“RADIO AUT. La radio di Peppino Impastato” al Festivaletteratura
Nell’ambito della quattordicesima edizione del Festival della Letteratura di Mantova, domenica 12 settembre alle ore 10.30 Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri presenta, nella splendida Corte della Cavallerizza, Onda pazza 2 - Sette nuove trasmissioni satirico-schizofreniche su Terrasini di Peppino Impastato e la redazione di Radio Aut.
Nella suggestiva città dei Gonzaga, ne parlano assieme a Giovanni Impastato, fratello di Peppino e curatore del libro, il giornalista dell’”Espresso” Lirio Abbate e Pino Casamassima, giornalista, scrittore e autore del fresco di stampa Armi in pugno. La storia del Nord Est tra politica, terrorismo e criminalità. Porterà il suo contributo anche il procuratore aggiunto antimafia a Palermo Antonio Ingroia, autore inoltre, sempre per Stampa Alternativa, dell’attualissimo C’era una volta l’intercettazione. La giustizia e le bufale della politica.
La raccolta di Onda pazza 2 va alle stampe, dopo la pubblicazione delle prime “non-trasmissioni” di Cinisi – meglio detta Mafiopoli – ex capitale della mafia, mettendo in luce soprattutto le denunce e la satira ribelle di Peppino e compagni che partono da Terrasini, colonia del malaffare affacciata su uno dei porti fino a qualche anno fa più redditizi della Sicilia. Proprio a Terrasini aveva sede Radio Aut, dai cui microfoni si diffondono voci libere e anticonvenzionali, smontando il potere politico-mafioso. Anche pescatori e agricoltori, i cosiddetti “poveri cristi”, normalmente esclusi dai mezzi di comunicazione di regime, attraverso la frequenza 98.800 avevano la possibilità di farsi finalmente ascoltare.
L’aspirazione a un’alternativa al regime di potere e mafioso non ha mai lasciato Peppino e i suoi compagni e, tuttora, anima un popolo di migliaia di “resistenti”.
Radio Aut è stata la dimostrazione di come l’utilizzo onesto dei mezzi di comunicazione possa incidere e risvegliare le coscienze.
Peppino Impastato nella primavera del 1977 con i suoi compagni fonda Radio Aut; un mezzo di comunicazione alternativo che aprirà nuove prospettive e possibilità di lotta. Peppino, appartenente a una famiglia mafiosa, fin da giovanissimo, con l’avvicinamento al PSIUP e il passaggio ai movimenti della sinistra extraparlamentare, si ribella agli schemi familiari, sociali e politici, soggetti alle influenze mafiose.
Il 9 maggio 1978 viene assassinato con una carica di esplosivo sulla linea ferrata Palermo-Trapani, per simulare un attentato terroristico.
ONDA PAZZA 2 Sette nuove trasmissioni satirico-schizofreniche su Terrasini di Peppino Impastato e la redazione di Radio Aut, prefazione di Luigi Ciotti; nota introduttiva di Paolo Rossi (120 pagine con cd audio allegato; 15.00 euro)
Onda pazza 2: un po’ di Storia, forse con la maiuscola
Chissà se davvero la storia è una (severa) maestra di vita. In ogni modo per imparare bisogna sapere e ricordare. Penso che questi libri ci possano aiutare.
Quando in posti come la Rosarno di oggi andavano gli emigranti italiani cosa accadeva? Storie che dovremmo conoscere (ancora negli anni ’70 del ’900 accadevano in Svizzera o Germania…ma questo impressionante libro di Enzo Barnabà, «Morte agli italiani! Il massacro di Aigues-Mortes 1893» (Infinito: 120 pag, 12 euri, con prefazione di Gianantonio Stella) ci porta alla fine del 1800 in una Francia dove il clima contro gli immigrati è rovente. Dinchè si arriva alla strage (9 morti) del 17 agosto contro gli italiani, venuti a rubar lavoro.
