Il caso e Grabiński: invito ai lettori

di Mariagrazia Pelaia

La mia esperienza di lettura e traduzione dei racconti di Stefan Grabiński è stata costellata da una numerosa serie di casi.
Quello più eclatante è stata la caduta sulla scala mobile della stazione Tiburtina mentre andavo alla Biblioteca Nazionale a fare ricerche di versioni dei racconti di Grabiński pubblicate sulla stampa italiana degli anni Venti. Davanti a me un ragazzo con delle stecche lunghe di legno poggiate sulla spalla davanti, lo spazio man mano si riduce e non entrano più, si spezzano e vengo investita dal ragazzo che indietreggia nell’urto. Rotolo colpendo la testa e il fianco sinistro ma prontamente mi raccoglie un angelo e mi aiuta barcollando a raggiungere la terraferma. Il ragazzo “investitore” lavora in un teatro-circo e quelle stecche gli servono per la scenografia, è costernato, ma non troppo preoccupato della mia salute, solo del suo piccolo danno economico. Quella caduta avrebbe potuto essere fatale, invece non mi sono rotta nulla, ho riportato solo uno strano stato psicologico inquieto per un paio di giorni e forse un doloretto che mi è rimasto all’attaccatura del braccio sinistro, e cosa più importante mi ha illuminato sulla potenziale natura terribile di tanti dispositivi tecnologici che usiamo senza pensare ogni giorno. Ho scoperto che le scale mobili non sono dotate di strumenti per blocco d’emergenza da parte dei passanti e che alcune persone sono state trascinate inesorabilmente alla morte solo per una sciarpa impigliata… Da allora cerco di fare a piedi scale di pietra, ogni volta che posso… La mia sensazione è stata quella di essere scampata a un evento assai grave, e forse anche grazie alla protezione dello scrittore, che sento molto vicino da quando ho ripreso in mano questa vecchia traduzione. Un lavoro che avevo già quasi concluso nel 1997, quando dopo essermi licenziata da una azienda di progettazione ferroviaria (altra coincidenza!) in cui ero segretaria e traduttrice tecnica per progetti in corso con la Polonia, ho pensato di tornare alla mia vecchia passione e amore, la traduzione letteraria. E così mi sono ricordata dello scrittore segnalato da un amico, Edward Boniecki, oggi ricercatore all’Accademia polacca delle scienze, filosofo e letterato specializzato nella Giovane Polonia, il modernismo in declinazione polacca. L’esperienza di lavoro con ingegneri ferroviari italo-polacchi e diversi viaggi compiuti sul treno veloce di quei tempi, il Pendolino, mi avevano fatto venire l’idea di proporre questi racconti a una collana distribuita su quel treno. Il mio progetto fu accolto ma la fine prematura del finanziamento ha lasciato il lavoro inedito. E ora dopo quasi vent’anni grazie a Stampa Alternativa (e a Civiltà della Dea) ecco che il libro di Grabiński è uscito dal cassetto. Come lo scrittore anche la sua traduttrice è stata coperta da un periodo di oblìo… altra coincidenza!

Uno dei racconti della raccolta “non a caso” si intitola Un caso (e scusate il bisticcio). Mi sono pian piano arrivate testimonianze sincroniche, anche da altre persone che man mano leggevano i racconti. Certamente possono capitare coincidenze durante la lettura di un’opera letteraria, ma la sensazione è che quelle di Grabiński siano appositamente congegnate. Del resto lo scrittore era esperto di fenomeni paranormali…

Sto annotando tutti questi “casi” riferiti. Se volete confidarci i vostri potete lasciarli qui sotto con un commento oppure scrivete a sentierostellato@alice.it

Intanto vi annuncio che una copia del libro è partita il 29 ottobre 2015 sul treno Fara Sabina-Fiumicino aeroporto, apparentemente lasciato o abbandonato come nel bookcrossing, con un messaggio sul frontespizio che invita a leggerlo e rimetterlo in circolazione. Aprite gli occhi! E fateci sapere dove arriverà il “Demone del moto”…

Il grande dandy: la bellezza, l’eleganza e l’abito

Il grande dandy di J.-A. Barbey D'AurevillyLa bellezza, che sarà pure una ‘questione di gusti’, comunque non è una ‘funzione’. Per il dandy, poi, non sempre è bello ciò-che-piace; ma ciò che disinteressatamente… interessa. La sua è un’estetica tutta ‘psicologica’.

