Epicuro, “Lettera sulla felicità”, quando si parla della longevità dei libri

Epicuro - Lettera sulla felicità

La fotografia che pubblichiamo qui sopra è stata scattata qualche giorno fa ad Arezzo, presso la libreria Edison, dove in vetrina viene segnalata la classifica dei libri più venduti dell’ultimo periodo. Un po’ stupito noi stessi per la longevità di questo piccolo ed epocale Millelire, ecco che Lettera sulla felicità di Epicuro è ancora al primo posto, oltre ad essere in classifica nei primi quindici posti dei supertascabili più venduti a livello nazionale.

La fata verde: storia dell’assenzio

La fata Verde - Storia dell'assenzio di Alex PanigadaNel mio peregrinare tra le correnti del web, alla continua ricerca di libri strani e curiosi che abbiano attinenza col nostro genere preferito, recentemente mi sono imbattuto in questo volumetto di Alex Panigada, unico nel suo genere, che tratta in modo sintetico, quanto divertente ed esauriente, di un argomento che nel corso degli ultimi due secoli non ha mai cessato di costituire un soggetto di culto, una seducente Musa ispirativa, un particolare argomento di discussione (nei più raffinati salotti intellettuali quanto nelle bettole più sordide…), un vero e proprio oggetto d’arte… Stiamo parlando della Fée Verte, la “Droga degli Artisti”, Il Genio Verde che nutrì la creatività di artisti come Baudelaire, Manet, Degas, Verlaine, Strindberg, De Maupassant, Van Gogh, Rimbaud, Wilde, Picasso, Hemingway, e per stare ai giorni nostri, Johnny Depp, Leonardo Di Caprio, Marylin Manson… Stiamo parlando dell’Assenzio!

Impreziosito da una bellissima prefazione dell’onnipresente Andrea G. Pinketts (”G”, ci tiene a precisare, sta per Genio…), il libro si apre con una piccola storia del Liquore, creato come elisir da un medico francese in esilio in Svizzera, il dottor Pierre Ordinaire, e ne narra splendori e declino fino all’oblio (temporaneo…) che conobbe a partire dal 1905, quando un contadino svizzero, Jean Lanfray, sterminò la sua famiglia, colto da un raptus di follia che le Autorità attribuirono al consumo massiccio e abituale di assenzio da parte dell’assassino.

I capitoli successivo trattano della riscoperta dell’assenzio oggi, dei suoi sostituti (i pastis), i metodi di produzione, i rituali preparatori e i metodi alternativi e spuri, alcuni profili di “Bevitori Eccellenti”, un prezioso “Album Fotografico” di famosissime opere d’arte aventi per soggetto la Fata Verde, i cocktails di cui è protagonista, ricette, libri, il cinema, la presenza dell’Assenzio su Internet…Insomma, di tutto e di più, concentrato in sole 104 pagine e scritto senza mai annoiare il lettore, anzi, con uno stile avvincente che spinge a leggere tutto in una sola volta, e poi rileggere, e rileggere ancora.
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“Qui muore Puccini” e il misterioso finale della Turandot

Qui muore PucciniCi sono libri che accompagnano i viaggi, i pomeriggi, le vacanze e le notti. Preferisco decisamente questi ultimi, immersa nel silenzio la lettura è intensa ed intima, è dolce la compagnia di un libro che non ti permette di staccare gli occhi dalle pagine. A questa sensazione si è legato Qui muore Puccini, la seconda opera di Stefano Cecchi per la collana Eretica Speciale di Stampa Alternativa.

Ho potuto sentire la pioggia di un temporale notturno, la paura, la corsa, l’amore, le lacrime di un’Italia anni ‘20 che consumano una tragedia umana, privata e altamente politica. Quella stessa notte l’ispirazione e la coscienza della gioventù finita irrompono nella vita del grande compositore Giacomo Puccini. Una grande amicizia, l’Italia rinovellata dal fascismo, il mistero che avvelena quella notte e che vuole giustizia, il finale della Turandot che non si trova e l’incedere della malattia del Maestro. Ecco tutti gli elementi di un romanzo intessuto con mano decisa, poetica e capace di dispiegare l’animo umano nelle sue evoluzioni, dando spessore a luoghi e persone affrescati con pochi ma essenziali gesti.