Nell’Italia del 1922 il fascismo sta per trionfare. Qual è il progetto di Mussolini, quali le forze economiche e sociali, i metodi? Se lo domanda Luigi Fabbri, un maestro elementare (e militante anarchico) che in quell’anno scrive – con lo pseudonimo di Catilina – «La controrivoluzione preventiva», un libretto destinato a diventare celebre soprattutto per la lucidità dell’analisi. E infatti oggi, quasi 90 anni dopo, l’editore Zero in condotta ha deciso di ristamparlo (128 pag; 7,50 euri). Ma qualcosa ci dice anche sull’oggi, su una Italia – quanto grande? – che in un fascismo (vecchio o nuovo) vorrebbe di nuovo lasciarsi portare.
A proposito di anarchici e magari di pregiudizi o ignoranze, nella sua bella collana «100 libri, 100 fiori» di bibliografie ragionate esce «Anarchismo» (5 euri, 78 pag) curata da Massimo Ortalli e Andrea Pirondini.
«Il papa non deve parlare», sotto-titolo «Chiesa, fascismo e guerra d’Etiopia» è il titolo del volume (Laterza, ogni tanto infiliamo qui anche qualche editore dei “grandi) che Lucia Ceci ha scritto sui documenti recuperato nel 2006 quando fu aperto l’Archivio segreto del Vaticano. Fra incertezze e silenzi, fra canali ufficiali e vie ufficiose, alla fine il papato approvò la politica africana del fascismo, massacri compresi come ricorda Angelo Del Boca fin dalla presentazione.
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Il silenzio imperfetto: la mafia si può e si deve raccontare
Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo e autore del libro C’era una volta l’intercettazione, ha scritto l’introduzione al romanzo Il Silenzio Imperfetto di Aldo Penna. Il video riportato qui sopra riprende le parole del magistrato dicendo che la mafia si può - e anzi si deve - raccontare.
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Il porto dove passa la Storia (e un’autostrada contestata)
Con quei nomi che si ritrovano sulle poppe, «Dina» e «Mite», le due chiatte sorelle che vanno e vengono per il porticciolo di Talamone, sarebbero piaciute proprio a un uomo come Giuseppe Garibaldi. L’intero paese, del resto, ha una lunga storia legata alla polvere da sparo, ai candelotti, alla nitroglicerina… Tanto da essere sfiorato da un’inchiesta sul traffico di esplosivi perfino negli anni Ottanta, ai tempi del pentapartito. Mica per altro il Condottiero, costretto a fare tappa lungo la rotta da Quarto alla Sicilia per rifornirsi di munizioni (dato che sul «Piemonte» e sul «Lombardo » erano stati imbarcati insieme con i Mille migliaia di fucili ma, per usare le parole del generale, non c’era «nemmeno una cartuccia») aveva scelto quel porto sulla costa maremmana. Sapeva che lì, in qualche modo, sarebbe riuscito a rimediare quello che gli serviva.
Centocinquanta anni dopo, in questa deliziosa insenatura naturale poco più a nord dell’Argentario, di candelotti pronti a deflagrare (politicamente, si capisce…) ce ne sono due. Il primo è la costruzione dell’autostrada costiera tirrenica, fortissimamente voluta da un’alleanza trasversale tra la sinistra al governo in regione e la destra al governo di Roma. Il secondo è il progetto di un porto turistico che, osteggiato da Italia Nostra, Wwf, Legambiente e un po’ tutti gli ambientalisti, sarebbe immensamente sproporzionato rispetto alla bellezza, alla sacralità, alla popolazione del luogo. Basti dire che per ogni famiglia di talamonesi ci sarebbero quattro posti barca per yacht e velieri lunghi da 10 a 40 metri. Per non parlare delle perplessità che solleva la scoperta che il progetto è stato ideato da un’azienda che nel vicino porto fra Castiglioncello e Rosignano Solvay ha tra gli azionisti di una sua consociata, sia pure con una piccola quota, il ministro delle infrastrutture Altero Matteoli. Che per pura coincidenza è anche sindaco di Orbetello, comune di cui fa parte Talamone.
