I racconti di Creative Commons in Noir: “Il Male” di Karim Mangino

Creative Commons in NoirNon commettere il male, con pensieri, opere, omissioni…

Una goccia di ketchup cadde in un angolo della tastiera, ma Corrado non ci fece caso. Era troppo eccitato per la prova che stava per fare. Diede un morso al panino e digitò la password per accedere al programma. La poltroncina cigolò sotto il suo peso, aveva ventidue anni e la vita sedentaria, trascorsa chiuso in camera davanti al computer a nutrirsi di tramezzini e bibite gassate, aveva fatto arrivare il suo peso oltre i centocinquanta chili.

Quella mattina per Corrado era un grande giorno. Era un anno che lavorava al suo progetto, dodici lunghi mesi di tentativi, riprogrammazioni, frustrazioni e sudore che ora si condensavano nel test che stava per fare, per vedere se quello che aveva creato funzionava davvero. Lo schermo lampeggiò aprendo una finestra che richiedeva una seconda password. Nel frattempo Corrado aveva acceso un’altra apparecchiatura elettronica che occupava quasi interamente la scrivania dando alla piccola camera da letto l’aspetto di una centrale comandi di una nave. La stanza fu invasa da un fastidioso ronzio come una radio fuori sintonia, intervallato di tanto in tanto da suoni acuti e stridenti.

Il rumore non gli impedì di sentire che qualcuno bussava alla porta.

– Chi è? – chiese. Sapeva benissimo che dall’altra parte della porta c’era l’unica persona che viveva in casa con lui. Sua madre.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Talpe” di Paolo Delpino

Creative Commons in NoirL’equipaggio è composto da due persone, Rico e la sottoscritta.

Faccio parte dell’organizzazione da quattro mesi, ma è solo la seconda missione che compio insieme a lui, perché i componenti degli equipaggi vengono ruotati di frequente: una delle regole recita infatti che non si devono mai effettuare due missioni di seguito con lo stesso compagno.

Oggi il nostro compito consiste nel raggiungere un’area di sosta sull’autostrada e aspettare.

Rico ha parcheggiato l’auto dietro al grill, al termine della rampa che sale dal distributore, per cui risulta nascosta alla vista di chi entra nell’area di servizio.

Benché l’equipaggio sia composto da noi due soli, i nostri compiti sono accuratamente distinti: Rico è il nocchiero, io il gabbiere, secondo la definizione del capo, affezionato ai termini marinareschi.

Al nocchiero tocca condurre l’auto, al gabbiere osservare.

E neppure condividiamo le informazioni: infatti il luogo dell’appuntamento viene comunicato solo al primo, il segnale di riconoscimento al secondo.

Il segnale di riconoscimento è un gesto comune, ma inequivoco, come chinarsi ad allacciare una scarpa, spiegare un giornale, estrarre un portafoglio per esaminarne il contenuto.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Saint Vincent” di Michele Frisia

Creative Commons in NoirDieci anni a Saint Vincent, fra strozzini e case d’appuntamenti, scivolando sulla moquette del casinò e ballando il rock’n roll sulla tomba delle mie buone intenzioni. Dieci anni a Saint Vincent. Questo è il mio inferno.

Lavoravo come meccanico, lontano da qui, quando Salvatore arrivò nel quartiere. Non cercava pubblicità per cui non sapevo chi fosse, o non l’avrei mai toccato. Pomeriggio caldo e silenzioso, smontando il differenziale di una Saxo; avevo trovato problemi ed ero innervosito dalla coppa e dai bulloni, quando lo vidi dall’altra parte della strada. Stava picchiando una ragazza, con le nocche: e non sopporto chi picchia le donne. Lui si accorse che stavo arrivando quando ero ancora in mezzo alla carreggiata, con lo straccio unto di grasso fra le mani e la salopette che mi stringeva sulla pancia. Si accorse che stavo arrivando, ma non gli servì. Il giorno dopo entrò in officina un uomo. Aveva un accento spiccato. — Salvatore ha parenti importanti… – mi stava dicendo. Ma io non lo ascoltavo più. Lo sguardo era magnetizzato dalla pistola nella mano; la teneva appoggiata sul palmo, senza impugnarla, con il tamburo in bella vista. — Hai sbagliato. Ma nessuno era mai riuscito a buttare giù Salvatore, e qualcuno più influente di me sostiene che potresti esserci utile. Assumerti anziché ammazzarti…

Da quel giorno sono passati dieci anni. Dieci anni a risolvere problemi e riscuotere crediti. Dieci anni da incendiario e guardia del corpo e picchiatore. Dieci anni su e giù dal confine. E forse Saint Vincent è soltanto il mio purgatorio.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Il timbro e il flagello” di Alberto Prunetti

Creative Commons in NoirDal fondo della foresta saliva il fragore di una canizza: i segugi avevano scovato il cinghiale e lo inseguivano, e i cacciatori alla bracca lanciavano urla bestiali e disumane, per spaventar la preda e spingerla verso le poste, dove l’aspettavano altri con archibugi e fucili a palle spezzate. Crescevano i latrati e risuonarono alcune esplosioni, e poi fu silenzio di nuovo.