“Qui muore Puccini” è la frase che Arturo Toscanini pronunziò sul podio il 25 aprile del 1926, il giorno della “Prima” della Turandot, che rimase senza una finale. Un finale misterioso di cui solo i lettori sembrano saperne di più, testimoni e complici tanto di quegli applausi che di quel silenzio.
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Endrigo: quanto mi dai se mi sparo?

Quanto mi dai se mi sparoNato da famiglia polesana, costretto all’esilio dopo l’atroce mutilazione territoriale dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, appena adolescente, Sergio Endrigo crebbe tra Brindisi – in un collegio per i nostri fratelli profughi, presto abbandonato – e Venezia. Appassionato di musica sin dall’infanzia, dopo lunga gavetta tra night e balere incise i primi dischi tra fine anni Cinquanta e primi Sessanta. Fu un cantautore elegante, sentimentale, di almeno discreto successo nazionale, protagonista di diverse tournée all’estero. Attorno agli anni Ottanta cominciò il lento declino: quando scrisse questo romanzo, polemico nei confronti dell’industria discografica, nemmeno l’industria del libro gli diede ascolto; “Quanto mi dai se mi sparo?” venne così stampato in Svizzera nel 1995, per un piccolo editore, dopo anni di tentativi caduti nel vuoto.

Soltanto nel 2004, per merito di Stampa Alternativa, il romanzo ha iniziato a circolare a dovere in Italia. È stata una delle ultime, meritate soddisfazioni del malinconico ragazzo di Pola, morto nel 2005. Il romanzo ha assunto il valore di un testamento spirituale: uno sganassone all’industria discografica, a chi ha fatto diventiere un mestiere artigianale un lavoro, sporcando la musica col marketing, e con la menzogna della centralità dell’immagine. È il libro di un vecchio artista che non si riconosceva più in niente, e si sentiva solo. Va letto e interiorizzato con rispetto: è diventato il romanzo di una vita, e della fine di un’epoca. È diventato – è bene rimarcarlo – uno degli ultimi libri pubblicati da artisti istriani italiani, scritto da un istriano nato prima che il comunismo decidesse che gli italiani in Istria non dovevano più esistere, o giù di lì. È un pezzo di Novecento italiano, un piccolo tesoro sporco di polvere, e di sangue.

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Giovanni Birillieri, in arte Joe Birillo, ha cinquant’anni e tanta nostalgia del passato: la sua carriera di musicista è entrata in crisi, il pubblico non risponde più. Da dieci anni vende pochi dischi, è finito. Si sente vecchio, “vecchio di cuore”, e inadatto a un mondo con pochi ricchi e milioni di frustrati, che si illudono di possedere in esclusiva un vestito o un gadget hi-tech e per quel possesso in esclusiva si mostrano avidi di denaro, a qualsiasi costo.

Joe è gentile, ma la sua gentilezza viene scambiata per debolezza. Si ritrova a suonare nelle discoteche – a volte, vuote: otto spettatori – e si guarda intorno domandandosi cosa sia andato a fare. È preda del Gatto e la Volpe: non disonesti, ma perplessi; con Joe stanno perdendo denaro per la prima volta in vita loro.
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Santa Precaria: una finestra sul sud d’Italia

Santa Precaria di Raffaella R. FerréRaffaella R. Ferré è nata a Eboli nel 1983. Giornalista, scrittrice e studentessa della facoltà di Scienze della Comunicazione, vive tra Salerno e Napoli. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Toilet, Anonima Scrittori e Riaprire il fuoco. Il suo libro Santa Precaria, uscito nel giugno di quest’anno, vince la menzione al premio “Giancarlo Siani”, concorso dedicato alla memoria del giovane giornalista napoletano ucciso dalla camorra. Nella nostra intervista partiamo proprio dal suo romanzo che ha il grande pregio di aiutarci a conoscere una realtà troppe volte considerata soltanto attraverso i soliti luoghi comuni.

