Nacqui settimino: Carlo, attento, all’estero si diventa stranieri
Sprofondato nell’Africa nera, tra il Niger e il Benue, insegnavo italiano, storia e geografia, in una scuola di campo, per Acquedotti di Roma, uno stipendio discreto e nessun punteggio per la graduatoria. Volai nella palude di Wuan-toobo. Con Susanna ci saremmo rivisti a Natale, la piccola non faceva salti di gioia. Mi sistemarono in una camera stretta, col lettino da una piazza, il tavolato per terra e l’armadio alto un metro e mezzo, i libri li lasciai negli scatoloni.
Dalla finestra vedevo spuntare le casette di legno e la chiesa col tetto spiovente, un reticolato col filo spinato circondava il campo. I bambini fino a dieci anni li seguiva Federico Bonetti, maestro di La Spezia, sopra i cinquanta, un perticone, esile di corporatura, naso storto, aquilino, capellone storico, scontroso come un caprone. La moglie, Clara, teneva i contatti con le autorità locali. Due veterani che avevano insegnato in decine di cantieri sparsi per il mondo, anche a ragazzetti italiani a Bander Abbas, sull’Oceano Indiano.
“Carlo stai attento! All’estero si diventa stranieri, dovunque tu vada, anche nel tuo Paese. Gli amici, i parenti cambieranno, anche la lingua cambierà, da fuori te ne accorgerai più degli altri”.
Gli imbiancavano i capelli lontano dall’Italia, Bonetti non aveva figli, gli mancavano, si appassionava coi giovani, le malinconie se le scuoteva di dosso ogni giorno. Fu il primo che mi parlò di Luciano Bianciardi, mi prestò La vita agra e La battaglia soda. Stavo cenando con lui e Clara, seduti nella chiassosa sala del campo, davanti a delle bistecche cotte alla brace, quando mi disse di Lucianino da Grosseto.
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Bianciardi e l’autoreferenzialità dell’informazione
Personalmente, trovo intollerabile l’overdose di commenti calcistici che passa per le nostre radio e televisioni, cui si sommano i commenti dal vivo, che si possono sentire in giro per l’Italia. A mio modesto avviso, sul calcio c’è ben poco da dire, una volta terminati i novanta minuti della partita. Da questo potete capire quanto poco m’appassioni l’idea di una raccolta di lettere ricevute da un giornale sportivo (perché, com’è noto, sport in Italia significa, almeno dagli anni ‘30, in buona percentuale calcio).
Questo in linea di principio: ma se aggiungete degli altri elementi, per esempio la qualità (non soltanto letteraria, ma umana) dello scrittore, più che giornalista, che risponde alle lettere, e la sua capacità di fornire uno spaccato della vita di un anno, che casualmente coincide anche col campionato di calcio 1970-71 e l’inizio del successivo, le cose cambiano, ed anche uno scettico come me si trova ad essere affascinato e ad interessarsi, oltre che alla travolgente partenza del Napoli (“Beppone” Chiappella, che lo allenava allora, ci ha lasciato alla fine del 2009), al misterioso motivo per cui il portiere Albertosi lasciò la Fiorentina, sostituito da Superchi, alle salvezze in extremis della Sampdoria di Fulvio Bernardini (già core de Roma: a Roma il cuore passa senza problemi dall’una all’altra celebrità, apparentemente senza segni di logoramento) od alla filosofia dell’allora famoso “mago” Helenio Herrera (di cui mi ricordo bene la parodia che ne fece Franco Franchi ne “I due maghi del pallone”, dove allenava una squadra chiamata, nomen omen, la Schiapp).
Lo scrittore è Luciano Bianciardi, che, sostituendo Gianni Brera alla rubrica delle lettere, porta nel commento al campionato sul Guerrin Sportivo tutta la sua coscienza di anarchico ed insinua in qualunque modo la sua polemica e solo in apparenza cinica, ma in fondo innamorata, visione della vita. Questa tattica giustifica molto bene l’azzeccato titolo della raccolta, Il fuorigioco mi sta antipatico (Stampa Alternativa): Bianciardi espone le sue idee nel poco spazio che gli viene concesso dalla risposta ad una lettera, scattando letteralmente sul filo del fuorigioco (e si sa bene quante volte nella sua carriera non lunga di scrittore, qualche guardalinee ha alzato la bandierina). Questa raccolta è uscita un paio d’anni fa per Stampa Alternativa, ma vale la pena di riparlarne, secondo me.
