Il grande dandy: la bellezza, l’eleganza e l’abito
La bellezza, che sarà pure una ‘questione di gusti’, comunque non è una ‘funzione’. Per il dandy, poi, non sempre è bello ciò-che-piace; ma ciò che disinteressatamente… interessa. La sua è un’estetica tutta ‘psicologica’.
L’eleganza? Quella vera, secondo Brummell, deve passare inosservata. Perché il dandy non è il damerino o il gagà, il libertino fatale, l’eccentrico tenebroso, il turbolento bohémien, il malinconico esteta, il febbrile gigolò e, tanto meno, lo snob o ‘snobile’ (s.nob.: contrazione di sine nobilitate)… E non una turbolenta o isterica eleganza, ma la ‘distinzione’ del nil mirari connota il dandy. Questi non è uno riducibile alla ‘moda’; e a chi vorrebbe porlo in relazione con l’arte del vestirsi, attitudine dello snob e dello scapato con, un moderno dandy-clochard come lo stazzonato Baudelaire spiega che il dandismo “non s’identifica con la passione smodata per l’abbigliamento e con l’eleganza tangibile”, bensì col rispetto della propria persona. “Sappi” scrive il poeta dei Fleurs du mal a Madame Aupick “che per tutta la mia vita, vivessi agiatamente o da straccione, ho sempre consacrato due ore alla mia toilette”.
Poi, in nome della semplicità assoluta, Baudelaire – avverso al Thomas Carlyle (1795-1881) che nel Sartor Resartus (1836) critica l’originalità dei dandies – aborre quanti vorrebbero attirare l’attenzione per il loro aspetto esteriore e afferma di prediligere le nuances del nero, il più anonimo e simbolico dei colori… Essere eleganti sì, ma sempre mo- deratamente.
Quello di Brummell – scrive M. Beerbohm – “è un abito sobrio, moderato e, lo affermo energicamente, splendido; è privo d’assurdità e di ricercatezze, ma non di un ordine squisito; e infine è duttile, austero e pratico” (Dandy & dandies, 1896). Abiti del dandy. Posto che il modo di vestire è, spesso, anche un modo di pensare, vale per il dandy senza stereotipi un abbigliamento affrancato d’ogni schema e frivolezza. Una volta per tutte, poi, s’affermi che, contrariamente a quanto diffuso dalla pubblicistica, non c’è vero rapporto fra moda e dandismo.
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Il grande dandy: “Verso le tre mi sono pettinato, arricciato, vestito, calzato, guantato”
È, quello di Barbey d’Aurevilly, un tradizionalismo incentrato sull’eterna dialettica fra il bene assoluto, identificato col mito della divinità, e il male originato dall’avvento del progresso e dei nuovi sistemi economici: ciò che, dopo la collaborazione nel 1843 al “Moniteur de la mode”, spiega il suo impegno come caporedattore presso la conservatrice “Revue du Monde Catholique”, fondata nel 1847 insieme ad alcuni seguaci della Societé Catholique. Nel 1848, allo scoppio della Rivoluzione francese, lo scrittore è tentato di candidarsi alle elezioni. Ma ben presto, deluso dalla disumanità dei rivoltosi e inorridito a causa dei numerosi fatti di sangue, si schiera dapprima con la resistenza popolare contro la Rivoluzione e poi si ritira dalla vita politica per dedicarsi completamente alla letteratura.
Dopo l’incontro, nel 1854, con Baudelaire con cui stringe una duratura amicizia, è verso gli anni 1855-’56 la sua conversione religiosa e il suo ritorno in Normandia. Il successo di pubblico e critica, a lungo atteso, gli arride dopo la pubblicazione delle Diaboliques: che però suscita grande scandalo negli ambienti cattolici e gli costa un processo concluso con la condanna al macero di tutte le copie dell’opera.