Leonardo Ximenes, gesuita e matematico del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, nell’anno di grazia 1766 seguiva un irto sentiero che conduceva al paese di Tirli, nella provincia la più dimenticata di quell’augusto Sovrano. Detta Provincia, nominata Maremma, è nota per la gran quantità di chiari d’acqua costiera, ricolmi di acque torbe e di mefitiche circolazioni d’aria che apportano un grave danno alla salute degli abitanti di quei luoghi. Abitanti che, per parte loro, son la peggior genia che si possa immaginare.

– Quanto mancherà al paese di Tirli?, chiese Ximenes al servitore.
– Pochi minuti al trotto, signore, rispose quello.
– E già ci hanno dato il benvenuto con le loro urla beluine.
– Vede, mio signore, qua la gente non ha altro spasso che la caccia.
– Ma la fanno di frodo, senza pagar dazio a sua Altezza, o rispettare le proprietà dei terreni.
– Loro li chiamano usi civici, signore, e sostengono di poter cacciare dove e quando possono.
– Già, e nessuno è in grado di insegnar loro a rispettare le proprietà. E che dicono i loro preti?
– Signore, i loro preti sono i peggiori, tra loro.
– Ah, di questo parlerò con la persona che mi attende in Tirli, che la condotta delle genti è affar suo, come mio è il governo delle acque.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Apocalisse di Giovanni” di Luciano Pagano

Creative Commons in NoirGiovanni ti sta sul cazzo per diversi motivi, che enumeri in un momento di lucidità:

Giovanni ti sta sul cazzo perché ha sposato Marina, una ragazza con cui hai convissuto per sei splendidi anni, fino al giorno in cui lei si gira verso di te e ti rivolge la Parola, sei sudato, hai appena finito di aggiustare la lavatrice spostandola di cinquanta centimetri in avanti rispetto al luogo occupato da sempre per poi rimetterla al suo posto con uno sforzo da ernia, ti guarda negli occhi e ti dice che non ti potrà mai dare un figlio per problemi congeniti di natura fisiologica, non ricordi dove, ovaie, falloppio, non ricordi dove, devi decidere se ti va di continuare a vivere con lei oppure no. Allora vi siete lasciati, tu ci hai sofferto non poco, i tuoi amici ti additavano in strada come una bestia – La Bestia – nessuno dei tuoi conoscenti ti ha dato modo di spiegare le tue ragioni (ne avevi?), nemmeno il tuo migliore amico, il grande Giovanni, che dopo poco meno di sei mesi si è messo insieme a Marina, e dopo un anno l’ha sposata. Grazie alla promozione di Giovanni lei ha lasciato il lavoro per dedicarsi al suo hobby, la pittura, i due sono riusciti ad adottare un bambino, Marco, che oggi compie gli anni. Un amore al capolinea vale l’apertura del Primo sigillo.

C’è un altro motivo per il quale Giovanni ti sta sul cazzo. Giovanni – Giovanni il tuo più caro amico di un tempo – Giovanni che si sarebbe detto un fratello – ti ha soffiato una promozione sul lavoro – la promozione più importante. Esiste una versione dei fatti secondo cui le cose sarebbero andate pressappoco in questo modo: tu e Giovanni, colleghi da diversi anni, eravate in lizza per ottenere il posto di Vicepresidente nell’Agenzia di Comunicazione dove eravate impiegati, ci siete andati vicini tutti e due a quel posto del cazzo, o meglio, tu ci sei andato vicinissimo mentre lui, grazie a qualche cena, una manciata di email, qualche telefonatina di convenienza e tanti, tanti messaggini, ha incollato le sue narici al culo del vostro capo Guzzi e ti ha soffiato il posto, si insomma, “nel nostro paese è così che funziona”; e pensare che più di una volta lo avevi sentito parlare male di Guzzi, in pubblico e privato, troppo tardi hai capito quale fosse la sua tecnica, quella di sparlare e indurti a sparlare di qualcuno per allontanartene, così lui faceva i suoi comodi con la stessa persona al riparo dai tuoi possibili avvicinamenti, un teorema sul comportamento umano che vale l’apertura del Secondo Sigillo.
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