Come pubblicare e promuovere un libro. Passo dopo passo
Se siete arrivati su questo post probabilmente starete conservando gelosamente un vostro manoscritto nel cassetto. Ce l’avete già pronto da tempo e non vedete l’ora di trovare qualche casa editrice che lo pubblichi. Bene, armatevi di pazienza e di determinazione, il vostro lavoro è appena iniziato. Se avete Internet state pronti ad usarlo, passerete giornate intere su google. Altrimenti parlate con il vostro libraio di fiducia, o cercate informazioni utilizzando i canali in cui siete più pratici.
Dovete fare un’abile ricerca di case editrici, per poi decidere quali contattare per spedire il vostro bel manoscritto. Ogni libro pubblicato sta all’interno di una precisa collana della casa editrice quindi, se posso darvi un consiglio, cercate le case editrici che pubblicano collane con libri simili al vostro e alla vostra storia. In pratica, se inviate un manoscritto a una casa editrice che vi piace tanto ma pubblica solo noir e libri gialli e voi avete scritto un romanzo storico, può anche essere il manoscritto più bello del mondo che vincerà 40 premi internazionali, ma non c’è speranza che venga pubblicato. Quindi la vostra ricerca di una casa editrice deve essere “pensata” e “organizzata”.
A quel punto siete pronti per l’invio del manoscritto. La maggior parte delle case editrici richiedono una copia in cartaceo del testo, da spedire via posta. Qualcuno accetta anche un pdf via internet, ma è un caso piuttosto raro. Magari preparatevi anche un riassunto del libro di poche righe (e, visto che è una sorta di “presentazione” preparatelo bene!) da inviare in allegato al testo.
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Lo specchio del calligrafo: rivedere Salice
Di ritorno a Pechino, incontrai Salice ad una cena di vecchi amici. Non ci vedevamo da cinque anni. La sua bellezza mi sorprese. Il giorno dopo, ai giardini del Palazzo d’Estate, di fronte all’immensità del lago Kun Ming, evocammo ricordi lontani. Mi sembrava esotico e seducente e io dovevo fargli lo stesso effetto. Ognuno di noi, a modo suo, era stato emancipato dalla sessualità. Senza difficoltà, ci baciammo su una panchina del giardino dell’Università di Pechino, dove avevano studiato i nostri genitori. Il desiderio, risorto dalle ceneri, mi assalì. Ero stregata dagli occhi a mandorla di Salice, malinconica nostalgia di un’adolescente ormai lontana. La sera prima di partire per la Francia lo invitai a casa mia. Dopo cena, ci chiudemmo a parlare nella mia stanza. Mi spinse sul letto. Ero pronta a darmi a lui, quando di colpo si sollevò, negli occhi la rabbia di un uomo determinato a soffocare il piacere.
– No – disse – mi sento responsabile per te. In Occidente, quando un uomo fa l’amore con una donna, lo fa per il piacere. In Oriente, l’atto è un impegno. Quell’uomo mi amava. La sua passione era intensa. Mi commosse. Dopo la mia partenza per la Francia, non rividi più Salice per tre anni. La nostra corrispondenza si interruppe, ripiombai nella pigrizia.
Un giorno mi telefonò da Buenos Aires dove era stato inviato in missione dall’azienda. Voleva passare a Parigi prima di rientrare a Pechino. Cenai con lui in un ristorante del sedicesimo arrondissement, non lontano dal mio monolocale. Fumava. Le sue dita erano ingiallite dal fumo, le guance avevano perso freschezza. Assomigliava ad un impiegato statale. Non avevamo molto da dirci. Capii allora che la nostalgia del mio paese mi faceva meno male.

