Nefertiti: antica icona per lettori contemporanei

Nefertiti di Jasmina Tesanovic

Erano senza cuore come gocce d’acqua, ma se il sole le colpiva sapevano come brillare.
Jasmina Tesanovic

Nefertiti, una delle bellissime regine egiziane, il cui volto vive per sempre impresso nel busto conservato all’Altes Museum di Berlino. Un nome famoso il suo, una bellezza ammantata dal fascino dell’ignoto, perché di lei, una delle mogli del faraone Akhenaton, vissuta nel 1300 a.C, si ignora probabilmente di più di quello che si conosce. Questo ha contribuito, come per molte altre regine e faraoni dell’antico Egitto, a far fiorire la letteratura romantica e non, di certo romanzata, intorno alla sua figura.

Jasmina Tesanovic ha attinto essa stessa al personaggio leggendario, trasformando a proprio piacimento la figura storica nell’icona di qualcosa che voleva trasmettere ai lettori moderni. Nefertiti non è infatti una biografia che prende vita dalle sue pagine, né vera né presunta. Non almeno nel senso classico del termine.

È piuttosto un taccuino poetico, che portandoci nel regno di Akhenaton ci racconta della sua sposa in piccoli paragrafi che conciliano il rigore storico con il mito. Nefertiti è, per buona parte della narrazione, al tramonto della sua vita. Caduta vittima dell’eresia monoteista che ha condiviso con il suo faraone, è in disgrazia e si nasconde tra la gente del suo popolo amando lo scultore Beck. Jasmina Tesanovic la fa rivivere raccontandoci i suoi pensieri come se la regina stessa, guardandosi allo specchio, si vedesse prima come Dea accanto al suo amato dio sole Aton, incarnato in Akhenaton, e poi “cancellata e censurata”, “deposta e invecchiata in esilio”, eppure ancora capace di amare. Un mortale, lei che è stata dea.
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Nefertiti: cancellata e censurata, sarà ovunque e in nessun posto

Nefertiti di Jasmina TesanovicLa gente si interrogherà per secoli, millenni, vagherà nei deserti di Amarna cercando invano le tracce di una bellezza persa: Nefertiti è vissuta qui, Nefertiti è vissuta lì, Nefertiti è vissuta ovunque. La sua tomba ignota, il suo corpo sconosciuto saranno inventati, reinventati, falsificati e creati ovunque in tutto il mondo, la gente combatterà e morirà per un semplice indizio della sua vita, per un capello del suo capo. Le reliquie appariranno perché succede sempre così, come giocattoli di un bambino morto, accarezzati più dai familiari del defunto che dal bambino che una volta li possedeva.

Sapeva del busto scolpito di Nefertiti e ne era orgogliosa. Ma contava anche sulla sopravvivenza di molti preziosi possedimenti reali: scrigni, gioielli, papiri, pettini, graziose suppellettili provenienti dalle sue stanze di donna. Contava sulle tracce longeve di suo marito e della sua prepotente famiglia, da lungo tempo al potere. Aveva imparato a contare anche sulla sua stessa interminabile assenza: una lacuna misteriosa, un’immagine rimossa con dolore dallo spazio pubblico.

Cancellata e censurata, sarà ovunque e in nessun posto. Qualcuno dovrà pur avere dato vita al Regno del Sole e a sei figlie, tutti penseranno. Chi era lei? Qual era il suo nome semi dimenticato, Nofretete? Di chi era figlia, da dove veniva, che ne era stato di lei?
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Nefertiti: senza di lei era un re morto, senza Verità né Bellezza

Nefertiti di Jasmina TesanovicEra seduta sul greto del fiume Nilo come una contadina qualsiasi. I piedi immersi nell’acqua, le braccia affusolate nude, assorbiva il sole di un freddo giorno invernale. I suoi pensieri vagavano in mille direzioni.

La sua vita era giunta a una svolta, non per sua scelta né per la situazione: aveva dovuto reagire. Le donne odiano quel tipo di compulsione, quando si trovano ad agire in modo innaturale, contro i normali tempi e ritmi della vita, ma agiscono lo stesso, con efficienza, spesso senza possibilità di ritorno. Per tutto l’arco del suo regno, la sua vita era stata in pericolo ogni giorno, protesa in ogni istante della sua azione di governo contro lo status quo del mondo. Dopo anni di lenta reazione contro il Potere del Sole, l’equilibro delle forze si era rovesciato.


