Cani, gatti e tribunali
Gli animali domestici fanno parte della nostra vita. Ci regalano gioia, affetto, calore. Condividono con noi la loro esistenza. E, sempre più spesso, vengono coinvolti anche loro nelle nostre beghe e nei nostri litigi. Finendo talvolta, inconsapevolmente, nelle aule dei tribunali.
In particolare nei condomini la lite è sempre più “bestiale”. Secondo l’Associazione nazionale degli amministratori d’immobili, infatti, il 92% dei soci afferma di aver affrontato almeno una volta una disputa sugli animali. In almeno un terzo dei casi gli animali sono solo un pretesto per attaccare briga con i vicini. Dietro ci sono ben altre questioni irrisolte, o semplicemente l’antipatia e la voglia di bisticciare.
Gli esempi non mancano. Ha fatto scalpore, recentemente, la storia di Tobia, cucciolone di 15 mesi, un bel carattere e quasi 100 chili di peso. La sua “colpa” è proprio questa: secondo alcuni condomini pesa troppo. Per questo il mastino inglese extralarge si vede “chiudere” la porta dell’ascensore. Nel vero senso della parola. Il condominio impone alla padrona il divieto di portarlo in ascensore, costringendo entrambi a fare cinque piani di scale a piedi. Ma la padrona di Tobia non si arrende. E ricorre a un’associazione per trovare una soluzione. Anche perché, dice, “l’ascensore viene pulito e profumato ad ogni uso”. Risultato: le parti trovano un accordo conciliativo (come è sempre opportuno fare in casi di questo tipo!), sul presupposto che Tobia non supera i 250 chili, peso massimo tenuto dall’ascensore, e che imporre l’obbligo allo stesso cane di salire/scendere cinque piani può cagionagli un danno fisico, come dichiarato dal suo veterinario con tanto di certificato medico. Tutto è bene ciò che finisce bene.
Spesso per piccole questioni domestiche e controversie tra vicini si arriva addirittura all’intervento legale. Sarebbe da evitare, comportando parecchie scocciature e un notevole dispendio di soldi e tempo (oltre che un intasamento dei meccanismi della Giustizia, che già ha i suoi problemi di risorse). Il ricorso al tribunale è necessario invece nei casi più gravi. La denuncia va fatta scattare di fronte a episodi di maltrattamento, avvelenamento o uccisione. Ma il più delle volte le controversie possono essere risolte o evitate con un po’ di buon senso da parte degli interessati. Per tutelare i diritti degli animali (ed essere consigliati su come procedere per dirimere le questioni e far valere i propri diritti nei confronti del vicinato e degli amministratori, molto spesso non a conoscenza di tutte le normative di tutela animale) è spesso sufficiente rivolgersi ad un’associazione animalista del territorio e/o all’Ufficio Diritti Animali del Comune, laddove presente.
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Cannabis, arriva l’ecomanuale di coltivazione indoor
È appena uscita la nuova guida alla coltivazione indoor di cannabis L’erba di casa è sempre più verde di Luther Cannabis, un “collettivo di esperti e ricercatori con l’obiettivo di divulgare una corretta e rigorosa informazione nei confronti della pianta più perseguitata della storia: la cannabis”. Il libro è edito da Stampa Alternativa e fornisce informazioni sulle tecniche della coltivazione fai-da-te e sugli usi terapeutici della sostanza. Prefazione di Fabrizio Rondolino, direttore responsabile della rivista culto Dolce Vita, dedicata agli stili di vita alternativi e alla cultura della canapa.
Questa la presentazione del libro:
71,5 milioni di cittadini europei consumano regolarmente cannabis, dichiara la CEE (Comunità Economica Europea), e i consumatori sono in continua crescita. L’Italia è ben rappresentata, come lo è per i numerosi esercizi commerciali che propongono semi e kit per la coltivazione. Questo libro-manuale descrive e permette, passo dopo passo, fase dopo fase, grazie alla straordinaria sequenza fotografica a colori e puntuali didascalie, la coltivazione indoor, a casa propria. Perdipiù rigorosamente ecologica ed economica. L’introduzione di Fabrizio Rondolino, come del resto il libro, è una testimonianza di libertà e una spallata all’ipocrisia e al proibizionismo.
Qui è possibile leggere in anteprima tre capitoli tratti dal libro.