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I Mille: da Genova a Marsala
Vuoi tu, dunque, amico caro, ch’io ti racconti quel che videro i miei occhi ed udirono i miei orecchi nell’avventurosa corsa che facemmo da Genova a Marsala ne’ primi giorni di maggio del 1860, quando saltò in testa a Garibaldi il ticchio di fare quella che parve da principio una gran pazzia, e fu giudicata di poi opera egregia e principalissima tra le sue più belle?
Io, pel bene che ti voglio, non ho il cuore di risponderti: no; ma t’ammonisco di non pretendere da me più che non possa darti un modesto gregario di quella schiera; il quale ascriverà a sua ventura se per la grande dimestichezza in cui lo tenne a que’ giorni (per sua benevolenza) il duce dei Mille, potrà narrarti qualche coserella, che non si trova nelle moltissime storie che de’ suoi casi si scrissero e si scrivono oggi più che mai.
Però non aspettarti da me se non una semplice e breve narrazione, senza ombra di pretesa e senza nugole di filosofia; racconto a te come racconterei a’ miei figlioletti, nel cantuccio del focolare, in quelle serate d’inverno, nelle quali si novella patriarcalmente, more majorum. Né ti dorrai se il mio racconto ti parrà smilzo, perché faccio proposito di non raccontare se non quel che vidi ed udii; e tu capirai bene che io non potevo aver occhi ed orecchi per vedere ed udir tutto. Ma sii certo che io non aggiungerò una frangia alla nuda e santa verità, e mi guarderò scrupolosamente dallo spigolare le storie vecchie e nuove; per la qual cosa, non ti mettere in capo d’aver da me un briciolo di più di quel che sta scritto fra gli scarabocchi del mio taccuino, che han già passati gli anni della coscrizione.
Questa avvertenza che faccio a te, la faccio ancora ai lettori, alla carità de’ quali mi raccomando quanto so e posso, ed ai quali pure io rivolgo questo timido esordio, acciò non s’abbiano a ripromettere da me grandi cose e magnifiche, che non si trovano nella mia bisaccia.
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I Mille e un uomo del destino venuto da un altro mondo
Questo libro, il racconto delle avventure dei mille ragazzi che si imbarcarono a Quarto con Garibaldi e andarono a liberare la Sicilia e l’Italia meridionale, un giorno capita tra le mani di Luciano Bianciardi bambino: glielo dà il padre Atide, timido ed oscuro cassiere di banca, ma mazziniano e patriota nell’animo. Forse questo è l’unico libro di Luciano che non subisce la sorte che tocca agli altri libri non scolastici, quella di essere chiusi a chiave dalla madre maestra Adele, all’inizio dell’anno scolastico e sottratti così a ciò che possa diventare fonte di distrazione per il povero figliuolo.
Luciano legge e rilegge le imprese del suo conterraneo Bandi, lo ammira e sogna di essere anche lui un garibaldino. Non può sognare Salgari, Verne o Dumas, chiusi nell’armadio ed allora i garibaldini e Garibaldi sono i suoi eroi, che non lo abbandoneranno mai. Eroi che non si stanca di ritrovare in tutti i luoghi ove mette i piedi, anche nell’esilio di Nesci-Rapallo ove ogni mattina calpesta la quarzite di Sanfront, proprio quel Sanfront che il Savoia mandò a fermare il Bandi e Garibaldi sul fosso della Cattolica perché non “schioppettassero il pionono”.
Così Luciano ha una visione di Garibaldi eroica, rivoluzionaria, giovanilista, forse addirittura fumettistica, che lo permea di sé; una visione che mal si adatta alla storiografia ufficiale del suo tempo, ed anche del nostro, che vuol assegnare a Garibaldi e ai suoi ragazzi un ruolo e una missione che li inquadri nella storia e nelle vicende politiche italiane, prima come antesignani di color che marciarono su Roma, e poi i padri spirituali di coloro che dalle montagne spararono sui tedeschi inferociti e sugli ultimi irriducibili fascisti sbandati, quei garibaldini che avevano già la camicia rossa e quindi dovevano per forza appartenere a una parte politica ben definita.