Aveva donato alla dinastia sei figlie. Con la nascita della terza, pensava a un potere di sole donne: senza padri né mariti né figli maschi. Generò altre tre figlie e nemmeno nel suo intimo più segreto sapeva chi fossero i loro padri. Semplicemente, rifiutava di saperlo. Oggi non si curava più del passare dei giorni. La sua vita era stata ricca e appagante; non nutriva più speranze né aspettative. Il suo futuro sarebbe stato un ininterrotto sforzo a non lasciarsi andare. Una vita senza un erede maschio su cui contare, ma con molti uomini da temere. Un’altra anomalia da sommare alle tante del suo destino.
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Nefertiti: la bella è qui

Nefertiti di Jasmina TesanovicJasmina Tesanovic è una ben nota femminista e dissidente politica dell’Europa del Est. È naturale domandarsi perché una donna del genere abbia scritto un romanzo su Nefertiti. Specialmente un libro strano come questo, un libro che è chiaramente una litania intesa a risvegliare i morti. Avendo io sposato Jasmina, l’ho vista scrivere questo libro. Mi sono accorto che è stata costretta a farlo, forse perfino segretamente ossessionata da un bisogno irresistibile.

Potrei fornire tante spiegazioni sul perché l’abbia scritto quest’opera, ma ne esiste una, credo, che ha molto senso per il pubblico italiano. Jasmina è nata nella ex Yugoslavia: in uno stato comunista eretico, un’utopia fallita. Mentre il comunismo italiano è tuttora molto vivo – a Torino, la mia città preferita, lo constato tutti i giorni – la Yugoslavia scomparsa è uguale all’antico Egitto. La Yugoslavia di Tito una volta mandò una bambina, Jasmina Tesanovic, a vivere nell’antica terra d’Egitto. La Yugoslavia e l’Egitto una volta erano amici per la pelle.

Oggi qui, nel Ventunesimo secolo, abbiamo dimenticato che una volta lì c’era il secondo Terzo Mondo. Il Primo Mondo era la Nato coi suoi satelliti. Il Secondo Mondo era il Comintern, il Patto di Varsavia. Il Terzo Mondo era la povertà del Sud, “le nazioni in via di sviluppo”, ma una volta c’era un Terzo Mondo diverso. Questo mondo era il Movimento dei Non Allineati, che comprendeva Egitto, Yugoslavia, India, Ghana e Indonesia. Questo gruppo di nazioni non accettava la bipolarità bianco-nero della Guerra Fredda. Erano testimoni infelici della corsa all’armamento nucleare, dei gulag, della “Coca-Colonizzazione” e rifiutavano apertamente tutto ciò.
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Avventuriero anticapitale. Il “Che” piaceva a destra

L'altro Che di Mario La FerlaErnesto Guevara della Serna, presente! Sulle prime potrebbe sembrare una scena tratta dal film “Fascisti su Marte”, del ritocco di un file audio o semplicemente di uno scherzo. Che infervorati no global portino, tatuati sul braccio, effigi di Ernesto Che Guevara non stupisce nessuno. Che alle manifestazioni della CGIL sfilino bandiere rosse con sopra riprodotto il volto del guerrigliero argentino sembra lapalissiano. Ma il mito del rivoluzionario argentino riecheggia su lidi inattesi. Molti risponderebbero che è ovvio, basta guardarsi in giro. Il Che è diventato uno strumento di marketing e di commercio: magliette, spille, collezionabili da edicola, libri, DVD…

Casi per niente isolati

Insospettabile forse che nell’altra metà del cielo, quello nero, molti cuori abbiano palpitato e ancora palpitino per il guerrigliero argentino. Tra i neofascisti, i nazionalrivoluzionari e i fascisti rossi la figura di questo compagno tanto amato a sinistra, suscita entusiasmi inattesi. E non dell’ultima ora, adesso che il gusto per il postfascismo o per i ripensamenti diventano moneta corrente.

