Il profeta di Satana: l’angelo e il demonio
– Ricardo Ramirez? – mi chiese l’uomo che sedeva accanto a me.
Era propro lui, Frank Salerno, quale onore per me essere arrestato da una persona così importante! Gli risposi di sì, lui mi guardò, senza odio né cattiveria, ricordandomi prima i miei diritti e poi che, se soltanto fosse arrivato sul posto cinque minuti dopo, quelle persone mi avrebbero fatto a pezzi. Forse voleva che lo ringraziassi personalmente ma era ormai troppo tardi, adesso il grande Ricardo aveva ritrovato tutta la sua superbia:
– Frank, lo so che ti chiami Frank. Ascolta bene quello che sto per dirti, io non posso morire perché sono il figlio prediletto di Satana e nessuno mai potrà uccidermi su terra, figurati poi quel branco di stronzi!
Mi guardò di nuovo, questa volta il suo sguardo era più ironico, guardava il sangue che mi colava dal naso sorridendo, come se volesse farmi sentire tutta la mia vulnerabilità, poi, fissando davanti a sé, aggiunse:
– Vedremo se il tuo Satana ti aiuterà a resistere all’aria pura della camera a gas.
Buona la battuta del vecchio Frank, gli risposi che non c’era bisogno del suo aiuto poiché ero innocente e che non sarei mai stato condannato a morte. Si stava chiedendo come potevo sperare di cavarmela con tutti gli omicidi e stupri che avevo commesso, lo lessi nella sua mente, ma lo stupii di nuovo dicendogli:
– Vedi Frank, l’America è un Paese democratico, per condannare qualcuno bisogna prima provare che sia colpevole e poi processarlo, questa procedura a volte è molto lunga, potrebbe addirittura durare degli anni, senza contare, e mi dispiace per te, che io non ho fatto nulla di male.
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I guardiani sepolti sotto la nostra terra
Ci sono storie che hanno diversi livelli di lettura, cerchi concentrici che una volta ritratti permettono di leggere il racconto sotto profili sfumati e per questo vanno colti, analizzati. Vanno separati dal resto, misurati come le pennellate che li hano generati e che riescono così a dare il valore aggiunto impercettibile epppur fondamentale al nucleo centrale del racconto.
Succede nel film La nostra vita di Luchetti, capolavoro di neorealismo dei giorni nostri. Non entriamo nella storia, che per definizione è una delle tante (ma che come poche riesce a toccare le corde delle emozioni umane). Restiamo invece sui cerchi concetrici, su uno dei più periferici, quello che fa da scenario e da sfondo a tutta la vicenda: l’abusivismo edilizio che disegna una borgata disperata di vite e di sotto-vite, di realtà conosciute e taciute. Di accordi sottobanco, di appalti, subappalti e di morti nei cantieri fino alla resa finale: i cartelli malavitosi dell’edilizia laziale per portare a termine le opere: “Noi lavoriamo ventiquattro ore su ventiquattro e non conosciamo il sindacato”, dice il capoclan dei cottimisti.
Che poi aggiunge: “Se però non mantieni le promesse ti scateniamo contro tutti, sindacati compresi”. Luchetti arriva a dire l’aggressività del mattone come non si riesce più neanche a pensare in un paese di condoni, varianti ai piani regolatori e vergogne interne agli enti preposti al controllo. E la scena più dura da mandare giù, può sembrare strano, è quella in cui la palazzina è finalmente conclusa e come un sipario che cala sul peggior spettacolo andato in scena, dall’alto, con un montacarichi viene fatto scendere il bussolotto dell’ufficio vendite. Come dire: è tutto a posto, quel che c’è dietro è acqua passata. L’importante, adesso, è monetizzare.
Sullo sfondo resta il paesaggio laziale deturpato e vilipeso, le palazzine tutte uguali, sempre più affacciate sul Grande Raccordo Anulare che vengono su come funghi, le Centralità che sono realtà mentre i servizi che dovevano essere garantiti restano ancora ipotesi di lavoro; i centri commerciali vivi e vegeti (sarà stata casuale la scelta di Luchetti di girare all’interno di Porta di Roma?) e tutt’intorno il vuoto cosmico di zone di sterpaglia ancora da mattonare.
