Lo scandalo del rimborso spese
Vi sarà sicuramente giunta notizia dello “scandalo” del rimborso spese che ha travolto diversi ministri britannici. Credo che la notizia sia stata ampiamente riportata anche dalle principali testate italiane, anche se la linea guida degli articoli era “Come potete vedere anche all’estero si ruba” piuttosto che “Come potete vedere all’estero ci si scandalizza ancora”.
E’ proprio la parola “scandalo” che va messa tra virgolette perché per chi legge appunto suddette testate italiane la definizione del termine é messo abbondantemente in questione, specialmente alla luce del fatto che l’Italia vive in una situazione di scandalo praticamente dall’epoca della prima Repubblica. Per questo motivo il termine “scandalo” in Italia é considerato ora un riempitivo, una di quelle parole che si usano senza collegarla al suo significato originale a causa dell’abuso che se ne é fatto, un po’ come “comunista”, “conflitto d’interessi” e cosí via.
Il motivo per cui gli inglesi si scandalizzano é che il giornale britannico Daily Telegraph ha pubblicato un documento che per la prima volta elenca tutti rimborsi spesa inseriti dai vari ministri nell’ambito della “seconda casa” (il governo britannico permette ai vari ministri di avere una casa personale ed una seconda residenza vicino al parlamento per fini di lavoro per la quale rimborsa diverse spese come il mutuo, elettrodomestici o piccoli lavori). Tra i rimborsi riportati in questo “scandalo” vengono elencati ”costruzione isola per anatre”, dei lavori di pulizia per un canale artificiale in giardino, prese elettriche per la cucina, lavori di pulizia, restauro di oggetti antichi e cosí via fino ad arrivare ai biscotti per il gatto e agli adattatori di corrente.
Continua
Beppe Lopez: Giovanna Marini senatrice a vita
Alla notizia che Beppe Lopez, giornalista - fondatore tra gli altri di “Repubblica”, nonché “inventore” del Quotidiano di Lecce - e scrittore (in calce la sua scheda), avrebbe presentato il suo romanzo “La Scordanza” nell’ambito della 14.ma edizione del Carpino Folk Festival (serata del 3 agosto), non ci abbiamo pensato due volte e l’abbiamo contattato chiedendogli un’intervista. Gentilmente ce l’ha concessa e ve la proponiamo.
Dottor Lopez, se Le dico “storia orale cantata”, l’adrenalina dove La porta?
A me, complessivamente, interessa la storia: non quella dei sovrani e dei grandi eserciti, ma la storia vera degli uomini, delle comunità, della società, del genere umano, degli animali, dell’ambiente naturale. Insomma, la storia della vita vera. Sino alla modernità e in particolare sino agli ultimi decenni - quando ha cominciato a svilupparsi finalmente una certa attenzione per gli individui, i gruppi umani, le classi e le problematiche fino ad allora “senza voce” - a farsi carico della memoria è stata la “storia orale”. E in particolare in Italia, terra di frontiera fra arcaicità e modernità, la storia orale cantata: la musica popolare che, grazie alle ricerche e alle iniziative sviluppatesi fra gli anni Cinquanta e Settanta, ha fatto delle nostre tradizioni musicali legate al lavoro, alle ingiustizie sociali e alle lotte politiche, un fatto “vivo” ancora oggi fra i giovani, non mero repertorio per artisti e intellettuali dai gusti raffinati.
Tale excursus ci porta inevitabilmente a Giovanna Marini (foto del titolo; ndr), la più rappresentativa etnomusicologa (ma il termine è riduttivo) italiana. La sua figura “altisonante” cosa rappresenta per Beppe Lopez.
Non solo “altisonante” e “alticantante”, ma una delle più alte figure di intellettuali rimasteci. L’intellettuale è per definizione capace di comprendere e rappresentare la complessità: alto e basso, materiale e ideale, territoriale e universale, lavoro e “tempo libero”… Tutte categorie, come si sarebbe detto una volta, “borghesi”. La realtà è una e complessa. Giovanna è tra i pochi italiani che per tutta la vita è rimasta fedele a questa semplice verità, coniugando altissima poesia e alta testimonianza civile.