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La generazione del Piper: miti e paradossi politici
Anche in Italia, a partire dal 1966, il termine beat entrava nell’uso corrente del linguaggio, non solo giovanile: dapprima circoscritto alla musica, si era esteso a definire un abbigliamento, un look, un’estetica, un modo di esprimersi e sentirsi lontano dai vecchi schemi. Questa ‘rivoluzione’ piaceva molto anche ai giovani di destra. Luciano Lanna ricorda, appunto, l’esperienza – tutta di destra – del Piper:
Il beat è il tratto che unifica la ‘generazione del Piper’, che prendeva il nome dal club che aveva aperto i battenti il 17 febbraio del ’66 a Roma. ‘Erano anni che sognavo di far ballare i ragazzi in un locale popolare come questo’, aveva detto all’inaugurazione l’avvocato Alberico Crocetta, uno dei tre soci del Piper club. Era un uomo di 37 anni, nato in Africa, già giovanissimo marò nell’avventura repubblichina della Decima Mas di Junio Valerio Borghese, da sempre appassionato di musica e da sempre dall’altra parte rispetto al bacchettonismo piccolo-borghese.
Partiva proprio dal Piper un fenomeno che coinvolgerà i giovani di tutta Italia, e nel corso dell’edizione del festival di San Remo del 1966 veniva anche diffuso un “manifesto del beat italiano” in quattordici punti. A stilarlo erano un giovane cantante esordiente, Lucio Dalla, il paroliere Sergio Bardotti e un altro ex della Decima Mas, l’eretico-pop Piero Vivarelli, critico musicale del giornale di destra “Il Tempo”.
Un altro posto particolare nella galleria dei miti di Gabriele Adinolfi è riservato a Saddam Hussein. Il 30 dicembre 2008, Adinolfi ha dedicato in “noreporter” una commemorazione speciale al raìs, intitolata “Noi assassini”:
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Lo specchio del calligrafo: in principio
Eravamo cinque bambini chiusi in una grande aula. Il vecchio Maestro Zhan m’intrigò con la sua barbetta grigia e l’accento del sud. Quando srotolò davanti a noi la carta di riso, la Cina moderna scomparve. Il primo carattere disegnato: Eternità. A quanto pare la parola contiene tutti i movimenti del pennello: il punto, il tratto orizzontale, verticale, diagonale, verso sinistra, verso destra, l’uncino. Il maestro diceva che Leonardo da Vinci era diventato un grande pittore disegnando instancabilmente un uovo. Dopo aver scritto per centomila volte Eternità, noi saremmo diventati grandi calligrafi.

La trasmissione del sapere millenario sta in un mormorio, in un incantesimo. I banchi troppo alti ci obbligavano a stare inginocchiati sulla sedia. Avevamo mal di schiena, male alle braccia, crampi all’incavo della mano. All’improvviso spuntava il Maestro Zhan e di sorpresa ci strappava il pennello. Guai a chi non era capace di trattenerlo.
Un tempo, i principi erano anch’essi iniziati alla calligrafia con questo simbolo. Una volta diventati imperatori chiamavano il loro regno “Pace eterna”, “Prosperità eterna”, “Stabilità eterna”, “Gioia eterna”. Il supplizio dell’infanzia si trasformava in fiducia e illusione. Le dinastie sono scomparse ma l’arte dell’ideogramma si perpetua. La Cina rinasce ogni volta che un bambino diventa calligrafo. L’eternità è un fruscio. Al poeta viene lasciato il canto dell’Effimero.

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Che Guevara, risvolti di un amore politico proibito
Celebrato come il personaggio più popolare del Novecento, Ernesto Guevara è riuscito ad approdare nel nuovo millennio con tutto il suo fascino, la sua suggestione e il ricchissimo significato politico e sociale. Del guerrigliero argentino è stato detto e scritto tutto e più di tutto: l’infanzia e giovinezza, la famiglia, i suoi amici, gli studi, le passioni sportive, l’impegno politico e la sua avventura a Cuba, la rivoluzione con i barbudos di Fidel Castro, i suoi viaggi intorno al mondo e la sua ultima missione in Bolivia. Infine della tragica morte e del rimpianto dei suoi ammiratori sparsi in tutto il mondo.
