Elettroshock e la borsa di Alda
Un poeta matto l’avevo conosciuto, nei lontani anni ‘60. Con lui, Aldo il suo nome, avevo macinato chilometri e chilometri di autostop e di vita libera in giro per tutt’Italia e molti in Francia, fino a Parigi, la città più amata da entrambi. Finché, al ritorno da uno di quei viaggi, Aldo andò completamente fuori di testa e me lo ritrovai, di lì a poco, al manicomio Santa Maria della Pietà prima, ad Amsterdam dopo, da rifugiato. Una poetessa matta, Alda Merini, l’ho conosciuta molti anni dopo.
Inciampò nei favolosi libri Millelire nella stagione più esaltante. Glieli fece conoscere nel 1991 Guido Spaini, l’inventore della Fiera della piccola editoria al Castello di Belgioioso, un po’ matto anche lui. Fu facile per Guido convincerla a essere “dei nostri”. La caricò sulla sua macchina con un bel registratore a portata di mano e nel lungo viaggio che seguì Alda si raccontò talmente tanto da scaturirne lo straordinario Millelire Le parole di Alda Merini. Un piccolo supereconomico libricino che la fece conoscere e amare a un popolo di lettori che ancora non sapeva chi fosse.
Poco dopo l’uscita del Millelire, finalmente, la conobbi. Guido mi pregò di tenerle compagnia in occasione di non ricordo più quale evento prestigioso in un luogo altrettanto prestigioso. Ci lasciò soli a parlare del più e del meno, tra tanta gente tirata a lucido. In imbarazzo io e in imbarazzo lei. Nel pieno della serata, a un certo punto, le cadde la borsa che teneva stretta, forse fece apposta a farla cadere. Fatto sta che la borsa si aprì sul pavimento, anche questo tirato a lucido, e ne uscì tanta di quella roba che è impossibile farne l’elenco: roba da matti, posso assicurare, che si sparse per gran parte dell’impiantito.
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Nacqui settimino: Clay picchia, non t’arrendere, balla sul ring
United States, arrivavano le immagini di Joe Frazier e Cassius Clay, in mutandoni. I pugili si erano tolti gli accappatoi, i secondi avevano raccolto gli sgabelli, l’arbitro Mercante, un bianco, piccolo, nel mezzo ai due negri. Frazier più basso, tozzo, Muhammad Alì lo superava di almeno quindici centimetri. Clay l’avrebbe legnato quel tappo, bastardo, di Frazier. Si scazzottarono per tutte le quindici interminabili riprese, noi Solatii stavamo per Clay! Danzava il vecchio Cassius Clay e sfotteva Frazier, aveva la lingua lunga.
Bastardo d’un Frazier! La lingua non gliela porterai via! Hai capito? Nessuno lo farà stare zitto! È lui il vero campione. Sì! Il più grande! Sul ring Cassius Clay ballava, pativamo con lui. Il piccolo Joe Frazier pareva un fabbro, jab sinistro, jab destro, Cassius cianciava, ballava sul quadrato. I due giganti sanguinanti, in mutandoni hawaiani, si stringevano alle corde, uppercut, gancio sinistro, diretto destro.
Muhammad Alì si allontana da Frazier, balla sul ring, come una volta, un gancio lo colpisce alla testa. Chiudilo Clay. Muoviti! Quel bastardo ti gonfia. Vai ora! Coraggio! Picchia duro! Uno, due tre diretti di Clay centrano Frazier. Quadrato, piccolo, mancino, Joe avanza come un toro. Destro di disturbo, gancio sinistro, corpo a corpo. Frazier sanguina dal naso, dalla bocca, l’occhio sinistro gonfio, anche Cassius Clay sanguina. I pugili si tengono alle corde, due maschere di sangue. Dai campione! Clay picchia! Non t’arrendere! Balla sul ring! Nell’ultima ripresa, un sinistro di Joe Frazier centra Clay alla testa. Il campione, il nostro eroe, il più grande di tutti i tempi va giù!