Continua
Una figura che De Bortoli ci/si poteva risparmiare
Ferruccio De Bortoli - uno dei più dignitosi direttori di giornali italiani - avrebbe fatto meglio a non prestarsi all’indecente trasmissione televisiva di martedì, messa da Bruno Vespa al servizio di Silvio Berlusconi. Il neo ed ex direttore del Corriere della Sera, vale a dire della più importante testata giornalistica italiana, sapeva benissimo che questa volta non si sarebbe trattato solo dell’ennesima replica di un monologo propagandistico, auto-incensatorio e anti-sinistra, senza contraddittorio e con opportuni, inessenziali e funzionali inserimenti di due “mastini della democrazia” come il morbidissimo direttore del Messaggero e l’autosufficiente giornalista bertinottiano.
De Bortoli sapeva perfettamente che quella trasmissione, stavolta, era stata commissionata e preparata - ed è stata, al solito, abilmente condotta - rigorosamente “su misura” dell’emergenza mediatica e pre-giudiziaria del premier, per consentirgli nientemeno che di rispondere alla denuncia morale e alla richiesta di divorzio di sua moglie Veronica Lario. Queste cose non si dovrebbero fare, in un Paese e in un giornalismo minimamente civili. E, quando ci sta qualcuno che ha la spudoratezza di farlo, in un Paese nel quale la democrazia e il giornalismo sono umiliati come sono oggi umiliati in Italia, di solito si procede promuovendo alla visibilità nel teatrino mediatico “cronisti politici” e “opinionisti” di seconda o di terza fascia. Non il direttore del Corriere della Sera.
Continua
Governi, giornali, sovvenzioni e prepensionamenti
Caro Siddi, ho letto sul sito della Fnsi la notizia del Cdr della Stampa, che rilancia uno studio dell’ottimo collega Luciano Borghesan. E’ uno studio sbagliato, superficiale. Mi permetto di correggere l’errore più evidente: per i prepensionameenti il Governo spenderà fino a 20 mln di euro all’anno e non 10. E poi ci sono i contributi che il Governo (tutti i Governi, da Prodi a Berlusconi) ha dato dal 1981 (anno della legge 416 per l’editoria) a questa parte e che dà ai giornali e, quindi agli editori, contributi anche per le spese postali: 600, 700, 1100 mln di euro all’anno? Basterebbe leggere Beppe Lopez, autore di un lavoro che molti giornalisti non hanno letto. Oppure si consulti Google: c’è tutto… Scopriremo che l’Italia spende più della Francia da molti anni. Con un cordiale e amichevole saluto, Franco Abruzzo.
(La casta dei giornali - Così l’editoria italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici di Beppe Lopez)
La casta dei giornali. I contributi alla stampa
Il libro fa luce sul denaro pubblico, all’incirca 700 milioni di euro, che finisce nelle casse di grandi gruppi editoriali, giornali e organi di partito. Un’elargizione che non fa distinzione di partito o area politica. La Casta dei giornali, edito da Stampa alternativa-Eri Rai, ripercorre la storia di questa vicenda che trova origine, addirittura, nel ventennio fascista. L’autore, in questa intervista, ci racconta i punti più scandalosi dell’inchiesta.
Un fiume di denaro pubblico arriva ai giornali italiani, anche se appartenenti a società quotate in Borsa. Si tratta proprio di un fiume di denaro, sottratto alle disastrate finanze statali, mentre si applica un prelievo fiscale da lacrime e sangue, e si tagliano servizi e pensioni. Con le due ultime Finanziarie, l’esborso statale ufficiale in applicazione della sola “legge per l’editoria” sarebbe passato da 600 a 450 milioni. E con la Finanziaria in discussione in questi giorni si andrebbe ad un ulteriore taglio dell’esborso. Preannunciato in un primo tempo nell’ordine del 7%, esso alla fine sarà forse meno severo.
Continua
Accertato: Di Pietro non ha offeso Napolitano
Primo: “A lei che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo?”. Secondo: “Il silenzio uccide, il silenzio è un comportamento mafioso”. Queste, essenzialmente, le due frasi pronunciate dal leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, in una pubblica manifestazione in piazza Farnese a Roma – promossa e dedicata all’Associazione dei familiari delle vittime di mafia – che costituirebbero “offesa all’onore o al prestigio del presidente della Repubblica”. Per questo reato, previsto dall’articolo 278 del codice penale, Di Pietro è stato infatti iscritto nel registro degli indagati della Procura di Roma. Un “atto dovuto”, secondo i magistrati, dopo la denuncia presentata dall’Unione camere penali italiane. Un atto che ha legittimato e amplificato, si può dire, il linciaggio cui è stato sottoposto Di Pietro per quelle frasi da gran parte della stampa italiana (a cominciare ovviamente dalle testate legate a Berlusconi e al centrodestra, nemici storici dell’ex-pm).
