Maledetto Céline: m’hanno preso pure per i fondelli

Maledetto Céline di Stefano LanuzzaAh, me ne sono capitate di cose, e non da ridere, indegno merdaiolo che sono. Tutto mi hanno preso e pure per i fondelli m’hanno preso. L’ho scritto: fottuto peggio d’una merda!… Fa niente.

Drieu La Rochelle pensa bene d’uccidersi; Brasillach, collaborazionista, teorico dell’“antisemitismo della ragione”, delatore contro ebrei e partigiani, nemico del Fronte Popolare perché nel governo di Léon Blum c’erano sette ministri ebrei, viene passato per le armi (nel 1938, recensendo Bagattelle su “L’Action française”, è lui che raccomanda ai francesi di leggerne almeno un po’ di pagine); il mio editore, Robert Denoël, è assassinato in quattro e quattr’otto, nottetempo, il 2 dicembre 1945, all’Esplanade des Invalides, da sconosciuti fanatici (oh, lui aveva delle tendenze odiose!… se era necessario ti svendeva… però un aspetto lo salvava… era appassionato delle Lettere… riconosceva davvero il lavoro, rispettava gli autori)…

E ora io, che cosa? Io devo essere preso a pesci in faccia? Da Aragon e Mauriac, che mi vogliono morto. Da Malraux, cocainomane ladro mitomane invertito geloso sino al delirio e capace di tutto: come Jean Cassou, il direttore del Museo d’Arte moderna di Parigi dal 1945 al 1965. No, io voglio essere trattato bene, al pari dei Guitry, La Varende, Ajalbert, Giono, Montherlant (lui sì collaborazionista, fin dal 1929!) e di quella lenza di Paul Morand, cazzeggiante in Svizzera!… E quei militari felloni, i militari francesi della divisione “Charlemagne”, proprio quelli che hanno difeso il bunker di Hitler prima della caduta, si sa questa cosa?!…

Rammentano quanto da me scrittodetto (ottobre 1933) nel mio sempre famoso Omaggio a Zola? “Hitler non è l’ultima parola, ne vedremo di più epilettici ancora”. E ricordano le mie già note definizioni di Hitler? “Stregone di Brandeburgo; Impiastro di Vanità”… Infine sanno della mia decorazione al valore militare nella guerra 1914-’18 e della legge dell’agosto 1947 nei confronti dei feriti in guerra: insomma, il 26 aprile del 1951, ottengo l’amnistia dal tribunale militare (per, sia ribadito, mie inesistenti colpe!).
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Maledetto Céline: un manuale del caos e quasi un’autobiografia

Maledetto Céline di Stefano Lanuzza

Anzitutto, a cominciare da oggi il critico di me stesso sono io.
(L.F. Céline, Bagattelle per un massacro)

Ma biographie?… Inventez-là… Per una volta senza depistare indagatori e ficcanaso, spulciando tra le mie carte o citando dai miei scritti, composta di fila e senza esagerare coi puntini sospensivi ecco la ricostruzione oggettiva d’un po’ della mia già malfamata biografia, qui quasi mai apocrifa e più veritiera, o appenappena inventata, di un’epigrafe.

Sono Louis Ferdinand Auguste Destouches, ovvero Céline (mio nome d’arte e nome proprio di mia madre e della mia nonna materna, favolatrice in argot). Sono nato a Courbevoie (Seine), sobborgo di Parigi, al n. 12 della Rampe du Pont, il 27 maggio del 1894: lo stesso anno dell’inizio delle guerre italo-etiopica e cino-giapponese; lo stesso anno dell’affaire Dreyfus, accusato innocente di spionaggio filotedesco e scagionato solo nel 1906; lo stesso anno dell’assassinio del presidente della Repubblica francese Sadi Carnot, pugnalato al cuore dall’anarchico italiano ventenne Sante Caserio per avere negato la grazia all’altro anarchico Auguste Vaillant, autore nel 1893 d’un attentato dinamitardo, comunque senza vittime, contro la Camera dei deputati.

Sono proprio io, uno venuto dalla piccolissima borghesia di provincia, figlio unico di Fernand, fiammingo, modesto impiegato d’una compagnia di assicurazioni, e di Marguerite Louise Céline Guillou, bretone, merlettaia con piccoli commerci di ricami, passamaneria, porcellane, oggetti antichi e vestiti usati. Piccolino, mi mandano, prima, a Voisines, a balia da tale madame Bouland; e, dopo, da madame Jouhaux a Puteaux. Ed è proprio a Puteaux, sentiero d’armenti e pastori, che, ancora in braccio alla balia, mi nasce l’idiosincrasia per la campagna francese: tragico paesaggio e, con le sue strade che non vanno da nessuna parte, troppo disperante per i miei nervi più sensibili delle corna delle lumache.
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Nefertiti, “La Bella Che Viene”, donna per eccellenza

Nefertiti di Jasmina Tesanovic

Jasmina Tešanovic è una ben nota femminista e dissidente politica dell’Europa dell’Est. È naturale domandarsi perché una donna del genere abbia scritto un romanzo su Nefertiti. Specialmente un libro strano come questo, un libro che è chiaramente una litania intesa a risvegliare i morti.