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Aldo Penna e “Il silenzio imperfetto” ospiti di “Tempi dispari”, RaiNews24
Aldo Penna è stato nei giorni scorsi intervistato da RaiNews24, all’interno della rubrica “Tempi dispari”, a proposito del suo libro Il silenzio imperfetto e delle iniziative digitali che sono partite accanto all’uscita del romanzo. Tra queste ricordiamo i centovideoclip per un romanzo e le attività che sono in corso di svolgimento di Facebook. Intanto qui sotto l’intervista ad Aldo, divisa in due parti.
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Nacqui settimino: il vecchio Henry ci andava giù duro ma era meraviglioso
Una mattina Paolino principiò a tossire, fu tirato su dal lettino, non respirava più. Susanna strillava, gli mollò due sonori ceffoni, lo sbatté a capo all’ingiù, finché il giovane trombettiere finalmente scoppiò a piangere. L’ambulanza, a sirene spiegate, irruppe al Santa Chiara di Pisa. Nella nottata, il bimbo riandò in apnea. L’infermiera dormicchiava sulla sdraio celeste, con le corde di plastica, quando squillò il campanello, corse nella camera e capì che la comare secca lo ghermiva, con le dita rapaci. Le si avventò contro, dette ossigeno e il piccolo Solatii ritornò tra noi. Una settimana prima, un bimbetto d’un anno se n’era andato al creatore, per un attacco di pertosse come quello, me lo raccontò mia cugina Elena, sottovoce.
Tutte le sere arrivavo all’ospedale. Paolino s’attaccava avido alle ciucce, nel reparto la mamma la tenevano su di peso, rifilandole bistecche di vitello alte tre dita. Nelle due settimane d’ospedale dormii all’albergo Aliberti, nel padule del Bientina. Seguivo la logistica dello stabilimento, tenevo d’occhio il piccolo trombettiere al Santa Chiara, e in più inciampai in una variante pericolosa. Da tempo, con Livia Zini, la collega che seguiva le banche, ci lanciavamo degli sguardi intensi, i nostri occhi parlavano da soli, una gran bella femmina, rossa, il nasino all’insù, la carnagione bianca come il marmo di Carrara, fianchi a mandolino e concreta di carattere.
In un momento di debolezza poetica le regalai Tropico del Capricorno di Henry Miller. Il vecchio Henry ci andava giù duro ma era meraviglioso. Dio santo! Henry come hai fatto a scrivere così? Ti avessi davanti ti abbraccerei! Henry vieni qui! Per la miseria, Henry non scappare. Mi hai fatto lacrimare il cuore! Sì! Uno dei migliori libri del vecchio secolo. Potresti non avere fatto un cazzo, non aver concluso altro nella tua vita, se non allungato i piedi sul tavolo e bevuto birra! Henry! Cristo! Henry, hai scritto Tropico del Capricorno!
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Nacqui settimino: Carlo, attento, all’estero si diventa stranieri
Sprofondato nell’Africa nera, tra il Niger e il Benue, insegnavo italiano, storia e geografia, in una scuola di campo, per Acquedotti di Roma, uno stipendio discreto e nessun punteggio per la graduatoria. Volai nella palude di Wuan-toobo. Con Susanna ci saremmo rivisti a Natale, la piccola non faceva salti di gioia. Mi sistemarono in una camera stretta, col lettino da una piazza, il tavolato per terra e l’armadio alto un metro e mezzo, i libri li lasciai negli scatoloni.
Dalla finestra vedevo spuntare le casette di legno e la chiesa col tetto spiovente, un reticolato col filo spinato circondava il campo. I bambini fino a dieci anni li seguiva Federico Bonetti, maestro di La Spezia, sopra i cinquanta, un perticone, esile di corporatura, naso storto, aquilino, capellone storico, scontroso come un caprone. La moglie, Clara, teneva i contatti con le autorità locali. Due veterani che avevano insegnato in decine di cantieri sparsi per il mondo, anche a ragazzetti italiani a Bander Abbas, sull’Oceano Indiano.
“Carlo stai attento! All’estero si diventa stranieri, dovunque tu vada, anche nel tuo Paese. Gli amici, i parenti cambieranno, anche la lingua cambierà, da fuori te ne accorgerai più degli altri”.