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Onda Pazza a Mafiettopoli 2/2
I D’Anna controllavano la parte alta del paese, ovvero “La Somalia”, abitata da contadini. Caratteristiche loro attività quelle dell’estrazione di sabbia dalle cave della contrada Ramaria, la gestione del settore edilizio, quella del controllo e della distribuzione delle acque irrigue, quella del settore della distribuzione dei carburanti: faceva bella mostra una pompa di benzina BD, ovvero le iniziali di Badalamenti-D’Anna. Non mancava anche una certa attenzione nel settore turistico, grazie alla nascita di un villaggio che occupava stagionalmente circa 200 lavoratori. Per contro si era sviluppato un sistema clientelare, oserei dire para-mafioso, specialmente nella marineria: quasi tutti i pescatori facevano parte di una cooperativa, la San Pietro, che garantiva il disbrigo delle pratiche assistenziali, ma che si occupava anche della vendita del pescato, su cui tratteneva il 3%.
Il presidente della cooperativa, soprannominato Patricola, era considerato una sorta di “padre dei marinai”, era padrino di una serie di bambini, e quindi compare dei loro genitori, era anche l’uomo di punta della Democrazia Cristiana e aveva diverse volte ricoperto il ruolo di sindaco del paese: sempre vestito in doppio petto e cravatta e con un vistoso fazzoletto bianco il cui triangolo gli usciva dalla tasca superiore della giacca. L’agone politico e quindi il consiglio comunale diventava il luogo del confronto e dello scontro, soprattutto per quel che riguarda il porto peschereccio che, a causa di una disgraziata progettazione, era diventato il punto di accumulo di una corrente di sabbia e pertanto era in gran parte impraticabile.
Malgrado ciò, i pescatori continuarono a votare per il loro “padre”, cui rimasero fedeli anche quando costui si spostò con i “Cristiano-sociali”, espressione della fugace stagione del milazzismo. Per il resto solite facce di politici professionisti, qualcuno dei quali in campo ancora oggi: allora erano democristiani, oggi sono UDC e MPA, erano socialisti, oggi sono forzitalidioti, erano fascisti, oggi sono PdL, erano comunisti, oggi sono PD meno elle, minoranza irrisoria. Il porto è sempre lì, intasato di sabbia. Alcuni amici degli amici sono riusciti a installarvi un distributore di carburante per le barche e a costruire delle banchine mobili, luogo di imbarcazioni da diporto.
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“Il silenzio imperfetto”: Flores, hai sentito la notizia?
Nello specchietto retrovisore troneggiava l’Etna. Flores infilò distrattamente un cd nel lettore. Dopo Enna, con la sua rupe alta e selvaggia, l’autostrada si snodava tra terre riarse e fragili, colline impastate con lo zolfo che franavano verso valle.
Gli evocavano un West immaginario, selvaggio e pulito. Gli spettrali avamposti della sua città furono in vista due ore dopo. Mura sbrecciate di case non finite, catapecchie abbandonate e scheletri di industrie mai nate scorrevano al di là dei vetri. Fu preso da un vago senso di nausea. Sperava di trovarla diversa, Palermo, e ogni volta osservava, scoraggiato, la sua immobilità.
Le luci al neon della rotonda di Via Oreto gli segnalarono la fine dell’autostrada. Sterzando verso la città universitaria, si augurò di non arenarsi nel traffico serale. Il cielo iniziava a indossare il suo abito crepuscolare e lui desiderava solo arrivare a casa. Era stanco di quelle trasferte inutili, aveva bisogno d’altro: di perdere dieci chili, di riaccendere l’entusiasmo per la sua professione e trovare, dopo mesi di caparbia solitudine, una donna con cui condividere i vuoti in cui spesso sprofondava.
Arrivato a casa, tolse in fretta le scarpe, estrasse dal frigo una birra, accese la tv e si gettò di peso sul divano. Oltre al ronzio del televisore, regnava il silenzio, con le immagini che continuavano a scorrere. Si massaggiò la pancia. Aveva quarantacinque anni e da venti lavorava nello stesso quotidiano. Rimestare tra le macerie morali della sua città lo esaltava e deprimeva insieme, e di macerie d’ogni genere Palermo ne era ingombra.