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Il profeta di Satana: ormai ero diventato il “night stalker”
Stavolta la polizia decise di agire alla grande. Televisioni, giornali non facevano altro che parlare di me, avvertendo la gente che un “Night Stalker” operava nella valle di Los Angeles e che era molto pericoloso. Continuavano a mostrare il ridicolo identikit che non mi somigliava per niente: io ero molto più bello di quel disegno del cavolo. Ritornai nel bar dove lavorava la piccola tedesca, avevo deciso di farmela, ma purtroppo non lavorava più là. Mi sedetti lo stesso e presi un caffè mentre la televisione passava di continuo dei notiziari sulle mie imprese. A un certo punto vidi addirittura Frank che parlava di me, questo mi rese assai fiero perché, malgrado dicesse che ero un pervertito e uno psicopatico, aggiungeva poi che possedevo un’intelligenza rara e una calma agghiacciante. Se si fosse limitato a dire solo quello sarebbe stato bello ma il bastardo cominciò a dare una serie di dettagli sulla mia persona che mi fecero arrabbiare, rendendomi anche inquieto:
– L’assassino porta delle scarpe Reebok, misura quarantacinque. Veste di scuro e ha i denti cariati. È alto, magro, di tipo meticcio, puzza spesso di sudore ed ha i capelli assai lunghi.
Potevo lavarmi, cambiare gli abiti e tagliarmi i capelli, ma di certo non rifarmi i denti né ingrassare o rendermi più piccolo, e poi, come cazzo sapeva che portavo delle Reebok misura quarantacinque? Avevo sicuramente sottovalutato il lavoro della scientifica, dovevo stare molto più attento a ciò che facevo e soprattutto a non lasciare più in vita le mie vittime, perché di certo erano state loro a fornire tutti quegli elementi alla polizia. Il mio sesto senso mi suggerì di lasciare la città per qualche tempo, così presi la direzione di San Francisco, una metropoli veramente sgradevole, tutta salite e discese, mi sembrava di essere arrivato in un Luna Park.
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Il poeta e il cavaliere di Mario La Ferla
Tutto ha inizio a Firenze nel maggio 2008 quando:
Due consiglieri comunali di Forza Italia ispirati da Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi, hanno presentato una mozione al sindaco Leonardo Dominici allo scopo di “promuovere la piena riabilitazione di Dante Alighieri revocandone formalmente la condanna inflitta nel 1302”. La giunta di centrosinistra era occupata in altre faccende, alcune molto serie e insidiose. Per cui quella mozione è stata accettata con tranquillità. Ma sindaco e assessori non hanno fatto i conti con i nemici di Dante, che numerosi si contano nella sinistra moderata e in quella radicale. Fatto sta che la giunta si è smarrita davanti alla polemica, aspra e selvaggia, sollevata da alcuni consiglieri comunisti e postcomunisti con l’appoggio dei Verdi […] “Dante ritorna a Firenze? Ma se fu cacciato perché ladro e corrotto!”. “Rimanga dove sta, che sta bene lì”. […] Che, niente niente, dietro alla riabilitazione del poeta vittima di congiure di giudici rossi (beh, sì, perché all’epoca, durante la celebrazione dei processi, i giudici indossavano una veste rossa), di nemici politici e di cronisti faziosi, si nascondeva nemmeno velatamente l’intenzione di “riabilitare” il Cavaliere?
Da quest’episodio prende le mosse il pamphlet di Mario La Ferla dal titolo Il Poeta e il Cavaliere. Storia di donne, soldi e malapolitica, pubblicato da Stampa Alternativa nella collana Eretica speciale.
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Il profeta di Satana: chi detiene davvero il diritto di disporre della vita altrui?
Ricardo Ramirez mi raccontò gli orrori che aveva commesso come se stesse narrando un cantico di Dante; formulava bene le proprie argomentazioni e perfino quelle più crudeli uscivano dalla sua bocca in maniera garbata. La mia amica lo fissava negli occhi e capivo che era soggiogata da quello strano fascino, un misto di malvagia seduzione e di sensuale provocazione. Le chiese addirittura se fosse libera quella sera. Cindy arrossì come una scolaretta e abbassando gli occhi gli rispose: “Io sì ma non tu, purtroppo”.