Gli imbiancavano i capelli lontano dall’Italia, Bonetti non aveva figli, gli mancavano, si appassionava coi giovani, le malinconie se le scuoteva di dosso ogni giorno. Fu il primo che mi parlò di Luciano Bianciardi, mi prestò La vita agra e La battaglia soda. Stavo cenando con lui e Clara, seduti nella chiassosa sala del campo, davanti a delle bistecche cotte alla brace, quando mi disse di Lucianino da Grosseto.
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Account facebook per Gaetano Flores, protagonista del romanzo “Il Silenzio Imperfetto”
Pensate a come sarebbe stato bello chiacchierare con Edmund Dantés, protagonista de Il Conte di Montecristo; o con Aureliano Buendìa, il malinconico colonnello di Cent’anni di Solitudine… Peccato che – al tempo – i social network e lo stesso web non fossero stati previsti nemmeno dai libri di fantascienza. Oggi, invece, Aldo Penna possiede gli strumenti necessari alla sperimentazione di questa nuova frontiera del marketing editoriale.
Per pubblicizzare – e diffondere – il suo nuovo libro Il silenzio imperfetto ha aperto un account facebook ad ognuno dei personaggi del libro. Il più gettonato è Gaetano Flores – protagonista del racconto – giornalista di cronaca nera alla ricerca di uno scoop. La storia di Gaetano viene anticipata via web per mezzo di 100 videoclip che raccontano le sue avventure. Attraverso facebook e youtube, infatti, i futuri lettori possono dare un sguardo a ciò che immagineranno leggendo.
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Il fioraio di Peròn: troppi, questi italiani. Soprattutto la domenica
Cosimo Guarrata. Un tano sbarcato a Buenos Aires e finito a spaccarsi la schiena nella zona degli orti, le chacras. Un nome difficile: chacras, chacraritas. Lui lo storpiava, e diceva chacarita. Facevano tutti così, gli altri. Gli altri erano quel milione e mezzo sceso dalle barche per rifarsi una vita da questo lato del mondo. “Troppi”, dicevano i bravi cittadini portegni, “troppi, questi italiani. Soprattutto la domenica!”.
Nelle fabbriche o nei campi andavano anche bene. Ma quando arrivava la domenica, e si riversavano per le strade e le piazze, con le mani in mano, i tanos, gli italiani d’Argentina, di colpo diventavano troppi. A lui invece sembrava che non ce ne fossero abbastanza, di mani. Gli avrebbe fatto comodo, in quel momento, un collega.
“Pesano questi sacchi, eh, tano?”.
“Fottuto gallego, aiutami!”.
Il tipo, un tracagnotto galiziano dal nome impronunciabile, si decise a togliergli il fardello dalle spalle.
“Che merda è?”.
“Bulbi. Bulbi di tulipani”.
“E pesano così?”.
“Sì, se sono migliaia, coglione”.
Posarono il sacco nel magazzino. Poi si asciugarono il sudore della fronte con una mano, e la mano con la tela del fondo dei pantaloni.
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Il fioraio di Peròn: la dittatura celebrava il suo primo mese di esistenza
Di questa America povera. Aveva detto proprio così: di questa America povera. Perché lui separava sempre i concetti come fossero talee distinte, o come marze di specie differenti… qui una di un olivo da spremitura e là una di olive verdi da tavola, e guai se andavano a finire nell’innesto sbagliato: America ricca e America povera, una sopra e l’altra sotto… Anche a quei tempi, sì, anche quando quell’America laggiù, intorno e sotto il tropico del Capricorno, tanto povera non era mica. Allora almeno, un centinaio d’anni fa, quando si mise in moto tutto questo trambusto. Quando fatta l’Italia e gli italiani, i padri della patria, una e tricolorata, si resero conto che i sudditi avevano fame, e figliavano, e si riproducevano, e non si accontentavano di belle parole, ma pane volevano, pane, proprio così.