Questa l’immediata reazione di Di Pietro: “Bene ha fatto la Procura di Roma ad iscrivere, come atto dovuto, la denuncia presentata dall’avvocato Dominioni, allo stesso tempo presidente dell’Unione delle Camere Penali e legale della famiglia Berlusconi. La Procura farà altrettanto bene quando iscriverà il nome di Dominioni e di chi, insieme a lui, mi ha calunniato sulla falsa presupposizione che io abbia offeso il capo dello Stato. Una persona di tale levatura culturale e preparazione professionale dovrebbe sapere che è un grave errore affidarsi a ricostruzioni giornalistiche sommarie, piuttosto che accertare prima quel che è successo realmente. Io porterò con me, come testimoni, oltre 200 mila persone che, attraverso la diretta streaming, hanno assistito al mio intervento. L’avvocato Dominioni porterà solo un generico ’sentito dire’. Ma, forse, la verità è molto più banale: chi ha fatto quelle denunce non intende perseguire un fine di giustizia, ma soltanto fare un favore ai propri clienti”.
Continua
Di Pietro ha sbagliato, ma Veltroni ha torto
Il caso Di Pietro-Napolitano è emblematico del profondo degrado morale e istituzionale nel quale è stato trascinato il Paese dai veleni, dai ricatti e dalle imposture di un confronto politico tutto basato sulle strumentalizzazioni e sulla dissimulazione. L’aggettivo usato dal leader dell’Italia dei Valori (”mafioso”) - a proposito di un comportamento silente rispetto alle gravi lesioni che oggettivamente vengono inflitte, dall’alto, al sistema della giustizia e al principio di legalità – era ed è legittimo, per quanto approssimativo. Ma Antonio Di Pietro ha sbagliato, non solo “politicamente”, a usare quell’aggettivo immediatamente dopo aver pronunciato il nome del presidente della Repubblica. Il quale può anche essere considerato troppo prudente. Può anche essere criticato esattamente per ciò di cui, legittimamente, mena vanto (la perfetta equidistanza fra centrodestra e centrosinistra e l’aver sempre mantenuto una posizione “calibrata e apprezzata da tutte le posizioni politiche”), obiettando che si può essere equidistanti, ad esempio, fra due persone perbene o semplicemente normali che esprimano civilmente due posizioni e due interessi legittimi in contrasto fra loro, ma che non lo si può e non lo si deve essere – sul piano morale e giuridico, e prima ancora su quello istituzionale e politico – fra una guardia e un ladro.
Insomma, in parole povere, si potrebbe anche criticare Napolitano per avere come modello di comportamento presidenziale, nei confronti dell’anomalia-Berlusconi, più il settennato di Ciampi (durante il quale il quale il berlusconismo potette storicamente mettere radici ed espandersi in tutte le sue forme e i suoi contenuti più controversi) che quello di Scalfaro (che tentò di contenerlo e di contrastarlo, interpretando la propria funzione istituzionale per quella che è: “formale” e politica!). Ma citare la figura del Presidente della Repubblica in un ragionamento o in un veemente passo di comizio che si conclude con la denuncia che “il silenzio è un comportamento mafioso” è oggettivamente un errore. Ingeneroso e offensivo nei confronti di Napolitano.
Continua
Libri più venduti: che classifiche strane
Di differenze e discrepanze fra le “classifiche” dei libri più venduti in Italia, pubblicate un po’ da tutti i giornali e le agenzie di stampa, se ne registrano continuamente. Ed è anche comprensibile. Non siamo di fronte ad una scienza esatta. Divergono i metodi e gli strumenti di rilevazione. E poi – perché chiudere gli occhi di fronte alla realtà? – i rapporti (e le capacità promozionali) di una singola casa editrice con una singola testata non sono, non possono essere esattamente sovrapponibili a quelle di altre case editrici con quella o con altre testate.
Ma il confronto fra la classifica pubblicata sabato 10 gennaio 2009 su Repubblica (”a cura di Eurisko e Informazioni Editoriali”) e quella pubblicata il giorno dopo dal Corriere della Sera (”elaborazione a cura di Demoskopea”) – stiamo parlando dei due più importanti, autorevoli e diffusi quotidiani italiani (complessivamente più di un milione di copie vendute ogni giorno, con vantati 5/6 milioni di lettori e un’oggettiva, formidabile capacità di formare opinione e indurre in acquisti, specie se “culturali”) – riserva, fra le altre, una discrepanza dalle dimensioni veramente incomprensibile.