L’eleganza? Quella vera, secondo Brummell, deve passare inosservata. Perché il dandy non è il damerino o il gagà, il libertino fatale, l’eccentrico tenebroso, il turbolento bohémien, il malinconico esteta, il febbrile gigolò e, tanto meno, lo snob o ‘snobile’ (s.nob.: contrazione di sine nobilitate)… E non una turbolenta o isterica eleganza, ma la ‘distinzione’ del nil mirari connota il dandy. Questi non è uno riducibile alla ‘moda’; e a chi vorrebbe porlo in relazione con l’arte del vestirsi, attitudine dello snob e dello scapato con, un moderno dandy-clochard come lo stazzonato Baudelaire spiega che il dandismo “non s’identifica con la passione smodata per l’abbigliamento e con l’eleganza tangibile”, bensì col rispetto della propria persona. “Sappi” scrive il poeta dei Fleurs du mal a Madame Aupick “che per tutta la mia vita, vivessi agiatamente o da straccione, ho sempre consacrato due ore alla mia toilette”.

Poi, in nome della semplicità assoluta, Baudelaire – avverso al Thomas Carlyle (1795-1881) che nel Sartor Resartus (1836) critica l’originalità dei dandies – aborre quanti vorrebbero attirare l’attenzione per il loro aspetto esteriore e afferma di prediligere le nuances del nero, il più anonimo e simbolico dei colori… Essere eleganti sì, ma sempre mo- deratamente.

Quello di Brummell – scrive M. Beerbohm – “è un abito sobrio, moderato e, lo affermo energicamente, splendido; è privo d’assurdità e di ricercatezze, ma non di un ordine squisito; e infine è duttile, austero e pratico” (Dandy & dandies, 1896). Abiti del dandy. Posto che il modo di vestire è, spesso, anche un modo di pensare, vale per il dandy senza stereotipi un abbigliamento affrancato d’ogni schema e frivolezza. Una volta per tutte, poi, s’affermi che, contrariamente a quanto diffuso dalla pubblicistica, non c’è vero rapporto fra moda e dandismo.
Continue reading

Il grande dandy: “Verso le tre mi sono pettinato, arricciato, vestito, calzato, guantato”

Il grande dandy di J.-A. Barbey D'AurevillyÈ, quello di Barbey d’Aurevilly, un tradizionalismo incentrato sull’eterna dialettica fra il bene assoluto, identificato col mito della divinità, e il male originato dall’avvento del progresso e dei nuovi sistemi economici: ciò che, dopo la collaborazione nel 1843 al “Moniteur de la mode”, spiega il suo impegno come caporedattore presso la conservatrice “Revue du Monde Catholique”, fondata nel 1847 insieme ad alcuni seguaci della Societé Catholique. Nel 1848, allo scoppio della Rivoluzione francese, lo scrittore è tentato di candidarsi alle elezioni. Ma ben presto, deluso dalla disumanità dei rivoltosi e inorridito a causa dei numerosi fatti di sangue, si schiera dapprima con la resistenza popolare contro la Rivoluzione e poi si ritira dalla vita politica per dedicarsi completamente alla letteratura.

Dopo l’incontro, nel 1854, con Baudelaire con cui stringe una duratura amicizia, è verso gli anni 1855-’56 la sua conversione religiosa e il suo ritorno in Normandia. Il successo di pubblico e critica, a lungo atteso, gli arride dopo la pubblicazione delle Diaboliques: che però suscita grande scandalo negli ambienti cattolici e gli costa un processo concluso con la condanna al macero di tutte le copie dell’opera.