Nell’ammirazione neofascista del Che si canta il gusto dell’avventura, le scelte dettate dallo stile piuttosto che dall’ideologia, l’atto gratuito, insomma il “Me ne frego”. Di questo amore folle racconta l’ultima fatica di Mario La Ferla in L’altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante in libreria in questi giorni.

Non è un’infatuazione peregrina dei nazionalrivoluzionari nostrani. All’inizio fu Juan Domingo Perón, il presidente dell’Argentina, che certo non può dirsi progressista. Negli anni dell’esilio in Spagna dopo essere stato rovesciato da una giunta militare appoggiata da Washington, non ci pensò due volte ad accogliere, con il beneplacito di Francisco Franco, il Che al suo arrivo in terra iberica.
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Cinema e battute: al via la grande abbuffata

Il cinema in 1001 battuteDopo le cento battute individuate dai critici americani questo libro ne propone altre novecento (novecento e una, per la precisione) accorpate per genere. I generi cinematografici sono numerosi, e anche su questo punto non c’è unanimità di vedute; il Morandini ne distingue addirittura 39 (tra i quali, per esempio, il fantastico, il fantacomico, il fantapolitico, la fantascienza e il fiabesco). Qui alcuni generi (o sottogeneri) sono stati riuniti; si è inoltre ritenuto di conferire autonomia alle battute del cinema italiano, che in senso stretto non rappresenta un ‘genere’.

Alcuni film – spesso proprio i capolavori – sono peraltro difficilmente classificabili: Arancia meccanica, per esempio, appartiene alla fantascienza o piuttosto al genere drammatico? E C’era una volta in America è un film di costume, un gangster-movie oppure drammatico? La scelta in questi casi è stata fatta seguendo la percezione della supremazia di contenuto. Entrambi musical, Chicago è stato considerato una commedia, mentre All That Jazz un film drammatico. Scelte criticabili, ma nessuno è perfetto.

Un altro problema è stato quello di limitare la presenza di personaggi che avrebbero monopolizzato alcune sezioni dell’antologia. Woody Allen è tra tutti il più ingombrante e difficile da gestire: è stata un’autentica impresa contenerlo… non so se ci sono riuscito. Anche Groucho Marx avrebbe desiderato espandersi, e che dire del nostro Totò? Fluviale, inarrestabile! Ugualmente il genere western ha rischiato di essere fagocitato da Sergio Leone: anche in questo caso mi chiedo se sono riuscito a trattenere le mie inclinazioni. Quien sabe?
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Cinema e 1001 battute: di questa classifica francamente me ne infischio

Il cinema in 1001 battute– …era in un film, di quella ranocchia della Bette Davis. Uno dei soliti pol-
pettoni della Warner Bros!
– Martha, come pretendi che mi ricordi tutti i film della Warner Bros?
– Nessuno ti chiede di ricordarti tutti quegli schifosi film. Solo uno tra i tanti polpettoni, nient’altro!
(Elizabeth Taylor / Martha e Richard Burton / George in Chi ha paura di Virginia Woolf)

L’idea di questa antologia è nata dopo aver preso visione della scelta delle 100 battute più memorabili operata nel 2005 da oltre 1.500 cinefili americani su invito dell’associazione AFI (American Film Institute) – critici, artisti, o a qualsiasi titolo storici del cinema – qui riproposte nella prima sezione. Al primo posto si è classificata “Francamente, mia cara, me ne infischio” (Frankly, my dear, I don’t give a damn), detta da Clark Gable / Rhett Butler in Via col vento (1939). Fin qui, tutto bene.

Al secondo e al terzo posto sono state votate due battute pronunciate da Marlon Brando in due diversi film: “Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare” del mitico don Vito Corleone ne Il padrino (1972) e: “Non capisci! Potrei avere classe, potrei essere competitivo. Avrei potuto essere qualcuno, invece di un coglione, che è quello che sono”, una frase di Terry Malloy, in Fronte del porto (1954). Qui cominciano le perplessità.