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In sella a una bici ribelle
Due ruote che girano sono uno stile di vita, un modo di percepire il mondo, sono conoscenza, contribuiscono ad una rivoluzione: due ruote delineano la bicicletta. Il genio di Leonardo la disegnò, gli uomini sono riusciti ad usarla solo verso la fine del 1800, dipinte di bianche nella seconda metà degli anni ‘60 erano un segno di lotta al consumismo e rispetto verso la natura, oggi la bicicletta è ancora un centro di attrazione, un mezzo di rinnovamento e di protesta.
Saranno quelle due ruote che girano grazie ai muscoli, che a loro volta si alimentano di aria, che fanno della bicicletta un vorticoso centro di interesse, oltre che valido mezzo di trasporto. Saranno quegli ingranaggi tanto semplici quanto funzionali ad aver acceso, ancora una volta, la voglia di raccontare di Luigi Bairo gli infiniti “percorsi di fantasia, resistenza e libertà” in Bici Ribelle. Insegnante e scrittore l’autore non è nuovo all’argomento, dopo l’esordio con Bici e libertà del 1997 ritorna ad illustrare la filosofia della bicicletta.
Mezzo non violento e solidale, la due-ruote rappresenta un pratico strumento per riappropriarsi di un mondo che appartiene sempre meno all’uomo e sempre di più alle auto; costa poco ed ci permette di mantenere il corpo in salute e soprattutto la bicicletta è la porta verso la felicità. Il volume traccia la nascita del mezzo, la sua filosofia, un’etica snella che pedalata dopo pedalata arriva ai vietcong, alle staftette partigiane, ci racconta la straordinaria avventura in giro per il mondo dell’anarchico Luigi Masetti, la passione ciclo-patafisica di Alfred Jarry, il ciclo-viaggio psichedelico di Albert Hofmann, fino alle attuali critical mass.
“Datti da fare, ma con calma”, agisci, ma senza compiere azioni brusche, ecco qual è il segreto della bicicletta. Se nelle città italiane solo nel 2005 sono morti 317 ciclisti, Bairo ci dice come sopravvivere, come muoversi, quali pericoli ci sono e come vestirsi, oltre a suggerirci un ventaglio di modelli adatti ad ogni uso.
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Quattro zampe in tribunale: quando la questione assume anche una prospettiva storica
Nel corso della storia umana è capitato più volte di vedere gli animali (anzi, gli altri animali: non dimentichiamo che apparteniamo al regno animale anche noi) alla sbarra. Dal pappagallo monarchico al merlo sovversivo, non si contano le storie di imputati “speciali”, regolarmente dotati di avvocato.
L’epoca d’oro – si fa per dire – dei processi agli altri animali non poteva che essere il Medioevo. Qualche eco è arrivata fino a noi. Un esempio? La chiesa di Falaise, in Francia, custodisce l’affresco della pubblica esecuzione per strangolamento di una scrofa infanticida, avvenuta nel 1336. Nei processi, in genere, il problema delle difficoltà di comunicazione tra specie e specie veniva affrontato con modalità non particolarmente favorevoli al reo: secondo i criteri dell’epoca, negli interrogatori si usava infatti la tortura, e le grida dell’animale venivano equiparate a confessione. Allo stesso modo, nei processi per bestialità, l’animale che dimostrava di riconoscere l’uomo era considerato per questo consenziente.
Un problema più complesso era quello dei complici: erano da considerare tali gli animali che avevano assistito al misfatto senza impedirlo? Sì, fu la tesi del pubblico ministero a un processo che si tenne in Borgogna il 5 settembre del 1379 contro tre scrofe che avevano ucciso un malcapitato pastorello. Da giustiziare era dunque tutta la mandria. Poiché però le carni degli animali condannati a morte non potevano poi essere utilizzate a scopo alimentare e la mandria era comunale, il rischio concreto era quello di lasciare l’intero villaggio di Jassey senza rifornimenti invernali. E così il priore fece un ricorso al duca Filipo l’Ardito, ottenendo una grazia di massa.
I tempi bui non sono tuttavia finiti con la fine del Medioevo. Infatti, se Victor Hugo ci narra della capretta di Esmeralda, processata per stregoneria con la sua proprietaria, Voltaire riferisce di un cavallo giudicato per reati analoghi nel 1610 per colpa di un padrone che gli aveva insegnato esercizi un po’ troppo complicati e che sfuggivano alla comprensione dei contemporanei.