Il tuo romanzo Santa Precaria è una vera e propria finestra che si apre sul sud Italia. Sei contenta del ritratto che sei riuscita a darne?
Per tutto il tempo, mentre scrivevo Santa Precaria, avevo il chiodo fisso di raccontare il sud senza filtri, aderente alla realtà e lontano dagli stereotipi da cronaca nera. Sono nata ad Eboli, paese reso famoso dal romanzo di CarloLevi ed è questa la cittadina che, idealmente, fa da sfondo al mio libro. Sono stata felice di poter usare le parole del luogo, il lessico, e mi sono altrettanto divertita a tenere il conto dei fattarielli, delle tradizioni, delle preghiere che si impastano ai gesti, dalle mie parti.

Qual è il personaggio di Santa Precaria che ti ha coinvolto di più?
Mimmo, l’aspirante giornalista dal passato difficile e dal futuro ancora peggio, è il mio preferito. La sua incapacità a reagire praticamente, a incanalare il suo talento e, allo stesso tempo, la sua caparbietà me lo rendono molto vicino. Poi, io ho una passione per i belli e maledetti, quindi mi è piaciuto tanto scrivere di Paolo, l’anchorman in salsa popolare che gioca a fare il cascamorto, il “zezero”, a dispetto della fidanzata ufficiale.
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La schizofrenia non esiste e se esistesse io vorrei averla

La schizofrenia non esiste, e se non esistesse io vorrei averla di Gianna SchiavettiGianna è finita nel meccanismo della porta girevole. C’è finita ogni volta sempre più cosciente di non doverci finire. Almeno non così, non con quella violenza, non per la cattiva anima di chi il legame di sangue avrebbe dovuto fare fratello e non nemico:

Dopo un anno che ero stata operata al seno, mia sorella telefonò al Centro psicosociale raccontando una storia tutta a modo suo. Allora la polizia municipale venne a prelevarmi a fui portata in psichiatria. Erano le due del pomeriggio. M’accolse il solito medico, che mi fece un’endovenosa e mi addormentò immediatamente […]. Mi svegliai verso sera in uno stanzino: ero in mutande e avevo una maglietta che non era la mia. Ma soprattutto ero senza reggiseno, che da quando ero stato operata era diventato un mio indispensabile supporto psicologico. Mentre piangevo venne mia sorella [e] le chiesi di portarmi un reggiseno. Dopo tre giorni che insistevo, venne con un reggiseno vecchio e tutto scucito dicendo di cucirmelo da me. Mi accorgo di aver vissuto anni di terrore.

Nel suo diario, La schizofrenia non esiste, e se esistesse io vorrei averla, Gianna Schiavetti ci dice, a trent’anni dalla legge Basaglia, come stanno i servizi di assistenza e cura della malattia psichica e lo fa nel modo che le riesce, cioè dando voce a quella che è diventata la condanna sua e di altri come lei: 30 trattamenti sanitari obbligatori in pochi anni; psicofarmaci dai tremendi effetti collaterali (alcuni reali, altri immaginati ma egualmente, anzi forse più, pericolosi): i chili in più, il tumore al seno, le parole e i passi rallentati, le allucinazioni; il sospetto di tutti e il tradimento sempre da parte degli stessi: bisogna soffrire per raggiungere qualcosa. Io ho sofferto tanto psicologicamente e fisicamente (alcolizzazione, tumore al seno). Portata in psichiatria tante volte, senza sapere il perché, ora mi ritrovo che non vedo più mia nipote. Ma perché tanta sofferenza?
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Suicidi d’autore che suggellano un’esistenza e la rendono compiuta

