Brasile, tre mesi tra gli ultimi indios

Quem avisa amigo é - Foto di Sergio FonsecaSono tornato tra i popoli della foresta amazzonica, ancora una volta, per il venticinquesimo anno di seguito. Ma niente festa, è solo per ricordare a me stesso che il tempo passa in fretta e c’è ancora tanto da fare e da imparare: ad esempio, pensavo di conoscere tutta la frutta tropicale e, invece, ogni anno ne assaggio un nuovo tipo. Conoscevo il cajù e il cajà, stavolta mi hanno offerto la cajarana. A questo viaggio sono arrivato nell’Amazzonia brasiliana, da solo, e per un periodo di circa 3 mesi. Le aree operative sono state differenti.

Fiume Xingu, maggio e giugno

Tra i villaggi indios Arawete, Asurini, Kararao, Arara, Potkro, Panhakan. In seguito a varie riunioni con gli esponenti delle comunità è stato offerto:

In particolare è stata finanziata una casa per ricavare farina dalla manioca, nel villaggio Potkro. Proprio in questo villaggio si è verificata l’emergenza più grave: da alcuni mesi si registra l’incursione notturna di un raro tipo di pipistrello “vampiro” (desmodus rotundus), che con la sua saliva anestetica lecca le estremità della persona che dorme: poi la morde e ne succhia il sangue col rischio di trasmettere il virus della rabbia. Ci sono stati dieci casi di indios morsicati e subito trasportati in motoscafo ad Altamira (a 120 chilometri di distanza) per essere vaccinati. La strategia operativa contro questa infestazione si e’ svolta in due modi:
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Fiabe Indiane dei Cinque Fiumi

Fiabe Indiane dei Cinque Fiumi di Flora Annie SteelMolte delle storie della raccolta Fiabe Indiane dei Cinque Fiumi sono pubblicate su Indian Antiquary, Calcutta Review e in Legends of the Punjab. All’epoca della pubblicazione esse avevano la forma di traduzioni letterali, in alcuni casi rozze, addirittura imprensentabili a un orecchio fine e tutto considerato scarsamente comprensibili a un lettore inglese che non avesse viaggiato; va ricordato infatti che, fatta eccezione per le Avventure di Raja Rasalu, tutte queste storie sono rigorosamente narrazioni popolari assai attuali in un popolo che non conosce la lettura e la scrittura, il cui stile è pieno di espressioni della lingua parlata e, se vogliamo usare questo termine, di espressioni volgari.

Sarebbe un’evidente ingiustizia paragonare il livello letterario di queste fiabe con quello, ad esempio, delle Mille e una notte, delle Storie di Pappagallo [1] o simili. Basta osservare anche solo il modo in cui sono state raccolte queste storie per capire quanto sarebbe sviante se, al fine di dare al testo il profumo d’oriente convenzionale, lo si manipolasse per dargli dignità con una lingua tutta infiorata; e siccome la descrizione del procedimento realizza il doppio scopo di presentare credenziali e scuse, gli autori ve la offrono e premettono che tutte le fiabe, tranne tre, sono state raccolte dalla signora Flora Annie Steel nei suoi viaggi invernali attraverso i vari territori di cui suo marito è stato giudice capo.

Si stende il tappeto sotto un albero, in prossimità del luogo che il magistrato ha scelto per il suo darbar; ma sufficientemente lontano dalla burocrazia da permettere agli sfaccendati del villaggio di avvicinarsi se dovessero averne voglia. Dopo pochi minuti, di solito, essi cominciano piano a darsi colpi di gomito, a bisbigliare e ridacchiare. L’immaginario arrivo di un chuprasi, il “littore corrotto” dell’India, che è presente a ogni darbar, tuttavia, causerà una fuga precipitosa dal branco; dopo un po’ però queste fughe diventano sempre meno frequenti, come se le bestie feroci si ammansissero.
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Libri non scontabili aiutano librerie ed editori indipendenti