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Quattro zampe in tribunale: quando gli animali domestici diventano i protagonisti del foto
Gli animali domestici in Italia sono in costante crescita: oltre 8 milioni di gatti e 7 milioni di cani vivono nelle nostre famiglie. Senza contare altri 30 milioni di uccelli, criceti, cavie, conigli, pesci, animali esotici. Fanno parte della nostra vita. Vanno considerati, a tutti gli effetti, cittadini dei nostri Comuni. Condividono con noi la loro esistenza. Ci fanno compagnia, ci regalano gioia, affetto, calore, ma sempre più spesso, considerata la crescente intolleranza tra gli uomini, anche loro vengono coinvolti nelle nostre beghe, finendo talvolta, inconsapevolmente, nei nostri litigi e nelle aule dei tribunali. Accade sempre più spesso: in tutta Italia sono centinaia, ogni anno, le cause legate agli amici di zampa, ala e pinna.
Quattro zampe in tribunale riporta una serie di casi veri, raccontati in maniera veloce, discorsiva e giornalistica. Di ognuno, al termine, abbiamo voluto inserire una spiegazione normativa, sviluppata in maniera tecnica, ma semplice. Non siamo scesi troppo nei particolari, perché questo non è un manuale per operatori. Abbiamo selezionato i casi più eclatanti e le sentenze che fanno giurisprudenza, raccontate in modo schietto e chiaro (ma anche professionale). Condanne a bracconieri, multe a maltrattatori di gatti, liti condominiali per cani che abbaiano, litigi con amministratori di condominio per mici randagi da accudire, guerre tra ex-coniugi che si contendono l’amato batuffolo, animali sfrattati, vicini di casa che per un cane o gatto o coniglio si fanno dispetti da anni.
Nella prima parte del libro raccontiamo storie tratte da reali fatti di cronaca recente, accaduti su e giù per la penisola. Commuovono, fanno arrabbiare, qualcuna fa sorridere, qualche altra intristisce. Tutte o quasi sono arrivate in tribunale o sulla sua soglia. Alle storie abbiamo aggiunto, per essere concreti, la normativa di riferimento e dei piccoli suggerimenti di comportamento nel caso ci si trovasse in situazioni simili. Perché di storie così, ce ne sono (quasi) tutti i giorni.
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Quattro zampe in tribunale: storie di animali (e uomini) alle prese con la legge
Accolgo con grande piacere la pubblicazione del libro Quattro zampe in tribunale. Agli autori va il mio plauso per l’impegno profuso nella battaglia per i diritti degli animali e la tutela del loro benessere. Considero meritoria l’azione di Edgar Meyer e Claudia Taccani che, mettendo a disposizione la loro preparazione tecnico-giuridica, hanno realizzato un valido vademecum per una corretta e puntuale informazione degli utenti nella gestione, anche legale, di situazioni incresciose, talvolta drammatiche e inaccettabili, che coinvolgono i nostri amici animali.
Come ho avuto modo di sottolineare in più occasioni, ritengo il legame uomo-cane uno dei più intensi e profondi, senza il quale l’uomo perderebbe una componente importante di sé. I nostri compagni a quattro zampe integrano la nostra vita e sempre più spesso sono ritenuti a tutti gli effetti componenti del nucleo familiare. Condivido pienamente il messaggio educativo e il senso civico che si è voluto affermare attraverso la realizzazione di questo libro. Libro che arricchisce e ottimizza il canale di comunicazione con i cittadini e rivaluta in senso positivo il rapporto dell’uomo con gli animali.
Nella società moderna tale legame ha subito sostanziali modifiche e occorre pertanto rimodulare questa relazione, adattandola all’evoluzione dei tempi e della società al fine di tutelare la salute e l’incolumità pubblica, oltre che il benessere e i diritti degli amici a quattro zampe. Dall’inizio del mio mandato sono molte le iniziative che ho portato avanti per sostenere questa concezione, senza mai prescindere dalla conoscenza e dalla comprensione delle caratteristiche fisiologiche ed etologiche proprie della specie animale.
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L’erba di casa è sempre più verde: esiste un diritto alla felicità?
