Storia d’amore e di formiche declinata in metafore ebraiche
Questo è un libro che deve - o almeno può - essere letto a più livelli: è la descrizione di come i gravissimi problemi di una coppia si risolvono quando l’uomo e la donna devono lottare insieme contro un pericolo esterno; è un erotico (anche se velato e per questo ancora più erotico) canto d’amore; è una riflessione su quanto sia complicata e difficile la vita di ognuno di noi fra le mille e mille noiosità quotidiane; ed è anche la metafora dell’ebraismo della diaspora, costretto a combattere senza posa contro le formiche (non a caso sono nere o brune…) che fanno crollare i muri di una casa che sembrava solida; e anche una metafora delle condizioni dell’Israele odierna (la Casa Nuova che deve essere “alta e anche ampia, con un lato sul fianco del monte e l’altro lato sul mare”, ma quando mai sarà davvero edificata, e quanto tempo potrà durare, sotto la sua “cupola di vetro”?)
Si può dire che le stesse formiche di Pirandello e di Calvino sono le protagoniste anche di quest’opera così ebraica - ma ciò è vero solo in quanto è vero sia che le miserie del mondo sono sempre le stesse per tutti gli uomini, sia perché le interpretazioni simbolico-ebraiche di questo libro non annullano il suo contenere un messaggio per tutti gli esseri umani. Un messaggio scritto, stavolta, in vera e profonda chiave ebraica, e non solo come descrizione di una vicenda che si svolge in un Paese, per convenzione, Israele: nella coppia in crisi il marito si chiama Ya’akov - Giacobbe - e la moglie Rachel; l’amica della moglie, che si offre di partorire al suo posto, si chiama Bilha - vedi Genesi XXIX-XXX; Rachel sveglia il marito con il grido d’allarme usato nei tempi delle guerre con i Filistei; l’altro nome di Giacobbe è Israele, e il popolo d’Israele è chiamato anche “Casa di Giacobbe”, e si deve ricordare questo quando si legge qui della Casa Nuova che Giacobbe vuole costruire, proprio nelle condizioni topo-geografiche in cui si trova lo Stato d’Israele (si noti anche la domanda di Rachel, sul perché la Casa Nuova debba essere ampia oltre che alta, chiara allusione alla questione della Grande Israele dei nazionalisti delle destre di contro alla volontà di costruire “in alto” espressa dai partigiani dei movimenti per la pace).
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Le formiche… e la questione ebraica
Quando ho detto a Yitzhak Orpaz che il suo Formiche formava quasi un terzetto con La vittoria delle formiche di Pirandello e La formica argentina di Calvino, Orpaz è impallidito come preso da tremor sacro; poi ha sussurrato qualcosa sulla misteriosa e stupefacente comunità di anime che a volte unisce scrittori e pensatori che non hanno avuto nessun rapporto e contatto fra loro - parole simili a quelle che disse Buzzati quando si cominciò a parlare della sua vicinanza a Kafka, uno scrittore che fino ad allora egli non aveva potuto conoscere per via delle leggi razziali che proibivano la diffusione in Italia delle opere “pericolose, disfattiste, decadenti, morbose, eccetera, dei plutobolscevicoimperialisti eccetera eccetera giudei”.
Che Orpaz non avesse letto, quando nel 1968 scrisse questo romanzo, né le Formiche di Pirandello né quelle di Calvino, lo posso assicurare molto semplicemente io stesso: con quelle di Pirandello ha fatto conoscenza nel 1991, quando gli ho regalato, in anteprima, un dattiloscritto della mia traduzione in ebraico di quella novella, apparsa poi in un libro: quelle di Calvino non le conosce ancora, perché le ho “trasportate” in ebraico solo pochi mesi fa e sono in stampa. Questa corrispondenza (”formichesca”, per usare un termine à la Orpaz) è dunque una cosa da “far tremare i polsi”, tanto più che la ritroviamo in uno scrittore di formazione così diversa da quella dei due italiani.