Rimasi perplesso, constatando ancora una volta che l’attrazione fisica conduceva inevitabilmente l’essere umano verso l’oscurantismo più becero. Era lui il profeta di Satana, reo di crimini orrendi, eppure, in quel preciso istante, le parti si erano invertite, vedevo davanti a me solo un bel ragazzo spavaldo, mentre la triviale metodologia della paranoia l’avevo accanto. Nonostante capissi decentemente l’inglese, ogni tanto qualche frase del suo racconto mi sfuggiva, allora guardavo Cindy e lei Ricardo, il quale, comprendendo il mio vuoto, me la ripeteva in spagnolo. Non ricordo bene quanto tempo passai lì dentro, ma la cosa più strana è che dimenticai completamente dove mi trovavo, solo alla fine dell’intervista mi resi conto che da uomo libero potevo lasciare quell’anomalo penitenziario mentre Ricardo sarebbe rimasto a vegetare nella sua gabbia d’argilla fino a quando, una mattina, qualcuno l’avrebbe aperta all’improvviso per condurlo nell’ultima camera a gas ancora esistente negli Stati Uniti.
Senza pretendere di possedere l’inalienabile diritto al perdono, alla compassione o alla rivalsa, non potevo comunque astrarmi da una problematica vecchia come il mondo e che contrastava inevitabilmente con il concetto stesso di democrazia: chi detiene davvero il diritto inopinabile di disporre della vita altrui? Difficile domanda, alla quale eludo qualsiasi risposta che potrebbe creare l’incomprensione della preda o, al contrario, l’esaltazione del predatore.
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Il profeta di Satana: lo incontrai a San Quintino, sembrava una rock star
Se un giorno il mondo ti sembrerà troppo piccolo per contenere la tua voglia di comprendere o semplicemente quella di paragonarti ad altro, credimi, non esitare, prendi lo zaino e parti dove ti sospinge il tuo sesto senso. È quello che feci negli anni Settanta e non mi sono più fermato, consapevole che ci avrebbe poi pensato il tempo a richiamarmi a dei doveri più sedentari. Nel Novanta, in Francia, feci conoscenza di una giornalista americana, scriveva articoli per un famoso quanto controverso periodico anglo-statunitense e fu grazie a lei che, un pomeriggio uggioso, mi ritrovai quasi per caso faccia a faccia con un certo Ricardo Ramirez.
A quell’epoca non sapevo nemmeno chi fosse quell’affascinante ragazzo dallo sguardo vispo e dal sorriso ammaliante e quando lo seppi misi più di dieci anni per digerire l’inesorabile verdetto che la mia coscienza di borgataro romano rifiutava tenacemente d’accettare. Il problema era che, nella mia vita, ne avevo conosciuti a decine di Ramirez e li avevo quasi adulati, di sicuro colpa del loro eccezionale carisma che li destinava naturalmente a essere dei veri trascinatori di folle. Attraenti, spavaldi e un po’ fanfaroni, i miei Ramirez conquistavano tutti i prototipi del genere umano. Il debole, ne faceva l’antieffigie della propria frustrazione, mentre il potente il riverbero del proprio egocentrismo.
Incontrai Ricardo nella prigione statale di San Quintino, realizzando solo molto tempo dopo di quanto fosse assurda la struttura carceraria americana. Ignoravo infatti che proprio in quegli anni per far fronte al forte incremento dei reclusi (circa due milioni), il governo degli Stati Uniti aveva accettato e poi adottato un originale progetto per creare un certo numero d’istituti penitenziari privati. La vera singolarità di una tale rivoluzione sociale consisteva nel fatto che nelle carceri gestite da privati i 550.000 detenuti erano attivi e preparavano, lavorando, la propria eventuale reintegrazione nella società. In quelle statali, invece, come appunto San Quintino dove erano imprigionati i criminali più pericolosi e i condannati a morte, c’era non solo una disparità di trattamento tra i detenuti ma anche un’incomprensibile inoperosità congenita delle parti.
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I “Millelire” di Stampa Alternativa tornano in classifica
Da qualche settimana c’è una novità nella classifica dei libri (fonte Arianna-Informazioni editoriali) più venduti che Repubblica fornisce il sabato (e Affaritaliani.it, in anteprima, ogni lunedì): ci sono in classifica nei SuperEconomici dei libri Millelire, editi da Stampa Alternativa. E dire che non sono proprio delle novità, né che sono libri particolari, anzi i titoli apparsi in classifica sono molto diversi tra loro.