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Mille: quei ragazzi che andarono con Garibaldi
C’è una grande differenza tra il Bandi che scrive queste memorie e il Bandi che partecipa agli avvenimenti descritti. Quello è il padrone dell’informazione della città di Livorno: proprietario di uno dei due giornali e direttore dell’altro; questo è un giovane ventiseienne disposto a dare la vita per combattere i tiranni che ancora scorrazzano per quell’Italia che Giuseppe Mazzini ha prefigurato e Giuseppe Garibaldi vuol costruire in concreto.
In mezzo ci sono trentaquattro anni in cui la giovane testa calda fa in tempo a provare il carcere del Granduca, la seconda guerra d’indipendenza, una prima avventura con Garibaldi al fosso della Cattolica, pronto a schioppettare i “soldatelli del pionono”, la diserzione dall’esercito piemontese, l’avventura in Sicilia, la terza guerra d’indipendenza, la prigionia in Croazia. Poi – non ha ancora trentasei anni – la sua vita prende una piega diversa: imbocca la carriera giornalistica, diviene il monopolista dell’informazione livornese, e dai suoi giornali difende la borghesia e i suoi interessi; combatte contro i socialisti e gli anarchici, a tal punto che uno di questi lo uccide quando non ha ancora compiuto i sessant’anni.
La trasformazione pare inspiegabile, o forse no, è normale, capita a molti giovani, è la stessa che si ripeterà in infiniti casi, fino ai nostri giorni, tracciando la parabola di tanti uomini rivoluzionari a vent’anni e conservatori a quaranta, che a venti combattono con ogni arma a disposizione quella borghesia che a quaranta difenderanno con il loro lavoro.
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Leggere non solo è inutile, ma fa anche male
La verità, contrariamente a quello che pensa la maggior parte della gente, è che i libri sono pericolosi. Non soltanto spesso sono inutili, ma addirittura possono fare danni, persino peggiori di quelli prodotti dall’ignoranza. Leggere fa male, molto male. È un concetto difficile da accettare, soprattutto in tempi come i nostri di bestsellerismo imperante, di editoria over-size, di mega-store pieni zeppi di «novità», di super festival del libro e della letteratura (dove tutti vogliono vedere, già meno ascoltare, quasi mai leggere). Un concetto difficile da accettare in un Paese come il nostro dove si pubblicano tra i 60 e i 70mila libri all’anno ma dove meno del dieci per cento degli italiani legge più di un libro al mese. Un concetto difficile da accettare in questo sovraffollamento di titoli dove l’abbondanza soffoca la qualità e le parole scritte superano quelle lette.
Un concetto difficile da accettare ma sul quale vale la pena riflettere se a suggerirlo è una delle menti più sottili e brillanti del suo tempo, come lo fu Arthur Schopenhauer (1788-1860). Il suo scritto Sulla lettura e sui libri (in realtà un paragrafo dei celebri Parerga e paralipomena, che oggi la casa editrice La vita felice pubblica in una edizione «autonoma» con testo tedesco a fronte, pagg. 60, euro 6,50) è, in questo senso, illuminante. Una vera arte del non leggere. Il filosofo tedesco, attorno al 1850, metteva in guardia dal leggere. Soprattutto dal leggere troppo e dal leggere male. «Quando leggiamo, qualcun altro pensa per noi: noi ripetiamo solamente il suo processo mentale… quando si legge ci è sottratta la maggior parte dell’attività di pensare… Quindi accade che chi legge molto e per quasi tutto il giorno, piano piano perde la facoltà di pensare. Questo è il caso di molti dotti: hanno letto fino a diventare sciocchi». E più avanti: «Tanto più si legge, tanto meno ciò che si è letto lascia tracce nello spirito: diventa come una lavagna su cui si è scritto troppo e in modo confuso».