BuchMesse FrankfurtA margine della recente Fiera del libro di Francoforte, l’altro giorno il New York Times pubblicava un interessante articolo sulle ricadute del prezzo fisso imposto per legge ai libri tedeschi. O meglio: una volta che l’editore stabilisce il prezzo di un volume (in base a certe linee-guida), scatta l’impossibilità duratura di scontarli, sia che vengano venduti nelle grandi librerie, online o su qualche bancarella. Con l’ovvia eccezione di libri fuori catalogo, usati, o danneggiati. Pratica vecchia di secoli e per dei versi anacronistica nell’era del free market e di Amazon über alles, ma con conseguenze assai positive per il mercato tedesco, nonché per la diversità di cultura ad ogni livello. Continua

Mongolia: bilanci e progetti di cooperazione

Shankh Khiid, Gobi Desert - Foto di Pablo PecoraCome al solito, al ritorno dalla mia spedizione umanitaria di settembre in Mongolia, la terra di Gengis Khan, è difficile raccontare in sintesi i dettagli di 3 settimane di soggiorno e di spostamenti, in questa terra cosi estesa, ma così poco abitata, per cui selezionero gli avvenimenti più importanti di questa esperienza (era l’undicesima: sono arrivato la prima volta nel 1997).

Equipe

Mi hanno accompagnato i colleghi italiani Giorgia Bardelle, medico di medicina generale, di Venezia; la pediatra comasca Roberta Marzorati, la fisioterapista comasca Franca Benaglio, tutti partecipanti come me a titolo puramente individuale, senza alcuna sponsorizzazione circa le spese di viaggio e soggiorno. È stato molto bello tuttavia trovare sul posto la collaborazione di tre interpreti della Mongolia (Zulaa, Enkhee, Pudghee) e l’aiuto volontario di Masaru, uno studente giapponese dell’universita di Osaka, e dell’australiana Isabel Cane.

Quindi ancora una volta la nostra equipe è stata multiculturale e ci ha permesso di confrontare e conoscere meglio alcuni usi e costumi dei nostri paesi di origine. Per regolarizzare la nostra attivita medica (avevamo il visto turistico), abbiamo agito come membri onorari della ONG di Ulaan Baatar Gender Center for Sustainable Development, ufficialmente riconosciuta in Mongolia.

Aree operative

Villaggio di Dashbalbar, nel Dornod, a nord est, quasi al confine tra Mongolia, Russia e Cina. È un villaggio nella steppa, a sud della Siberia, con clima continentale che tocca punte estreme (molto caldo d’estate, ma estremamente freddo d’inverno, con temperature che arrivano a meno 30 gradi). Il villaggio ha un migliaio di abitanti, ma attorno risiedono in modo nomade circa 5000 esseri viventi, tra pastori e allevatori di cavalli, cammelli, montoni e bestiame. Esiste un piccolo ospedale, vecchio e quasi privo di apparecchiature mediche e chirurgiche (per fortuna ne stanno costruendo uno nuovo) dove siamo stati ospitati e abbiamo potuto offrire il nostro servizio medico, non solo di cura, ma anche di prevenzione.
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Tra i superstiti dello tsunami del 2004

Quake Headline - Foto di Little DragonAnche quest’anno sono ritornato per la terza volta al sud dell’India, in Kerala e in Tamil Nadu, là dove si incontrano tre mari (il mare d’Arabia, il mar del Bengala e l’Oceano Indiano), per cooperare volontariamente e a puro titolo personale con il Nirmala hospital di Karungal (Tamil Nadu), gestito dalle suore indiane Nirmala Sisters e con la comunità del villaggio di Kottilpad (3000 abitanti, di cui 196 perirono durante lo tsunami del 2004). I miei collaboratori volontari della spedizione erano Giorgia Bardelle, medico (Italia), Federika Leonardi, laureanda in infermeria (Italia) e Gereltuya Baldansuh, psicologa (Mongolia). Durante il soggiorno abbiamo operato in questo modo:

