Attacco al Metropolitan: secondo round per la biga rapita

L’aveva promesso, cinque anni fa, l’avvocato italo-americano Tito Mazzetta di Atlanta, Georgia. Aveva appena denunciato il Metropolitan Museum di New York di detenere illegalmente la Biga di Monteleone, trafugata dall’Italia negli Stati Uniti nel 1902. Aveva detto, annunciando un aggressivo piano di battaglia:

Se perderemo il primo round, ne affronteremo L’aveva promesso, cinque anni fa, l’avvocato italo-americano Tito Mazzetta di Atlanta, altri. Non daremo tregua a chi ha privato l’Italia di un bene così prezioso. Non escluso colpi duri, se sarà necessario; anzi, prevedo che qualche colpo andrà a segno sotto la cintura.

Le intenzioni di tutti quelli che hanno deciso di impegnarsi nell’operazione per il ritorno della biga in Italia, sono davvero bellicose. Il piano è stato definito nella notte di mercoledì 21 scorso, al termine di una vivace presentazione del libro La biga rapita, edito da Stampa Alternativa, alla libreria Edison di Firenze. La molla è scattata quando il pubblico ha applaudito, con calore da stadio, l’assessore alla cultura di Monteleone, Marisa Angelini, che aveva detto: Continua

L’ultima dall’America: è imperialista chi richiede le opere d’arte rubate

Sull’ultimo numero di Panorama c’è una interessante intervista fatta a un professore di filosofia dell’università americana di Princeton. Il filosofo, Kwame Anthony Appiah, ghanese cresciuto a Londra, interviene a tutto campo sul tema del giorno: la richiesta da parte degli italiani di riavere indietro le opere d’arte e i reperti archeologici rubati ed esposti in alcuni prestigiosi musei degli Stati Uniti. Sentite quello che arriva a dire:

Quando sento l’espressione patrimonio culturale italiano o eredità nazionale, immagino gli artisti etruschi e romani rivoltarsi nelle tombe, perché quegli artisti, quando creavano quelle opere, non si sentivano certo cittadini italiani.

Ma il filosofo va oltre e dichiara che gli viene in mente la parola imperialismo quando sente rivendicare in nome dell’appartenenza al patrimonio culturale italiano statue, vasi o bighe che gli americani hanno rubato e portato oltre oceano. E aggiunge che c’è qualcosa di stonato nel pensare che la grande arte debba per forza risiedere nel paese dove venne prodotta migliaia di anni fa. Non solo, ma quella della territorialità è un modo di pensare alle opere d’arte che è molto provinciale. Continua

La provincia di Perugia: la biga torni in Italia

È piuttosto fluida la situazione intorno alla “biga rapita” di cui parla Mario La Ferla nel suo libro. L’Ansa annuncia infatti che le istituzioni si stanno muovendo per far tornare indietro il reperto trafugato e finito al Metropolitan Museum di New York. Nel lancio dell’agenzia, infatti, si legge che:

Scende in campo anche la Provincia di Perugia […]. Un documento unanime del consiglio provinciale chiede che il ministro dei beni culturali inserisca il cosiddetto «Carro d’oro» nell’elenco dei beni da restituire all’Italia. Nel documento (presentato dal consigliere del gruppo misto Lorenzo Delle Grotti) si ricorda che la biga, del VI secolo avanti Cristo, va considerata «un reperto di grande ed insostituibile importanza storico-culturale per l’intera nazione italiana. È altresì provato che la biga è stata esportata illegalmente, tanto che lo stesso museo non è in grado di esibire alcun titolo di acquisto, e che già nel 1904 il parlamentare italiano Barnabei ne fece l’oggetto di un’interrogazione parlamentare pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale». Continua

Gli Usa ammirano l’Italia, ma non chi la governa

Rosario Ansalone, che ha inviato un commento al mio intervento sulla biga rapita e dintorni, ha perfettamente ragione quando dice di quanta poca considerazione godano gli italiani e l’intero paese da parte di chi abita i nostri palazzi del potere e dei signori che guidano le sorti del paese più potente mondo. La storia della biga di Monteleone ne è un esempio molto chiaro. Il più ricco banchiere dell’epoca, JP Morgan, si innamorò della biga e la volle a ogni costo. Non solo sborsò una discreta somma di denaro (cosa niente per lui), ma organizzò a Roma una campagna politico-propagandista, a base di terreni, ville e palazzi da regalare all’Accademia americana voluta dall’allora capo di governo, Giovanni Giolitti. Il quale compensò l’amico banchiere facendo finta di niente sulle denunce presentate in Parlamento sul “rapimento” della biga. Continua

Tra Kabul, Beirut e Vicenza, c’è una biga di troppo

L’autunno del ministro dei beni culturali, Francesco Rutelli, si annunciava davvero splendido. Anche con l’autorevolezza della sua carica di vicepremier, Rutelli si era messo al lavoro, impegnandosi in un’operazione difficile ma ricca di possibili successi prestigiosi. “Basta con i furti di opere d’arte italiane”, dichiarava il ministro, “basta con le prepotenze dei grandi musei stranieri, rivogliamo indietro le opere e i reperti illecitamente portati all’estero!”. I quotidiani più importanti, molto sensibili a questi argomenti, chiedevano a Rutelli dichiarazioni e interviste, dedicando all’operazione recupero intere paginate molto strillate. Finalmente l’Italia si era scossa dal torpore e partiva all’attacco contro i baroni ladroni che hanno arricchito i musei esteri di migliaia di opere italiane.

L’attacco era diretto soprattutto contro i musei privati americani, il Getty Museum di Los Angeles, il Museum of Fine Arts di Boston e il Metropolitan di New York. I giornali, da settembre a novembre 2006, scrivevano, entusiasti, che sarebbero ritornati in Italia pezzi di inestimabile valore e che Rutelli sarebbe riuscito laddove i suoi predecessori avevano fallito. A essere obiettivi, dovremmo dire che Rutelli interveniva su questioni già aperte da altri ministri, per esempio Giuliano Urbani e Rocco Buttiglione. I quali si erano impegnati nelle inchieste presso i citati musei americani allo scopo di compilare un elenco più completo possibile dei pezzi da restituire all’Italia. L’azione dei ministri del precedente governo era appoggiata con grande efficacia dalla guardia di finanza e soprattutto dal Gruppo tutela patrimonio culturale dei carabinieri guidato da Ugo Zottin. Qualcosa di buono era stato ottenuto, grazie in particolare al procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, e al sostituto Paolo Ferri, che sono riusciti a portare alla sbarra l’ex direttrice del Getty Museum, Marion True. Il processo a suo carico, per furto di opere d’arte, è ancora in corso. Continua

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