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Onda Pazza a Mafiettopoli 1/2
Nel 2008, in occasione del trentennale della morte di Peppino Impastato, abbiamo pubblicato Onda Pazza, otto trasmissioni satiro-politico-schizofreniche. Nell’introduzione di quel libro scrivevo che la trasmissione era divisa in due parti, una riguardava Mafiettopoli, cioè Terrasini, l’altra Mafiopoli, cioè Cinisi, e avvertivo che erano pubblicate solo le parti riguardanti Cinisi, per il ruolo dominante che in esse aveva Peppino. Con qualche ritardo, abbiamo adesso raccolto e pubblicato le parti riguardanti “Mafiettopoli”: questa parte di trasmissione era curata da me, da Faro Di Maggio e da Silvana, che a Terrasini vivevamo, conoscendone i problemi: Peppino si inseriva ogni tanto, con qualche battuta che ‘illuminava’ e rendeva più vivace la trasmissione.
Sono memorabili alcuni sketch come il discorso di san Francesco ai pesci, il progetto di ‘madonnizzazione’ del paese, dopo una delibera per l’installazione di tre statue della Madonna in tre siti paesani, nonché le vicende sotterranee che portavano frequentemente al cambio repentino di maggioranze in consiglio comunale.
Terrasini è una cittadina marinara a circa 2 km da Cinisi. I due paesi sono praticamente congiunti: addirittura Cinisi controlla metà del territorio di Terrasini, a causa di una discutibile interpretrazione del decreto con cui Ferdinando II di Borbone nel 1834 istituiva il comune di Terrasini-Favarotta “salvo restando i diritti di Cinisi”: e poiché il territorio di Cinisi, sotto il controllo dell’abbazia dei Benedettini, si estendeva sino al torrente Furi, dove era ubicato il sito marinaro di Favarotta, i cinisensi hanno preteso di governare sino a quel confine. Col tempo una parte di Terrasini si è estesa verso Cinisi, con cui ha in comune la stazione ferroviaria, e ne sono nati una serie di conflitti territoriali relativamente ai servizi civici, alcuni dei quali sono erogati dal comune di Terrasini (iscrizione alle liste elettorali, pagamento tributi, locali scolastici ecc.), mentre altri sono di competenza di Cinisi.
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“Il silenzio imperfetto”, il trailer dell’introduzione di Antonio Ingroia
L’introduzione è stata scritta da Antonio Ingroia, già nostro autore con il suo C’era una volta l’intercettazione - La giustizia e le bufale della politica. Intervenire, in questo caso, è un modo per raccontare la Sicilia, ma anche l’Italia intera, da un altro punto di vista, usando come strumento la narrazione.
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Onda pazza 2: da noi è il re che si dice da solo “sono nudo”
Che uno dica la verità e gli chiudano la bocca, gli taglino la lingua, gli trasferiscano l’anima altrove, in questo paese fa fatica a smuovere coscienze e storie. Perché? Perché mai deve succedere, è successo e succede ancora? Forse perché qui da noi attraverso un generoso e frenetico lavorio di occulte intelligenze il popolo, col tempo, si è trasformato in pubblico? E che tu alla fine sia stato nominato dalla mafia o da una giuria di opinionisti ex-calciatori, ex-canterini italici molto quotati negli Urali, ex-ministri cocainomani, ex-squillo di lusso… beh, tranquilli: è solo un cambio di genere, non di consumo.
All’uscita di un feretro da una chiesa, è usanza cattolico-televisiva in Italia applaudire il trapassato, sia questo eroe o presentatore. Nello stesso istante spero che nell’Aldilà ci sia, guidato dallo scomparso, soprattutto nel primo caso, un boato di fischi, risate e vaffanculo. Spero? Ci voglio credere. Ci devo credere; perché qui è l’unico modo per rimanere almeno di buon umore in un paese che non è esattamente quello della favola di Andresen. Da noi è il re che già si dice addosso e per primo: “Sono nudo”. E il popolo non si indigna, addirittura applaude e qualcuno anche si spoglia.