Oggi la libertà è minacciata: non dai nobili o dai generali, e neppure dai preti e dagli imam, ma dall’uguaglianza e dalla democrazia, cioè dal livellamento indistinto dei pensieri e delle ambizioni e delle paure, dalla tirannia della maggioranza e dell’opinione pubblica, dall’invadenza dello Stato nella vita privata e nelle scelte personali dei cittadini, dalla trasformazione del pregiudizio in autorità. La sinistra, se ci fosse una sinistra, oggi dovrebbe fare questo, e soltanto questo: riaprire la frontiera della libertà.
Mentre l’uguaglianza è prima di tutto un limite, la libertà è un’apertura: per questo è strettamente intrecciata con il concetto di felicità. L’identità incompiuta di ciascuno di noi si realizza attraverso la libertà: di scegliere e pensare e comportarsi come si vuole e come ci si sente di fare; di realizzare le proprie aspirazioni, i propri sogni, le proprie ambizioni e i propri desideri; di immaginare qualsiasi cosa venga in mente e sforzarsi di renderla possibile; di muoversi ovunque senza barriere né catene né limitazioni; di proseguire illimitatamente e senza vincoli nella ricerca delle tante verità che il mondo ci offre (o ci nasconde), padroni di sé stessi e della propria intelligenza. Senza questa libertà, l’uomo non può essere felice.
Il diritto alla felicità, dunque, coincide con il diritto alla libertà di ciascuno e di tutti. Mentre l’uguaglianza è per natura individualista, la libertà è naturalmente sociale. Nel mondo degli uguali ciascuno di noi è una monade identica a tutte le altre, che gode dei medesimi diritti e obbedisce agli stessi doveri; nel mondo dei liberi ognuno è un individuo il cui mondo ricomprende tutti gli altri, perché la libertà di cui gode è precisamente la rete di relazioni al cui interno è continuamente (ri)collocato.
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L’erba di casa è sempre più verde: la tirannia della maggioranza
Per capire di che cosa stiamo parlando, vediamo un esempio. L’uguaglianza gioca brutti scherzi anche quando vuole fare il bene. È il caso degli extracomunitari, che si vorrebbe rendere “uguali” a noi. L’idea del multiculturalismo e della società multietnica affonda proprio qui le sue radici, e non si rende conto di perpetuare in questo modo una forma di razzismo, seppur egualitario.
Non c’è una “cultura islamica” da contrapporre, affiancare o equiparare a una “cultura cristiana” o “cattolica”, per la buona ragione che fra l’ingegnere musulmano trapiantato in Italia che manda la figlia a studiare in America e l’avventizio che invece la richiude in casa a chiave non c’è più relazione di quanta ve ne sia fra la Caritas e il cristianissimo Ku Klux Klan.
Esistono soltanto gli individui: buoni, meno buoni, pessimi. E il loro grado di “bontà” si misura sul rispetto delle leggi, non sulle opinioni o sullo stile di vita: il burqa non è peggio dell’ombelico mostrato in prime time, fare voto di castità non è meglio che essere omosessuale. Quando si pensa per categorie, gruppi, classi, razze, si è già persa per strada la libertà, che si basa soltanto ed esclusivamente sulla centralità e sull’unicità di ogni individuo. E la libertà muore quando le regole e i divieti (quali che siano, e per qualsiasi ragione siano decisi) varcano la soglia di casa e pretendono di decidere come dobbiamo comportarci.
Sono questi i due pericoli mortali dell’uguaglianza democratica: pensare per categorie anziché per persone; e far prevalere in ogni campo, anche nella sfera privata, intima, personale, l’opinione della maggioranza. La differenza fondamentale fra la libertà e l’uguaglianza consiste in ciò: l’uguaglianza, nel considerarci tutti uguali di fronte alla società e allo Stato, non ci considera come individui ma come molecole di un unico organismo, funzioni dell’insieme, parti di un tutto; tende a indebolire e a spezzare vincoli e comunità, perché isola il singolo come “uguale” proprio mentre lo rende programmaticamente indistinguibile dagli altri; paradossalmente, nel cancellare l’individuo sviluppa l’individualismo e l’autarchia (morale, sentimentale, psicologica) perché atomizza i rapporti sociali; è costretta a ricorrere al principio di maggioranza perché non conosce altro criterio che la quantità.
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L’erba di casa è sempre più verde: la libertà? Che ne è del singolo nel mondo degli uguali?