Per la verità, sabato era apparsa a dir poco sorprendente, di suo, la classifica di Repubblica. Non solo le prime quattro posizioni della “narrativa straniera” ma anche le prime quattro della “top ten” (i più venduti in assoluto) risultavano detenute da una sola autrice: l’americana Stephenie Meyer. Certamente nota, certamente “di culto”, come si usa dire, grazie alle avventure e alle vicende d’amore fra Isabella Swan e il vampiro Edward Cullen, tutte ambientate in una piccola città dello stato di Washington. Indubbiamente si avvarrà di un passaparola straordinario.
Continua
Ancora sulle caste: Lopez e le novità in discussione
.
Questa intervista a Beppe Lopez, autore della libro La casta dei giornali, è stata realizzata da Il Ribelle-Razioalzozero, diretti da Massimo Fini e da Valerio Lo Monaco.
E per qualche aggiornamento sulla situazione dei finanziamenti all’editoria, segnaliamo l’articolo Soldi ai giornali: l’imbroglio si aggroviglia ripreso da Informazione e democrazia e scritto da Giancarlo Aresta per Il Manifesto dello scorso 28 novembre. Il pezzo tra l’altro dice:
Nella nuova versione [delle norme di concessione dei contribuiti] i giornali di partito vengono sottratti del tutto alla nuova disciplina. Per loro valgono le copie «tirate» in tipografia, anziché quelle distribuite in edicola o vendute agli abbonati; questi continuano a non avere nessun obbligo di rapporto percentuale tra copie distribuite e vendute (nemmeno il «misero» 15 per cento definito in Regolamento); hanno i vecchi sistemi di calcolo dei contributi; mantengono un differenziale positivo di 518.000 euro, rispetto ai giornali non profit. Ci sembra un po’ una vergogna. E un’inutile vergogna. Ci sono i giornali di partito «falsi», come i giornali cooperativi «falsi». E solo a questi giornali di poche pagine e di nessuna diffusione conviene stampare copie solo al fine di ottenere oltre 300.000 euro per ogni 10.000 copie stampate. Né Liberazione, né La Padania, né L’Unità, né Il Secolo, né Europa - che sono giornali veri e hanno una vera distribuzione nazionale, anche se per alcuni è modesta - hanno bisogno di questi miseri trucchi.
Ma ora Pannella la smetta con i digiuni
Bravo Marco! Ancora una volta Pannella ci è riuscito. A imporre un tema importante e di rilievo “costituzionale” all’agenda politica da tempo dettata purtroppo da un sol uomo (Berlusconi). A occupare da protagonista per una decina di giorni la scena mediatica (nonostante l’imbarazzo e la reticenza di alcuni organi di informazione). E soprattutto a uscirne vivo. Abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo quando le agenzie hanno trasmesso l’attesissimo flash: “Marco Pannella ha sospeso lo sciopero della sete avviato 9 giorni fa, concedendosi un gelato nei pressi di Fontana di Trevi. Il leader radicale è al nono giorno di protesta per chiedere la convocazione ad oltranza del Parlamento per l’elezione del Giudice della Consulta e per l’insediamento della Commissione di Vigilanza Rai con l’elezione del presidente. ‘Questa volta, magari per lo stesso motivo, salvare la pelle, invece della pipì ho mangiato un bel gelato, con le compagne e i compagni’ ha dichiarato il leader radicale”.
Tutto bene quel che finisce bene. Anche se con un imprevedibile personaggio come Pannella non si sa mai, la sua iniziativa perde i contorni drammatici, ai limiti del tragico, che aveva assunto nelle ultime ore. Ma adesso, la smetta. Non lo rifaccia. E soprattutto non lo rifaccia su un tema pur rilevante e “costituzionale” come l’elezione di un presidente di commissione parlamentare (anche se con la aggiunta, provvidenziale per aumentarne il peso, del troppo a lungo rinviato plenum della Corte Costituzionale).
Continua
Pansa se n’è ‘gghiuto e soli ci ha lasciati
Verrebbe voglia di dire: Pansa se n’è ‘gghiuto e soli ci ha lasciati… Ma la decisione di Giampaolo Pansa di assumere finalmente una decisione conseguente al suo progressivo e ormai consolidato distacco dalla sinistra (dall’Italia della democratizzazione di massa, della discriminante antifascista, della solidarietà attiva con lavoratori, disoccupati e precari) e dal giornalismo di cronaca e di inchiesta introduce almeno un qualche elemento di chiarezza nella immagine professionale e culturale del popolare giornalista e scrittore.