Tempo fa è stata la volta di Epicuro, con la sua Lettera sulla felicità, uno dei primissimi Millelire, quindi un libro di una ventina d’anni fa, forse più, già venduto in milioni (sì, sì, non è un errore, milioni) di copie. Poi è toccato ad Orti Insorti di Elena Guerrini. Questa settimana, come quella passata si sono arrampicati in classifica: Ciucciati il calzino, il meglio o il peggio delle battute dei Simpson televisivi e Il giro del mondo in 80 gaffe, quelle del nostro presidente del consiglio, e chi sennò.
Ecco come la stessa casa editrice indipendente spiega il successo:
“Qual è la ragione che sta alla base del successo di questi libri, che non hanno ricevuto la benché minima promozione, che non sono mai passati in televisione, che non sono mai stati fotografati con veline o in isole di famosi, che non sono scritti da papi o da vespe o da scintillanti comici di Zelig? Si stenta a crederlo ma è il prezzo, sì il prezzo estremamente basso, non più le vecchie mille lire, ma un euro, il costo di un caffè o di un giornale, anzi a volte un po’ meno. So che molti di voi diranno che non c’entra, che il prezzo di un libro non può essere così basso, che non si può pubblicare e rimetterci i soldi, che l’autore va ricompensato, che tutto questo è qualunquismo, che la cultura va protetta. Tutto quello che volete. Ma intanto i libri ad un euro si vendono eccome. E senza pubblicità.
Il gemello: perché siamo diventati quello che siamo?
Tutte le storie dei gemelli, prima o poi, ci propongono lo stesso quesito: perché siamo diventati quello che siamo? Quanto conta l’ereditarietà, il sangue dei nostri antenati che scorre nelle nostre vene, e quanto contano invece il caso, le circostanze, l’educazione che abbiamo ricevuto, gli amici, la bontà o la cattiveria del mondo? Mi hanno insegnato a credere poco nella genetica, e so per certo che gemelli identici, monozigoti, cresciuti in famiglie diverse, finiscono con l’avere differenti quozienti di intelligenza: non gusti diversi, non attitudini differenti, ma quozienti di intelligenza, quelli che più di ogni altra cosa dovrebbero dipendere dal nostro genoma.
Ugualmente tendiamo a rifiutare quello che l’esperienza ci mostra, c’è qualcosa nella vita dei gemelli che ci sfugge, qualcosa che non possiamo razionalmente accettare ma che continua ad esistere subito al di là dei confini delle cose non dimostrabili. Vi siete mai interrogati, ad esempio, sulla vera natura dei gemelli congiunti, quelli che hanno nomi che ricordano le isole del Pacifico, pigopaghi, cefalopaghi, toracopaghi? Cosa volevano realizzare, in realtà? C’è, dietro, il rifiuto di separarsi o il desiderio di duplicità, oppure la loro inconsueta mostruosità ha radici interrate nelle nostre colpe? Scusatemi, ma non voglio saperlo.
E poi, cosa c’entrano le madri? Sopravvive in California, malgrado tutte le critiche ricevute, una sorta di Università prenatale che ha riempito le pagine dei giornali – prevalentemente dei giornali meno seri – con le sue teorie sull’umanizzazione dei feti. Secondo questa Università, esiste una straordinaria diversità tra il grembo delle madri che hanno fortemente desiderato il figlio che ora cresce dentro di loro e che hanno cominciato ad amarlo prima ancora di essere certe che si stava annidando, che cercava di entrare in relazione con tutti attraverso il suo rapporto con lei, e i grembi tossici, le madri passive, indifferenti o addirittura ostili.
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Assiotea: vivere la storia dal basso
Nella magica atmosfera della biblioteca comunale “Michele Romano” di Isernia, Adriano PETTA ha presentato nel pomeriggio del 5 gennaio, il suo ultimo romanzo storico: Assiotea - La donna che sfidò Platone e l’Accademia. Alla presenza di un numeroso pubblico, dopo la presentazione ed il saluto del direttore della biblioteca Gabriele Venditti, sono intervenuti nell’illustrazione del romanzo: Giuseppe Napolitano (scrittore e poeta), Amerigo Iannacone (scrittore ed editore), Ida Di Ianni (poetessa e giornalista) e Francesca D’Uva (filosofa e saggista).