Ma davvero è stato detto e scritto tutto su di lui? Esistono zone d’ombra del guerrigliero argentino? Per molti anni la sua vita e la sua morte sono state raccontate soltanto nel tentativo di esaltarne il mito. Ma non è tutto. Anche la passione per il Che nasconde angoli non ancora esplorati. Fatti veri mai detti, neppure accennati. Non era possibile, non era soprattutto ‘conveniente’ indagare, andare oltre i luoghi comuni, oltre le cose già dette e ripetute. Troppe le certezze, troppe le verità esclusive, e troppe anche le tesi scolpite nel granito.
Esiste un altro aspetto dell’amore per Ernesto Guevara non del tutto inedito, però mai diffuso. L’amore a destra, quello dei giovani nazional-rivoluzionari, i fascisti rossi, che amavano il Che ancor prima della sua morte e che per loro è diventato mito e simbolo a partire dal ’68. Un amore di cui mai è stato scritto, mai riferito, mai detto, se non nei gruppi e nei circoli della destra radicale. La passione per Guevara a destra è un’eresia, una provocazione, un’appropriazione indebita mai perdonata.
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La parola ai “Numeri” di Dario De Toffoli
Del libro Numeri - Divagazioni, calcoli, giochi di Dario De Toffoli, Dario Zaccariotto, Margot De Rosa si era parlato qualche mese fa, al tempo della uscita, lo scorso autunno. Quella che proponiamo oggi è l’intervista fatta a uno degli autori, De Toffoli, a fiera della piccola e media editoria Più libri Più Liberi realizzata da RadioAlzoZero diretta da Valerio Lo Monaco. Per raccontare che:
Numeri non è il solito libro di matematica ricreativa. Piuttosto è un incrocio fra un testo divulgativo e uno di giochi matematici, incentrato sui numeri, ma che li interpreta con gli originali e ludici occhi degli autori. Si comincia con le “divagazioni”, osservazioni, curiosità e interpretazioni sul mondo dei numeri. Si passa con leggerezza dagli insiemi numerici ai misteri dell’infinito (o degli infiniti), da Lost alla “prova del 9” che tutti conoscono ma di cui pochi comprendono il funzionamento. Si prosegue con un’ampia sezione dedicata al “calcolo mentale”, disciplina pressoché sconosciuta in Italia, grazie alla quale i lettori potranno scoprire i piaceri del calcolo, tecniche e scorciatoie per eseguire facilmente operazioni prima ritenute impossibili.
La New Italian Glamour e i critici distratti
“È nata la New Italian Epic”. La cosa venne annunciata da Wu Ming nelle pagine culturali de La Repubblica il 23 aprile 2008. Aspetta un attimo, ho pensato, ho preso carta e penna e nel mio modo un po’ impulsivo e poco razionale di fare, mi sono appuntato due o tre cose, che corrispondevano comunque a quello che pensavo della nuova epica italiana; ho mandato il pezzo allo stesso giornale. Naturalmente non ho ricevuto risposta. Il pezzo l’ho spedito poi al blog di Stampa Alternativa, che è anche il mio editore, ed è uscito il 12 maggio 2008, con il titolo Cosa succede veramente nella narrativa italiana?. Dopo ci sono stati i commenti da parte di alcuni individui, con i nomi da cartone animato, che difendevano a spada tratta Wu Ming e il suo proclama. Il perchè non lo capivo (qualcuno non molto acuto scrisse: rode il culo eh? :-), forse sì.