A questo punto ci si chiederà (e infatti me lo ha chiesto l’editore a cui ho proposto questo libro), che bisogno ci sia di una terza storia di formiche. La risposta è semplice: queste di Orpaz sono formiche ebraiche, tanto ma tanto ebraiche…
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Lettere a Svetonio: il capo di cosa nostra si racconta
Il titolo del libro è Lettere a Svetonio (128 pagine, 12 euro) e l’ autore, indicato dalla casa editrice Stampa Alternativa, è il boss mafioso Matteo Messina Denaro, il capomafia di Trapani ricercato da 15 anni, condannato per omicidi e per la strage del 1993 a Firenze. Il volume, da pochi giorni in libreria, ha come sottotitolo “Il capo di Cosa nostra si racconta”, ed è curato da Salvatore Mugno, giornalista trapanese. L’operazione editoriale che sfrutta il nome del boss riporta le cinque lettere che il latitante ha inviato a “Svetonio”, che come scrive Mugno nella premessa, è “un amico di un tempo e nuovo corrispondente epistolare”.
Svetonio è il nome in codice dell’ex sindaco democristiano di Castelvetrano (Trapani), Tonino Vaccarino, in passato accusato di associazione mafiosa e la cui posizione era stata successivamente archiviata. Il nome del politico era stato trovato in alcuni “pizzini” sequestrato nel covo di Bernardo Provenzano. Le cinque lettere, che la magistratura ha sequestrato durante un’inchiesta su mafia e politica finalizzata alla cattura del boss, sono il “corpo” del libro dove Messina Denaro viene indicato come un killer-scrittore. Non solo, ma “ora il boss - scrive Mugno nell’introduzione - vorrebbe percepirsi come un personaggio di romanzo, simile a quel Benjamin Maulaussene, di professione ‘capro espiatorè, inventato dallo scrittore francese Daniel Pennac”.
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Premio Siani 2008: menzione speciale per “Santa Precaria”
Gli anni di piombo e la vita di un ragazzo di venti anni che abita a Scampia. Sono questi gli argomenti scelti dai vincitori del Premio Siani 2008, evento organizzato da cinque anni dal quotidiano Il Mattino in onore di Giancarlo Siani, il 25enne cronista assassinato dalla camorra il 25 settembre del 1985. Sono stati il fratello di Giancarlo Siani, Paolo, e Marco Risi, il regista che ha girato il film sulla vita del giovane giornalista napoletano (che a breve uscirà nelle sale di tutt’Italia) a premiare la studentessa della Federico II Adele Viccaro per il suo lavoro “Gli anni di piombo e lo stragismo” e Rosario Esposito La Rossa per il suo libro Al di la della neve, una raccolta di storie ambientate a Scampia narrate dal giovane di venti anni che nel quartiere della faida è nato e continua viverci.
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Santa Precaria e l’Atipica Estate / 3
“Ma ’stu matrimonio, che ne dici, ce jammo?”
“Ma sì, jammo, che mi hanno detto che il ricevimento sta in un grandissimo ristorante a Napoli”.
“Sì? E si mangia bene?”
“Tutto di prima qualità. Carne fresca in abbondanza”.
“Non è che ci mettono sopra qualche fetenzia, tipo Autan, Off?”
“No, no, il ristorante è genuino. Manco ‘a citronella ce mettono”.
“Ma come si chiama?”
“Ristorante Raffaella”.
“Mmm. Non lo conosco. E mi garantisci ca nun teneno e’ piastrine? E’ zampironi?”
“No, no, o’ posto è sicuro. E’ robba buona e sanizza. Proveniente dalla Piana del Sele. Me l’ha ditto nu cumpagno mio”.
“Chi è?”
“Gennarino O’ Zanzarone di Giugliano. Dice ca si è fatto una magnata sabato scorso, isso, ‘a mugliera e i figli”.
“Ahà. Conoscevo la mamma ‘e Gennarino. L’hanna accisa ‘o mese passato int’a ‘na villetta a Varcaturo, poverella… Comunque se o’ dice isso ca o’ posto è tranquillo, se po’ ffa”.
“C’è un po’ di problema sulo per entrare, ma t’assicuro che una volta trasuto non ti caccia più nessuno”.
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Cani che combattono ed esseri umani alla deriva
Era ancora presto e prima che chiudessero i negozi decisi di comprare qualcosa. Fra un po’ di giorni sarebbe stato il mio compleanno. Cosa potevo regalarmi? Il regalo di solito era Barbie a farmelo, ma avevo paura che questa volta non lo avrei ricevuto. Stavo per sprofondare in una specie di depressione. In qualche modo dovevo tirarmene fuori. Guardai la vetrina di un negozio “Intimissimi”. Dovevo andare avanti con la mia nuova vita. Regalarmi un paio di mutande rappresentava la peggior condizione di spirito possibile. Entrai da Ricordi, avevo deciso di regalarmi un compact disc.