E allora cominciarono a guardarsi intorno: se questi avevano fame, bisognava mandarli lontano. Di colonie ce n’erano ma non bastavano. Di bagni penali qualcosa c’era, ma i malfattori anarchici li avevano già riempiti tutti. Rimaneva una soluzione: esportare il problema che non si poteva risolvere. Ovverosia spostar la magagna a qualcun altro. Montarli tutti su un barcone, direzione il sol dell’avvenire, che notoriamente sorge a oriente ma poi ci passa sopra e se ne va verso occidente. Allora rotta a ponente, e via, verso la terra promessa: in questo o nell’altro emisfero.
C’era chi partiva per l’America ricca e andava a Chicago o a Detroit, e c’erano quelli che andavano nell’America povera. Che, si intenda bene e a tal fine giovi la ripetizione, tanto povera non era, perché non avevano ancora finito d’affamarla. Quest’America aveva miniere a cielo aperto di carne e di caffè, ricchezze che in Italia se le sognavano, i padri della patria con la loro testa cinta dell’elmo di Scipio. Sicché quando toccò a lui, al fioraio, prese la decisione di andarsene a Buenos Aires. Forse perché aveva qualche contatto, o forse perché tra gli emigrati si diceva che la lingua era più facile, così vicina all’italiano da non dover penare tanto come con l’inglese.
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“Il silenzio imperfetto” di Aldo Penna e i cento videoclip per un romanzo
Innanzitutto le coordinate riferite al romanzo Il silenzio imperfetto di Aldo Penna:
Il romanzo ripercorre la storia della città negli ultimi anni. Dal sacco di Palermo, alla rievocazione di delitti eccellenti, filtrata dagli occhi e gli articoli di un giornalista, Gaetano Flores, mentre indaga su fatti di cronaca nera e incrocia la strada di un uomo politico, Scherma, paladino dell’antimafia, beniamino dei palermitani, assurto all’altare della notorietà per le sue scelte controcorrente. Cronaca che diventa un appassionante romanzo sociale che svela connivenze fra mafia e stato, interessi politici, evoluzione dei sistemi mafiosi che creano impunità e infiltrazioni, gestione del potere dei media con il suo apparato di addetti stampa, dichiarazioni e giornalisti embedded; fino all’epilogo, spiazzante, che mette in discussione il lettore e apre interessanti scenari sullo stato attuale di organi di stampa, potere e criminalità. Infine, le vicissitudini sentimentali del protagonista. Il suo rapporto con le donne, le crisi e i tradimenti che svelano aspetti importanti dell’universo femminile.
E poi la parte di “laboratorio creativo”: cento videoclip per un romanzo, il primo esperimento di letteratura e videoarte. Ne ha parlato un servizio del TG3 e per seguire passo per passo questo percorso è stato creato un canale su Youtube.
Si veda anche quanto è stato indicizzato su BlogSicilia e quanto si discute su Facebook.
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Il fioraio di Peròn: tra la complessità della storia e le vicende personali
Molti libri sono stati scritti negli ultimi quindici anni sull’Argentina “italiana”. Saggi, romanzi, antologie di racconti. All’improvviso l’Italia ha riscoperto un pezzo importante di sé stessa dall’altra parte dell’oceano. C’è stato un periodo anche, quando ancora il gossip non soffocava l’informazione, che di italiani d’Argentina si parlava a proposito di processi penali legati a quello straordinario fenomeno dell’orrore che fu la desapariciòn.
Donne e uomini e bambini. Di ogni estrazione sociale e professione vennero fatti sparire perché considerati sovversivi durante la dittatura militare che terrorizzò il Paese tra il 1976 e il 1983. Fu la più grande strage di italiani dopo la seconda guerra mondiale. Apparentemente potrebbe sembrare storia nota, definita quantomeno nei contorni storici. Invece non è affatto così perché ben poco è certo e ogni riga che si scrive è importante.
Il bel romanzo di Alberto Prunetti lo è per diversi motivi. Innanzitutto perché attraverso questa vicenda singolare di Cosimo Guarrata mette in contatto il passato e il presente, evidenziando tutti i passaggi più importanti della storia argentina. E poi perché l’altrettanto straordinario intreccio di storie individuali racconta le diverse percezioni della realtà di quell’enorme e contraddittorio Paese sudamericano. Prunetti e il personaggio a cui Guarrata si ispira hanno qualcosa in comune: sono lontani parenti. Una condizione comune a tante, tantissime famiglie italiane divise dall’emigrazione. Gli italiani sono ancora la seconda comunità per numero e importanza, dopo quella spagnola.