L’uguaglianza, da sola, non basta. Anzi: parlarne è perfettamente inutile, oppure è pericoloso. L’uguaglianza oggi non è né un diritto, né un dovere; né un valore, né una norma. L’uguaglianza oggi è uno stato di fatto: è, semplicemente, il modo d’essere delle società di massa, sia nella loro versione democratico-mercantile, sia in quella totalitaria.
Il problema però è che noi siamo diversi, non uguali. Ciascuno di noi è unico: e il tentativo di farci diventare uguali, per quanto nobili ne siano state quasi sempre le premesse e gli intendimenti, non è che il tentativo, sempre ripetuto, di portare a norma ciò che per definizione è anormale perché unico: me stesso. Mele e pere non si possono addizionare; i numeri invece sì.
A partire dalla prima guerra mondiale, allo scopo di trasformare progressivamente le mele e le pere in numeri, dosi massicce di uguaglianza sono state via via iniettate nelle società europee, e dopo la seconda guerra mondiale il mondo si è diviso in due metà tanto contrapposte fra loro, quanto paradossalmente accomunate da una medesima “religione dell’uguaglianza”: l’Occidente si è (ri)unificato sotto la guida degli Stati Uniti, che due secoli prima avevano, se non inventato, di certo praticato con entusiasmo e con successo l’«uguaglianza delle condizioni» (l’espressione è di Tocqueville); e «uguaglianza» è stata anche la beffarda parola d’ordine con cui il comunismo reale ha ridotto in schiavitù un terzo dell’umanità.
L’uguaglianza è la società degli uguali – o di coloro che sono percepiti, rappresentati, immaginati come uguali –, ma il modo in cui questa società funziona e viene governata resta impregiudicato. Il Terzo Reich era una società di eguali, come del resto la Cina della rivoluzione culturale: in generale, il totalitarismo è un’incarnazione storica precisa, duratura ed efficace dell’uguaglianza come condizione e come stato di fatto.
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Ecoalfabeto: la natura e la lotta all’inquinamento nelle nostre pagine
Ecoalfabeto – I libri di Gaia è la collana editoriale di Stampa Alternativa realizzata in collaborazione con l’associazione ambientalista Gaia Animali & Ambiente Onlus. Tratta i temi di un rinnovato rapporto con l’ambiente e gli animali, della salute, della difesa dei consumatori, della tutela dei più deboli, dell’educazione, anche con l’aiuto di esperti: per sviluppare la facoltà critica attraverso l’informazione pratica e rendere i lettori più consapevoli dei propri diritti.
Tra i titoli della collana troviamo Bimbo Bio, Qua la zampa. Breviario legale e pratico per cani, gatti e altri animali, Homo scemens, Dalla luna alla terra, Quattro sberle in padella, Farmakiller, EcoLogo. Le pagelle ambientali dell’industria italiana, Cosmesi naturale e pratica, Le Ecoconserve di Geltrude, Ecoalfabeto, Senza trucco. Cosa c’è davvero nei cosmetici, La città del Sole. Come scegliere e farsi in casa l’energia pulita, Bici ribelle, Nuove storie naturali e, a partire da fine giugno 2010 Quattrozampe in tribunale. Storie di animali (e uomini) alle prese con la legge.
L’attenzione alla salvaguardia ambientale e all’ecosistema Terra non è un fatto solo di parole: si fanno scelte ben precise, ad esempio, sull’utilizzo di carte ecologiche o certificate FSC. Tutti i libri della collana Ecoalfabeto – I libri di Gaia, come è uso presso la casa editrice Stampa Alternativa, sono soliti utilizzare, per la carta, il 60% di fibre mixed sources certificate FSC: carte che, come noto, hanno alte percentuali di fibre riciclate post consumer.
Non solo. I libri della collana sono a Impatto Zero®, standard LifeGate per la compensazione delle emissioni di C02. Con Impatto Zero® la C02 emessa per la produzione, stampa e distribuzione dei libri viene compensata con un processo di riforestazione: la creazione e tutela di una foresta in crescita in Costa Rica.
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Risposta a Greenpaece: editore pericoloso? Ma ci conoscete davvero?