Al reparto punk-rock notai la confezione De Luxe di un cd degli Exploited dal titolo Punk’s not Dead! Se il punk fosse morto o meno, poco m’importava. Questa musica, nonostante la cattiveria di facciata, avevo capito che sotto sotto era altrettanto consolatoria e prevedibile, addirittura conservatrice e forse più reazionaria dell’heavy metal da cui aveva avuto origine. Tuttavia ne ero sempre stato attratto. La maggior parte della gente cercava il senso della vita nell’ultimo modello di telefonino e gli idioti credevano di trovarlo leggendo Kant o Schopenhauer. Non ero in cerca del senso della vita, ma ascoltare musica punk o post-punk mi faceva stare bene.
Ascoltai in cuffia qualche brano di una band di cui avevo sentito parlare alla radio, gli Anti-Flag, dal loro album For Blood and Empire. Belle canzoni con rabbia hardcore, coniugavano punk e attivismo, sembravano avercela con Bush. Non ero un critico musicale, ma capivo quando la musica aveva qualcosa da trasmettere. Venti euro, però, mi sembravano un furto. L’avrei rubato volentieri se non fosse che ormai un negozio di dischi era più sicuro della Banca d’Italia, pieno di telecamere e guardie di sorveglianza. Decisi di acquistarlo. Non volevo privarmi pure di questo piacere, già facevo parecchie rinunce. Tornai a casa e misi su il cd. Un po’ di casino mi avrebbe fatto bene.
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Mal’aria: Giovanniello se ne deve andare
Pozzuoli, estate 1894. La sera stessa Luigina, impaurita da quello che aveva ascoltato in casa del giovane ufficiale, gridando svegliò la madre, Rosa e Giacomo. Si alzò pure Alfredino, mentre le piccole dormivano ancora. Raccontò tutto quello che aveva sentito alla festa. Allertò la famiglia sostenendo che parlavano proprio di loro e di una presunta pistola. Giacomo cadeva dalle nuvole mentre, scartabellando tra le cose del tinello, Maria Angela mostrò l’arma al figlio. Giacomo non riusciva a raccapezzarsi del fatto che le sue due donne, madre e moglie, gli avessero tenuto nascosto tutto, e il primo pensiero andò a quella testa di cazzo di Giovanniello, l’amico che, non riuscendo a mettersi nei guai per fatti suoi, voleva ci andassero a finire pure gli altri. Doveva capire e rimediare, perciò interrogò la madre:
“Quel giorno in cui puntaste la pistola contro il De Simone a vedervi c’era soltanto Rosa?”
“Sì, c’ero solo io” rispose Rosa, mentre Maria Angela annuì sconsolata per aver fatto quella scemenza. Si trattava ora di far sparire l’arma, e tutto si sarebbe aggiustato. Ma Maria Angela sosteneva che Giovanniello fosse comunque in pericolo. Lui non capiva e la madre gli raccontò perché il giovane amico scapestrato, quel novembre prima del matrimonio, avesse riportato una ferita da lama di ritorno da Cigliano. Giacomo andò su tutte le furie. Urlava e sbraitava contro le donne, mentre le piccole dalla stanza cominciarono a piangere, e Maria si buscò uno schiaffo.
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Santa Precaria e l’Atipica Estate / 2
Finisce che sabato mattina mi sveglio di buon ora, mi vesto tutta carina, e sono pronta ad affrontare le mie paure più recondite. Parliamo seriamente: io ho fatto poche vacanze nella mia vita e nella quasi totalità dei casi le ho fatte di riflesso, vedendo mare e spiaggia come ospite di parenti ed amici, contado sulle dita i gelati e le collanine del marocchino che potevo permettermi. Non posso dire di essermi mai sentita completamente rilassata perchè, anche stesa a quattro di bastoni sotto il sole, avevo piena contezza della mia posizione precaria: la mia presenza in quel determinato luogo è stata regolata prima dai legami di sangue di mia madre, poi dai miei rapporti con uno dei villeggianti aventi diritto e appartamento mobiliato. Da ospite incomodo sono sempre stata attenta: avete presente il girare in costume per casa, con i piedi scalzi e i capelli pieni di sale? Ecco, questo è il genere di cose che io non ho mai fatto a cuore leggero. Così come non mi sono mai arrischiata di salire in macchina con i piedi sporchi di sabbia e il pezzo di sotto bagnato. Ma soprattutto, quello che mi è più mancato nei miei giorni di mare, è stato il punto di riferimento da cui correre quando ti punge un’ape o quando hai l’eritema solare (e io, credetemi, ce l’ho ogni estate, anche se resto a casa mia).