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Non leggete i libri, fateveli raccontare
Sembra ormai chiaro che a questo mondo tutto si può imparare: l’allevamento del pollame e l’arte del governo, la scienza delle finanze e il gioco della canasta, l’astronomia e l’interpretazione dei sogni, a scopi psicoanalitici ma anche per vincere al Lotto. Infatti esistono grammatiche e manuali che spiegano per filo e per segno come si fa. Fra i tanti, non uno dedicato ai giovani che intendono vivere, e addirittura prosperare, in quel campo di attività umane, non essenziali peraltro alla vita dell’uomo, che vanno sotto il nome complessivo e vago di “cultura”. Un manuale di questo tipo andava scritto, norme chiare, precise, efficaci, a uso dei giovani che decidano di diventare intellettuali. Norme disinteressate, che hanno per fondamento un’esperienza ricca e negativa. L’autore infatti ha commesso in giovinezza molti errori grossolani, ed è in grado di mettere in guardia le generazioni nuove.
A loro sono dunque dedicate queste pagine. In particolare a quelli, fra i giovani d’oggi, che madre natura non ha dotato di talento. Perché pare chiaro che i futuri uomini di genio non avrebbero bisogno di leggere e studiare questi nostri consigli: probabilmente se la caveranno da soli. Il nostro lettore è un ragazzo sulla ventina, assolutamente medio e anzi mediocre, senza particolari attitudini, né per gli sport, né per la meccanica, né per le belle arti. Un ragazzo che lasciato solo, privo dei nostri consigli, potrebbe benissimo diventare impiegato di banca, controllore delle ferrovie, geometra al catasto. Noi vogliamo appunto salvare i giovani mediocri da un’esistenza mediocre, avviarli alla scalata dell’Elicona.
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La cultura e il decadentismo della spazzatura
Lo confesso, sono stato combattuto fino all’ultimo: cambiare il prezzo della mezza pensione a Bellaria, da duemilacinquecento libero a cinquanta euro, ed invece di Moro e Fanfani scrivere il nome di qualche politico d’oggi. In tal modo, probabilmente, avrei tolto al lettore quei pochi e inevitabili riferimenti al contemporaneo che soli gli avrebbero fatto capire che queste lezioni sono state scritte non oggi, ma quarant’anni fa. Merito, anche stavolta, dell’incredibile capacità di Luciano Bianciardi di prevedere i mali futuri della nostra società?
No, merito della figura dell’intellettuale che è sempre la stessa, oggi come quarant’anni fa, insensibile perfino a una pur lieve mutazione generazionale. Ma che cosa significa “intellettuale”? Lo chiesero ad Albert Einstein e lui rispose di non saperlo, ma di non preoccuparsene: ormai aveva raggiunto una certa età e nessuno aveva ancora osato chiamarlo così. Ed anche lo stesso Bianciardi si rifiuta di darne una definizione, anzi, ci fa capire che è proprio quell’indecisione, quella nebbia, quella sospensione che conferisce a quella parola e alla professione che sottintende un fascino che resiste nel tempo.
E pensare che fu un intellettuale anche lui, proprio nel senso pieno del termine, quasi fosse stato lui un fruitore delle sue lezioni: figlio della media borghesia, studi in una università famosa, ma non in una grande città, esordio nei giornali locali, poi la fatidica salita a Milano e il successo nell’industria culturale nazionale. Solo che il successo non significò la felicità di Bianciardi, ma provocò addirittura lo scoppio dello scontento, della delusione, del desiderio di tornare indietro, anzi di non esser mai partito dal suo mondo, da quella provincia, da quelle Quattro Strade dalle quali, a parer di tanti, non era mai riuscito a separarsi.
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Bianciardi com’era a Grosseto: incontro con Isaia Vitali
Oltre ad esportare il cineforum, Bianciardi pensò anche a portare i libri della Chelliana ai minatori servendosi del bibliobus. Il vecchio furgone Fiat lo recuperò dal Comune e con un paio di amici sistemò gli scaffali in cui mettere i volumi della universale Rizzoli, vocabolari, grammatiche, libri scientifici della Mondadori, una Bibbia e un Corano. Tra gli “autisti” anche lo scrittore Cassola, che nella biografia di Corrias ricorda che Bianciardi si era inventato anche la rima: «Questo è il bibliobus Chelliana che viaggia una volta a settimana».