Suicidi d'autore di Antonio CastronuovoAll’aeroporto di Ancona lo scorso marzo, aspettando il volo per Monaco, ho comprato un libro, con gli ultimi euro, che in Danimarca non si usano. E ho scelto un libricino di Stampa Alternativa, Suicidi d’autore (2003) di Antonio Castronuovo. I suicidi non mi affascinano ma dando un’occhiata all’ indice mi sono accorta che si trattava, tra gli altri, di suicidi di persone che “conoscevo”: Sylvia Plath, Unica Zürn, Marina Cvetaeva, Walter Benjamin, Anne Sexton. E cosí l’ho acquistato sperando mi desse ulteriori notizie degli autori sopra elencati. Ho trovato più che altro, come un affettuoso saluto agli autori che se ne sono andati quasi senza salutare, senza aspettare i tempi naturali, rinunciando al futuro, che per quanto nero potesse sembrare a loro, visto dal punto di vista di quel giorno, non sapremo mai cosa avrebbe riservato. Né noi né loro. Un suicidio esclude il futuro. A me sembra che renda incompiuta una vita.

Ma nel brevissimo prologo scrive Castronuovo: “D’autore perché suggellano un’esistenza - e la rendono compiuta”. Punti di vista. Forse ha ragione lui. Una Plath senza il suicidio, una Cvetaeva senza il suicidio…( cosí come un Pavese senza il suicidio) sono inimmaginabili. Adesso sarebbero degli anziani un po’ maniaci di qualcosa, pieni di acciacchi e di rughe…No, non si riesce ad immaginarli. Quindi forse é vero che cosí facendo hanno reso compiuta la propria esistenza. Vi trascrivo qualcosina della interessante lettura.

Suicidio sottovetro - Sylvia Plath: Trenta. Compiuti da poco. E alle spalle un paio di libri. Ma sul tavolo tutte le poesie che aveva scritto in poche settimane, colta dal fervore iridescente, e poi manipolate, una per uno, con un lavoro minuzioso…erano i versi di Ariel…Trasparenti come lo sono le cose che preparano la morte. Ma anche capaci di fare di lei una poetessa famosa: premiata quando la fama, sorridendo della sua stessa pigrizia e avarizia, sembra dire all’autore: “Giungo quando non ci sei, quando non ti servo”…Quell’inverno fu incredibilmente freddo e lo sconforto si fece intollerabile….
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Una spia comunista chiamata Marilyn Monroe

Compagna MarilynDanilo Arona la chiama la “maledetta estate del 1962″. E ha i suoi buoni motivi per farlo. Perché, se si forzano un po’ i confini imposti dal calendario, si vede che di fatti neri ne sono accaduti parecchi proprio in quei mesi. Il 31 maggio, per esempio, nel carcere di Tel Aviv viene giustiziato Adolf Eichmann, il comandante maggiore delle unità d’assalto delle SS naziste, specialista in questioni ebraiche e protagonista della soluzione finale ordita dal Terzo Reich: era stato catturato due anni prima da uomini del Mossad a Buenos Aires ed estradato in Israele per essere processato. Inoltre, tra disastri aerei e ferroviari, pochi giorni dopo si assiste all’evasione di tre detenuti dal carcere di Alcatraz: sono Frank Morris, John Anglin e Clarence Anglin che – si dice – affogarono e i loro corpi mai più vennero ritrovati.

Qualche mese dopo (è l’11 ottobre e l’abbiamo dichiarata la violazione di solstizi ed equinozi) esplode la crisi dei missili di Cuba che rischia di trascinare il mondo verso la terza guerra mondiale e dodici giorni più tardi cade l’aereo su cui viaggiava Enrico Mattei, episodio che andrà a nutrire uno dei capitoli neri del recente passato italiano. E si potrebbe andare avanti ancora con l’elenco di eventi chiave risalenti a quel periodo. Eventi che non sempre però sono stati così sinistri: si pensi ai successi riscossi dai movimenti indipendentisti di Burundi e Algeria o alla “nascita” musicale dei Beatles e cinematografica di James Bond.
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Le tracce oscure della “Uno bianca”

Uno bianca e trame nere - Cronaca di un periodo di terrore di Antonella BeccariaIl libro Uno bianca e trame nere. Cronaca di un periodo di terrore di Antonella Beccaria (Stampa Alternativa, 2007) dà una lettura di una carriera criminale lunga e complessa come quella dei fratelli Savi e dei loro complici senza prescindere dal contesto storico e politico all’interno del quale si inquadra.

