Nefertiti: antica icona per lettori contemporanei

Nefertiti di Jasmina Tesanovic

Erano senza cuore come gocce d’acqua, ma se il sole le colpiva sapevano come brillare.


Jasmina Tesanovic

Nefertiti, una delle bellissime regine egiziane, il cui volto vive per sempre impresso nel busto conservato all’Altes Museum di Berlino. Un nome famoso il suo, una bellezza ammantata dal fascino dell’ignoto, perché di lei, una delle mogli del faraone Akhenaton, vissuta nel 1300 a.C, si ignora probabilmente di più di quello che si conosce. Questo ha contribuito, come per molte altre regine e faraoni dell’antico Egitto, a far fiorire la letteratura romantica e non, di certo romanzata, intorno alla sua figura.

Jasmina Tesanovic ha attinto essa stessa al personaggio leggendario, trasformando a proprio piacimento la figura storica nell’icona di qualcosa che voleva trasmettere ai lettori moderni. Nefertiti non è infatti una biografia che prende vita dalle sue pagine, né vera né presunta. Non almeno nel senso classico del termine.

È piuttosto un taccuino poetico, che portandoci nel regno di Akhenaton ci racconta della sua sposa in piccoli paragrafi che conciliano il rigore storico con il mito. Nefertiti è, per buona parte della narrazione, al tramonto della sua vita. Caduta vittima dell’eresia monoteista che ha condiviso con il suo faraone, è in disgrazia e si nasconde tra la gente del suo popolo amando lo scultore Beck. Jasmina Tesanovic la fa rivivere raccontandoci i suoi pensieri come se la regina stessa, guardandosi allo specchio, si vedesse prima come Dea accanto al suo amato dio sole Aton, incarnato in Akhenaton, e poi “cancellata e censurata”, “deposta e invecchiata in esilio”, eppure ancora capace di amare. Un mortale, lei che è stata dea.
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Nefertiti: cancellata e censurata, sarà ovunque e in nessun posto

Nefertiti di Jasmina TesanovicLa gente si interrogherà per secoli, millenni, vagherà nei deserti di Amarna cercando invano le tracce di una bellezza persa: Nefertiti è vissuta qui, Nefertiti è vissuta lì, Nefertiti è vissuta ovunque. La sua tomba ignota, il suo corpo sconosciuto saranno inventati, reinventati, falsificati e creati ovunque in tutto il mondo, la gente combatterà e morirà per un semplice indizio della sua vita, per un capello del suo capo. Le reliquie appariranno perché succede sempre così, come giocattoli di un bambino morto, accarezzati più dai familiari del defunto che dal bambino che una volta li possedeva.

Sapeva del busto scolpito di Nefertiti e ne era orgogliosa. Ma contava anche sulla sopravvivenza di molti preziosi possedimenti reali: scrigni, gioielli, papiri, pettini, graziose suppellettili provenienti dalle sue stanze di donna. Contava sulle tracce longeve di suo marito e della sua prepotente famiglia, da lungo tempo al potere. Aveva imparato a contare anche sulla sua stessa interminabile assenza: una lacuna misteriosa, un’immagine rimossa con dolore dallo spazio pubblico.

Cancellata e censurata, sarà ovunque e in nessun posto. Qualcuno dovrà pur avere dato vita al Regno del Sole e a sei figlie, tutti penseranno. Chi era lei? Qual era il suo nome semi dimenticato, Nofretete? Di chi era figlia, da dove veniva, che ne era stato di lei?
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Nefertiti: senza di lei era un re morto, senza Verità né Bellezza

Nefertiti di Jasmina TesanovicEra seduta sul greto del fiume Nilo come una contadina qualsiasi. I piedi immersi nell’acqua, le braccia affusolate nude, assorbiva il sole di un freddo giorno invernale. I suoi pensieri vagavano in mille direzioni.

La sua vita era giunta a una svolta, non per sua scelta né per la situazione: aveva dovuto reagire. Le donne odiano quel tipo di compulsione, quando si trovano ad agire in modo innaturale, contro i normali tempi e ritmi della vita, ma agiscono lo stesso, con efficienza, spesso senza possibilità di ritorno. Per tutto l’arco del suo regno, la sua vita era stata in pericolo ogni giorno, protesa in ogni istante della sua azione di governo contro lo status quo del mondo. Dopo anni di lenta reazione contro il Potere del Sole, l’equilibro delle forze si era rovesciato.