L’Argentina si riempì anno dopo anno di gente cenciosa, affamata ma dignitosa che abbandonava la propria terra per non soccombere. Mescolati a quell’umanità dolente migliaia e migliaia di esuli politici che magari avevano le stesse idee ma non si capivano perché parlavano lingue troppo diverse tra loro. Prunetti rappresenta idealmente questa esperienza. Arriva a Buenos Aires con un passato e un presente e non a caso si reca subito a casa di Osvaldo Bayer, autore di Patagonia Rebelde e di molto altro ancora.
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Onda pazza: Peppino Impastato e la redazione di Radio Aut
Radio Aut, radio libera di Terrasini, Palermo, attiva tra 1976 e 1978, era la radio di Peppino Impastato e dei suoi compagni. 98,800 mega hertz. La trasmissione principe era “fantapolitica”, “satirica” e “schizofrenica”: si chiamava Onda Pazza. Sigla, “Facciamo finta che tutto va ben” di Ombretta Colli. Si cavalcava l’Onda ogni venerdì: per rompere le scatole. In primis, a Tano Seduto – Tano Badalamenti. Un nemico potentissimo, assassino senza scrupoli, trafficante mondiale di droga, veniva puntualmente ridotto a un pagliaccio, senza paura delle sue rappresaglie, della sua violenza e del suo potere. Magnifico. Ma Tano si vendicò, e suicidò Peppino Impastato. Suicidato, come gli altri “insabbiati” cari a Mirone. Peppino avrà per sempre trent’anni, avrà per sempre tutta la forza esplosiva dei suoi trent’anni. Tano brucia all’inferno, assieme a un’intera classe dirigente: assieme a un’intera classe politica. Nessuno, tra i bambini nati nel Duemila, sogna di diventare come lui. Tanti, adesso, possono sognare di essere coraggiosi come Peppino. Tanti possono riconoscerlo come un esempio di integrità e di determinazione.
Racconta Salvo Vitale, nella nota introduttiva: “La radiotrasmissione ebbe inizio nell’estate del 1976 e proseguì in modo discontinuo finché, nel febbraio del ‘77, non decidemmo di darle un taglio più preciso registrando il venerdì sera per poi replicare la domenica a mezzogiorno, orario di maggiore ascolto. Tutto il materiale precedente quel periodo è andato perduto, salvo le registrazioni effettuate da febbraio a maggio del ‘78”. Le trasmissioni vennero consegnate al giudice Rocco Chinnici come prova indiziaria delle speculazioni mafiose nel territorio. Chinnici sarebbe stato assassinato nel 1983.
Scrive, Vitale, che in radio avevano fatto saltare uno dei punti di riferimento della cultura mafiosa: il rispetto per “l’uomo d’onore”. L’uomo d’onore per antonomasia era Tano Badalamenti, in quel momento: difeso, nel territorio, dalla chiesa e da Mimì Bacchi del Pci. Bipartisan, diremmo oggi. Le trasmissioni erano divise in due parti: Mafiettopoli, dedicata alla cittadina di Terrasini, e Mafiopoli, dedicata alla cittadina di Cinisi. Quando Peppino morì, Onda Pazza divenne La Stangata. Ne rimangono trenta cassette. La trasmissione chiuse per esaurimento di risorse economiche, fisiche e psichiche, e per l’indifferenza dei contemporanei.
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La facile equazione della tolleranza zero
Purtroppo lo vediamo anche da noi, tutti i giorni: la nazionalità si sostituisce all’individuo, il linguaggio si fa spersonalizzante, intriso di stereotipi e slogan buoni da pensare e da spendere nei dibattiti televisivi. «Romeno stupra una donna… albanese guida ubriaco… marocchino investe due ragazzi…». La rabbia popolare, che insorge a ogni episodio di violenza, viene incanalata lungo il tunnel dell’etnicità. E l’equazione diventa semplice: tutti i romeni sono stupratori, gli albanesi violenti, i marocchini alcolizzati e così via. Lo slogan «tolleranza zero» è diventato un tormentone, agitato dalla Lega Nord, accettato da tutti gli altri supinamente o con connivente indifferenza.