In riferimento al volantino di Greenpeace distribuito al Salone del libro di Torino, la nostra casa editrice ritiene opportuno fare delle precisazioni:
- già dagli inizi degli anni Novanta, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri si impegna in una campagna di salvaguardia dell’ambiente, ne sono testimoni i numerosi Millelire stampati interamente su carta ecologica e riciclata;
- inoltre tutte le proprie pubblicazioni sono stampate su carta certificata FSC (con criteri ecologici altamente certificati per tutta la filiera);
- negli ultimi anni pubblichiamo la collana Ecoalfabeto
in collaborazione con l’Associazione Gaia aderendo al progetto (certificato su ogni libro) Impatto Zero – Lifegate con il quale si certifica che le emissioni di CO2, conseguenti alla produzione della collana stessa, sono state compensate da un progetto di riforestazione certificato.
Ci lascia dispiaciuti e attoniti apprendere di rientrare tra gli editori pericolosi in una campagna di sensibilizzazione così importante, come quella lanciata da Greenpeace, dopo anni di attenta politica ambientale.
Crediamo che lo scambio di informazioni non sia avvenuto nei modi più corretti. Si parla di solleciti quando questi non risultano pervenuti. Chiediamo, quindi, una rettifica, per una maggiore e corretta informazione nei confronti del pubblico.
Nuove storie naturali: perché il cane
Oggigiorno i programmi delle scuole, oltre alla grammatica, l’aritmetica, la geografia e la storia, tendono a includere anche l’insegnamento di nozioni per la vita quotidiana, come l’educazione civica, le norme nutrizionali, l’igiene personale, il comportamento in società e via dicendo. Ma durante le lezioni di scienze naturali gli alunni hanno maggiori probabilità d’imparare qualcosa sulle balene, i gufi o le rane che sui cani… Anche se il giovane cittadino medio non avrà mai occasione di vedere una balena dal vivo, e gufi e rane li incontrerà solo durante le rare visite allo zoo o all’acquario. Si presume, insomma, che tutti sappiano già tutto ciò che c’è da sapere sui cani grazie al loro rapporto con uno di questi animali, proprio o altrui, e che quindi non siano necessari ulteriori insegnamenti. Eppure nella stragrande maggioranza dei casi, le nostre effettive conoscenze sono assai limitate.
(Stanley Coren, L’intelligenza dei cani)
Entrate in una classe e chiedete agli alunni che cos’è un cane: si scatena il putiferio, ognuno vuole dire la sua, e non rimane che mettersi alla lavagna per raccogliere le definizioni offerte; dal diffuso desiderio d’intervenire e di fornire delle risposte, sembra che tutti conoscano piuttosto bene questo animale. È una domanda trabocchetto, una mente più arguta lo fa notare: “Un cane non è una cosa!”. La domanda da porre è dunque un’altra: “Chi è un cane?”. Parimenti, per estensione: chi è un gatto? Chi è una balena? Chi è un ciliegio? Bisogna sin da subito evidenziare la peculiarità dell’essere vivente, e da questa considerazione di partenza intraprendere un sentiero di conoscenza che può essere portatore di grandi soddisfazioni.
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Nuove storie naturali: il libro di un cuore “puro” ed entusiasta
“In principio c’era il cane” esordisce Alessandro Paronuzzi, dedicando a questa insostituibile e ammirata figura – cui la letteratura ha riservato i ritratti più ardenti – pagine di distesa rappresentazione. La creatura più plasmata dalla frequentazione con l’uomo, è in realtà quella che ha contribuito più di altre al suo sviluppo culturale e forse per questo quella che più di altre bestie lo “riflette, lo sdoppia, lo relativizza, lo rinsalda. Compagno di specie” che, come riferisce Asor Rosa “porta all’uomo la zona d’ombra in cui non c’è né umano né animale, bensì le due cose insieme”.
Di diversa modulazione appare lo spazio riservato al gatto, creatura da sempre intrigante e misteriosa, in grado di sedurre perfino lo stesso scrittore. Veri e propri ispiratori di questa parte sono, in realtà, i suoi coinquilini: marmorei e monumentali felini che stazionano enigmatici agli angoli del soggiorno, e curiosi e impavidi predatori che adunghiano divani, scatolette, palline, passeri veri e immaginari.