I contemporanei di Barbey vedono in lui la versione francese, forse un po’ bizzarra se non caricaturale, dell’inglese George Bryan Brummell (nato a Londra nel 1778 e, rovinato dal vizio del gioco e dagli strozzini, morto nel 1840 a Caen, nell’ospizio per matti “Bon Saveur”), arbitro di un’eleganza depurata da orpelli vistosi (abolizione delle parrucche e adozione di pantaloni avana lunghi a tubo invece delle brache attillate; sobrietà del frac con preferenza per i colori grigio, marrone e soprattutto azzurro); contraddetto da Barbey, che si fa notare in pubblico per la pettinatura baroccamente arricciata e una bulimia sartoriale quanto meno stravagante o addirittura kitsch: imponente cilindro, guanti color sangue di bue, giacche con gli alamari, fodere di velluto nero oppure scarlatto e bottoni luminescenti sui gilè a festoni, camicie merlettate, strettissimi calzoni di raso.
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Il grande dandy e la rivolta estetica
Il dandy, per sua funzione, è un oppositore.
Albert Camus
I Dandy: mai epiteto ebbe origini più indefinite e lignaggio più incerto. In qualche caso, certa paraetimologia lo farebbe derivare dall’italiano daino, in inglese buck, indicante l’aggraziato animale e, insieme, il maschio umano elegante. Diffuso in Scozia nel XVIII sec., assonanzato sia col diminutivo di Andrew, sia con la canzone militare inglese Yankee doodle dandy che vorrebbe ridicolizzare lo sgargiante abbigliamento dei ribelli durante la Rivoluzione americana del 1770, il termine ha la sua maggior diffusione presso la società londinese nel secondo decennio dell’Ottocento (George Gordon Byron lo cita in una lettera a Moore, datata 15 luglio 1813).
Puro simbolo alquanto sfruttato dall’odierna fast fashion commerciale, opulenta e griffata, dopotutto esso resta un tardo frutto di quell’Illuminismo che prepara la rivolta romantica: laddove – scrive Camus – “il romanticismo dimostra […] come la rivolta sia strettamente connessa al dandismo” (L’uomo in rivolta, 1951). Ne è un esempio calzante quel Byron oppositore del perbenismo dell’aristocrazia inglese e tra i cospiratori d’una insurrezione antiturca in Tracia.
È, quello indicato da Camus, un sentimento di rivolta in cui la ragione, giunta all’acme della sua raffinatezza, vorrebbe, per la prima volta nella storia umana, segnando il passaggio fra l’aristocrazia decaduta e la democrazia nascente, rivendicare le proprie laiche regole basate sul valore dell’individualità liberata contro la massificazione coatta. Non in questa pianificatrice d’ogni differenza, bensì in se stesso, il dandy specchia il proprio essere: il dandismo, insomma, è un’”autointerpretazione”.
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Maledetto Céline: la guerra, perfetta e orrida caricatura di follia e morte
Appunto nella sua accentuazione caricaturale, la guerra, che per Céline non è quel gioco di possibilità e probabilità, di fortuna e sfortuna ovvero quella specie di ‘partita a carte’ teorizzata dal militare prussiano Clausewitz, è riferita in un codice franto e sincopato, in una lingua che non è dell’intelligenza speculativa ma è quella granulare, irta e spugnosa del risentimento dei sensi urlanti e insultanti.
Anima sporca come chi ne possieda una sensitiva, Céline disprezza le anime belle, quelle stimolate solo dalla falsa coscienza, e i liliali pacifismi ottocenteschi allargati al Novecento, il secolo meno pacifista di tutti i tempi… Perché il pacifismo céliniano si determina a partire dalla paura e dalla nausea, senza supporti politici né alibi sociologici (per i quali lo stesso pacifismo moderno, ponendosi come missione di pochi ‘paladini della pace’, si trova a implicare la guerra), ma fondato sull’insopprimibile disgusto per il potere.
Contro cui, secondo l’autore, si può e si deve combattere la mentalità guerresca perfino con quanto viene comunemente inteso come vigliaccheria; e con la diserzione, scappando, imboscandosi, arrendendosi o addirittura accordandosi col nemico: affermando edonisticamente la propria paura, quella fottuta paura per salvare la pelle che rende l’uomo umano.