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Esperimenti in corso per l’affermazione della libertà

Freedom TrailUn esperimento globale per l’affermazione della libertà. Questo il titolo della mia breve introduzione al volume Software Libero, Pensiero Libero, il primo tomo dei saggi scelti di Richard Stallman apparso nella Collana Eretica, primavera 2003. Dove, nel colophon, compariva l’annotazione: “Si consente la copia letterale e la distribuzione di uno o di tutti gli articoli di questo libro, nella loro integrità, a condizione che su ogni copia sia mantenuta la citazione del copyright e questa nota”. Dicitura tutt’altro che nota al mercato editoriale nostrano e finanche un po’ stramba, inserita in un volume a stampa normalmente in commercio, pur nel montare delle ‘licenze libere’ e del ‘no copyright’ anche in Italia. Follia pura? No, accoppiata perfetta: il meglio dello Stallman-pensiero sulla libertà di software e di cultura, e la “licenza verbatim” per la massima diffusione a uso personale, con immediato rilancio online. Un esperimento di successo, sia in termini di copie vendute che di riscontri complessivi - pur sempre nel nostro piccolo. E proseguito con decisione, con una serie di titoli rilasciati poi sotto Creative Commons e raccolti nello spazio denominato, non certo a caso, Libera Cultura: oggi raccoglie 18 titoli delle varie collane di Stampa Alternativa liberamente scaricabili e ridistribuibili (per usi non commerciali), oltre all’archivo storico dei Millelire in continuo aggiornamento (30 testi), alcuni titoli “liberi” di altri editori e e-book inediti. (Fresco di bit, ora trovate tutte le tavole e i testi de Il pornografo del regime). Come segnalava Lele Rozza nell’intervento precedente, si tratta di scelte operate da un editore «né primo né unico né ultimo ma coerente» - oltre che ben deciso a rielaborare un forte passato storico onde creare nuovi ponti per superare l’imperante consumismo culturale, inclusi business model innovativi e sostenibili. E quest’accordo con l’Arci non fa che rafforzare questo percorso, nella convinzione che le Creative Commons e altre licenze alternative all’attuale regime proprietario siano lo sbocco naturale per l’affermazione della massima partecipazione alla cultura, dal basso e condivisa. Ne siamo più che certi.

Benin: bilancio di una missione cercando Babbo Natale

Shack Shop 02 - Foto di Brian KelleyAldo Lo Curto, “medico volontario itinerante”, come lui si definisce, è anche scrittore. Un suo libro, Se fossi indio, è tra quelli che hanno lasciato il segno prima in Millelire e poi in Margini. Ha fatto conoscere diversamente dai conformisti imperanti popoli e persone. Adesso ci manda il report - che pubblicheremo a puntate da oggi per le prossime settimane - delle sue spedizioni del 2007. Leggetelo, ascoltatelo, partecipate, fatevi vivi con lui (lo potete contattare all’indirizzo aldolocurto[at]tiscali.it) perché non faccio retorica se dico che “un altro mondo è possibile”, soprattutto grazie a persone come Aldo. Le pubblichiamo così, come se fossero lettere a un amico (e tali in effetti sono), perché trasmettano l’autenticità e l’immediatezza del suo racconto. (Marcello Baraghini)

Cari amici,

eccomi di nuovo di ritorno dalla prima spedizione del nuovo anno… Come sapete, dopo aver prestato servizio come medico volontario itinerante in oltre 40 paesi, ormai da tempo mi reco periodicamente in Benin (Africa), Brasile (America Latina), Mongolia (Asia) e Isole Salomone (Oceania). La scelta di questi luoghi e dei loro popoli indigeni è difficile da spiegare, nel senso che ho l’impressione che, in realtà, siano stati loro a scegliere me… Si tratta di spedizioni brevi, ma molto intense, all’insegna dell’essenziale, a mie spese, con spostamenti rapidi, abbinando una estrema razionalità operativa al sogno piu’ irrealizzabile. Anche se i paesi dove opero sono molto diversi tra loro, gli obiettivi sono sempre gli stessi: prevenzione ed educazione sanitaria; medicina curativa; donazione di materiale medico e chirurgico, educativo, sportivo e ludico; controllo sul buon uso di precedenti donazioni.