Dunque, pensavo che questo bisogno di sicurezza potesse essere colmato a pieno dalla signora Agenzia di viaggi. Ah, ingenua. La prima signora Agenzia ha occhiali da sole anche se siede nel posto più scuro che io abbia mai visto. Una specie di basso tappezzato a nord sud ovest est di palme di maiorca e costa del sol. Ma il tasso di umidità era più o meno quello della foresta pluviale. Questa giovane donna appicciata di lampade mi squadra da capo a piedi, mi chiede cosa voglio e alla mia risposta basic, ovvero: “informazioni per un viaggio in nord europa, mi va bene qualsiasi posto”, mi rifila tre cataloghi di roba già vista su internet.
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Santa Precaria e l’Atipica Estate / 1
Mi chiedono perché non scrivo e siccome sarebbe troppo lungo spiegarlo, eccomi qua, scrivo. In questi giorni non sto facendo niente di particolare tranne che passeggiare, guardare La Signora in Giallo e studiare studiare studiare. Studio, precisamente, queste cose qua. Sto male, di norma, mezz’ora al giorno, cosa che mi sembra accettabile. La mia piccola tribolazione assume forme nuove ogni 24 ore, forme che non consento una rapida diagnosi del problema, per quanto l’appuntamento sia prevedibile. Nell’ordine, fino ad oggi mi sono capitati: 21 morsi di zanzara particolarmente gonfi, un ascesso sul dente, una caduta in via Luca Giordano, un lividone gigante, mal di testa e mal di pancia. Mamma non ti preoccupare: a tutte queste cose ho trovato pronto rimedio, ho comprato l’antizanzare, la penna all’ammoniaca, il fastum gel e il Boss ha detto che mi fa benedire dal primo prete ricchione che trova. Scongiurati i rischi fisici capirete che il panico ha trovato un facile varco nella mia testa vuota: anche per questo motivo, oltre che per pagare i miei debiti in farmacia, urge urge urge trovarmi un lavoro, visto che, in tema con il libro sono nuovamente disoccupata. Sto scrivendo curriculum in cui ammicco più di un’aspirante velina. Ci manca solo lo sballonzamento di chiappe finale.
In questi giorni di pocofacenza, sto anche facendo i conti con le mie aspirazioni estive che possono essere riassunte in una breve equazione
niente lavoro : niente soldi = x : niente vacanza
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Meglio dietro: diario di una telefonista erotica / 2
Ho smesso di prendere delusioni “a domicilio” per prenderle a casa: dopo la terza-quarta domanda capivo che il lavoro era di venditrice a provvigione. Ma qualcosa dovevo pur fare e visto che gli annunci “canonici” non andavano a buon fine, mi sono buttata sui famosi lavori “alternativi” che avevo cercato di evitare. Alternativi, ma non troppo. C’erano annunci di hostess nei locali notturni, con una paga giornaliera di centocinquanta euro. Ammetto di essermi lasciata tentare e ho chiamato. La risposta era “tranquillizzante”, almeno questo era il tentativo di chi stava dall’altra parte del telefono. Diceva che non c’era molto da fare, niente di impegnativo: “Devi solo essere carina con i clienti, li accompagni a bere, poi vedi tu”. Centocinquanta euro per fare solo questo? Oppure cameriera nei night club con vestiti sexy. Troppo.
L’ultima spiaggia per l’annuncio per operatrice telefonica del 166. Ma sarà la stessa cosa? Mi chiedevo. Anche la paga non era malaccio. Sui mille euro al mese. Onesto, pensavo. Manca il motivo per il quale ho deciso di raccontare l’esperienza: prendermi una rivincita verso il mondo del lavoro tanto ostile e verso “questo lavoro”, verso i titolati e anche verso gli utenti che probabilmente pensavano di parlare con ragazze capaci solo di assecondare voglie. È deciso. La mia ultima spiaggia era rispondere agli annunci di chi chiama il 166. Se mi dicono che non posso fare nemmeno questo, significa che sono alla frutta. Posso solo tornare a fare la cameriera in qualche ristorante italiano all’estero dove almeno pagano bene.
