Il profeta di Satana: lo incontrai a San Quintino, sembrava una rock star

Il profeta di Satana di Silvio FazioSe un giorno il mondo ti sembrerà troppo piccolo per contenere la tua voglia di comprendere o semplicemente quella di paragonarti ad altro, credimi, non esitare, prendi lo zaino e parti dove ti sospinge il tuo sesto senso. È quello che feci negli anni Settanta e non mi sono più fermato, consapevole che ci avrebbe poi pensato il tempo a richiamarmi a dei doveri più sedentari. Nel Novanta, in Francia, feci conoscenza di una giornalista americana, scriveva articoli per un famoso quanto controverso periodico anglo-statunitense e fu grazie a lei che, un pomeriggio uggioso, mi ritrovai quasi per caso faccia a faccia con un certo Ricardo Ramirez.

A quell’epoca non sapevo nemmeno chi fosse quell’affascinante ragazzo dallo sguardo vispo e dal sorriso ammaliante e quando lo seppi misi più di dieci anni per digerire l’inesorabile verdetto che la mia coscienza di borgataro romano rifiutava tenacemente d’accettare. Il problema era che, nella mia vita, ne avevo conosciuti a decine di Ramirez e li avevo quasi adulati, di sicuro colpa del loro eccezionale carisma che li destinava naturalmente a essere dei veri trascinatori di folle. Attraenti, spavaldi e un po’ fanfaroni, i miei Ramirez conquistavano tutti i prototipi del genere umano. Il debole, ne faceva l’antieffigie della propria frustrazione, mentre il potente il riverbero del proprio egocentrismo.

Incontrai Ricardo nella prigione statale di San Quintino, realizzando solo molto tempo dopo di quanto fosse assurda la struttura carceraria americana. Ignoravo infatti che proprio in quegli anni per far fronte al forte incremento dei reclusi (circa due milioni), il governo degli Stati Uniti aveva accettato e poi adottato un originale progetto per creare un certo numero d’istituti penitenziari privati. La vera singolarità di una tale rivoluzione sociale consisteva nel fatto che nelle carceri gestite da privati i 550.000 detenuti erano attivi e preparavano, lavorando, la propria eventuale reintegrazione nella società. In quelle statali, invece, come appunto San Quintino dove erano imprigionati i criminali più pericolosi e i condannati a morte, c’era non solo una disparità di trattamento tra i detenuti ma anche un’incomprensibile inoperosità congenita delle parti.
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I “Millelire” di Stampa Alternativa tornano in classifica

Ciucciati il calzinoDa qualche settimana c’è una novità nella classifica dei libri (fonte Arianna-Informazioni editoriali) più venduti che Repubblica fornisce il sabato (e Affaritaliani.it, in anteprima, ogni lunedì): ci sono in classifica nei SuperEconomici dei libri Millelire, editi da Stampa Alternativa. E dire che non sono proprio delle novità, né che sono libri particolari, anzi i titoli apparsi in classifica sono molto diversi tra loro.

Tempo fa è stata la volta di Epicuro, con la sua Lettera sulla felicità, uno dei primissimi Millelire, quindi un libro di una ventina d’anni fa, forse più, già venduto in milioni (sì, sì, non è un errore, milioni) di copie. Poi è toccato ad Orti Insorti di Elena Guerrini. Questa settimana, come quella passata si sono arrampicati in classifica: Ciucciati il calzino, il meglio o il peggio delle battute dei Simpson televisivi e Il giro del mondo in 80 gaffe, quelle del nostro presidente del consiglio, e chi sennò.

Il giro del mondo in 80 gaffeEcco come la stessa casa editrice indipendente spiega il successo:

“Qual è la ragione che sta alla base del successo di questi libri, che non hanno ricevuto la benché minima promozione, che non sono mai passati in televisione, che non sono mai stati fotografati con veline o in isole di famosi, che non sono scritti da papi o da vespe o da scintillanti comici di Zelig? Si stenta a crederlo ma è il prezzo, sì il prezzo estremamente basso, non più le vecchie mille lire, ma un euro, il costo di un caffè o di un giornale, anzi a volte un po’ meno. So che molti di voi diranno che non c’entra, che il prezzo di un libro non può essere così basso, che non si può pubblicare e rimetterci i soldi, che l’autore va ricompensato, che tutto questo è qualunquismo, che la cultura va protetta. Tutto quello che volete. Ma intanto i libri ad un euro si vendono eccome. E senza pubblicità.

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Il gemello: perché siamo diventati quello che siamo?

Il gemello Michele LeoniTutte le storie dei gemelli, prima o poi, ci propongono lo stesso quesito: perché siamo diventati quello che siamo? Quanto conta l’ereditarietà, il sangue dei nostri antenati che scorre nelle nostre vene, e quanto contano invece il caso, le circostanze, l’educazione che abbiamo ricevuto, gli amici, la bontà o la cattiveria del mondo? Mi hanno insegnato a credere poco nella genetica, e so per certo che gemelli identici, monozigoti, cresciuti in famiglie diverse, finiscono con l’avere differenti quozienti di intelligenza: non gusti diversi, non attitudini differenti, ma quozienti di intelligenza, quelli che più di ogni altra cosa dovrebbero dipendere dal nostro genoma.