Luciano diventò amico di molti minatori, e insieme a Cassola iniziò a scrivere di quel mondo. Erano anni di scontri, lotta contro i padroni e rivendicazioni. Erano durissime le condizioni di lavoro nella vecchia miniera di lignite a Ribolla, che la Montecatini stava smo-bilitando. Soltanto due pozzi su cinque erano rimasti in funzione. E durante uno sciopero contro i licenziamenti, nell’aprile del 1953, quarantacinque operai che si erano calati giù e non volevano uscire, per protesta contro un’ondata di licenziamenti, erano stati tirati fuori incate-nati dai carabinieri. Luciano raccoglieva biografie, intervi-stava la gente.
Lo scoppio di grisou, la tragedia di Ribolla segnò quella generazione. Sulla rivista Il Contemporaneo, Bianciardi pubblicò nel 1954 l’articolo “Ira e lacrime a Ribolla”:
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L’ordinanza Bianciardi
Il Bianciardi, dall’uscio socchiuso, disse sottovoce:
“Generale, sono arrivati”.
Garibaldi si portò davanti all’oblò. Poi fece cenno all’ufficiale di andare a terra.
Il giovane famiglio in un lampo fu sul molo.
Il gruppo degli uomini era fermo sulla battigia a guardare i due vapori.
“A bordo!” gridò il garibaldino con un gesto di saluto. Remando a forza in un attimo si ritrovarono sul ponte, e la piccola brigata scese subito sotto coperta.
“Sgarallino carissimo… sussurrò commosso il generale. Si avviò incontro all’amico e si strinsero in un forte silenzioso abbraccio.
Il Bianciardi principiò a fare le presentazioni:
“Questo è Ottorino Sarperi, della Consociazione Repubblicana; Aladino Vitali e suo fratello Isaia, maestro e giornalista; Angelo Rossi detto Trueba…”
“Trueba?” rammentò a mezza voce il generale, “Voi, se non sbaglio, avete partecipato alla guerra di Spagna nel ‘36 nelle brigate internazionali…”.
Trueba non riuscì nemmeno a dire di sì.
Inghiottì per sbloccare in qualche modo la gola e annuì brevemente con la testa.
Il generale aveva gli occhi lustri, brillanti come due acquemarine.
Bianciardi continuò:
“Delfo Ceni, fotografo e traduttore; Pietro Verdi dell’ANPI di Grosseto, Francesco Chioccon, avvocato; Vladimiro Paganelli, impiegato; Vittorio Alunni, operaio e Libertario; Carletti, artigiano”.
In quel silenzio ovattato s’udiva l’acqua sciabordare alla murata. Il bastimento era cullato dalle onde lunghe che lo investivano lievi sul fianco. Il pegno rimbombava cupo di rumori misteriosi; voci indistinte che venivano dalla coperta, e un canto corale, a tratti, pareva una nenia senza fine, su verso poppa.
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Le cinque giornate: bisognerebbe anche occupare le banche
Gli editori ti ripetono che un romanzo intitolato “Le cinque giornate” non vende, e allora ti tocca cambiargli il titolo.
Non riusciva Luciano a convincere la gente che il Risorgimento italiano non era solo una celebrazione paludata e mezzibusti, ma una vera e propria epopea popolare, una rivoluzione che scoppiò, insieme a tante altre in Europa, anche in Italia, anche a Milano, quella città dove si era rifugiato nel ‘54, che non gli era mai garbata, dalla quale si sentiva emarginato e che gli avvenimenti e le persone a lui vicine avevano costretto ad abbandonare, senza nemmeno aver prima consumato una sua vendetta. Una vendetta che gli era suggerita, quasi imposta, dalla sorte di quei minatori maremmani che aveva conosciuto in gioventù e al cui massacro sul lavoro aveva assistito in quel tragico 1954; ecco allora che la sua fuga a Milano poteva ammantarsi di una vocazione terroristica: riempire di gas il torracchione della Montecatini e far saltare in aria i responsabili di quella strage.