Leggere le pagine che verranno dopo queste vi farà bene. A me che di mestiere racconto storie, faccio il comico, mi riporta alla realtà, alla terra, alla strada. Anche io cerco di dire qualche volta una piccola verità divertendomi e cercando di divertire. Ma dai, al massimo a me tolgono la telecamera e il divertimento. Gli eroi stanno da un’altra parte e in queste pagine che verranno ne troverete uno, che poi incredibilmente, nonostante tutto, si divertiva anche.
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Mafia: un fenomeno che trasforma e adegua se stesso alla realtà che cambia
Molti libri hanno affrontato il rapporto mafia-politica, in genere all’interno di saggi che partivano dall’esame di fatti oscurati o tralasciati dalla cronaca. In questo bel libro, invece, che è un romanzo, la mafia si muove sullo sfondo, per poi rivelarsi nella sua crudezza ed efferatezza. Fenomeno che muta, cambia, si adatta. Le strategie mafiose attraverso gli anni sono cambiate: dallo stragismo alla tregua, dalla guerra allo Stato alla trattativa con lo Stato, dalla contrapposizione alla convivenza.
Uno spirito di convivenza che ha finito per permeare sempre più la società siciliana e nazionale, al punto da far dire a un ministro che con la mafia bisogna convivere. Il risultato è stato, ed è, che abbiamo oggi una mafia apparentemente più “civile”, meno sanguinaria, che torna nei salotti buoni della società e perfino nel circuito delle istituzioni. Nel libro di Aldo Penna, attraverso una trama avvincente, emerge l’intreccio tra poteri legali e poteri criminali che ha caratterizzato la cronaca di questi anni.
Cambia il modo di pensare e di essere dei mafiosi, sempre meno rozzi e analfabeti. Nel libro, come nella realtà, il mafioso è moderno e arcaico insieme. Si intende di finanza e ama le tradizioni, scala le maggiori imprese del Paese, ma si rifugia nel luogo dove è nato. Falcone diceva alla fine degli anni ‘80 che la mafia era entrata in borsa. E allora, oggi possiamo dire che la mafia non solo è entrata in orsa, ma riesce a incrementare le proprie ricchezze, in relazione alla sua capacità di immettere denaro sporco nei canali leciti. Cosa Nostra ha innovato le sue strategie di arricchimento illecito e di riciclaggio, entrando nel circuito della grande economia globalizzata.
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“La scrittura è la mia arma di espressione di massa”. Intervista a Mabrouck Rachedi
Un adolescente di origine araba. Un quartiere di periferia. Una corda. Sono questi – e molti altri – gli ingredienti de Il peso di un’anima, sorprendente romanzo d’esordio dell’autore francese di origine algerina Mabrouck Rachedi, edito in Italia da Stampa Alternativa con una prefazione di Marco Aime. Il romanzo incomincia in una giornata come tante: alle otto del mattino, il diciottenne Lounès si prepara per andare a scuola. Non sa che qualche ora dopo finirà in carcere, accusato di essere un terrorista solo perché si trova al momento sbagliato nel posto sbagliato, con la pelle del colore sbagliato.
Sullo sfondo di una banlieue parigina in fiamme scatta una caccia all’uomo senza precedenti e Lounès diventa un capro espiatorio ideale: da diciottenne figlio d’immigrati, eccolo trasformato dalla polizia e dalla stampa nel capo di una rete terroristica internazionale. Una triste storia se insieme alla discriminazione e alla ricerca del sensazionalismo non ci fosse anche altro: una professoressa che prende a cuore il “caso Lounès”, un giornalista in cerca della verità e un intero quartiere di periferia, fatto di persone di ogni colore, che si mobilita lanciandosi in un’avventura picaresca dall’epilogo inaspettato.
Anche la vita di Mabrouck Rachedi ha un che di picaresco: 34 anni, una numerosa famiglia di origini maghrebine alle spalle e una promettente carriera da analista finanziario davanti a sé, fin quando non decide di lasciare tutto per dedicarsi alla scrittura. Brusca inversione di rotta o semplice ritorno alle origini? Lo abbiamo chiesto a lui.
Mabrouck, come sei passato dal mondo della finanza a quello della letteratura?
