Epicuro, “Lettera sulla felicità”, quando si parla della longevità dei libri

Epicuro - Lettera sulla felicità

La fotografia che pubblichiamo qui sopra è stata scattata qualche giorno fa ad Arezzo, presso la libreria Edison, dove in vetrina viene segnalata la classifica dei libri più venduti dell’ultimo periodo. Un po’ stupito noi stessi per la longevità di questo piccolo ed epocale Millelire, ecco che Lettera sulla felicità di Epicuro è ancora al primo posto, oltre ad essere in classifica nei primi quindici posti dei supertascabili più venduti a livello nazionale.

La fata verde: storia dell’assenzio

La fata Verde - Storia dell'assenzio di Alex PanigadaNel mio peregrinare tra le correnti del web, alla continua ricerca di libri strani e curiosi che abbiano attinenza col nostro genere preferito, recentemente mi sono imbattuto in questo volumetto di Alex Panigada, unico nel suo genere, che tratta in modo sintetico, quanto divertente ed esauriente, di un argomento che nel corso degli ultimi due secoli non ha mai cessato di costituire un soggetto di culto, una seducente Musa ispirativa, un particolare argomento di discussione (nei più raffinati salotti intellettuali quanto nelle bettole più sordide…), un vero e proprio oggetto d’arte… Stiamo parlando della Fée Verte, la “Droga degli Artisti”, Il Genio Verde che nutrì la creatività di artisti come Baudelaire, Manet, Degas, Verlaine, Strindberg, De Maupassant, Van Gogh, Rimbaud, Wilde, Picasso, Hemingway, e per stare ai giorni nostri, Johnny Depp, Leonardo Di Caprio, Marylin Manson… Stiamo parlando dell’Assenzio!

Impreziosito da una bellissima prefazione dell’onnipresente Andrea G. Pinketts (“G”, ci tiene a precisare, sta per Genio…), il libro si apre con una piccola storia del Liquore, creato come elisir da un medico francese in esilio in Svizzera, il dottor Pierre Ordinaire, e ne narra splendori e declino fino all’oblio (temporaneo…) che conobbe a partire dal 1905, quando un contadino svizzero, Jean Lanfray, sterminò la sua famiglia, colto da un raptus di follia che le Autorità attribuirono al consumo massiccio e abituale di assenzio da parte dell’assassino.

I capitoli successivo trattano della riscoperta dell’assenzio oggi, dei suoi sostituti (i pastis), i metodi di produzione, i rituali preparatori e i metodi alternativi e spuri, alcuni profili di “Bevitori Eccellenti”, un prezioso “Album Fotografico” di famosissime opere d’arte aventi per soggetto la Fata Verde, i cocktails di cui è protagonista, ricette, libri, il cinema, la presenza dell’Assenzio su Internet…Insomma, di tutto e di più, concentrato in sole 104 pagine e scritto senza mai annoiare il lettore, anzi, con uno stile avvincente che spinge a leggere tutto in una sola volta, e poi rileggere, e rileggere ancora.
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“Qui muore Puccini” e il misterioso finale della Turandot

Qui muore PucciniCi sono libri che accompagnano i viaggi, i pomeriggi, le vacanze e le notti. Preferisco decisamente questi ultimi, immersa nel silenzio la lettura è intensa ed intima, è dolce la compagnia di un libro che non ti permette di staccare gli occhi dalle pagine. A questa sensazione si è legato Qui muore Puccini, la seconda opera di Stefano Cecchi per la collana Eretica Speciale di Stampa Alternativa.

Ho potuto sentire la pioggia di un temporale notturno, la paura, la corsa, l’amore, le lacrime di un’Italia anni ’20 che consumano una tragedia umana, privata e altamente politica. Quella stessa notte l’ispirazione e la coscienza della gioventù finita irrompono nella vita del grande compositore Giacomo Puccini. Una grande amicizia, l’Italia rinovellata dal fascismo, il mistero che avvelena quella notte e che vuole giustizia, il finale della Turandot che non si trova e l’incedere della malattia del Maestro. Ecco tutti gli elementi di un romanzo intessuto con mano decisa, poetica e capace di dispiegare l’animo umano nelle sue evoluzioni, dando spessore a luoghi e persone affrescati con pochi ma essenziali gesti.

“Qui muore Puccini” è la frase che Arturo Toscanini pronunziò sul podio il 25 aprile del 1926, il giorno della “Prima” della Turandot, che rimase senza una finale. Un finale misterioso di cui solo i lettori sembrano saperne di più, testimoni e complici tanto di quegli applausi che di quel silenzio.
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Endrigo: quanto mi dai se mi sparo?