Gli interventi hanno analizzato i vari aspetti del romanzo Assiotea, e degli altri libri storici scritti da Adriano Petta (Roghi Fatui e Ipazia), cogliendo in essi il profondo senso della lotta contro le sopraffazioni effettuate in nome dell’ordine costituito, sia esso di tipo religioso, culturale e/o politico che non tollera né ammette “pensieri liberi”, voci fuori dal coro, modi di essere o di voler essere diversi da quelli che sono i canoni standard della società inculcati e/o imposti in maniera più o meno soft. Ed Ecco che quando appaiono le voci dissonanti, razionali, ribelli, fuori dall’ordine costituito come quella di Assiotea, o di Ipazia, il Potere e i suoi rappresentanti si spaventano, reagiscono, mettono in campo tutte le loro astuzie, la loro malvagità, i loro sotterfugi per isolare, denigrare, deridere, umiliare o “disonorare”, (come direbbe Saviano), coloro che ai loro occhi possono intaccare o far crollare i miti (veri o falsi) da loro creati e voluti.
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Assiotea: una statuetta di marmo nero
Dalla bocca del pozzo giunsero rumori soffocati. Demos corse ad aiutare i nostri compagni che avevano finito il loro turno. Boccheggiando, faticavano a restare in piedi, stravolti, sporchi di polvere: erano in tre, un uomo anziano, un ragazzo e una bambina. Lei aveva otto anni, si chiamava Mefite, una faccetta smunta, occhi spenti, imbrattati di pus e di sangue. Si trascinò verso di me, cadde esausta ai miei piedi, mi abbracciò le gambe poggiando la testa sulle mie ginocchia. Era stata assegnata al gruppo di Ippaso da un mese, non aveva mai proferito parola.
Sottoterra, era addetta alle gallerie anguste, ostruite dai crolli: s’intrufolava come una talpa in quei lunghi budelli, raccoglieva le rocce più piccole, contribuiva a riempire i cesti e i carrelli. In un mese, non avevamo mai sentito la sua voce. Si era affezionata a me. Al solo vedermi, prendeva a correre con le sue gambette scheletriche, mi prendeva per mano, ma senza che il suo visetto si aprisse mai a un sorriso.
Demos afferrò sotto le ascelle il vecchio, aiutandolo ad appoggiarsi sulla roccia dov’ero seduta io. Riprese fiato, poi Ippaso ci disse, con voce rabbiosa:
Quel bastardo di Temisone ha fatto togliere tutte le colonne d’argento, pure negli incroci. Dopo la scossa di terremoto di ieri, s’è fatta qualche crepa: attenti, potrebbe crollare tutto…
Con lo sguardo mi rifugiai nel lontano porto del Laurio, nel mare increspato. Sulla collina sibilava un vento fastidioso che non smetteva mai. La luna piena illuminava il gigantesco formicaio che aspettava d’inghiottirci. Alzai lo sguardo sulle grotte in alto, dove si snodavano i nostri giacigli. Intravidi il povero disgraziato imprigionato nella gogna: una fitta al cuore… Poi dovetti forzare le mani della bambina, artigliate alle mie gambe. Per farmi perdonare, cercai di toglierle il pus dagli occhi con un lembo della mia tunica. La baciai sulla fronte. Con la carezza d’un ultimo sguardo, seguii Demos, già quasi ingoiato da quell’inferno.
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Il bene più prezioso che Madre Natura ci ha dato: la Ragione
L’uomo era montato a cavallo della storia, relegando la donna nell’unico ruolo della riproduzione della specie. Ebbe così inizio la nuova era: quella delle guerre. E da allora – da oltre cinquemila anni – il nostro pianeta conosce solo conflitti sanguinosi, genocidi, violenze e aggressioni. Il mito della dea di Anne Baring e Jules Cashford, suffragato da innumerevoli prove storiche e archeologiche, contribuisce a chiarire questo concetto.
Infine, PLATONE. A scuola ci hanno fatto credere che questo ‘gigante’ ha rappresentato il culmine della filosofia greca, colui che ha rivoluzionato la storia del pensiero… Ma da scrupoloso autodidatta, io ho letto soprattutto gli originali, fino al suo ultimo lavoro: le Leggi. E mi sono reso conto della truffa perpetrata ai danni dell’intera umanità da parte della cultura occidentale dominante: con Platone la filosofia dei pensatori greci ha toccato il fondo… non l’apice! Prima di lui c’erano stati i veri grandi: Talete, Antifonte, Antistene, Anassagora, Leucippo, Democrito.