In Benin, quest’anno, è andata così. L’equipe era composta tutta da italiani: il dentista Andrea Degani, l’infermiere Sandro Tangredi e il reporter Giulio Castellani. Ci ha affiancato il medico beninese Gabriel Gbogbo, proveniente dalla capitale Cotonou. Il nostro soggiorno è durato due settimane. L’area operativa è stata come in passato la città lagunare di Ganvier, soprannominata la “Venezia africana” perché i suoi abitanti vivono sull’acqua da oltre 300 anni: si erano rifugiati in una regione paludosa per sfuggire alla schiavitù, ed oggi sono 30 mila persone senza alcuna assistenza medica. Vi racconto in poche parole com’è andata.
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Da On the Road a Around America in 2.0

Around America in 2.0Oggi la National Public Radio statunitense ha dedicato un altro servizio a Jack Kerouac, in occasione dei 50 anni dalla pubblicazione di On the Road. E mentre è un mito il fatto che il romanzo sia stato scritto di getto in tre settimane, è vero che l’ultima versione Jack la battè a macchina su un rotolo di quasi 40 metri per evitare di perdere l’ispirazione nel cambiare continuamente fogli. E a proposito di ispirazione, una versione “cyber” della storia narrata in quel libro sta per prendere corpo sempre qui in Usa. Around America in 2.0 è il titolo di un “Internet-based film project” mirato ad esplorare la fiducia e la condivisione. Obiettivo primario è affidarsi soltanto a utenti di siti di video-sharing, tipo YouTube, per trovare da mangiare, dormire e trasporti durante una lunga attraversata coast-to-coast and back. Durata prevista circa 80 giorni, protagonista Matt Danzico, giovane giornalista di New York City e appassionato giramondo. Il quale ha preannunciato il progetto in un video-clip diffuso alla Internet community lo scorso luglio, raccogliendo i primi inviti e qualche sponsorship, e racconterà le sue avventure in brevi filmati settimanali. La partenza è prevista tra poche ore, proprio nel ricordo di On the Road. Good luck, Matt! [Many thanks a Paolo Massa per l’input].

Ferlinghetti & i Beats: vivi, attuali, indomabili

Lawrence Ferlinghetti Nel 1957 venivano pubblicati “On the Road” di Jack Kerouac e “Howl” di Allen Ginsberg — pietre miliari della letteratura contemporanea, oltre che manifesti della Beat Generation. A ricordarne i 50 anni, l’altro giorno la trasmissione radio quotidiana USA Democracy Now! ha diffuso un’articolata intervista di Amy Goodman con Lawrence Ferlinghetti, fondatore della nota City Lights Bookstore a San Francisco, poi divenuto altrettanto famoso Publisher. Poeta, librario, editore, attivista e uno degli ultimi Beat ancora in vita, a 88 anni Ferlinghetti va ogni giorno a lavorare nella sua libreria e continua a produrre, vedi il libello fresco di stampa Poetry As Insurgent Art. Oltre che attento excursus personale, l’intervista include riletture da quei testi storici e ripercorre i momenti cruciali di quegli anni, la nascita del movimento Beat, le opere e le gesta dei suoi maggiori artefici, da Kerouac a Ginsberg a molti altri, fino all’analisi dell’odierno scenario socio-politico. Contro ogni appiattimento culturale, vita e arte come percorsi insurrezionali—ieri, oggi e domani. Disponibile (in inglese) sia in audio mp3 che in trascrizione. Da non perdere.