Quanto mi dai se mi sparoNato da famiglia polesana, costretto all’esilio dopo l’atroce mutilazione territoriale dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, appena adolescente, Sergio Endrigo crebbe tra Brindisi – in un collegio per i nostri fratelli profughi, presto abbandonato – e Venezia. Appassionato di musica sin dall’infanzia, dopo lunga gavetta tra night e balere incise i primi dischi tra fine anni Cinquanta e primi Sessanta. Fu un cantautore elegante, sentimentale, di almeno discreto successo nazionale, protagonista di diverse tournée all’estero. Attorno agli anni Ottanta cominciò il lento declino: quando scrisse questo romanzo, polemico nei confronti dell’industria discografica, nemmeno l’industria del libro gli diede ascolto; “Quanto mi dai se mi sparo?” venne così stampato in Svizzera nel 1995, per un piccolo editore, dopo anni di tentativi caduti nel vuoto.

Soltanto nel 2004, per merito di Stampa Alternativa, il romanzo ha iniziato a circolare a dovere in Italia. È stata una delle ultime, meritate soddisfazioni del malinconico ragazzo di Pola, morto nel 2005. Il romanzo ha assunto il valore di un testamento spirituale: uno sganassone all’industria discografica, a chi ha fatto diventiere un mestiere artigianale un lavoro, sporcando la musica col marketing, e con la menzogna della centralità dell’immagine. È il libro di un vecchio artista che non si riconosceva più in niente, e si sentiva solo. Va letto e interiorizzato con rispetto: è diventato il romanzo di una vita, e della fine di un’epoca. È diventato – è bene rimarcarlo – uno degli ultimi libri pubblicati da artisti istriani italiani, scritto da un istriano nato prima che il comunismo decidesse che gli italiani in Istria non dovevano più esistere, o giù di lì. È un pezzo di Novecento italiano, un piccolo tesoro sporco di polvere, e di sangue.

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Giovanni Birillieri, in arte Joe Birillo, ha cinquant’anni e tanta nostalgia del passato: la sua carriera di musicista è entrata in crisi, il pubblico non risponde più. Da dieci anni vende pochi dischi, è finito. Si sente vecchio, “vecchio di cuore”, e inadatto a un mondo con pochi ricchi e milioni di frustrati, che si illudono di possedere in esclusiva un vestito o un gadget hi-tech e per quel possesso in esclusiva si mostrano avidi di denaro, a qualsiasi costo.

Joe è gentile, ma la sua gentilezza viene scambiata per debolezza. Si ritrova a suonare nelle discoteche – a volte, vuote: otto spettatori – e si guarda intorno domandandosi cosa sia andato a fare. È preda del Gatto e la Volpe: non disonesti, ma perplessi; con Joe stanno perdendo denaro per la prima volta in vita loro.
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Santa Precaria: una finestra sul sud d’Italia

Santa Precaria di Raffaella R. FerréRaffaella R. Ferré è nata a Eboli nel 1983. Giornalista, scrittrice e studentessa della facoltà di Scienze della Comunicazione, vive tra Salerno e Napoli. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Toilet, Anonima Scrittori e Riaprire il fuoco. Il suo libro Santa Precaria, uscito nel giugno di quest’anno, vince la menzione al premio “Giancarlo Siani”, concorso dedicato alla memoria del giovane giornalista napoletano ucciso dalla camorra. Nella nostra intervista partiamo proprio dal suo romanzo che ha il grande pregio di aiutarci a conoscere una realtà troppe volte considerata soltanto attraverso i soliti luoghi comuni.

Il tuo romanzo Santa Precaria è una vera e propria finestra che si apre sul sud Italia. Sei contenta del ritratto che sei riuscita a darne?
Per tutto il tempo, mentre scrivevo Santa Precaria, avevo il chiodo fisso di raccontare il sud senza filtri, aderente alla realtà e lontano dagli stereotipi da cronaca nera. Sono nata ad Eboli, paese reso famoso dal romanzo di CarloLevi ed è questa la cittadina che, idealmente, fa da sfondo al mio libro. Sono stata felice di poter usare le parole del luogo, il lessico, e mi sono altrettanto divertita a tenere il conto dei fattarielli, delle tradizioni, delle preghiere che si impastano ai gesti, dalle mie parti.

Qual è il personaggio di Santa Precaria che ti ha coinvolto di più?
Mimmo, l’aspirante giornalista dal passato difficile e dal futuro ancora peggio, è il mio preferito. La sua incapacità a reagire praticamente, a incanalare il suo talento e, allo stesso tempo, la sua caparbietà me lo rendono molto vicino. Poi, io ho una passione per i belli e maledetti, quindi mi è piaciuto tanto scrivere di Paolo, l’anchorman in salsa popolare che gioca a fare il cascamorto, il “zezero”, a dispetto della fidanzata ufficiale.
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