A conferma che ogni scelta rimane opinabile e personale, tra le cento battute elette dalla critica americana – solo pellicole statunitensi, peraltro – sono numerose quelle che sollevano punti interrogativi. Certo non poteva mancare “Adrianaaaa!” di Rocky (solo ottantesima) né “E.T. telefono casa” (quindicesima). Ma che dire dell’undicesimo posto di “Quello che abbiamo ottenuto è la fine della comunicazione” (Strother Martin) di Nick Mano Fredda, (1967) o della presenza invadente nella classifica de Il mago di Oz (1939), con ben tre citazioni?
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Il mondo in una piazza: non tutto è come sembra

Il mondo in una piazzaNel centro di Torino, non lontano dal Duomo e da Palazzo Reale, sorge un piccolo quartiere di nome Borgo Dora. Il suo nucleo è piazza della Repubblica, dove ha sede il mercato di “Porta Palazzo”, uno dei più grandi d’Europa. Ogni torinese può raccontare vicende notturne ambientate tra queste strade. Si tratta sempre di narrazioni avvincenti, ai confini tra realtà e fantasia. Automobilisti solitari fermi ai semafori rossi, a cui vengono tagliate le gomme: tempo di accorgersene, di scendere dall’auto e prendere il cric nel bagagliaio, che qualcuno entra in macchina rubando quel che può.

Se il ladro non trova né portafoglio, né soldi, né cellulare, tanti saluti all’automobile. Si mormora di altri automobilisti circondati e derubati di ogni avere. Le televisioni parlano di bande in guerra tra loro che in qualche seminterrato organizzano le loro lotte fratricide. Ma Porta Palazzo non è solo questo: è profumo di frutta e verdura, colori vivaci, vociare straniero mescolato agli svariati dialetti italiani, contatto con popoli lontani. A Porta Palazzo vivono, si incontrano e si scontrano l’Europa, l’Africa e l’Asia.

Ruben e io, per ragioni diverse, speravamo da tempo di trovare alloggio in quella zona, la cui realtà cruda e autentica ci incuriosiva e ci imprimeva una vaga sete di avventura. Ruben è un ragazzo brillante e intelligente, di poco più grande di me. Si presenta molto bene, ha mille interessi e la battuta sempre pronta. Porta avanti dei progetti di cooperazione internazionale in alcuni Paesi africani per un’associazione torinese ed è appassionato e innamorato del suo lavoro. Pensava che la vita di Porta Palazzo fosse un’occasione di comprensione e consapevolezza sociale.
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Il mondo in una piazza: diario di un anno tra 55 etnie

Il mondo in una piazzaTorino, parco del Valentino; 22 giugno 2002, ore 23. Fa molto caldo. È un caldo arrabbiato e afoso, si fa quasi fatica a respirare. Sono a zonzo nella notte torinese con altri quattro ragazzi di ventitré anni: due colleghi universitari e due aitanti giovani valdostani. Chiacchieriamo, trovando un po’ di refrigerio nella dolce brezza della riva del Po. Il parco del Valentino è molto affollato. Ci sono ragazzi che bevono birra, genitori con bambini vocianti al seguito, coppiette che passeggiano mano nella mano e gruppi di giovani stravaccati sul prato che fumano canne suonando gli djembé. L’atmosfera è rilassata, noi anche. Passeggiamo e chiacchieriamo. Chiacchieriamo e passeggiamo. Ogni tanto diamo qualche golata alla nostra birra ghiacciata.

«Guarda che bella quella… eh, no, non si può andare in giro vestite così!» dice uno dei quattro.

«Si può, te lo assicuro. E va benissimo così. Tu resta lì a guardare perché tanto me le faccio tutte io» risponde Socio, il mio amico.

L’ho conosciuto all’università, per caso, il primo giorno. Per qualche misterioso motivo ci siamo seduti a fianco, abbiamo iniziato a scherzare e abbiamo subito legato. Ora ci vediamo quasi tutte le sere. In nome della nostra amicizia nasce il suo soprannome, “Socio”, perché per me è un vero amico. Dell’altro suo soprannome, Zizzania, lascio intuire le motivazioni. Diciamo solo che nella vita gli piace un sacco rompere le palle.