Jerry Garcia: in ricordo

Thanks JerryDodici anni fa, il 9 agosto 1995, ci lasciava Jerome John “Jerry” Garcia, indimenticato leader della rock band Grateful Dead. Icona di tre decenni di rivoluzione culturale avviata nel 1965 dalla mitica Bay Area di San Francisco, Jerry era un patito del bluegrass e della folk music che mescolò sapientemente con il nascente rock psichedelico per dare vita ad uno stile inimitabile. Divenuto lead guitarist, vocalist e maggior compositore dei brani dei Dead, lavorava sempre a una marea di progetti sparsi fino a imporsi come artista completo e poliedrico. In quei 30 anni, fra l’altro, il gruppo era in un “endless tour” avendo tenuto qualcosa come 2.314 show in ogni parte del globo, grazie proprio all’entusiasmo incontenibile di Jerry per la musica e per il “suo” pubblico (tradizionalmente, i loro concerti venivano registrati e ridiffusi senza problemi tra i fans, e si parla di 30-40 anni fa, pur vendendo al contempo montagne di comuni LP e CD), con la grande famiglia dei Dead che continua a produrre e coinvolgere senza soluzione di continuità. Riascoltare ancora oggi le note, le voci e rivedere il flusso continuo di gente riunitasi per il memorial improvvisato, non appena diffusasi la notizia della sua scomparsa, al Polo Field di San Francisco, fa venire a dir poco la pelle d’oca (forever grateful per esserci stato anch’io, conservando gelosamente quel sublime materiale). Come anche ripercorrere la fiumana di toccanti messaggi lasciati online sia allora che oggi da milioni di persone. O curiosare, perchè no?, nell’online shop a lui dedicato. What a Long Strange Trip It’s Been!

Summer of Love 1967 a Detroit: rabbia creativa e partecipazione

Rolling Stone «La prima metà del 1967 fu il periodo peggiore e migliore nella storia di Detroit, Michigan. La città era una delle scene musicali d’America più eccitanti e integrate. Ma era anche fatalmente divisa per razze. La middle class bianca andava rifugiandosi nei suburbi, lasciandosi dietro i neri poveri e la classe operia, in mano a una polizia notoriamente brutale e razzista. Le rivolte del 1967 lasciarono sul terreno 43 morti, oltre 1.000 feriti e più di 7.000 arresti, provococando una cicatrice permanente sulla Motor City e shoccando l’intera nazione. Ma la scena musicale rifiutò di morire». Così apre un ficcante report sui movimenti controculturali a Detroit di 40 anni fa, in un numero speciale dello storico settimanale Usa Rolling Stone, dedicato appunto all’estate 67, meglio nota come Summer of Love. Attenzione però: non solo quella fin troppo sbandierata (e strumentalizzata) di San Francisco e del giro hippy, ma anche faccende meno note, quel che avveniva in luoghi come New York, Los Angeles, Memphis, Londra e altrove—a conferma di un movimento diffuso e variegato i cui effetti sono ben vivi ancora oggi. Lo chiarisce fra altri John Sinclair, protagonista di quegli anni proprio a Detroit e pluricitato nel pezzo di Rolling Stone. Allora manager della band-simbolo della situazione, gli MC5, Sinclair ricorda il fervore e la rabbia creativa, il White Panther Party e le illimitate possibilità della scena. Niente “love & peace” quell’estate a Detroit, ma una “sharper edge” viva e ficcante. Qualcosa che Sinclair non mancherà di ribadire dal vivo a Diversamente scrittori, quinto Festival della Letteratura Resistente (7-9 settembre, Pitigliano/Elmo di Sorano), presentando anche l’imminente Guitar Army: Il ’68 americano tra gioia, rock e rivoluzione (Stampa Alternativa, Eretica).