Ugualmente tendiamo a rifiutare quello che l’esperienza ci mostra, c’è qualcosa nella vita dei gemelli che ci sfugge, qualcosa che non possiamo razionalmente accettare ma che continua ad esistere subito al di là dei confini delle cose non dimostrabili. Vi siete mai interrogati, ad esempio, sulla vera natura dei gemelli congiunti, quelli che hanno nomi che ricordano le isole del Pacifico, pigopaghi, cefalopaghi, toracopaghi? Cosa volevano realizzare, in realtà? C’è, dietro, il rifiuto di separarsi o il desiderio di duplicità, oppure la loro inconsueta mostruosità ha radici interrate nelle nostre colpe? Scusatemi, ma non voglio saperlo.

E poi, cosa c’entrano le madri? Sopravvive in California, malgrado tutte le critiche ricevute, una sorta di Università prenatale che ha riempito le pagine dei giornali – prevalentemente dei giornali meno seri – con le sue teorie sull’umanizzazione dei feti. Secondo questa Università, esiste una straordinaria diversità tra il grembo delle madri che hanno fortemente desiderato il figlio che ora cresce dentro di loro e che hanno cominciato ad amarlo prima ancora di essere certe che si stava annidando, che cercava di entrare in relazione con tutti attraverso il suo rapporto con lei, e i grembi tossici, le madri passive, indifferenti o addirittura ostili.
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Assiotea: vivere la storia dal basso

AssioteaNella magica atmosfera della biblioteca comunale “Michele Romano” di Isernia, Adriano PETTA ha presentato nel pomeriggio del 5 gennaio, il suo ultimo romanzo storico: Assiotea – La donna che sfidò Platone e l’Accademia. Alla presenza di un numeroso pubblico, dopo la presentazione ed il saluto del direttore della biblioteca Gabriele Venditti, sono intervenuti nell’illustrazione del romanzo: Giuseppe Napolitano (scrittore e poeta), Amerigo Iannacone (scrittore ed editore), Ida Di Ianni (poetessa e giornalista) e Francesca D’Uva (filosofa e saggista).

Gli interventi hanno analizzato i vari aspetti del romanzo Assiotea, e degli altri libri storici scritti da Adriano Petta (Roghi Fatui e Ipazia), cogliendo in essi il profondo senso della lotta contro le sopraffazioni effettuate in nome dell’ordine costituito, sia esso di tipo religioso, culturale e/o politico che non tollera né ammette “pensieri liberi”, voci fuori dal coro, modi di essere o di voler essere diversi da quelli che sono i canoni standard della società inculcati e/o imposti in maniera più o meno soft. Ed Ecco che quando appaiono le voci dissonanti, razionali, ribelli, fuori dall’ordine costituito come quella di Assiotea, o di Ipazia, il Potere e i suoi rappresentanti si spaventano, reagiscono, mettono in campo tutte le loro astuzie, la loro malvagità, i loro sotterfugi per isolare, denigrare, deridere, umiliare o “disonorare”, (come direbbe Saviano), coloro che ai loro occhi possono intaccare o far crollare i miti (veri o falsi) da loro creati e voluti.
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Assiotea: una statuetta di marmo nero

AssioteaDalla bocca del pozzo giunsero rumori soffocati. Demos corse ad aiutare i nostri compagni che avevano finito il loro turno. Boccheggiando, faticavano a restare in piedi, stravolti, sporchi di polvere: erano in tre, un uomo anziano, un ragazzo e una bambina. Lei aveva otto anni, si chiamava Mefite, una faccetta smunta, occhi spenti, imbrattati di pus e di sangue. Si trascinò verso di me, cadde esausta ai miei piedi, mi abbracciò le gambe poggiando la testa sulle mie ginocchia. Era stata assegnata al gruppo di Ippaso da un mese, non aveva mai proferito parola.

Sottoterra, era addetta alle gallerie anguste, ostruite dai crolli: s’intrufolava come una talpa in quei lunghi budelli, raccoglieva le rocce più piccole, contribuiva a riempire i cesti e i carrelli. In un mese, non avevamo mai sentito la sua voce. Si era affezionata a me. Al solo vedermi, prendeva a correre con le sue gambette scheletriche, mi prendeva per mano, ma senza che il suo visetto si aprisse mai a un sorriso.

Demos afferrò sotto le ascelle il vecchio, aiutandolo ad appoggiarsi sulla roccia dov’ero seduta io. Riprese fiato, poi Ippaso ci disse, con voce rabbiosa:

Quel bastardo di Temisone ha fatto togliere tutte le colonne d’argento, pure negli incroci. Dopo la scossa di terremoto di ieri, s’è fatta qualche crepa: attenti, potrebbe crollare tutto…

Con lo sguardo mi rifugiai nel lontano porto del Laurio, nel mare increspato. Sulla collina sibilava un vento fastidioso che non smetteva mai. La luna piena illuminava il gigantesco formicaio che aspettava d’inghiottirci. Alzai lo sguardo sulle grotte in alto, dove si snodavano i nostri giacigli. Intravidi il povero disgraziato imprigionato nella gogna: una fitta al cuore… Poi dovetti forzare le mani della bambina, artigliate alle mie gambe. Per farmi perdonare, cercai di toglierle il pus dagli occhi con un lembo della mia tunica. La baciai sulla fronte. Con la carezza d’un ultimo sguardo, seguii Demos, già quasi ingoiato da quell’inferno.
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