È un bravo ragazzo, brioso e intelligente, molto simpatico, grande imitatore di tutti i dialetti d’Italia, un po’ sbruffone, un po’ vanitoso. Sconfina nella molestia quando è ubriaco. Una volta per poco non ci siamo menati, o meglio, non ci siamo menati perché ci hanno divisi, altrimenti ce le saremmo date di santa ragione. Si esprime con un linguaggio colorito e ha un viso particolarmente espressivo, che lui sfrutta abilmente per risultare ancora più divertente.
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Piccoli rebus: l’enigmistica scritta nei geni o nel futuro

Piccoli Rebus di Marco PeresIl 15 novembre 2008, nel corso del 29° Convegno dell’Ari (Associazione Rebussistica Italiana), una qualificata giuria di esperti enigmisti ha proceduto all’assegnazione del prestigioso Trofeo Ari 2008, leggendo la seguente motivazione:

Con il Trofeo Ari 2008, vogliamo colmare una pluriennale lacuna destinandolo a un benemerito della nostra Arte, nella duplice immagine di autore e divulgatore. Sotto quest’ultima veste, egli è da annoverare fra i più attivi di ogni tempo. Ci riferiamo ad articoli e giochi presentati su riviste e giornali a tiratura nazionale […] e attraverso i canali radiotelevisivi ed informatici […] La sua principale opera resta sicuramente il meraviglioso libro Rebus, che ancor oggi si può definire tra i più completi e affascinanti veicoli per la divulgazione della nostra disciplina. Fresco nella veste grafica e agile nella consultazione, già da solo il testo sarebbe sufficiente per l’assegnazione del Trofeo all’autore, ma vogliamo in questa sede ricordare anche la sua attività di creatore di originali rebus, spesso supportati dagli impeccabili disegni della moglie Susanna. […] Con la speranza di vedere questo poliedrico amico più spesso ai nostri convegni, il Trofeo Ari 2008 viene assegnato a Ennio Peres, per tutti noi Mister Aster.

Il libro Rebus (Stampa Alternativa), che a distanza di quasi 20 anni dalla sua pubblicazione (avvenuta nel novembre del 1989) desta ancora un vivo interesse tra i cultori della materia, è stato uno dei primi che nostro figlio Marco ha cominciato a sfogliare, quando (molto piccolo) cominciò a imparare a leggere. Non glielo proponemmo noi, ma lo trovò in casa, appoggiato su qualche ripiano e ne fu subito attratto, per le numerose illustrazioni che conteneva.
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Napoli tra chiari, scuri e la sua follia

Napoli - Foto di Selenia MorgilloParto da Cagliari dove ho appena presentato il libro, un’ora e mezza di volo ed atterro a Napoli. Esco dall’aeroporto e mi siedo su un vaso a fumare la tanto attesa sigaretta. Poi trascinandomi dietro le valige prendo un taxi. Ormai ho capito che i taxisti sono “la voce del popolo” quindi ci parlo e li ascolto. Mi siedo davanti, partiamo, ho un po’ di mal di testa e mi massaggio le tempie. “Signorina lei pensa troppo”.
“No, veramente ho solo mal di testa”.
“Cosa fa qui a Napoli? È per lavoro?”
“Sì, presento un libro… Il libro che ho scritto”.
“Ah! È scrittrice! Ecco perché pensa troppo”.
“Ma non penso troppo, ho mal di testa”.
“E che libro ha scritto? Mica un libro come quello là… di quello… come si chiama… Saviano?”.
“Be’, no…”
“Bisogna parlare bene della propria città, dire tutte le cose belle che ci sono”.
“Ma io parlo di Milano… Circa… Insomma della psichiatria di Milano e sì ne parlo male…”
“Come? Guardi che poi i milanesi non la vogliono più”.
“Ma io parlo male della psichiatria, magari gli psichiatri non mi vorranno più… Magari!”
“Non va bene. Perché voi scrittori non raccontate delle cose belle?”
“Perché la psichiatria di Milano fa schifo, poi non me ne frega un cazzo se i milanesi non mi vogliono ma non credo accada, non sono così importante”.
“E perché parla di psichiatria? Ci ha lavorato?”
“No, veramente ci sono stata… Ricoverata intendo”.
“E perché? Sei matta?”
“Così dicevano gli psichiatri”.
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Puccini, la Turadot e la comparsa di Mara

