lettera.

Rimane incinta – crede di Jack – e abortisce. Henri, al ritorno, vuole sposarla lo stesso: Edie rifiuta, e per qualche tempo tiene in piedi il triangolo. Tempo di guerra: i due amici si arruolano nella marina mercantile, stanziata a New York. C’è tempo per la prima notte di Jack e Edie (capodanno 1943), per qualche aneddoto sulle loro conversazioni (Kerouac parlava sempre di scrittura; Edie, d’amore) e sulle abitudini di JK:
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