La domanda con cui Sterling apre la sua prefazione all’ultimo affascinante libro della scrittrice serba, pubblicato da Stampa Alternativa, trova risposta nelle forme simboliche e atemporali con cui l’autrice ha voluto rappresentare la regina, il cui nome significa “La Bella Che Viene”, facendone la donna per eccellenza.

La Nefertiti della Tešanovic è una dea che, dopo aver vissuto ogni giorno «nella verità della bellezza e nell’eresia» al fianco di un re malato e geniale che lei sola aveva saputo comprendere e amare, si ritrova a nascondersi dal mondo e da se stessa, «rimossa perfino dalla lingua del suo popolo» e tormentata dal pensiero di perdere l’eternità. Aveva sposato Akhenaton, il dio-sole, perché realmente innamorata della sua ambiguità, del suo estro artistico, delle sue parole. La bellezza leggendaria di Nefertiti si era unita al sogno di verità del cugino e la forza spirituale del loro matrimonio era stata capace di rinnegare tutte le divinità tradizionali per auto-esaltarsi nella celebrazione della propria deità, trasformando lentamente l’intero Egitto in un regno a propria immagine e somiglianza. Dopo aver partorito sei figlie, incapace di dare alla luce un erede, Nefertiti aveva dovuto assistere al degenerare della malattia del marito, il cui corpo diveniva sempre più simile a quello di una donna. La corte si trasforma in un harem dove il potere femminile assume le forme della differenza concepita come divinità superiore.
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Peter Pan: genesi di un personaggio

Peter PanL’idea di un bambino che trova il modo di non crescere nasce probabilmente in James Matthew Barrie nell’infanzia, quando impara ad imitare e sostituire il fratello morto, tredicenne in eterno. Viene espressa per la prima volta per iscritto nel romanzo Sentimental Tommy (1896), dedicato alle vicende di uno scrittore di successo che è eternamente immaturo, non in grado di amare, ma è “capace di tornare bambino a suo piacimento”.

Nel seguito del romanzo, Tommy and Grizel (1900), il protagonista, ancora lo scrittore Tom, progetta di scrivere la storia di un bambino che si rifugia in un bosco, facendo perdere le tracce di sé, con l’idea di fermare il tempo e restare piccolo per sempre. Quando Barrie diventa amico dei piccoli Llewelyn Davies inventa per loro storie e miti, ad esempio l’idea che i bambini, come il fratellino Peter ancora in carrozzina, prima di nascere siano stati uccelli.

Al nome di Peter si aggiunge, dalla mitologia greca, quello di Pan e il personaggio si evolve, nelle narrazioni orali di Barrie ai suoi amici bambini, diventando il neonato di una settimana di età di cui narra Peter Pan nei Giardini di Kensington. Nel 1902 Barrie pubblica The Little White Bird (L’uccellino bianco), uno stranissimo libro per adulti. La forma è vagamente quella del romanzo, per quanto la trama in sé sia molto sottile e tenga insieme a fatica gli episodi.

Agli occhi moderni appare come l’espressione di fantasie molto perverse, ma i contemporanei lo leggevano solo come un libro sentimentale in cui il mondo veniva descritto, insolitamente, attraverso gli occhi di un bambino piccolo. L’io narrante è un uomo anziano, abitudinario, solo, che rimpiange una donna che ha perduto per non averla saputa amare. Dalla finestra del suo club segue le vicende amorose di una governante e di un pittore, che si amano, litigano, infine si sposano e hanno un bambino, David.
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Le donne di Peter Pan, “un anziano ancora giovane”

Peter PanI commenti psicologici a Peter Pan si sono incentrati soprattutto sull’opera successiva alla nostra, Peter Pan e Wendy. Io desidero qui esaminare alcune pagine di questo primo Peter Pan per mettere in luce le dinamiche che attua nella relazione con il femminile. Cominciamo dalla madre. La madre di Peter è una “madre buona”, che lo ama quando c’è e lo piange quando lo perde. Dopo che è volato via lo aspetta lasciando la finestra aperta. Peter nel suo ritorno a casa vede tutto questo, gioisce e si rassicura constatando di non aver perduto con il suo comportamento l’affetto materno ma, invece di restare con lei diventando un bambino vero, sceglie di volarsene via ancora per un po’.

Vorrebbe essere atteso e amato eternamente, senza peraltro concedersi mai. La madre invece, concluso il lutto per Peter volato via, giustamente partorisce un altro bambino e chiude la finestra. È la legge della vita e solo Peter non la capisce, perché ha il cervello di un neonato. È tragico e patetico che Peter si senta trattato male e abbandonato quando invece è stato lui a trattar male e abbandonare. Purtroppo nella sua immaturità affettiva Peter non sa far di meglio: volendo solo ricevere senza mai dare, finisce per restare sempre solo.

Esaminiamo la relazione con la piccola Maimie. Già il nome della bambina è uno storpiamento del nome ‘mamma’ e Peter fallisce con lei come era fallito nella relazione con sua madre. Inizia premuroso, chiedendole se ha dormito bene e dichiarandosi un bambino ignorante, ma qui finisce la sua capacità di abbandonarsi all’affetto. Quando Maimie si siede e lo invita dicendo: “Stringiti più vicino” lui non sa che significhi.
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