Lo stesso Wu Ming, tra l’altro, si lamentava su Lipperatura, il blog di Loredana Lipperini, che in un paese come il nostro non è possibile fare niente, osteggiato pure da “quei libertari di Stampa Alternativa…”. Il tono lamentoso di Wu Ming ricordava quello di Silvio Berlusconi, costretto a subire gli attacchi da parte di quelli dell’opposizione. A quasi a un anno di distanza l’autorevole critico letterario Filippo La Porta dice più o meno le stesse cose sulla terza pagina del Corriere della Sera (sabato 7 Febbraio 2009), forse le dice meglio, ma il succo è lo stesso. Macchè New Italian Epic. Questo è solo Glamour…. Osservazione condivisa anche da Luca Mastrantonio sul Riformista. Wu Ming e i suoi affiliati sono le “bombe intelligenti” dell’editoria italiana. Lo strapotere di certi editori che ci dicono quali sono i libri che dobbiamo leggere, a suon di marketing aggressivo e recensioni pilotate.
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“Numeri” alla fiera “Più libri Più Liberi”
Stampa Alternativa sarà presente con uno stand alla fiera della piccola e media editoria Più libri Più Liberi di Roma. Inoltre, il prossimo 7 dicembre, a partire dalle 12, presso il Palazzo dei Congressi (Sala Rubino) verrà presentato il libro Numeri - Divagazioni, calcoli, giochi di Dario De Toffoli, Dario Zaccariotto e Margot De Rosa con prefazione di Stefano Bartezzaghi. A parlarne (ma a giocare anche) ci saranno Dario De Toffoli ed Ennio Peres introdotti da Monica Mariotti, responsabile dell’ufficio stampa di Stampa Alternativa.
Perché partecipare e leggere questo libro? Perché Numeri non è il solito libro di matematica ricreativa. Piuttosto è un incrocio fra un testo divulgativo e uno di giochi matematici, incentrato sui numeri, ma che li interpreta con gli originali e ludici occhi degli autori. Si comincia con le “divagazioni”, osservazioni, curiosità e interpretazioni sul mondo dei numeri. Si passa con leggerezza dagli insiemi numerici ai misteri dell’infinito (o degli infiniti), da Lost alla “prova del 9” che tutti conoscono ma di cui pochi comprendono il funzionamento. Si prosegue con un’ampia sezione dedicata al “calcolo mentale”, disciplina pressoché sconosciuta in Italia, grazie alla quale i lettori potranno scoprire i piaceri del calcolo, tecniche e scorciatoie per eseguire facilmente operazioni prima ritenute impossibili.
Per concludere tanti giochi da risolvere dei più vari livelli di difficoltà, accomunati dal tema centrale, i numeri: dal Kakuro al Contiamo, dal Crucifreccia al terribile Sukuro. Un viaggio alla scoperta del mondo dei numeri, esplorato dalle più disparate angolazioni: la storia affascinante, le curiosità più interessanti e divertenti, le tecniche con le quali tutti riusciranno a fare complessi calcoli completamente a mente e soprattutto una ricchissima antologia di giochi che hanno per protagonisti i numeri. Una metà del testo sarà dunque “da leggere” e l’altra metà “da risolvere”.
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Alice: un libro che cresce con la sua protagonista
Quanto cresce Alice nel corso di una sola giornata! Tanto all’inizio è timida, spaventata dalle continue gaffes con il topo, deferente con il Coniglio, spinta a piangere una “pozza di lacrime” dallo sconforto, quanto alla fine del libro è sicura di sé, capace di tener testa a ogni interlocutore, compresa la collerica Regina, e di non sottostare alle regole del gioco esclamando: “Che me ne importa di voi? Non siete altro che un mazzo di carte!”. Questo suggerisce, tra le tante possibili, una chiave interpretativa secondo cui Alice nel Paese delle Meraviglie è un romanzo di formazione, in quanto illustra l’affermarsi nella protagonista di un carattere forte e sicuro in cui intraprendenza e curiosità sono due importanti caratteristiche.