Vengo da una famiglia di undici figli. Mio padre faceva l’operario e per diversi anni ha fatto un doppio lavoro per mantenerci. Benché mi fossi appassionato alla scrittura fin dall’adolescenza, ho indirizzato la mia strada verso quello che non avevo: i soldi. La finanza aveva un che di luccicante che mi faceva sognare. Una volta avviata la carriera, ho capito che avrei avuto un bell’appartamento, una bella macchina, bei vestiti, ma che mi sarebbe mancato l’essenziale: la passione. È allora che ho capito che la voglia di scrivere, per me, era più viscerale del miraggio dei soldi. Con grande ingenuità, io, che non avevo conoscenze nel campo editoriale, ho deciso di passare il Rubicone e, dopo tanta strada, l’audacia è stata ripagata con la pubblicazione de Il peso di un’anima. In realtà, la spettacolare inversione di rotta non era altro che un ritorno al primo amore.
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Appello per il 32° anniversario dell’assassassinio mafioso di mio fratello Peppino Impastato
Anche quest’anno il 9 maggio a Cinisi rappresenterà una fondamentale occasione per scambiarci dati, informazioni, forze, passioni, per fermarci e riflettere, per raccogliere la nostra memoria e assumerci l’impegno di continuare la lotta per la giustizia sociale nel nostro paese e nel mondo. Occorrerà concentrare le energie e continuare il cammino, partendo dalla memoria di chi come Peppino ha saputo lottare senza remore, senza compromessi, pensando solo al bene della collettività.
Valori e ideali, i nostri, che vengono giornalmente calpestati: è stato pericolosamente abbattuto un limite per la conservazione della democrazia, che è quello della legalizzazione dell’illegalità, della legittimazione legislativa dei peggiori crimini sociali (sfruttamento, ladrocinio, riciclaggio illecito dei rifiuti tossici, devastazione ambientale) per difendere i privilegi della classe dominante. Non dobbiamo isolarci, sfilacciare o disperdere le nostre energie ma trovare punti di comune accordo, questioni fondanti per le quali è necessario impegnarsi tutti a fondo, evitando rotture e discussioni infertili che scaturiscono dalla cura di interessi personali e dall’incapacità di confronto.
La presenza di tutte le realtà impegnate nel sociale il 9 maggio a Cinisi sarà decisiva per continuare il nostro percorso comune e, quindi, invito a partecipare chi non ha ancora vissuto questa esperienza in ricordo di Peppino, così come invito a ritornare coloro che ci hanno già incoraggiato negli anni precedenti con la loro presenza e il loro entusiasmo. Quest’anno assaporeremo il gusto di una importante vittoria restituendo alla collettività la famosa casa dei “cento passi”, una volta proprietà del grande capo “Tano Seduto” Gaetano Badalamenti e oggi finalmente confiscata.
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Cronache di una società annunciata: sensibili banlieues
«Scrivo perché voglio esistere!»: così, con un’affermazione tesa e improvvisa, simile al gancio di un pugile sul ring, Rachid Djaïdani - pugile, attore, regista e scrittore - risponde alla rituale domanda di un giornalista televisivo. Il suo romanzo Viscerale. Un grido dalla banlieue (che raggiunge ora il pubblico italiano nella bella traduzione di Ilaria Vitali per Giulio Perrone Editore) fa parte di un cospicuo gruppo di recenti pubblicazioni letterarie, in prevalenza romanzi e racconti, i cui autori rivendicano la comune provenienza dai quartieri periferici della capitale francese.
L’espressione sul volto di Rachid tradisce un’inquietudine, forse il disagio di trovarsi ingabbiato in un posticcio salottino televisivo-borghese, attento a schivare agilmente etichette e luoghi comuni sul ragazzo della banlieue, dalle misere origini e dal trascorso difficile, che ha raggiunto finalmente il successo. Djaïdani agita e contorce le mani sottili e nervose, abituate a scaricare la rabbia contro un sacco da boxe, e fa pensare a ciò che afferma un personaggio del suo romanzo: «Questi beccamorti mi rubano la parola per dire che non ho punti di riferimento, che sono una merda… Ci ho riflettuto su, è una discriminazione senz’armi, ci sterminano impedendoci di essere visibili e di avere la nostra da dire… Per fortuna, a volte tutto brucia, per far vedere che esistiamo anche noi…».