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Meglio dietro: diario di una telefonista erotica / 1
Che cosa può portare una donna a indossare una cuffia e diventare un’operatrice di un numero erotico, 166 e 899? Difficile rispondere visto che le storie che si incrociano nei “call center” sono disparate. Quasi tutte le donne che hanno lavorato con me dicevano che era l’unico lavoro a disposizione. La mia storia invece inizia con la scelta infelice della facoltà universitaria. La mia laurea in ingegneria non fa pensare a niente di creativo e poetico, ma tutto mi sarei immaginata tranne di ritrovarmi operatrice di una linea erotica.
Ingegneria è la facoltà che può sistemarti la vita… Adesso ho il mio bel lavoro in ufficio, in una grande azienda, dove tutti fingono di rispettarmi e mi chiamano ingegnere, come nelle classiche scene dei film americani che iniziano sempre in un ufficio dove tutti sono belli, giovani e rampanti. Se l’America è così, mi ci trasferirei. Nel mio ufficio non c’è nessun bel ragazzo. Sono tutti un po’ stronzi. Il mio capo non mi vuole bene, come io non ne voglio a lui. E dire che mi posso considerare fortunata, “con la crisi di lavoro che c’è”. Questo è quello che dicono tutti, e hanno ragione.
Le vicende che mi hanno portata al telefono erotico sono iniziate quando sono venuta a vivere a Roma dopo la laurea. Ero convinta che il titolo di dottore “ce l’ho solo io”. Ero sicura che appena avrei fatto circolare il mio curriculum avrei trovato tante occasioni di lavoro: dove la trovavano una come me, con una laurea a pieni voti, una lunga esperienza all’estero e una perfetta conoscenza dell’inglese?
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Lavoratore atipico? Affìdati a Santa Precaria
«Santa Precaria» è il primo libro di Raffaella Ferrè, edito da Stampa Alternativa. La strada del martirio del lavoro precario - che è martirio obbligato e molto raramente purificante - viene compressa in forma di romanzo: affanni, pene, beffe e una certa dose di ironia accompagnano la vita dei due personaggi, rosolati ben bene al sole dell’iperflessibilità del lavoro e dei rapporti umani. Ne parliamo con l’autrice.
Raffaella Ferrè, via alle presentazioni.
«Ho 25 anni e tento di fare la giornalista da 6. Oggi sono alla ricerca di un lavoro più o meno stabile. Nel frattempo continuo a studiare, sono iscritta al corso di laurea in Scienze della Comunicazione, e scrivo racconti. “Santa Precaria” è il mio primo romanzo, nato grazie alla fiducia che Marcello Baraghini, direttore editoriale di Stampa Alternativa, ha riposto in me. In precedenza ho pubblicato racconti anche sulla rivista “Toilet” che raccoglie le nuove leve della narrativa italiana, e per “Riaprire il Fuoco” di Ettore Bianciardi, il figlio di Luciano, straordinario intellettuale degli anni Sessanta».
Santa precaria è un’autobiografia collettiva della tua generazione? Che differenza c’è con i “precari” del passato?
«All’inizio del romanzo ho citato una frase dal film di Francesco Rosi Le mani sulla città: “I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari. È autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce”. Di sicuro, quindi, non manca uno spunto autobiografico che ha rappresentato il punto di partenza, il pretesto per il romanzo. Ciò che più mi ha colpito è che a differenza dei precari del passato, oggi il lavoro atipico non è visto come una deminutio ma come un obiettivo da raggiungere: la “santificazione del precariato” non ha più una connotazione da martirio ma è diventata un’aspirazione».
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Caro Lucrezio - Terza puntata
Per le vacanze della licenza liceale mi aggregai a Ciancia e Riello che erano intenzionati a fare un giro al Sud. Procurai la 500 di mia madre. Ciancia aveva impiegato quattro anni per fare il ginnasio e due per fare il liceo, aveva la nostra delega organizzativa e coltivava la memoria storica collettiva. Riello era neoromantico, amava D’Annunzio, Majakovskij, il popolo russo e Stalin, quasi come Galloni. La prima tappa fu Sorrento, la casa di Salvemini dove villeggiava Ferrara con la famiglia e altri dirigenti del partito.