Aveva donato alla dinastia sei figlie. Con la nascita della terza, pensava a un potere di sole donne: senza padri né mariti né figli maschi. Generò altre tre figlie e nemmeno nel suo intimo più segreto sapeva chi fossero i loro padri. Semplicemente, rifiutava di saperlo. Oggi non si curava più del passare dei giorni. La sua vita era stata ricca e appagante; non nutriva più speranze né aspettative. Il suo futuro sarebbe stato un ininterrotto sforzo a non lasciarsi andare. Una vita senza un erede maschio su cui contare, ma con molti uomini da temere. Un’altra anomalia da sommare alle tante del suo destino.
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Nefertiti: la bella è qui

Nefertiti di Jasmina TesanovicJasmina Tesanovic è una ben nota femminista e dissidente politica dell’Europa del Est. È naturale domandarsi perché una donna del genere abbia scritto un romanzo su Nefertiti. Specialmente un libro strano come questo, un libro che è chiaramente una litania intesa a risvegliare i morti. Avendo io sposato Jasmina, l’ho vista scrivere questo libro. Mi sono accorto che è stata costretta a farlo, forse perfino segretamente ossessionata da un bisogno irresistibile.

Potrei fornire tante spiegazioni sul perché l’abbia scritto quest’opera, ma ne esiste una, credo, che ha molto senso per il pubblico italiano. Jasmina è nata nella ex Yugoslavia: in uno stato comunista eretico, un’utopia fallita. Mentre il comunismo italiano è tuttora molto vivo – a Torino, la mia città preferita, lo constato tutti i giorni – la Yugoslavia scomparsa è uguale all’antico Egitto. La Yugoslavia di Tito una volta mandò una bambina, Jasmina Tesanovic, a vivere nell’antica terra d’Egitto. La Yugoslavia e l’Egitto una volta erano amici per la pelle.

Oggi qui, nel Ventunesimo secolo, abbiamo dimenticato che una volta lì c’era il secondo Terzo Mondo. Il Primo Mondo era la Nato coi suoi satelliti. Il Secondo Mondo era il Comintern, il Patto di Varsavia. Il Terzo Mondo era la povertà del Sud, “le nazioni in via di sviluppo”, ma una volta c’era un Terzo Mondo diverso. Questo mondo era il Movimento dei Non Allineati, che comprendeva Egitto, Yugoslavia, India, Ghana e Indonesia. Questo gruppo di nazioni non accettava la bipolarità bianco-nero della Guerra Fredda. Erano testimoni infelici della corsa all’armamento nucleare, dei gulag, della “Coca-Colonizzazione” e rifiutavano apertamente tutto ciò.
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Avventuriero anticapitale. Il “Che” piaceva a destra

L'altro Che di Mario La FerlaErnesto Guevara della Serna, presente! Sulle prime potrebbe sembrare una scena tratta dal film “Fascisti su Marte”, del ritocco di un file audio o semplicemente di uno scherzo. Che infervorati no global portino, tatuati sul braccio, effigi di Ernesto Che Guevara non stupisce nessuno. Che alle manifestazioni della CGIL sfilino bandiere rosse con sopra riprodotto il volto del guerrigliero argentino sembra lapalissiano. Ma il mito del rivoluzionario argentino riecheggia su lidi inattesi. Molti risponderebbero che è ovvio, basta guardarsi in giro. Il Che è diventato uno strumento di marketing e di commercio: magliette, spille, collezionabili da edicola, libri, DVD…

Casi per niente isolati

Insospettabile forse che nell’altra metà del cielo, quello nero, molti cuori abbiano palpitato e ancora palpitino per il guerrigliero argentino. Tra i neofascisti, i nazionalrivoluzionari e i fascisti rossi la figura di questo compagno tanto amato a sinistra, suscita entusiasmi inattesi. E non dell’ultima ora, adesso che il gusto per il postfascismo o per i ripensamenti diventano moneta corrente.

Nell’ammirazione neofascista del Che si canta il gusto dell’avventura, le scelte dettate dallo stile piuttosto che dall’ideologia, l’atto gratuito, insomma il “Me ne frego”. Di questo amore folle racconta l’ultima fatica di Mario La Ferla in L’altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante in libreria in questi giorni.

Non è un’infatuazione peregrina dei nazionalrivoluzionari nostrani. All’inizio fu Juan Domingo Perón, il presidente dell’Argentina, che certo non può dirsi progressista. Negli anni dell’esilio in Spagna dopo essere stato rovesciato da una giunta militare appoggiata da Washington, non ci pensò due volte ad accogliere, con il beneplacito di Francisco Franco, il Che al suo arrivo in terra iberica.
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