Non si riesce a uscire da un gretto istinto classificatorio: da una parte noi, di là, gli altri. Le banlieue, invece, sono degli importanti laboratori, dove le identità si mescolano continuamente, si trasformano, ricostruendosi ogni volta. Cosa sono questi ragazzi, figli di immigrati, nati in Francia o in Italia o in Gran Bretagna? Sono francesi, italiani, inglesi, europei? Oppure continueremo a chiamarli stranieri di “seconda generazione”, G2 in gergo sociologico? Fino a quando l’origine peserà sull’identità di una persona? Avremo immigrati di terza, quarta, decima, settantacinquesima generazione? Allora tanto varrebbe rassegnarci e dire che siamo tutti africani di trecentomillesima generazione.
In queste banlieue, che per certi versi hanno messo a nudo l’ipocrisia che si cela dietro al sogno assimilazionista francese, le storie si intrecciano e così le lingue, i segni, i simboli. Nascono linguaggi nuovi, come il franglais, un misto di francese e inglese, attraverso il quale certi giovani vogliono proprio enunciare l’autenticità della loro cultura, in quanto cultura nuova. I Bisso na Bisso, gruppo musicale di Sarcelle, località alla periferia di Parigi, suonando il rap americano cercano le loro radici congolesi.
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Il peso di un’anima e il dramma delle famiglie della periferia
È stato questo il risultato di un test fatto da alcuni sociologi di un’università parigina: hanno provato a inviare, in risposta ad annunci con offerte di lavoro, due curricula assolutamente uguali, ma uno con nome e cognome francesi e l’altro con nome e cognome stranieri. Il risultato è stato fin troppo evidente: veniva sempre chiamato/a prima il/la francese.
È questo che segna la fine della democrazia, quella vera. Non quella del diritto al voto, truccata dai media, ma quella della partecipazione e dell’uguaglianza nelle opportunità. A questi giovani si chiede di essere cittadini, ma di quale cittadinanza si sta parlando? D’una cittadinanza di secondo livello, segnata dal marchio «figlio di immigrati», una cittadinanza francese tollerata.
Come uscire da questa condizione di eterni esclusi, di esseri umani che sono nella storia eppure ne restano fuori? Con la fuga oppure con la rabbia che detona e spacca. Spacca tutto ciò che rappresenta quello che vorresti e non hai. Allora, che non ce l’abbiano neppure gli altri. Oppure con il sogno. Quello di adolescenti che non vogliono smettere di sperare, sebbene tutto gli dica di farlo. Perché ci vuole coraggio a sognare in una banlieue.
Soprattutto quando ti chiedi, quando il mondo ti chiede chi sei. Quando ti senti francese, ma un tuo amico ti chiede se hai gioito per la vittoria del Senegal sulla Francia. Quando ti senti francese, ma gli altri non vedono che un arabo, un turco, un negro. Allora ti viene da dire, come a uno dei protagonisti di un altro racconto:
Non ho ancora fatto il punto sulla mia identità, l’ho interrogata fino a trasformarla in sabbia.
Nel Peso di un’anima, Rachedi intuisce e racconta la rivolta delle banlieue, prima che scoppiassero veramente, nell’autunno del 2005. In un’intervista la responsabile della casa editrice francese racconta che, dopo aver letto il manoscritto, ritenne che fosse troppo improntato sulla violenza e sulla rivolta. Lo trovava un po’ eccessivo. Pochi mesi dopo, la realtà superò la narrazione di Rachedi. Lei alzò il telefono e lo chiamò immediatamente. Dopo pochi mesi il libro era stampato.