Cosa aggiunge di nuovo questo libro? Per quanto mi riguarda riapre una ferita, mai marginata e mi tornano alla mente le sensazioni e la frustrazione provata nel novembre 1994, quando venni a sapere che i banditi della “Uno bianca” erano dei miei colleghi. Per anni continuai a prendere servizio su quelle stesse volanti con la consapevolezza di dovere dimostrare ai miei concittadini la versione possibile di una polizia seria e professionale.

Il libro di Antonella Beccarla segue, attraverso le oltre cento azioni della banda, l’evoluzione di un paese che stava per entrare in una crisi che avrebbe spazzato via l’establishment politico dei decenni precedenti per vederne insediato un altro, nuovo solo per facciata ma non per trasparenza verso i cittadini.

Innanzitutto una considerazione di base, dopo oltre sette anni di buio si arriva alla fine di novembre 1994 all’individuazione dei responsabili di una impressionante scia di violenza che totalizza ventiquattro morti e 102 feriti. Di questa violenza sono responsabili sei persone, cinque delle quali vestono una divisa da agente di polizia. E finalmente gli inquirenti possono processare dei pluriomicidi arrivando a comminare l’ergastolo a quasi tutti.
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L’arpa celtica e il percorso all’interno dell’animo umano

Arpa celtica del Sidhe - Viaggio attraverso realtà, leggenda e mistero dello strumento del sogno di Andrea SekiQuesto è un post abbastanza particolare, composto dalle “voci” che, per posta elettronica, sono arrivate ad Andrea Seki, autore del libro L’arpa celtica del Sidhe - Viaggio attraverso realtà, leggenda e mistero dello strumento del “sogno”. Si tratta di testimonianze dei lettori, di emozioni, riflessioni, ragionamenti che sono stati sollevati da un argomento che sembra di nicchia e che invece va a scavare a fondo dell’anima e dell’istinto artistico di ogni uomo. Eccole di seguito.

Scrive Louis Siciliano:

Sono un compositore e vivo al momento a Roma. Volevo farti i complimenti per la grande sensibilità, il tocco e la poesia che infondi in tutto quello che fai. La tua Musica è un viaggio dell’anima che mi incanta e mi porta lontano. Ho divorato in un giorno il tuo libro, ho riso, pianto, gioito e viaggiato insieme a te in questa meravigliosa e avvincente avventura che è la ricerca musicale e non solo… Grazie di cuore ed in bocca al lupo per tutte le tue cose. È un’esperienza che mi ha segnato profondamente la lettura del tuo testo!

Quest’altro messaggio è firmato semplicemente “Manu” ed è stato scritto da un ventottenne che abita in provincia di Ravenna:

Sai leggendo il tuo libro… Ho sentito un percorso in comune, un cammino che è lo stesso che mi sto accorgendo di fare, forse non l’ho deciso io, forse è lo stesso cammino che ha deciso per me… Il libro è stupendo, e forse perché sono un musicista, forse perché adoro la musica celtica, ma non solo, direi popolare e mistica, insomma mi pare di avvertire le emozioni che vuoi trasmettere. Avresti anche potuto tenerle per te, del resto di cose come queste si può essere gelosi a volte, invece le hai scritte.

Io vengo, in origine, da una musica molto diversa. In primis primis primis quando ero “piu’ piccolo” dal punk rock, poi attraverso musiche popolari sto continuando un cammino, che alla fine è un cammino a ritroso, tornare alla ricerca delle nostre radici, arrivare sul punto di incrociare “gli antenati” nel momento in cui quello che tu chiami “il sogno” si è interrotto, credo… E come puoi vedere dal profilo da cui ti scrivo, mi interesso a mescolanze di suoni, in ogni ambito. Nei Rumori Molesti, che sono partiti in origini come gruppo ska/reggae, stiamo miscelando un po’ tutte le nostre influenze, e non siamo che al 5%.