Ma la vendetta aveva solo generato un libro, che ebbe però un successo inaspettato, tanto da farlo diventare un protagonista della scena letteraria italiana degli anni 60, ma non nel senso da lui voluto. Poi la decisione, da lui subita, di ritirarsi, come i lombardi imborghesiti e un po’ rincoglioniti, in Riviera, in quel luogo che era Rapallo, un po’ dormitorio e un po’ moribondario, sottoposto a feroce speculazione edilizia. Un vero e proprio esilio allora, che nella sua fervida immaginazione risorgimentale era dovuto alla sua partecipazione a quella vera rivoluzione delle cinque giornate che era scoppiata a Milano, poco importa se un secolo prima.
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Daniele Boccardi: contro il silenzio
La provincia doveva essere un po’ tutta così,
fosse America, Russia o la nostra città.
I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove
sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili,
qui li hai sottomani, compatti, vicini, esatti, reali.
Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale
Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: e non solo perché qui è più facile lavorare, perché c’è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim’ordine.
È d’obbligo citare le parole dello scrittore maremmano Luciano Bianciardi, affine a Daniele Boccardi non solo per le “radici” geografiche, ma soprattutto per il gusto del piccolo, dell’intimo, per quello sguardo sempre volto a storie semplici, minime, a luoghi remoti del mondo e dell’anima. La provincia è il teatro dei racconti di Boccardi. Niente esce dall’ordinario: i personaggi, i luoghi e le vie sono tanto vicini da risultare familiari a prima vista. Questo è uno degli aspetti più geniali della sua opera: la fedele e stupefacente cronaca di ciò che ci succede intorno, senza pedanteria. Sotto la patina di normalità c’è però qualcosa che stride: la letteratura non può essere autobiografia e sotto le mentite spoglie di una prostituta, di un impiegato comunale o dello studente liceale, si legge la disarmante meditazione sul senso della scrittura e sulla vacuità che incombe sui personaggi e sulla loro vita.
Alla desolazione che fa da sfondo alle Scene della vita di provincia (per citare Landolfi, altro scrittore vicino per più di un verso a Daniele) va aggiunto che la provincia di Daniele Boccardi non è più quella di Bianciardi: il fervore intellettuale e i buoni propositi del dopoguerra si sono assopiti e Daniele non ha mai pensato che della cultura se ne potesse fare un mestiere. Lo scrittore massetano, senza sottovalutare l’importanza della provenienza geografica, vive nel tempo e nel luogo dellla disillusione letteraria, laddove il disagio più grande sta nella sua solitudine interiore, nella sua incapacità di farsi capire.
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Anarchici, garibaldini, visionari. Storie dal secolo breve
Dario Oliviero pubblica su Repubblica l’articolo Anarchici, garibaldini, visionari. Storie dal secolo breve per parlare (anche) del libro Ai miei cari compagni di Luciano Bianciardi.
È un miracolo che non sia finito dimenticato un uomo come Luciano Bianciardi che pure aveva tutte le caratteristiche per l’oblio. Non allineato, anzi anarchico. Amante e profondo studioso di quella parte del Risorgimento più scomoda, quella garibaldina, repubblicana, rivoluzionaria. Traduttore di autori come Henry Miller. Insomma, uno di quelli che è più comodo non ripubblicare. Invece è commovente come resista, grazie a piccole case editrici come Isbn o, in questo caso, Stampa Alternativa che manda in libreria un gioiellino: Ai miei cari compagni. Diario inedito di un neo-garibaldino (10 euro). Due racconti lunghi che danno il senso della forza corrosiva di uno scrittore come Bianciardi. Il primo racconta delle cinque giornate di Milano, il secondo della spedizione degli straccioni di Garibaldi. Due vittorie dove nessuno se le sarebbe aspettate, due bagliori nella storia. Bianciardi mischia a quelle storie anche fughe in avanti, inquadrature nell’Italia del suo tempo, improvvisamente ricca ma ancora povera e ancora così piena di ingiustizia. E nel ripercorrere la storia che più ama, fa quello che il potere non gli ha mai perdonato, descrive il presente e non lo accetta: “In questi cinque giorni di disordine ha regnato in città un ordine nuovo, spontaneo, entusiastico. Basti pensare che non è stato segnalato un solo caso di furto. Milano stava vivendo un clima morale del tutto nuovo. I ladri han ricominciato a rubare non appena è stato ristabilito il rispetto della proprietà”.