Lo trovammo inospitale e giù di corda. Gli capitava spesso. In tali circostanze la più grande delle sorelle Casa lo chiamava “Charlie” per il suo modo di lamentarsi al pari del personaggio dei Peanuts. Campeggiammo lì vicino, al buio, facendoci male con i picchetti e bestemmiando contro Ferrara. Il giorno dopo facemmo una tirata fino al paese di Ciancia. In 500 chi stava dietro suonava la chitarra. Si suonava la chitarra sempre: viaggiando, parlando, studiando, festeggiando, litigando. Gli accordi musicali dei brani sentiti alla radio venivano dettati immediatamente per telefono. Ogni episodio degno di nota veniva celebrato con una canzone ad hoc.
Riello compose il testo – che io musicai – della canzone del tentato suicidio. Mi ero appena lasciato con La Rosa quando fu organizzata la cena di fine anno. Tra i commensali, Tiburzi e Mele erano oggetto di scherno. Con Ciancia facemmo un salto in farmacia per comprare la valeriana. Versammo alcune compresse nelle birre dei due rompicoglioni. Sul tubetto pieno a tre quarti appoggiato sul tavolo della pizzeria si accesero le discussioni. Io ero il più infelice e ingurgitai il contenuto. Dopo molte birre e dopo molte considerazioni su come apprestare il funerale (giamaicano? comunista? romanista?) Ciancia cominciò a preoccuparsi.
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Santa Precaria: storia di estate e precarietà
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Il palazzone giallo ocra del moderno complesso residenziale Rainbow è un blocco monolitico d’estate, al centro della via nera di pioggia e di periferia del sud Italia. Visto dall’alto è come un punto dorato di aspettative e desideri di fuga verso il mare: il luogo giusto da cui partire mentre piove terra marrone, a tre chilometri dalla costa, tra campi di pomodori, finocchi, croci solitarie e marocchini. Alto sette piani, l’asse della sua simmetria perfetta e la canaletta dell’acqua mimetizzata alla vernice. Ci sono 28 affacciate, 14 per lato di cui 7 balconi e altrettanti finestroni, 7 bandiere tricolori che sventolano nell’aria mondiale, 7 passeri caccosi sulla grondaia, 7 antenne paraboliche simili a grosse padelle che friggono sogni. Un’unica gonnella rosa acceso si muove nel vento. È quella di Marielisa gambelunghe, detta anche la ragazza-viola, accovacciata sul gradino in finto marmo del portone, in attesa della sera.
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Caro Lucrezio - Seconda puntata
La venuta degli universitari al Lucrezio mi colse di sorpresa. Sapevo delle vicende di Lettere e di Architettura dai miei fratelli e da Sciarelli che faceva sega a scuola e poi mi raccontava: «All’assemblea c’era un casino infernale, poi uno si alza e urla: “Porco Dio, compagni!”, e tutti zitti».
Si aprì la porta della classe e un misto di universitari e liceali ci esortò ad uscire. La palestra delle femmine era gremita. Entrava gente in continuazione anche dalle finestre. Trovavo tutti bellissimi. Sciarelli tramava alleanze. Si discuteva come continuare la lotta dopo l’invasione della scuola. Fu proposto di nominare un coordinatore. Una universitaria bella come la Vergine Maria disse: «Non fate così. Voi che siete all’inizio. Non vi mettete a fare votazioni». Fu eletto un ex alunno. Sciarelli prese 2 voti su 300. La lotta proseguì con la creazione di quattro collettivi di studio. Sciarelli con qualcun altro indisse il Quinto Collettivo. Sciarelli era nichilista e diceva: «La vita è una folle corsa verso la morte». Ferrara era movimentista. Io operaista. Trabalza diceva: «La scuola è un preservativo di idee». De Feo sosteneva l’esi-stenza di un rapporto diretto tra la matematica e la polizia.
Il giorno di Villa Giulia gli scioperanti del Lucrezio presero tutti insieme l’autobus per Architettura. Io li accompagnai e poi mi diressi a casa di La Rosa che aveva l’influenza. Arrivò la Gaglianone e ci raccontò che cosa era successo. Molti, fra cui mio fratello, si erano presi botte e sassate senza i regolamentari tre squilli di tromba. Ero un mostro. Andai a rinchiudermi nel bagno.
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