[…] Ottimo anche il cd allegato! E non mi aspettavo una introspezione così profonda […]. Mi aspettavo un viaggio “dentro” l’arpa, ovviamente, storicamente, misticamente e religiosamente. Ma dentro al tuo libro c’è molto di più, c’è la sensazione di fondo che suona ininterrotta da millenni e che è il motivo per cui ci ispirano e ci accomunano questi… suoni.

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Cuba particular. Sesso all’Avana

Cuba Particular di Alejandro Torreguitart RuizNon sono mai stato a Cuba. Ho ascoltato molti racconti di chi c’è stato. Uomini sopratutto. Le donne tornano e parlano delle spiagge e del mare bellissimo. Gli uomini, chissà perché, d’altro. Nessuno che conosco, comunque, è mai andato a visitare la casa in cui ha vissuto Hemingway; al massimo sono stati alla Bodeguita del Medio, ma non certo per amore della letteratura…

Stando da questa parte dell’oceano leggendo Padura Fuentes e tutti i libri di Gutiérrez mi sono fatto una vaga idea di come viva la gente laggiù. Poi, l’estate scorsa, ho letto Cuba Particular di Torreguitart Ruiz: la cosa stupefacente è che lì ci ho trovato le storie di quegli uomini di cui parlavo prima ma raccontate dal punto di vista dei cubani. La prospettiva cambia di parecchio, come è facile immaginare.

In queste pagine ho rivisto Gutiérrez e la sua Avana ma anche sensibilità e sensualità. Il romanzo racconta la vita quotidiana di Isabel, padrona e tenutaria di una Casa Particular, una specie di affittacamere dove i turisti portano ogni sera le loro conquiste: una jinetera o una ragazza che deve mantenere la famiglia coi soldi dello straniero. Più discreta di un albergo perché nessuno fa domande e non ci sono mance da rifilare al portiere.

Isabel assiste a questo andirivieni di uomini con ragazze. Spesso giovanissime, che potrebbero essere sue figlie. Molti degli uomini che affittano una camera sono italiani; gente che in patria ha una famiglia, che dice di essere lì per lavoro… Isabel scuote la testa. Le ragazze si confidano con lei e le raccontano tutte la stessa storia: cercano l’amore per andarsene o per mantenere figli e mariti. Alcune ci riescono: se ne vanno e poi magari rimpiangono il sole dell’Havana tutta la vita.
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A casa non ci torno: storia di una donna e di una classe

A casa non ci torno di Ines ArciuoloPochi giorni fa, a Napoli, durante la quattro giorni di “Adunanza Sediziosa”, c’è stata la presentazione del libro A casa non ci torno di Ines Arciuolo. La compagna Manila mi ha invitato all’evento e vi ho partecipato prendendo la parola. Cosa dire di questa autobiografia che ho letto nel maggio scorso tutta d’un fiato?

È la storia di una donna, di una generazione, di una classe. La fortuna di un individuo (l’autrice) che ha vissuto fatti, relazioni, sogni, lotte, stati d’animo, come riflesso di un processo collettivo di liberazione, come riflesso di un movimento storico di una classe in lotta per la sua emancipazione e per la liberazione dalle catene della schiavitù del lavoro salariato. Non una testimonianza di una sopravvissuta, ma di una donna che ha ricomposto in abilità narrativa il suo vissuto, con uno stile asciutto e passionale insieme, senza autocompiacenze sentimentali e lessicali, con la semplicità e la decenza di chi nella sua vita non ha mai superato con le parole i fatti.

Si è parlato dei 61 licenziati alla Fiat; di quella generazione, dell’entusiasmo e della felicità con cui donne meridionali divenute operaie mettevano a soqquadro la fabbrica dei padroni, incitando i propri compagni di vita alla lotta in ogni reparto. Si è parlato di chi non ce l’ha fatta: di chi è rimasto solo ed isolato, di chi si è tolto la vita, di chi si è venduto e ha fatto dei successivi 23.000 licenziamenti e della propria fuoriuscita dalla fabbrica, una brillante carriera sindacale e politica (non da ultimo l’attuale Ministro Damiano). Si è parlato di lotta di classe, partito, plusvalore e al dibattito sono intervenuti altri, tra i quali Oreste Scalzone.
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Parola di lettore: cosa ne pensate dei nostri libri?