Pensatori che avevano cercato d’indagare il mondo che ci circonda con il bene più prezioso che Madre Natura ci ha dato: la Ragione. Invece Platone ha fatto di tutto per cancellarli dalla storia, per poter far trionfare la favola (o, se si preferisce, il ‘mito’) dell’anima assieme ai suoi dèi spietati. Solo il filosofo francese Michel Onfray, pochi anni fa, ha avuto il coraggio di denunciare Platone, nella sua rivoluzionaria Controstoria della filosofia – Le saggezze antiche, a cui mi sono abbeverato con la mia sete di conoscenza di cane sciolto (cinico).
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Assiotea, la donna che sfidò Platone e l’accademia
Credo che sia utile, per i lettori poco avvezzi a districarsi nei meandri della storia raccontata come un romanzo, ricordare che – tranne i personaggi minori – i protagonisti di Assiotea appartengono tutti alla storia conosciuta, comprese – naturalmente – Assiotea e Lastenia, le prime due donne ammesse all’Accademia platonica. Le fonti che ho consultato, si possono trovare nelle principali biblioteche del mondo.
Quando Platone parla, mia è solo la scena teatrale (peraltro elaborata sulla base di una rigorosa ricostruzione storica), ma le parole, i concetti, sono tutti suoi. L’assemblea della Pnice in cui Iperide presentò la supplica per offrire la libertà a tutti gli schiavi, avvenne in quel modo e si concluse proprio così, con un ennesimo sogno infranto. Eudosso di Cnido, Diogene, il pugno ricevuto da Midia e restituito, Assiotea che frequentò l’Accademia platonica travestita da uomo, Lastenia etera di Speusippo, la mappa sferica delle miniere d’oro con al centro l’isola di Tera… e Coridemo, Focione, Demostene e così via: personaggi, eventi e situazioni li ho tratti da fonti storiche. Come le triremi religiose Ammono e Paralo e la libreria che si trovava proprio lì, nell’Agorà.
Mia è La casa del cielo, la sua ubicazione… ma non il simbolo che racchiudeva: questo è STORIA. Per quarantamila anni, fino a quando la donna ebbe il ruolo di guida nella società primitiva, fu un mondo in pace. Poi i faraoni egiziani ed i re semiti, sumeri e assiro-babilonesi crearono i primi eserciti di aggressione, impadronendosi anche del potere religioso, proclamandosi rappresentanti degli dèi, re delle quattro parti del mondo, re della totalità. E così due eserciti che si scontravano, a capo avevano due dèi, o due vicari in terra degli dèi, e per loro conto potevano massacrare e predare.
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Vino e bufale: il coraggio di affrontare le notizie scomode
Vino e bufale è fresco di stampa, ma l’interesse e le polemiche sull’argomento lo precedono prima ancora di accompagnarlo. Esiste una lobby costituita da produttori di vino e altre bevande alcoliche, politici (qualche volta anche produttori) e detentori del potere dell’informazione che manipola le notizie che riguardano l’alcol. Cioè gli organi di informazione ci nascondono con meticolosa precisione i gravi effetti che questa sostanza ha sulla nostra salute e sulla nostra società e, nel contempo, inventano articoli ad effetto che sostengono virtù miracolose di sostanze presenti nel vino e talvolta anche dell’alcol stresso.
Spesso la medicina stessa viene asservita al potere di questa lobby che difende interessi economici giganteschi e lo fa, per l’appunto, sulla nostra stessa salute. Vino e bufale documenta rigorosamente con rimandi a lavori scientifici e alla posizione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che l’alcol è la seconda causa di cancro evitabile (viene subito dopo il fumo di sigaretta) , che è la prima causa di morte nei giovani, che provoca il 10% dei ricoveri ospedalieri e che i costi sociali ad esso imputabili equivalgono quasi a una finanziaria. Un’attenzione particolare è riservata al problema alcol-guida: bere alcolici prima di mettersi al volante aumenta fino a 380 volte il rischio di incidenti in seguito alle alterazioni che questa sostanza provoca su cervello e performance.