Qui muore Puccini

Il nuovo trionfo italiano, conseguito all’Autodromo di Monza per il Gran Premio d’Italia, rappresenta un record senza precedenti. Quattro vetture della casa Alfa Romeo guidate da Ascari, Wagner, Campari e Minoia, hanno conquistati i primi quattro posti. Ascari, il vincitore dei vincitori, ha battuto il record di velocità con una media oraria di km 158 e m 896. Concorrente temibile dell’Alfa Romeo era la casa tedesca Mercedes, che aveva dapprima contrastata la vittoria agl’italiani. Disgraziatamente, la sua bella corsa è stata interrotta da un luttuoso incidente. Al 43° giro la vettura del polacco Zborowsky, nell’affrontare la curvetta di Lesmo si è rovesciata. L’ardito pilota è rimasto schiacciato. La notizia della sciagura ha determinato il ritiro della Mercedes, così che gli ultimi giri delle vetture italiane hanno avuto un carattere di sicuro se pur mesto trionfo.

La risata esplose fragorosa, mentre le pagine dell’”Illustrazione Italiana” volarono nell’aria, ricadendo sulla poltrona vicina: “Dioboffice, o che doveva morire un torpedone di polacchi per avere un po’ più di compassione? Qui, per rifare l’Italia più che un duce serve un commediografo, mi sa!”.
“Servirà anche un commediografo, ma che mi hai fatto venire fin qui solo per perdere tempo? Prima il caffè della Rosa, poi il vermouthino, ora Ascari e le cronache sportive…”.
“O se mi avevano detto che voi di Borgo San Lorenzo eravate maestri nell’arte del perder tempo? Mah: si vede che ho informatori scarsini”.
L’uomo coi baffi brizzolati si tirò su dalla poltrona in nappa e si avviò strascicando i piedi verso il tavolo al centro della stanza, dove lo aspettava l’altro, arruffato, una giacca di velluto consumato addosso e un rotolo di carte accanto a sé:
“Allora Galileo, non sciupiamo il prezioso tempo mugellano e fammi vedere icché tu hai combinato”.
“Sarebbe l’ora…”.
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Qui muore Puccini: il finale perduto di Turandot

Qui muore Puccini“Avete guardato bene là sotto?”.
“Dove, maresciallo?”.
“Là, sotto quei falaschi. Mi sembra di vedere qualcosa. Aspettate”.
Il sottufficiale dei carabinieri prese il remo che aveva appoggiato sul fondo del barchino e diede due o tre colpi vigorosi nell’acqua docile del lago, facendo avanzare l’imbarcazione verso il fitto canneto della sponda.
“Ecco, brigadiere, adesso la vedete? Lì, sotto quelle canne”.
“No, non vedo ancora niente”.
“Quella cosa sul greto, guardate bene”.
“Mi dispiace, maresciallo. È solo terra smossa. Forse una tana di nutrie. Adesso possiamo tornare indietro? Si sta facendo buio. Qui non c’è niente, maresciallo. Niente. Credetemi. Anche stasera cerchiamo inutilmente”.
Il maresciallo non disse nulla. Trafisse di nuovo l’acqua col remo, facendo guadagnare alla barca la rotta verso il centro del lago per puntare poi alla riva, dalla quale erano partiti qualche ora prima.
Intorno a loro il silenzio era completo. Ogni tanto, di fondo all’orizzonte già nero, la luce di un lampione si accendeva in lontananza, vagando di monte in monte, mentre nel cielo le prime stelle, scintillando, iniziavano il loro giro eterno.
I due remavano entrambi, ora. Il brigadiere a prua, il superiore a poppa. Arrivati al centro del lago, il maresciallo smise però improvvisamente di pagaiare. Si passò una mano sui baffi ben curati, guardò il cielo. Poi, con la stessa mano, si tolse lentamente il berretto, lo poggiò con cautela da una parte e, senza ragioni apparenti, si sdraiò sul fondo del barchino, appoggiando la testa sulle mani incrociate ad arco, i gomiti alti. Come fanno i sognatori sui prati, i bambini quando si fanno raccontare una novella dalla nonna. Il brigadiere che stava a prua vide il superiore compiere quel gesto anomalo, ma non disse niente.
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Una storia che attraversa due decenni