Naturalmente, la decisione di abbandonare l’Espresso Pansa l’ha condita con il fumo di contraddizioni, di spacconeria e di goliardia di cui da tempo è entusiasta produttore. E soprattutto con la scelta non di approdare, più coerentemente, al Giornale o a Libero o a Panorama, ma in una testata accreditata dall’etichetta di “centrosinistra”, vale a dire il Riformista di Antonio Polito e, soprattutto, di un editore “molto motivato e libero” (assertiva e avaloriale definizione dello stesso Pansa) come Giampaolo Angelucci, della nota famiglia proprietaria di cliniche e del giornale di Feltri che aveva tentato di acquisire anche il controllo dell’Unità.
Continua
La “sinistra radicale” e il “partito radicale”
I precedenti scambi tra Beppe Lopez e Valter Vecellio:
- Ci imbrogliano persino sul termine “radicale”
- L’imbroglio sul termine radicale e l’imbroglio di cui sono vittima i radicali
Il cattivo uso che l’informazione e la politica fanno sistematicamente del termine “radicale” (e del concetto di “radicalità”), e le sue conseguenze in termini di manipolazione dell’opinione pubblica, di distorsione del confronto politico e di inquinamento per via culturale della stessa democrazia. Un tema indubbiamente importante quello sul quale abbiamo sollecitato un dibattito con il nostro recente intervento intitolato “Ci imbrogliano persino sul termine: ‘radicale’” e accolto da “Notizie Radicali” (a firma del direttore Valter Vecellio, militante radicale di antico pelo) con attenzione e rispetto. E questo, in controtendenza rispetto ad altre occasioni di confronto stoppate dall’atteggiamento preventivamente difensivo tipico dei “radicali”, è già una buona novità.
Questo avviene, probabilmente, anche perché abbiamo toccato un tema caro a Pannella e ai suoi compagni, che da sempre su Radio Radicale conducono una tenace, quotidiana battaglia contro l’uso aggettivato di “radicale” per indicare la sinistra “comunista” che li esproprierebbe di fatto del diritto esclusivo alla definizione sostantivata di “radicali”. Ma anche perché in quell’intervento non abbiamo trattato dell’aspetto della questione che riguarda, appunto, il partito fondato e guidato carismaticamente da Marco Pannella.
Continua
L’imbroglio sul termine radicale e l’imbroglio di cui sono vittima i radicali
L’articolo che segue, di Beppe Lopez, è tratto dal sito internet www.infodem.it. A colpire il titolo: Ci imbrogliano persino sul termine “Radicale”. Lopez è giornalista di antico pelo: è stato tra i fondatori di “Repubblica”, per una ventina d’anni è stato giornalista parlamentare; e nel suo curriculum anche l’attività di editorialista e inviato di economia per “Il Globo” e i “Quotidiani associati”.
È anche autore di un libretto, pubblicato nella collana “Eretica” di Stampa Alternativa: La Casta dei giornali (così l’editoria italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici). Libretto di molti pregi, e probabilmente per questo è stato per lo più ignorato. Ma per tornare all’editoriale. Chi è interessato lo potrà leggere in coda a queste riflessioni a margine. Il discorso di Lopez in realtà va al di là dell’imbroglio che si denuncia nel titolo, il suo è un discorso interessante sul modo di fare (o di non fare) informazione, televisiva e non, riflessione più che mai opportuna e necessaria; benvenuta, e non ci si può che augurare che non resti una voce isolata nel deserto. Si deve però confessare che quel titolo, chissà, forse per una sorta di riflesso pavloviano ad altro ci faceva pensare.
Continua
Ci imbrogliano persino sul termine “radicale”
Uno dei mali di questo nostro Paese – prodotto evidentemente da altri mali ma produttore a sua volta di altri ancora – è la radicalità. Beninteso, la radicalità esibita, delle parole. Di più: il professionismo della radicalità. La sua parte l’ha fatta, anche qui, soprattutto qui, la tv: il ragionamento intelligente e il confronto fra due persone, pur di parere contrario, che cerchino di capire e di farsi capire, “non bucano” lo schermo (almeno così ci assicurano gli addetti ai lavori, anche se ci sarebbe da discutere, se fosse possibile). In tv, specie nella nostra tv, prevalgono le forzature, le esagerazioni e ancora di più le caricature e le macchiette. Se uno si ostina a ragionare, se non è pro o contro, bianco o nero, “comunista” o “anti-comunista”, berlusconiano o “anti-berlusconiano”, non c’è spazio per lui. Si rassegni alla marginalità o, al più, a seconda di questo o quel passaggio o pezzo del suo ragionamento, di essere strumentalizzato o assorbito, di volta in volta, in uno schieramento o in un altro.