Ho rinvenuto un indicatore dell’evoluzione irreversibile che Alice ha avuto nel corso della vicenda narrata nel capitolo 9. Quando la Falsa Tartaruga si vanta della scuola che ha frequentato sul fondo del mare, Alice ribatte: “Anch’io ho frequentato una scuola diurna. Non hai motivo di vantarti tanto”. Ora, se Alice fosse stata ancora la timida scolaretta dell’inizio della storia, avrebbe detto “frequento” una scuola diurna; con la scelta del passato prossimo ci fa sapere che la sua vita precedente, compresa l’esperienza della scuola, è ormai acqua passata.
Col tempo Alice Liddell crebbe diventando la signora Hargreaves. Anche il libro è diventato “grande”, in più di un senso. Per cominciare, è entrato nel novero dei grandi libri della nostra civiltà, paragonabile alla Bibbia per frequenza di citazioni. Continua ad essere molto letto, soprattutto da adulti, per la verità, perché i bambini, anche quelli inglesi, non hanno gli strumenti culturali necessari per percepire il suo sofisticato nonsense e il sovvertimento delle convenzioni vittoriane che Carroll opera.
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La piccola Alice e il suo meraviglioso mondo
Alice nel paese delle meraviglie ebbe un clamoroso successo di vendita non appena pubblicato, a dispetto delle recensioni inizialmente negative dei critici, e quel successo perdura fino ad oggi. Alice oltre lo specchio contiene altre avventure della stessa protagonista, la quale fu anche la prima destinataria di queste storie. Si chiamava Alice Liddell ed era una delle figlie di un famoso grecista, Henry Liddell, decano di Christ College, a Oxford, dove l’autore era docente di matematica.
Uomo timido, meticoloso, di modesta reputazione nella sua scienza, balbuziente, Dodgson diventava brillante solo in compagnia di bambine; con loro, sentendosi a suo agio, dimenticava persino di balbettare. Era sempre pronto a conoscere piccole amiche: in treno, sulla spiaggia, a passeggio. Una volta stabilito il contatto seguiva uno scambio di indirizzi e la richiesta ai genitori del permesso di frequentare la bambina. Lewis Carroll (lo chiamo ora così, con il suo pseudonimo letterario, dato che alle bambine si presentava in questa veste) era anche fotografo, in un’epoca in cui la fotografia era un’arte bambina, praticata solo da pochi. Carroll si offriva di ritrarre un’amichetta (a volte, anche sans habillement) e in genere i genitori acconsentivano con entusiasmo. L’amicizia con la bambina si sviluppava attraverso incontri, piccoli doni, lettere finché la pubertà non poneva fine all’idillio.
Le bambine più facili da incontrare erano le figlie dei colleghi di Carroll a Oxford e infatti l’autore frequentò assiduamente la piccola Alice e le sue sorelle per anni, finché un veto posto dalla madre, per motivi ad oggi non del tutto chiariti, non raffreddò la relazione.
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L’esatta esattezza dei numeri
In un libro dedicato al numero due e alle coppie di concetti (Lo specchio delle idee, Garzanti, 2004) il grande scrittore Michel Tournier riferisce uno dei più sorprendenti aforismi di Groucho Marx: “Gli uomini sono donne come tutte le altre”. Meno spiritosamente, la disputa politica ritiene che i numeri siano parole come le altre. Non che sia del tutto falso, ma crederlo del tutto vero è il primo passo per farsi buggerare, per essere portati a credere che quattro è più di cinque perché ha una lettera in più (lo dicono i numeri).
Nel prologo a questo libro, Dario De Toffoli elenca alcune delle opere che, da Martin Gardner in poi, hanno messo all’attenzione del grande pubblico la matematica come possibile campo di gioco ma anche come affascinante oggetto di attenzione pure per non specialisti. In tutte queste opere, almeno in quelle che ho letto anch’io, è presente un’ambizione che ho trovato anche nelle pagine di Dario De Toffoli, Dario Zaccariotto, Margot De Rosa: il tentativo di riportare il lettore a quel punto della sua personale storia di matematico (il più delle volte mancato) in cui la delizia si è fatta croce e arrestarlo lì.