Sono dati all’apparenza incontrovertibili e schiaccianti: di conseguenza una società dovrebbe organizzarsi per proteggersi dall’alcol e non per promuoverne produzione, diffusione e consumo. Ma provate a rileggere queste ultime righe sostituendo alla parola “alcol” la parola “vino”. Da un punto di vista pratico non cambia nulla perché il principale componente del vino è per l’appunto l’alcol, ma dal punto di vista concettuale l’ottica si capovolge: la nostra cultura e gli interessi dominanti sono troppo legati al vino perché si possano accettare le verità scomode che lo riguardano anche se le conseguenze sulla salute di tutti sono gravissime.
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L’evoluzione del mondo vista dalla tavola del backgammon
Il mio consiglio è Il grande libro del Backgammon, scritto da Dario De Toffoli in collaborazione con Carlo Melzi e Chiva Tafazzoli. È un libro pubblicato nel 2008 da Stampa Alternativa (al prezzo di copertina di 24 €) e da qualche mese stava nella mia personale coda di lettura – sempre rimandato per via della mole, 502 pagine, e del prevedibile impegno che mi avrebbe comportato.
E in effetti, leggerlo è stato proprio un impegno. Perché in quelle pagine c’è il mondo, nientemeno. Il mondo contemporaneo, quello in cui siamo immersi e che magari pensiamo di conoscere a menadito, ma che invece ha aspetti ancora da esplorare. L’autore, De Toffoli, è uno dei più noti esperti di giochi italiani e, nello specifico del backgammon, è direttore del torneo di Venezia dove da una ventina d’anni convergono i principali giocatori europei. Ha scritto libri, ha pubblicato giochi in scatola, dirige uno dei siti web di riferimento (www.studiogiochi.com).
A questo gioco aveva già dedicato un libro nel 1991, e 17 anni dopo, quando ha stretto l’accordo con Stampa Alternativa, invece di semplicemente espandere (come credeva di poter agevolmente fare) un materiale di cui era già in possesso, di è trovato nella condizione di dover riscrivere tutto da capo. Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo il mondo è cambiato. E il backgammon si è rivelato una delle lenti più potenti che l’umanità abbia a disposizione per osservare quei cambiamenti.
È cambiata la storia
Fino agli anni ’90 si credeva che i più antichi giochi da tavola, antenati di quelli con cui ci divertiamo e cresciamo ancora oggi, fossero nati a Ur, in Mesopotamia, intorno al 2560 A.C. De Toffoli ha trovato documentazioni e prove che spostano indietro di almeno 500 anni quell’evento. Adesso si sa che certi concetti ludici li conoscevano già gli egizi nel 3000 A.C. Erano tempi in cui l’umanità non era ancora in grado di leggere e scrivere, ma già impiegava preziosa intelligenza sulle tavole da gioco.
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Mi rassegno, da settembre la mia libreria chiuderà
Caro direttore,
qualche giorno fa ho abbassato per l’ultima volta la saracinesca della libreria in corso di Porta Romana, a Milano. Malgrado tutta la buona volontà, per motivi economici e finanziari, era ormai difficile andare avanti. E così, dopo 32 anni, ho cessato l’attività. Al mio posto, in autunno, aprirà una banca. È un brutto momento, e non vedo alternative.
In quella nicchia dove migliaia di persone sono passate in questi anni, in futuro ci si potrà fermare per altri motivi, ma non più per comprare un libro. Con molta tristezza vivo anch’io il disagio e l’allarme per la chiusura di librerie indipendenti milanesi. Per librerie indipendenti intendiamo quel panorama molto variegato di librerie piccole medie e grandi, recenti e storiche, generiche e specialistiche, di quartiere e centrali, che non facendo parte di gruppi e non avendo alle spalle editori contribuiscono alla vita, non solo culturale, della città. Purtroppo bisogna essere realisti, in questo momento di recessione ogni imprenditore è schiacciato tra caduta dei consumi e stretta creditizia: il mercato è cambiato e stando così le regole non c’è più spazio, in termine di business, per queste librerie.
La politica dei grandi editori e distributori ha agevolato negli ultimi anni i grossi gruppi di acquisto privilegiando un riscontro economico immediato a discapito di un lavoro più articolato sui punti vendita con una diversa gestione del proprio catalogo. Se è vero che ormai il 70% di questo mercato è fatto dalla grande distribuzione e da librerie riconducibili a gruppi editoriali è altrettanto vero che il 30% rimanente ha un valore aggiunto diverso: difficilmente si potrà acquistare un libro di Beppe Fenoglio in un autogrill.
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