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Il peso di un’anima: siamo tutti “citoyens”
Ci sono posti che non sono posti, dove le storie non sono storie e le vite non sono vite. O se lo sono, lo sono a metà. A metà perché non lasciano mai provare a dire chi sei, a diventare ciò che vorresti, né sognare ciò che speri. Perché tutte queste cose sono là, lontane, nel centro e tu sei in una periferia. E quel centro è la colpa di tutto, perché una periferia esiste in opposizione a un centro, o meglio: spesso una periferia non esiste, perché tutto accade in centro.
Solitamente la lingua francese nobilita le parole: dire boiserie invece che “perlinato” è tutta un’altra cosa, persino clochard suona meglio di “barbone”. Banlieue però non ha mai avuto un bel suono, nemmeno nell’idioma di Marcel Proust, non migliore di “periferia”. Entrambe sanno di grigio, di cemento buttato lì, senza rivestimento alcuno; di condomini alti, dai profili squadrati, troppo squadrati; di ascensori rotti, di cassonetti strapieni, di muri scarabocchiati, di vuoto. Vuoto in tutti i sensi.
Dice uno dei protagonisti dei racconti di Cronache di una società annunciata (Stampa Alternativa, 2009), un libro scritto dal collettivo “Qui fait la France?” di cui Mabrouck Rachedi, francese di origine algerina, è uno dei fondatori:
I nomi incisi su quelle targhe ad ogni angolo di strada sono solo fragili coperture su un crimine troppo grande. La bruttezza e la vergogna soffocano l’occhio con il loro odore.
Il gruppo è formato da scrittori di origine straniera, ma tutti francesi, che amano la Francia e vorrebbero solo che rimanesse fedele al suo motto rivoluzionario: Liberté, Égalité, Fraternité. Tre parole che esco no sconfitte dai loro racconti, che hanno tutti come sfondo le sagome squadrate, grigie e anonime dei grattacieli della Parigi periferica.
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Pagine passate di mano in mano: letteratura e omosessualità / 3
La sorpresa – come la sorpresa che Glinda, la strega buona, fa a Dorothy alla fine di “The Wizard of Oz” (trad. it. Il Mago di Oz) – è che i libri erano tutti lì, se solo aveste saputo dove guardare. Anche se, come Proust e Wilde, avete antenne ipersensibili e una capacità innata per captare perfino le tracce appena percettibili di desiderio omosessuale, purtroppo vivete in un mondo dove la stragrande maggioranza dei lettori e dei critici non riconoscono questi segnali, a tal punto che potrebbero arrivare alla fine della lettura di una storia d’amore omosessuale, non così esplicita come Joseph and His Friend di Bayard Taylor, e non aver capito niente.
Dopo tutto, probabilmente non hanno letto Ioläus, né potrebbero condividere la definizione di amicizia di Carpenter. L’aforisma più sagace di Wilde potrebbe essere questo:
Sono solo le persone superficiali che non giudicano dalle apparenze.
Oggi lo studio della letteratura omosessuale anteriore al 1914 si basa ancora su pagine passate di mano in mano. Per mettere insieme quest’antologia abbiamo interpellato amici; letto fotocopie di fotocopie che studiosi e antiquari ci hanno mandato e libri dei quali esisteva una sola copia di una “raccolta particolare”. Abbiamo trascorso molto tempo alla British Library di Londra e alla Clarke Library di Los Angeles e tradotto mentalmente le S che avevano la forma di F in Henry Dumont di Charlotte Charke, un libro in un’edizione così vecchia e fragile che per tenerlo aperto abbiamo dovuto utilizzare sacchetti di velluto di un determinato peso.
Con quale criterio abbiamo fatto la nostra selezione? Il nostro intento era ricostruire una cronologia, in un modo o nell’altro, di narrativa testo per testo: cominciando dal diciottesimo secolo, in cui le invettive contro la sodomia a volte trovavano il loro sfogo in lunghi romanzi (e spesso nascondevano una insospettabile solidarietà), proseguendo con opere pornografiche stampate privatamente, fino a racconti dell’orrore e racconti per bambini, romanzi su ragazzi ambientati a scuola, romanzi western ed esemplari pieni di battute di spirito da finocchie, per arrivare infine a Forster.
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