Di fronte ad architetture infinite e infinitesimali la mente infantile si incuriosisce, quella giovanile di distrae, quella adulta di sgomenta: come, non posso prevedere l’andamento dei numeri primi? Come, devo riempire due fogli di calcoli per risolvere l’equazione scritta in una riga? L’edificio della matematica non è mai completamente in luce e così ci si addentra nella più articolata forma di verificabile razionalità come se si trattasse di un castello infestato da fantasmi. Quei cauti e progressivi “passaggi” che ci raccomandano i maestri diventano le briciole di Pollicino, e gli uccelli se le beccano: quando ne usciamo abbiamo sempre l’impressione di essercela cavata e non quella di avere compiuto un tragitto razionale e in sé infallibile.
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Numeri: tutte le volte che i conti tornano
Una bambina in età da asilo un giorno mi propose un gioco: “Contiamo i rùmeni?” Io accettai e trascrissi mentalmente lo scambio di consonanti che poi andò ad arricchire una lista di analoghi “errori” infantili, dove erano già il cìmena, la cofaccia e il glorioso “salda navajo” che un’altra mia amica mi assicurava di aver adottato per buona parte dell’infanzia al posto del più comune e banale “salvadanaio”. Quello che la mia inclinazione verso la lingua mi aveva lasciato appena notare è che - li si chiami numeri o rùmeni - contare può essere considerato un gioco, soprattutto prima che la scuola non trasmetta la visione istituzionale e fatalmente penalizzante di aritmetica e matematica.
Molti giochi infantili sono preceduti da una “conta”: una filastrocca divertente, in cui per il tramite della prosodia la lingua diventa uno strumento di conteggio, sillaba dopo sillaba. È aritmetica, rivestita di figure (civette sul comò e Ponte di Baracca), ma sempre aritmetica. Tanto è vero che i bambini più svelti sanno da chi devono cominciare a contare per riuscire a, ovvero evitare di, risultare “sotto”. Sono gli stessi bambini che sanno quale dei quattro punti del corpo previsti toccare per primo perché la filastrocca di Orazio Coclite (”Quando Orazio Coclite / cadde giù dal ponte / nel mezzo del fronte”) finisca appunto sulla fronte. A ogni sillaba della filastrocca la mano deve toccare un punto del rombo costituito da spalla destra, sterno, spalla sinistra, fronte.
La meraviglia è constatare come, se si parte dal punto giusto e non ci si impappina cantando la filastrocca, la mano arriva sempre sulla fronte, tutte le volte. Inesorabilmente. Una meraviglia che poi a scuola diventa croce e delizia dell’aritmetica e della matematica, dove ogni problema ha una e una sola soluzione: non ci sono scappatoie, varianti, aggiustamenti, patteggiamenti possibili. Il risultato è quello a ogni latitudine, sotto ogni clima, in ogni ora della giornata: uno sgomento che la lingua testimonia con il proverbio “due più due fa sempre quattro”. Che noia, viene subito da commentare perché noi privilegiamo la fantasia e l’arte di arrangiarsi.
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Lettere a Svetonio: quel killer è uno scrittore
Non amo parlare di me stesso e poi ormai è da anni che sono gli altri a parlare di me e magari ne sanno più di me medesimo; credo, mio malgrado, di essere diventato il Malaussène di tutti e di tutto, ma va bene così, un uomo non può cambiare il proprio destino, l’importante è viverlo con dignità, io sono a posto con la mia coscienza e sono sereno, in fondo questo mondo non è mio e prima o poi passerà anche questa vita. So di avere vissuto da uomo vero e tanto mi basta per me, per chi mi ha educato e fatto da maestro e per la mia famiglia.