Autori e letteratura “fuorilegge”

Diversamente scrittori«Il fatto che un Nobel – che di certo non avrebbe problemi a trovare chi lo pubblichi e, anzi, sul web rinunci, presumibilmente, a lauti guadagni per sé e per il suo editore – rinunci alla carta, fa pensare che la stessa percezione di cosa sia la letteratura (di che ruolo abbiano, e chi siano gli scrittori) si stia modificando.» Un’annotazione non da poco, proposta in un corsivo sull’ultimo inserto Cultura & Tempo Libero de Il Sole 24 Ore, a segnalare come Elfriede Jelinek, Premio Nobel per la letteratura nel 2004, abbia deciso di pubblicare il suo nuovo romanzo (”Invidia”), a puntate sul proprio sito. Romanzo che, attenzione, «non approderà mai nelle librerie, non prenderà la forma “canonica” di libro e si legge gratuitamente». Ma ben più che e diversamente da una «radicale scelta [di] sottrazione al pubblico tradizionale», come azzarda il corsivo, ciò conferma la realtà di una letteratura che evade, che diventa fuorilegge, cioè fuori dalle leggi di mercato. Tante grazie, dirà qualcuno, è comodo farlo per un premio Nobel. E le nuove leve che vogliono farsi largo? Semplice: la smaterializzazione del libro giova anche a loro, anzi apre a costoro (a noi tutti, in realtà) nuove porte, li collega con il globale, inventa nuovi mercati e li rilancia a tutto campo. Oggi più che mai, grazie alla Rete, chi ha qualcosa da dire, chi voglia “fare cultura e letteratura col sangue”, non deve più temere la prigione del codice a barre. Nè l’intermediazione blindata dei cartelli editoriali. Ovvio che, insieme a quella dell’autore, vada cambiando anche la stessa figura dell’editore — cose in quest’ambito proviamo a fare da tempo. Un mutamento che, grazie agli inediti coraggiosi e ai Premi Nobel, non è più solo una percezione ma un percorso concreto e inarrestabile.

Snyder e i Beats: per una poetica illuminante, ecologista, umana

Back on the FireGuardare avanti aprendo nuove piste, con intelligenza e arguzia, usando la poesia e il linguaggio come arma per continuare a cambiare il mondo. Questo il senso della presenza di Gary Snyder al Lensic Theater di Santa Fe, New Mexico, Usa, davanti a una platea gremita e per lo più “stagionata” ma vibrante e partecipe. A latere della mostra del manoscritto-rollo originale di On the Road dell’amico Jack Kerouac, è intervenuto con la tipica semplicità e il cuore aperto a tracciare il percoso dalla Beat Generation ai nostri giorni. Questa si era coagulata a San Francisco nei primi anni ‘50 dove Allen Ginsberg, appena “arrivato dalla East Coast come impettito market researcher”, e Kenneth Rexroth, un “tipo arcigno, impossibile, che si lamentava sempre di tutto e tutti”, si diedero da fare per organizzare reading informali con poeti e intellettuali della zona: “Quasi ogni sera ce n’era uno, in una casa o in un locale cittadino”. Con la prima lettura pubblica di Howl, il 7 ottobre 1955 alla Six Gallery, e la successiva pubblicazione nella nascente City Lights Press e Bookstore di Lawrende Ferlinghetti, il movimento divenne “overground” e fece la storia. In quella stessa sera Snyder lesse il suo poema A Berry Feast mentre il libro On the Road diede ulteriore impeto al tutto, apparso nel 1957 e ancora oggi continuamente ristampato: “Ci sarà pure un motivo se giovani e meno giovani continuano a leggerlo… Ormai siamo diventati mainstream, tutti noi in questa sala siamo e creiamo cultura reale e quotidiana”, ha insistito Snyder.
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On the Road compie 50 anni e l’originale va in mostra