Navigando in giro per la Rete, capita sempre più spesso di imbattersi in blog e in siti letterari che ospitano le opinioni dei lettori sui nostri volumi. Recensioni, spunti, critiche e quant’altro relative a (o stimolate da) i libri editi da Stampa Alternativa. Logico perciò il rilancio in questo spazio: inviateci fin d’ora le vostre considerazioni, andremo a pubblicarle sotto la nuova sezione Parola di lettore.

Il blog si fa sempre più movimentato (e i commenti trasbordano!), per cui è il caso di condividerlo al meglio. Soprattutto con te, con voi. Non ci attendiamo recensioni lusinghiere—o almeno non solo quelle—ma anche critiche, idee, riflessioni suscitate dal libro di Stampa Alternativa che vi è capitato tra le mani.

Dunque, se volete dire la vostra, inviate i materiali all’indirizzo email: redazione@stampalternativa.it. Ovviamente, sarete liberi di ripubblicare ovunque vorrete quei testi. Non siamo certo gelosi dei diritti d’autore, dato che parte dei nostri volumi sono rilasciati con licenza Creative Commons su Libera Cultura. E grazie a tutti!

Nuova California: qua nessuno sta sopra il cielo

Nuova California di Pietro AngeliniNuova California ha il sapore pastoso della storia recente e dei suoi conflitti e l’odore acre del presente. Vive della nostalgia degli anni delle battaglie del Settantasette e si è già svegliata con la consapevolezza di aver perso. O, quanto meno, che qualcuno ha perso più di altri. Eppure sbatte sulla carta una vita intensa, consumata di notte e di giorno tra amici che sono la copia originale dei personaggi che d’estate battono la riviera. Solo che la storia di Nuova California si consuma d’inverno, quando la faccia dell’industria balneare è indecente, con il trucco sbavato e che vive nella fretta di rifarsi il belletto per la stagione che incalza.

L’autore di questo romanzo, Pietro Angelini, riprende un tema già discusso in più occasioni in questi primi mesi dell’anno, il Settantasette bolognese, quando le agitazioni di piazza trovavano linfa in sogni rivoluzionari e lo scontro con le forze dell’ordine era una danza di guerra a cui non ci si doveva sottrarre. Tre decenni tondi sono trascorsi da allora. Tre decenni in cui i morti non sono stati dimenticati, ma che hanno perso la tensione morale e politica per tendere ad altro, figlio forse più del riflusso degli Anni Ottanta che di pulsioni sovversive. Continua

Che cosa sarebbe accaduto se l’Italia avesse vinto i mondiali?

Il fuorigioco mi sta antipatico di Luciano BianciardiEra il 1970. A maggio il Cagliari di Gigi Riva e Manlio Scopigno aveva regalato ai fieri pastori dell’Isola il loro primo (e a tutt’oggi unico) scudetto. A luglio, invece, in Messico l’Italietta di Ferruccio Valcareggi e della staffetta Rivera-Mazzola si giocava in finale la coppa Rimet, prendendole di santa ragione dal sidereo Brasile di Pelé. Il 6 di quello stesso mese sulla terza pagina del Guerin Sportivo, Luciano Bianciardi pubblicava “Il secondo Risorgimento del cavalier Facchetti” ovvero “che cosa sarebbe accaduto se l’Italia avesse vinto i mondiali”, intrigante e stralunato (per certi versi profetico) ‘scherzetto’ letterario sull’inatteso secondo posto italiano al Mundial. Lo scrittore maremmano inaugurava così, con la stessa dissacrante, agrodolce ironia di sempre, la sua collaborazione con il prestigioso settimanale sportivo. Ultima rubrica della sua tormentata carriera: entrambe infatti si sarebbero interrotte nel novembre dell’anno dopo con la morte di Bianciardi. Continua

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