Con queste parole, tornite come un epitaffio, Matteo Messina Denaro si presenta a tale “Svetonio”, amico d’un tempo e nuovo corrispondente epistolare. Ora il boss vorrebbe percepirsi come un personaggio di romanzo, simile a quel Banjamin Malaussène, di professione “capro espiatorio”, inventato dallo scrittore francese Daniel Pennac. Che operi nel “Paradiso degli orchi”, nel “Grande Magazzino” oppure nelle “Edizioni del Taglione”, è sempre a lui, Matteo Messina Denaro-Malaussène, che vengono indirizzate le recriminazioni e addebitate le colpe. Descrivendosi così, Denaro non soltanto si rispecchia in un profilo letterario, ma, forse senza averne piena consapevolezza, s’avvia a divenire lui stesso narratore del “romanzo” della propria vita.
A forza di trafficare con “pizzini”, manoscritti e lettere, di bazzicare i solitari pensieri dell’”esiliato”, d’evadere tra le righe di letture inesorabilmete escatologiche, il boss sembra aver familiarizzato con la materia letteraria. Almeno è tale il sospetto, per non dire la convinzione, che abbiamo tratto scorrendo le sue sorprendenti epistole.
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Backgammon: novità, storia e tradizione di un gioco
La storia del backgammon è proprio cambiata. È cambiata nel senso che oggi ne sappiamo molto più di ieri. La maggior attenzione del mondo accademico verso i giochi antichi, e in particolare verso gli antenati del backgammon, ha condotto a nuovi ritrovamenti archeologici, a studi filologici e anche a mostre e convegni che sono stati occasione di fecondi approfondimenti multidisciplinari. Basti citare che vent’anni fa tutte le storie del backgammon prendevano le mosse dai celebri tavolieri sumeri rinvenuti a Ur e databili al 2560 a.C.: ebbene oggi partiamo dal gioco egizio del Senet, le cui evidenze sono anteriori al 3000 a.C.
Certo non tutto è stato chiarito, molti collegamenti non sono ancora verificati e poi le nuove scoperte propongono nuovi interrogativi. In altre parole, c’è ancora tanto lavoro da fare. In particolare questo lavoro mi ha dato l’occasione di approfondire dettagliatamente le regole del Trictrac, la splendida variante che per un paio di secoli fu in auge presso la corte del Re di Francia: Sulla base di testi d’epoca ho anche ricostruito mossa per mossa un’intera partita.
Sono cambiate le regole? Be’, non esageriamo, le regole di gioco per fortuna sono rimaste le stesse. Ma sono state messe a punto norme internazionali di gara e per la prima volta vengono raccolte in un libro ampiamente motivate e commentate. Ne faranno tesoro non solo i tanti circoli che organizzano tornei, ma anche i singoli giocatori che potranno partecipare ai tornei stessi in modo molto più consapevole.
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E ora il grande libro del backgammon
In fatto di giochi Dario De Toffoli è senza ombra di dubbio un esperto. Per quanto riguarda il gioco del backgammon la sua esperienza è testimoniata da molti anni di dedizione come giocatore e teorico di grande competenza. Tramite il suo lavoro presso StudioGiochi, è riuscito ad apportare delle vere e proprie innovazioni come per esempio le Olimpiadi del Backgammon, gli incontri di doppio secondo il sistema della Coppa Davis e i tornei Swing, per citarne alcuni. I suoi tornei, in particolare il città di Venezia, risultano tra i migliori, i più gradevoli e inseriti nella tradizione dell’intero circuito.
Il suo impegno a promuovere il gioco del backgammon ha contribuito in Italia alla fondazione di circoli e associazioni, unificando in questo modo diverse strutture a carattere ludico in Italia. Inoltre ha contribuito alla popolarità del più antico gioco del mondo, grazie alla pubblicazione di diversi articoli e libri. È con grande onore e piacere che ho accettato il suo invito a contribuire ad alcune parti del suo più recente e straordinario libro sul backgammon in cui tratta tutti gli aspetti del gioco: la storia, la cultura, lo sviluppo, le regole, la strategia e la matematica fino alla situazione situazione odierna con uno sguardo verso ciò che potrebbe divenire il backgammon in futuro.
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