Politicamente ingenuo, Céline non interpreta nella chiave classicamente pacifista il discorso della guerra; bensì lo svolge traslandolo ed esplanandolo nel carnevale guignolesco: mettendolo a nudo, disperdendone i bacilli infetti e sezionandolo come, lui medico ed epidemiologo, avrebbe potuto fare con un cadavere su un tavolo anatomico.
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Maledetto Céline: m’hanno preso pure per i fondelli
Ah, me ne sono capitate di cose, e non da ridere, indegno merdaiolo che sono. Tutto mi hanno preso e pure per i fondelli m’hanno preso. L’ho scritto: fottuto peggio d’una merda!… Fa niente.
Drieu La Rochelle pensa bene d’uccidersi; Brasillach, collaborazionista, teorico dell’“antisemitismo della ragione”, delatore contro ebrei e partigiani, nemico del Fronte Popolare perché nel governo di Léon Blum c’erano sette ministri ebrei, viene passato per le armi (nel 1938, recensendo Bagattelle su “L’Action française”, è lui che raccomanda ai francesi di leggerne almeno un po’ di pagine); il mio editore, Robert Denoël, è assassinato in quattro e quattr’otto, nottetempo, il 2 dicembre 1945, all’Esplanade des Invalides, da sconosciuti fanatici (oh, lui aveva delle tendenze odiose!… se era necessario ti svendeva… però un aspetto lo salvava… era appassionato delle Lettere… riconosceva davvero il lavoro, rispettava gli autori)…
E ora io, che cosa? Io devo essere preso a pesci in faccia? Da Aragon e Mauriac, che mi vogliono morto. Da Malraux, cocainomane ladro mitomane invertito geloso sino al delirio e capace di tutto: come Jean Cassou, il direttore del Museo d’Arte moderna di Parigi dal 1945 al 1965. No, io voglio essere trattato bene, al pari dei Guitry, La Varende, Ajalbert, Giono, Montherlant (lui sì collaborazionista, fin dal 1929!) e di quella lenza di Paul Morand, cazzeggiante in Svizzera!… E quei militari felloni, i militari francesi della divisione “Charlemagne”, proprio quelli che hanno difeso il bunker di Hitler prima della caduta, si sa questa cosa?!…
Rammentano quanto da me scrittodetto (ottobre 1933) nel mio sempre famoso Omaggio a Zola? “Hitler non è l’ultima parola, ne vedremo di più epilettici ancora”. E ricordano le mie già note definizioni di Hitler? “Stregone di Brandeburgo; Impiastro di Vanità”… Infine sanno della mia decorazione al valore militare nella guerra 1914-’18 e della legge dell’agosto 1947 nei confronti dei feriti in guerra: insomma, il 26 aprile del 1951, ottengo l’amnistia dal tribunale militare (per, sia ribadito, mie inesistenti colpe!).
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Maledetto Céline: un manuale del caos e quasi un’autobiografia
Anzitutto, a cominciare da oggi il critico di me stesso sono io.
(L.F. Céline, Bagattelle per un massacro)
Ma biographie?… Inventez-là… Per una volta senza depistare indagatori e ficcanaso, spulciando tra le mie carte o citando dai miei scritti, composta di fila e senza esagerare coi puntini sospensivi ecco la ricostruzione oggettiva d’un po’ della mia già malfamata biografia, qui quasi mai apocrifa e più veritiera, o appenappena inventata, di un’epigrafe.
Sono Louis Ferdinand Auguste Destouches, ovvero Céline (mio nome d’arte e nome proprio di mia madre e della mia nonna materna, favolatrice in argot). Sono nato a Courbevoie (Seine), sobborgo di Parigi, al n. 12 della Rampe du Pont, il 27 maggio del 1894: lo stesso anno dell’inizio delle guerre italo-etiopica e cino-giapponese; lo stesso anno dell’affaire Dreyfus, accusato innocente di spionaggio filotedesco e scagionato solo nel 1906; lo stesso anno dell’assassinio del presidente della Repubblica francese Sadi Carnot, pugnalato al cuore dall’anarchico italiano ventenne Sante Caserio per avere negato la grazia all’altro anarchico Auguste Vaillant, autore nel 1893 d’un attentato dinamitardo, comunque senza vittime, contro la Camera dei deputati.