I contemporanei di Barbey vedono in lui la versione francese, forse un po’ bizzarra se non caricaturale, dell’inglese George Bryan Brummell (nato a Londra nel 1778 e, rovinato dal vizio del gioco e dagli strozzini, morto nel 1840 a Caen, nell’ospizio per matti “Bon Saveur”), arbitro di un’eleganza depurata da orpelli vistosi (abolizione delle parrucche e adozione di pantaloni avana lunghi a tubo invece delle brache attillate; sobrietà del frac con preferenza per i colori grigio, marrone e soprattutto azzurro); contraddetto da Barbey, che si fa notare in pubblico per la pettinatura baroccamente arricciata e una bulimia sartoriale quanto meno stravagante o addirittura kitsch: imponente cilindro, guanti color sangue di bue, giacche con gli alamari, fodere di velluto nero oppure scarlatto e bottoni luminescenti sui gilè a festoni, camicie merlettate, strettissimi calzoni di raso.
Continue reading

Il grande dandy e la rivolta estetica

Il grande dandy di J.-A. Barbey D'AurevillyIl dandy, per sua funzione, è un oppositore.
Albert Camus

I Dandy: mai epiteto ebbe origini più indefinite e lignaggio più incerto. In qualche caso, certa paraetimologia lo farebbe derivare dall’italiano daino, in inglese buck, indicante l’aggraziato animale e, insieme, il maschio umano elegante. Diffuso in Scozia nel XVIII sec., assonanzato sia col diminutivo di Andrew, sia con la canzone militare inglese Yankee doodle dandy che vorrebbe ridicolizzare lo sgargiante abbigliamento dei ribelli durante la Rivoluzione americana del 1770, il termine ha la sua maggior diffusione presso la società londinese nel secondo decennio dell’Ottocento (George Gordon Byron lo cita in una lettera a Moore, datata 15 luglio 1813).

Puro simbolo alquanto sfruttato dall’odierna fast fashion commerciale, opulenta e griffata, dopotutto esso resta un tardo frutto di quell’Illuminismo che prepara la rivolta romantica: laddove – scrive Camus – “il romanticismo dimostra […] come la rivolta sia strettamente connessa al dandismo” (L’uomo in rivolta, 1951). Ne è un esempio calzante quel Byron oppositore del perbenismo dell’aristocrazia inglese e tra i cospiratori d’una insurrezione antiturca in Tracia.

È, quello indicato da Camus, un sentimento di rivolta in cui la ragione, giunta all’acme della sua raffinatezza, vorrebbe, per la prima volta nella storia umana, segnando il passaggio fra l’aristocrazia decaduta e la democrazia nascente, rivendicare le proprie laiche regole basate sul valore dell’individualità liberata contro la massificazione coatta. Non in questa pianificatrice d’ogni differenza, bensì in se stesso, il dandy specchia il proprio essere: il dandismo, insomma, è un’”autointerpretazione”.
Continue reading

Maledetto Céline: la guerra, perfetta e orrida caricatura di follia e morte

Maledetto Céline di Stefano LanuzzaAppunto nella sua accentuazione caricaturale, la guerra, che per Céline non è quel gioco di possibilità e probabilità, di fortuna e sfortuna ovvero quella specie di ‘partita a carte’ teorizzata dal militare prussiano Clausewitz, è riferita in un codice franto e sincopato, in una lingua che non è dell’intelligenza speculativa ma è quella granulare, irta e spugnosa del risentimento dei sensi urlanti e insultanti.

Anima sporca come chi ne possieda una sensitiva, Céline disprezza le anime belle, quelle stimolate solo dalla falsa coscienza, e i liliali pacifismi ottocenteschi allargati al Novecento, il secolo meno pacifista di tutti i tempi… Perché il pacifismo céliniano si determina a partire dalla paura e dalla nausea, senza supporti politici né alibi sociologici (per i quali lo stesso pacifismo moderno, ponendosi come missione di pochi ‘paladini della pace’, si trova a implicare la guerra), ma fondato sull’insopprimibile disgusto per il potere.

Contro cui, secondo l’autore, si può e si deve combattere la mentalità guerresca perfino con quanto viene comunemente inteso come vigliaccheria; e con la diserzione, scappando, imboscandosi, arrendendosi o addirittura accordandosi col nemico: affermando edonisticamente la propria paura, quella fottuta paura per salvare la pelle che rende l’uomo umano.

Politicamente ingenuo, Céline non interpreta nella chiave classicamente pacifista il discorso della guerra; bensì lo svolge traslandolo ed esplanandolo nel carnevale guignolesco: mettendolo a nudo, disperdendone i bacilli infetti e sezionandolo come, lui medico ed epidemiologo, avrebbe potuto fare con un cadavere su un tavolo anatomico.
Continue reading