E non è questione solo di tv. Anche sui giornali vengono oggettivamente premiati le dichiarazioni tranchants e le posizioni estreme (o estremizzate), e ancora di più se volgari. Se sei un deputato e fai una dichiarazione ragionata - anche se con efficace sintesi di una riflessione intelligente e in una qualche misura utile al dibattito politico - difficilmente troverai spazio sui giornali. Ma se consenti alle agenzie di mandare in rete, per esempio, un insulto, puoi essere quasi sicuro che un titolo o un titoletto lo avrai. E in un sistema in cui la visibilità è tutto, ne consegue che i giornali stimolano e incoraggiano di fatto i bassi istinti dei politici e la “cattiva politica”. In misura e forme diverse anche la “cattiva cultura”, la “cattiva economia”, il “cattivo sport”… E infine la stessa “cattiva tv”. Così il cerchio si chiude. E non se ne esce più.
Continua
Sei radio “più uguali” delle altre
“Si facciano pure i tagli dei fondi per l’editoria – anzi si debbono fare! – ma lo si faccia con un minimo di dignità e di logica, eliminando le costose, indebite rendite parassitarie e i numerosi e imbrogli e raggiri tuttora consentiti”. E’ così che Beppe Lopez, giornalista e scrittore, autore del libro “La casta dei giornali” (ed. Stampa alternativa), conclude su infodem.it – il sito da lui diretto – una nuova denuncia contro una delle tante storture delle norme sul finanziamento pubblico delle testate giornalistiche.
Questa volta al centro della sua analisi sono alcune radio, in particolare “quelle sei radio più uguali delle altre”, finanziate in quanto sedicenti “organi di partiti politici rappresentati in Parlamento”. Finanziate – spiega Lopez nella sua analisi – “con trucchi e sotterfugi grotteschi e scandalosi, ai danni – è bene ricordarlo – di tutte le altre radio. Con tanti saluti alla promozione del pluralismo e della libera concorrenza di mercato”.
A parte la “lista Marco Pannella” (per Radio Radicale) e la sedicente “Liga veneta Repubblica” (per Radio Venerto 1), chi conosce i “movimenti politici” a cui farebbero riferimento le altre quattro emittenti? Chi ha mai sentito, chi ha mai rilevato una qualche attività politica, chi può giurare sulla stessa esistenza – chiede Lopez - di movimenti quali Italia e libertà, Roma idee, Cittaperta, A viva voce? Spesso – aggiunge -, come ha verificato e riporta Laura Maragnani su Panorama, i parlamentari che hanno firmato quelle dichiarazioni di appartenenza non sanno nulla di quei movimenti (”Mi coglie impreparato, così su due piedi”, “E io che ne so?”, “Me l’aveva chiesto il segretario regionale del partito”…)”.
Continua
Nel mirino di Lopez ora la casta delle radio
Il finanziamento statale inquina anche l’informazione, non solo quella della carta stampata ma anche quella radiofonica. La spietata analisi di Beppe Lopez parte dal libro che ha pubblicato solo alcuni mesi fa (La casta dei giornali – Edizioni Stampa Alternativa - 2007), che ha aperto il vaso di Pandora delle provvidenze distribuite in qualche caso a pioggia e in altri in modo sapientemente pilotato nelle testate più disparate, e arriva a denunciare l’eguale sistema di finanziamento per il mondo delle radio provate sulla scia di un servizio apparso in questi giorni sul settimanale Panorama.
Lopez riprende le fila del discorso aperto dal periodico Mondadori e dal parlamentare Alessio Butti, capogruppo per il Partito delle Libertà nella Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, andando a spulciare in quelle “sei radio più uguali delle altre” sovvenzionate con circa dodici milioni di euro solamente nel 2006 in un crescendo esponenziale di prebende. Il sistema è quello ormai ben noto dei finanziamenti a fantomatici, nella maggior parte dei casi, “organi di partiti politici rappresentati in Parlamento” tramite la firma di uno o più parlamentari spesso colpevolmente distratti o inconsapevoli delle linee editoriali delle testate che hanno contribuito a sostenere. Con in soldi dello Stato.
Continua