On the Road scrollScritto tutto d’un fiato, in circa tre settimane nella primavera del 1950 a New York, su fogli di carta cerata poi messi insieme con lo scotch a formare un unico rollo, lungo 120 feet (circa 40 metri), senza paragrafi o a capo, pubblicato finalmente sette anni dopo: è il celebre On the Road di Jack Kerouac. A celebrare la ricorrenza, varie città Usa ospitano una mostra itinerante con tale rollo e altri documenti originali, organizzata da Jim Irsay, proprietario della squadra di football Indianapolis Colts, che nel 2001 aveva acquistato il manoscritto originale in un’asta voluta dagli eredi di Kerouac per pagare le spese di successione, per la bella cifra di 2,43 milioni di dollari. “Jack Kerouac and the writer’s life”: sono andato a vederla a Santa Fe, New Mexico (qui alcune mie foto). Very exciting indeed! Nonostante il tipico effetto-museo, decisamente intrigante vedere il manoscritto originale, ben leggibile e senza neppure troppe correzioni, di fianco a macchine da scrivere dell’epoca, del tutto simili a quella di Kerouac. In una piccola stanza era anzi possibile usarle per comporre haiku da appendere poi alle pareti, cosa che ho prontamente fatto (con dedica a Marcello). C’era un documentario, con la storia della Beat generation, un’interviste dello stesso Kerouac e brevi interventi di Burroughs, Ginsberg e altri. In visione anche le prime edizioni di “On the Road”, “Howl” e libri analoghi, la mappa della traversata coast-to-coast di Kerouac e quant’altro, tutto con la musica di Charlie Parker in sottofondo. Ma non è finita. Dopodomani Gary Snyder terrà qui un’incontro per ricordare l’amico e leggerne poesie — tra l’altro Snyder è uno dei protagonisti, con lo pseudonimo di Japhy Ryder, di “Dharma Bums”, altro famoso romando di Kerouac. Anche su quest’evento riporterò al volo, foto incluse. Da giugno a settembre la mostra sarà poi all’University of Massachusetts a Lowell, a pochi kilometri da Boston, città natale di Kerouac (12 Marzo 1922), la cui comunità sta anzi cercando di organizzare la “2007 Summer of Kerouac”. Sarebbe davvero bello portarla in Europa e in Italia, no?

Rilanciare i cultural media studies in Italia?

Networks“E’ un momento giusto per rilanciare i cultural-media studies in Italia. Stiamo visibilmente vivendo anche noi una grande trasformazione che è diffusa nella società. Le Università cominciano a sensibilizzarsi alle tematiche relative allo scenario culturale/mediale in trasformazione”. Così scrive Giovanni Boccia Artieri, responsabile del Larica presso l’Università di Urbino, a sintetizzare la necessità di simili progetti anche nel Bel Paese. Puntando a far tesoro dell’effetto “coda lunga” nonché del network variegato e diffuso in atto, spesso però slegato, invisibile, ignorato. Si tratta di creare una biblioteca di tomi critici al passo con quanto viene prodotto nel resto del mondo, una raccolta di risorse e strumenti per dare senso e prospettiva al gran magma digital-mediatico. Onde riflettere, ad esempio, su quest’insoddisfazione ricorrente della vita “dentro” lo schermo: lo ribadisce Sherry Turkle in un articolato saggio e come curatrice di un’imminente antologia di portata più ampia, Evocative Objects. Oppure capire perché i giganti del web sociale non sono poi tanto diversi dai Big Media, insiste Trebor Scholz, che insieme a Geert Lovink firma un’altra raccolta in uscita, The Art of Free Cooperation. Studi interessantissimi sia per gli addetti ai lavori che per la società civile, capaci di mettere in prospettiva l’attuale scenario evolutivo. Chiaro che ognuno di noi, nel suo piccolo, prova a fare qualcosa, e che qualche editore sparso si muove, Stampa Alternativa inclusa. Ma l’impasse dello scenario culturale italiano è lampante, colpevole. Editori di nicchia, docenti coraggiosi, networking people, imprenditori culturali: c’è mica qualcuno in ascolto?!

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