Sono proprio io, uno venuto dalla piccolissima borghesia di provincia, figlio unico di Fernand, fiammingo, modesto impiegato d’una compagnia di assicurazioni, e di Marguerite Louise Céline Guillou, bretone, merlettaia con piccoli commerci di ricami, passamaneria, porcellane, oggetti antichi e vestiti usati. Piccolino, mi mandano, prima, a Voisines, a balia da tale madame Bouland; e, dopo, da madame Jouhaux a Puteaux. Ed è proprio a Puteaux, sentiero d’armenti e pastori, che, ancora in braccio alla balia, mi nasce l’idiosincrasia per la campagna francese: tragico paesaggio e, con le sue strade che non vanno da nessuna parte, troppo disperante per i miei nervi più sensibili delle corna delle lumache.
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Nefertiti, “La Bella Che Viene”, donna per eccellenza
Jasmina Tešanovic è una ben nota femminista e dissidente politica dell’Europa dell’Est. È naturale domandarsi perché una donna del genere abbia scritto un romanzo su Nefertiti. Specialmente un libro strano come questo, un libro che è chiaramente una litania intesa a risvegliare i morti.
La domanda con cui Sterling apre la sua prefazione all’ultimo affascinante libro della scrittrice serba, pubblicato da Stampa Alternativa, trova risposta nelle forme simboliche e atemporali con cui l’autrice ha voluto rappresentare la regina, il cui nome significa “La Bella Che Viene”, facendone la donna per eccellenza.
La Nefertiti della Tešanovic è una dea che, dopo aver vissuto ogni giorno «nella verità della bellezza e nell’eresia» al fianco di un re malato e geniale che lei sola aveva saputo comprendere e amare, si ritrova a nascondersi dal mondo e da se stessa, «rimossa perfino dalla lingua del suo popolo» e tormentata dal pensiero di perdere l’eternità. Aveva sposato Akhenaton, il dio-sole, perché realmente innamorata della sua ambiguità, del suo estro artistico, delle sue parole. La bellezza leggendaria di Nefertiti si era unita al sogno di verità del cugino e la forza spirituale del loro matrimonio era stata capace di rinnegare tutte le divinità tradizionali per auto-esaltarsi nella celebrazione della propria deità, trasformando lentamente l’intero Egitto in un regno a propria immagine e somiglianza. Dopo aver partorito sei figlie, incapace di dare alla luce un erede, Nefertiti aveva dovuto assistere al degenerare della malattia del marito, il cui corpo diveniva sempre più simile a quello di una donna. La corte si trasforma in un harem dove il potere femminile assume le forme della differenza concepita come divinità superiore.
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Peter Pan: genesi di un personaggio
L’idea di un bambino che trova il modo di non crescere nasce probabilmente in James Matthew Barrie nell’infanzia, quando impara ad imitare e sostituire il fratello morto, tredicenne in eterno. Viene espressa per la prima volta per iscritto nel romanzo Sentimental Tommy (1896), dedicato alle vicende di uno scrittore di successo che è eternamente immaturo, non in grado di amare, ma è “capace di tornare bambino a suo piacimento”.
Nel seguito del romanzo, Tommy and Grizel (1900), il protagonista, ancora lo scrittore Tom, progetta di scrivere la storia di un bambino che si rifugia in un bosco, facendo perdere le tracce di sé, con l’idea di fermare il tempo e restare piccolo per sempre. Quando Barrie diventa amico dei piccoli Llewelyn Davies inventa per loro storie e miti, ad esempio l’idea che i bambini, come il fratellino Peter ancora in carrozzina, prima di nascere siano stati uccelli.
Al nome di Peter si aggiunge, dalla mitologia greca, quello di Pan e il personaggio si evolve, nelle narrazioni orali di Barrie ai suoi amici bambini, diventando il neonato di una settimana di età di cui narra Peter Pan nei Giardini di Kensington. Nel 1902 Barrie pubblica The Little White Bird (L’uccellino bianco), uno stranissimo libro per adulti. La forma è vagamente quella del romanzo, per quanto la trama in sé sia molto sottile e tenga insieme a fatica gli episodi.