Una ferita non rimarginata
Già, perché «esistere» e «parlare» sono verbi che assumono un significato ben diverso per chi è nato da genitori immigrati dall’Algeria ed è cresciuto nel «ghetto» di una banlieue parigina. Un immigrato di «seconda generazione» o «G2», si direbbe oggi con terminologia sociologica entrata nel linguaggio corrente. Un beur, nel gergo delle cité, un «arabo», un «cittadino generato dall’immigrazione»; insomma, sciogliendo le perifrasi, un potenziale delinquente, un islamista radicale in odore di terrorismo, un non-integrabile per natura, un «nemico interno» dell’identità francese.
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Elettroshock: parole per Alda
Il destino corre dentro rivoli meravigliosi;
luce delle luci, abisso degli abissi, regina dei sussurri,
professionista della libertà e delle prigioni,
voce del profondo,
incantevole e atroce “grande montagna su un precipizio”.
Così era Alda Merini. Nietzsche consigliava
di “costruire la casa sotto il vulcano”.
Alda abitava in un vulcano: costruiva paradisi e inferni
con grande facilità, come un camaleonte cambia
continuamente colore,
con la facilità dell’istinto e della naturalezza.
Cercava sempre di mettere alla prova gli amici;
alle sette del mattino mi chiedeva se c’erano novità
della notte.
Sentite uno degli ultimi frammenti che mi ha dettato:
“Quando non ho parole, vado a prendere la legna nel bosco
e accendo le mie speranze”, oppure:
“So che il mare è pieno di cavalli, ma io preferisco
l’illusione della mia superficie di poeta”.
Qualche aforisma:
“L’uomo è nato per correre verso l’infinito”.
“La pistola che ho puntato alla tempia si chiama Poesia”.
“Il più bel teatro da guardare è il proprio destino”.
“La morte è il grande giocattolo di Dio”.
E per finire vi dico:
“Chi va con lo zoppo impara a zoppicare,
ma zoppicare come Alda Merini è difficilissimo”.
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Elettroshock e la borsa di Alda
Un poeta matto l’avevo conosciuto, nei lontani anni ‘60. Con lui, Aldo il suo nome, avevo macinato chilometri e chilometri di autostop e di vita libera in giro per tutt’Italia e molti in Francia, fino a Parigi, la città più amata da entrambi. Finché, al ritorno da uno di quei viaggi, Aldo andò completamente fuori di testa e me lo ritrovai, di lì a poco, al manicomio Santa Maria della Pietà prima, ad Amsterdam dopo, da rifugiato. Una poetessa matta, Alda Merini, l’ho conosciuta molti anni dopo.
Inciampò nei favolosi libri Millelire nella stagione più esaltante. Glieli fece conoscere nel 1991 Guido Spaini, l’inventore della Fiera della piccola editoria al Castello di Belgioioso, un po’ matto anche lui. Fu facile per Guido convincerla a essere “dei nostri”. La caricò sulla sua macchina con un bel registratore a portata di mano e nel lungo viaggio che seguì Alda si raccontò talmente tanto da scaturirne lo straordinario Millelire Le parole di Alda Merini. Un piccolo supereconomico libricino che la fece conoscere e amare a un popolo di lettori che ancora non sapeva chi fosse.
Poco dopo l’uscita del Millelire, finalmente, la conobbi. Guido mi pregò di tenerle compagnia in occasione di non ricordo più quale evento prestigioso in un luogo altrettanto prestigioso. Ci lasciò soli a parlare del più e del meno, tra tanta gente tirata a lucido. In imbarazzo io e in imbarazzo lei. Nel pieno della serata, a un certo punto, le cadde la borsa che teneva stretta, forse fece apposta a farla cadere. Fatto sta che la borsa si aprì sul pavimento, anche questo tirato a lucido, e ne uscì tanta di quella roba che è impossibile farne l’elenco: roba da matti, posso assicurare, che si sparse per gran parte dell’impiantito.
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