Nel capitolo dedicato alla bioetica, non a caso capitolo cerniera tra le due parti, questo veterinario narratore entra nel nucleo dell’argomentazione fin dall’inizio sottesa, quella di una rivoluzione animalista. Sono queste, infatti, le righe con i più dolenti interrogativi, laddove si intravvede e si sottolinea la responsabilità della nostra cultura nei confronti del benessere animale. E quasi a tacitare emblematicamente il senso di colpa e il debito di sopraffazione che pesa sull’uomo, l’autore sceglie subito dopo, tra i ritratti animali che la narrativa ci ha regalato, l’immagine amichevole della piccola volpe in “Il piccolo principe”.
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Nuove storie naturali: il colore del grano
Il sottotitolo “Come sviluppare una relazione felice con i nostri animali” preannuncia già il contenuto del libro Nuove storie naturali: in queste pagine si parlerà di una relazione con gli animali, di quel millenario legame di solidarietà improntato allo scambio reciproco di aiuto; si parlerà di felicità, cioè di quell’intesa e di quell’armonia con le creature del mondo che è prima di tutto conoscenza, rispetto per la loro condizione e comprensione dei loro
bisogni; si parlerà infine di amicizia, di quell’affinità, cioè, che porta a condividere con questi esseri senzienti tratti di vita e di storia. Vogliono stare con noi, gli animali, fin dall’inizio del mondo e, come afferma Manganelli:
Non hanno preteso la parola, sono magari disposti a transigere sull’anima immortale, hanno rinunciato alla patente ed a un preciso inquadramento sindacale, ma soli nell’universo, vogliono stare accanto a quei tali che vennero scacciati dal Paradiso terrestre, vogliono giocarci, starci in grembo, dormire ai piedi del letto. Dobbiamo credere che l’angelo sulla soglia non se ne sia proprio accorto? O forse l’invenzione del cane e del gatto accadde nel momento in cui al Creatore stava ormai svaporando l’ira per la famosa mela? Qualcuno ha deciso o permesso che due angeli di seconda classe restassero con noi e noi con loro.
All’incontro con la loro identità e dignità ci guida, zigzagando tra osservazioni di zooantropologia e argomenti di didattica, Paronuzzi, che si fa non solo “cacciatore di immagini”, ma anche e soprattutto premuroso interprete di linguaggi, e sensibile affabulatore. Con una prosa ora scanzonata e lieve, ora professionale e rigorosa, l’autore snoda qui una serie di conoscenze e riflessioni, sempre attraversate dallo sguardo fiducioso in una nuova pedagogia animalista che consideri l’alterità animale una preziosa e significativa opportunità di arricchimento culturale e affettivo.
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Bella bici e lo status symbol dell’automobile
Per alcuni l’automobile è il grande nemico, il “moloch” della civiltà industriale e post-industriale. Per altri un oggetto come tanti, indispensabile per la vita quotidiana, fonte di gioie e dolori: un male necessario. Ma per molti l’automobile resta un oggetto totemico, uno status symbol, una protesi per colmare le proprie deficienze, un biglietto da visita attraverso il quale presentarsi, in mancanza di altre credenziali degne di interesse, uno specchio della personalità e soprattutto della realizzazione sociale ed economica. E per ottenere tutto ciò si è disposti a sacrifici enormi. Poco importa che l’acquisto e il mantenimento di un’automobile costituisca la voce più consistente nel bilancio famigliare.
Lasciamo pedalare liberamente la fantasia: qual è il sogno di ogni Ciclista Urbano, semplice, morale o mistico che sia? Ovviamente una città a misura di bicicletta. Un mondo dove le automobili vengano utilizzate solo da chi ne ha bisogno sul serio, persone molto anziane o disabili, oppure solo quando sono strettamente necessarie: per trasportare merci, ad esempio, per le lunghe distanze o per viaggi in zone mal collegate dalle ferrovie. Il sogno è quello di una città dove le automobili quasi non esistano… Ci si arriverà, quando il petrolio sarà finito, ma nel modo peggiore possibile. Invece di prepararsi a questa evenienza i nostri governanti faranno finta di niente fino all’ultimo mentre i potenti della terra cercheranno di accaparrarsi più scorte possibili. Gli altri, i più, si arrangeranno. Come al solito…
(Sabina Morandi)
La bicicletta è uno dei primi passi verso una nuova concezione del rapporto dell’uomo con il mondo, che può far crescere nuove sensibilità, verso un uso sempre più razionale e meno esclusivo dei mezzi a motore, verso la ricerca di fonti energetiche in grado di sostituire il petrolio.
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