Agli occhi moderni appare come l’espressione di fantasie molto perverse, ma i contemporanei lo leggevano solo come un libro sentimentale in cui il mondo veniva descritto, insolitamente, attraverso gli occhi di un bambino piccolo. L’io narrante è un uomo anziano, abitudinario, solo, che rimpiange una donna che ha perduto per non averla saputa amare. Dalla finestra del suo club segue le vicende amorose di una governante e di un pittore, che si amano, litigano, infine si sposano e hanno un bambino, David.
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Le donne di Peter Pan, “un anziano ancora giovane”
I commenti psicologici a Peter Pan si sono incentrati soprattutto sull’opera successiva alla nostra, Peter Pan e Wendy. Io desidero qui esaminare alcune pagine di questo primo Peter Pan per mettere in luce le dinamiche che attua nella relazione con il femminile. Cominciamo dalla madre. La madre di Peter è una “madre buona”, che lo ama quando c’è e lo piange quando lo perde. Dopo che è volato via lo aspetta lasciando la finestra aperta. Peter nel suo ritorno a casa vede tutto questo, gioisce e si rassicura constatando di non aver perduto con il suo comportamento l’affetto materno ma, invece di restare con lei diventando un bambino vero, sceglie di volarsene via ancora per un po’.
Vorrebbe essere atteso e amato eternamente, senza peraltro concedersi mai. La madre invece, concluso il lutto per Peter volato via, giustamente partorisce un altro bambino e chiude la finestra. È la legge della vita e solo Peter non la capisce, perché ha il cervello di un neonato. È tragico e patetico che Peter si senta trattato male e abbandonato quando invece è stato lui a trattar male e abbandonare. Purtroppo nella sua immaturità affettiva Peter non sa far di meglio: volendo solo ricevere senza mai dare, finisce per restare sempre solo.
Esaminiamo la relazione con la piccola Maimie. Già il nome della bambina è uno storpiamento del nome ‘mamma’ e Peter fallisce con lei come era fallito nella relazione con sua madre. Inizia premuroso, chiedendole se ha dormito bene e dichiarandosi un bambino ignorante, ma qui finisce la sua capacità di abbandonarsi all’affetto. Quando Maimie si siede e lo invita dicendo: “Stringiti più vicino” lui non sa che significhi.
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Peter Pan e gli uomini che hanno paura di crescere
Nel 1983 venne pubblicato un libro di psicologia popolare che godette di enorme successo: Dan Kiley, The Peter Pan Syndrome (traduzione italiana Gli uomini che hanno paura di crescere). Il concetto di “sindrome di Peter Pan” è entrato nel linguaggio comune e descrive un uomo (nel libro questa sindrome non viene attribuita alle donne) immaturo, narcisista, incapace di crescere e quindi di amare in modo maturo.
I vari capitoli del libro sono preceduti da citazioni da Peter Pan e Wendy, che fungono da esemplificazioni del discorso dell’autore. Secondo il dottor Kiley la sindrome di Peter Pan è una malattia dei tempi moderni, in cui l’agiatezza e il permissivismo educativo concedono a certi ragazzi di non crescere mai. Eccone una descrizione dall’introduzione del libro:
Prima e subito dopo i vent’anni questi uomini conducono una vita estremamente attiva: il narcisismo li fa concentrare su se stessi, mentre un ego immerso nei sogni e incapace di senso di realtà li convince che possono e devono fare tutto ciò che gli suggerisce la fantasia. Più tardi, dopo anni di faticosi compromessi con quella che è la realtà, la loro vita sembra prendere il corso opposto a quello seguito fino ad allora: ai ‘voglio’ si sostituiscono i ‘dovrei’ e la ricerca continua dell’accettazione da parte degli altri diventa l’unico mezzo per ritrovare un’accettazione di se stessi. I loro accessi di collera vengono camuffati come manifestazioni di assertività virile. Per loro l’amore è una cosa dovuta, e non imparano mai a darne altrettanto in cambio: fanno finta di essere grandi, insomma, ma in realtà si comportano come dei bambini viziati.