Pentiti di niente di Antonella BeccariaC’è una storia che taglia a metà gli anni Settanta arrivando a lambire quasi tutti gli Ottanta e che diventa un paradigma non solo dello sbando di alcuni personaggi che non trovano collocazione in quel decennio di ideali, ma anche di scontri politici. È quella di Carlo Saronio, giovane ingegnere della borghesia milanese che si avvicina alla sinistra extraparlamentare, ma che finisce preda della bramosia di alcuni di questi personaggi. Oltre al dramma personale di un sequestro e di un omicidio, la vicenda di Carlo Saronio racconta anche la nascita di un fenomeno, quello della dissociazione dalla lotta armata, e della sua strumentalizzazione da parte di chi andava a caccia di sconti di pena. Riuscendo a ottenerli.

Mentre si indaga su chi ha rapito l’ingegnere, la Milano che ne emerge in un primo momento sembra una specie di Marsiglia in cui il Mediterraneo viene sostituito dai Navigli e dalla darsena di Porta Ticinese, ma che nulla ha da invidiare alla disinvoltura dei banditi d’Oltralpe. Una Milano in cui la politica arriva fino a un certo punto e la malavita fa da padrona tra evasioni, ricatti, giri di denaro da riciclare, bella vita ogni volta che si arraffa un po’ di contante. Dove l’umanità si scontra e perde di fronte al profitto criminale e dove non esiste alcun codice etico quando si decide di speculare anche su un cadavere in precedenza fatto sparire.

Ma poi all’improvviso lo scenario cittadino si modifica e quegli stessi personaggi, dai protagonisti alle comparse, dalle vittime ai carnefici, diventano gli interpreti di un copione a sfondo terroristico dove l’”Organizzazione” viene prima di tutto. Anche della solidarietà verso un compagno e dell’amicizia tra due giovani che stanno dalla stessa parte. Il cambiamento è così repentino che non sembra di essere ancora in quei quartieri. Sembra a questo punto di aver attraversato i confini della realtà per entrare in un romanzo di fantapolitica in cui si può raccontare tutto e il contrario di tutto.
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Ogni promessa è debito. Dunque, ecco spiegata la mia situazione finanziaria

Santa Precaria di Raffaella R. FerréAvevo promesso a un sacco di gente di raccontare le cose che ho fatto negli ultimi mesi, tra cui le novità su Santa Precaria, la mia vita fin dal giugno 1987, le presentazioni in giro per l’Italia, il terzo segreto di Fatima e anche gli spostamenti lungo lo stivale ma fino ad oggi non sono riuscita a mantenere la parola manco con mia madre. Dare la stessa versione dei fatti a tutti risulterebbe alquanto dannoso quindi siete pregati di spuntare la casella prescelta.

Tutte le versioni sono corredate di optional, come insegnano le leggi del mercato. Potrete scegliere tra una consulenza da Mago Mariano, il profumo Charme per attirare l’altro sesso e la frittata di cipolle. E’ possibile richiedere anche dei gadget aggiuntivi quali cartellina informativa e fotocopie. Se avete voglia di confutare la versione della sottoscritta vi raccomandiamo di documentarvi per bene e di non portare girando foglietielli vari, chessò, negli studi televisivi. Non vale nemmeno se vi ci assettate sopra, se le leggete con la coda dell’occhio o se approfittate delle pause pubblicitarie perché chiamo la Mussolini.

Versione n.1 per parenti e amici di famiglia

“Cari parenti e/o amici di famiglia, forse vi ricorderete di me per la sera di giugno 1987 in cui imperdonabilmente stampai sul vostro divano beige due ditate di ciocorì dando già segni della mia devianza. Qui va tutto bene, si tira a campare si tira la cinghia le mezze stagioni non esistono più Napoli è una città violenta e pizza mandolino e anche pummarola voi giovani d’oggi proprio non vi capisco chiedi chi erano i Beatles e lei vi risponderà.
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