Ai miei cari compagni di Luciano Bianciardi
Collana Eretica
168 pagine
ISBN 978-88-6222-000-2
Da Milano, l’ultimo giorno del mese di gennaio
Anno nuovo vita nuova, si ripete ogni volta, e questo ormai è diventato un modo di dire, a cui si dà poca o nessuna importanza. Eppure stavolta noi milanesi siamo stati di parola. Tutti d’accordo: a Capodanno ci siamo riproposti di non fumare più. Basta coi sigari, basta con le pipe, basta con il macubino da annusare. Basta anche con le sigarette, ci siamo detti, anche se, a dire il vero, le sigarette non sono ancora state inventate: bisogna aspettare cinque anni, che scoppi la guerra di Crimea, e allora nascerà l’abitudine “moderna” di avvolgere il tabacco nella carta. In Crimea il caso vorrà che si distribuisca ai soldati alleati, cioè inglesi, francesi, piemontesi e turchi (grandissimi fumatori, secondo il proverbio), una partita di tabacco sfuso e siccome scarseggiano, oltre ai viveri e ai medicinali, le pipe in dotazione alla truppa, questa saprà arrangiarsi e ricorrere alla carta.
La carta non mancherà, perché le dosi di polvere per i fucili ad avancarica sono per l’appunto avvolte nella carta, e l’involtino è propriamente quel che si dice “cartuccia”. Poi forse continueremo a chiamare così la munizione del fucile o della pistola, anche se per la verità la carta non c’entrerà più. E così questa guerra di Crimea, la più stupida tra le tante guerre inutili che ci son state (pensate che il comandante supremo inglese, lord Raglan, non avrà neanche ben chiaro chi sia il nemico, fino all’ultimo crederà esserlo i francesi, e il suo nome passerà più alla storia della moda maschile, per quella manica che porterà il suo nome, che alla storia militare), avrà se non altro il merito, ma sarebbe il caso di dire il demerito di inventare questo modo “moderno” di rovinarsi la salute.
Ora si sa come vanno le rivoluzioni: non c’è dichiarazione ufficiale, come per le guerre. Succede un poco alla volta, quasi sanza che nessuno se ne accorga. E noi abbiamo voluto cominciare appunto con questo che sarà chiamato lo “sciopero del fumo”. Come ci si sia trovati tutti d’accordo, questo Capodanno, nel non fumare più, in giro si dice che probabilmente non lo sapremo mai: forse la voce è circolata durante le veglie di San Silvestro, di salotto in salotto, di bottega in bottega. Forse la cosa è stata decisa così, un po’ per gioco, un po’ per dispetto, tra coloro che leggevano il primo numero del Nipote del Vesta Verde, il rinato almanacco popolare che proprio in quei giorni è apparso, con contributi del Correnti, del Cantoni, del Griffini e del Visconti Venosta, Emilio intendo, con la sua canzone dello “Spazzacamino”, che diventerà così famosa. Questo è quello che pensa la gente, ma non è vero: la so io la verità. So che tutto è stato organizzato la notte di Capodanno in casa Porzio. Lo so perché, e mi ritengo un fortunato, in quella casa, quella sera storica, c’ero anche io, e da poco avevo conosciuto Giuditta.
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I Bianciardini: un occhio a Cracovia
Immagino che pochi di voi siano mai stati a Pitigliano, ed è un vero peccato, perché Pitigliano è un posto bellissimo, sulla strada che dall’Albegna, stretta e tortuosa, sale verso il centro della bassa Toscana e sfocia in Umbria. Il paese compare all’improvviso, sospeso a picco sopra uno strapiombo di roccia d’un rosso ferrigno, colore al quale par che non sia estranea l’assenza di fognatura di paese e l’abitudine di rovasciare dalla finestra i vasi da notte. Ma questo non conta, Pitigliano resta un paese bellissimo, e io ci sono nato quarantacinque anni or sono. Mi chiamo Montefiori, e la mia famiglia è pitiglianese pura da almeno cinque generazioni.
Anzi, tempo addietro andai al tempio, e il buon hazan Servi mi fece dare un’occhiata ai registri della comunità, purtroppo ormai sfaldata perché molti di sono trasferiti altrove, a Grosseto, a Orbetello, a Firenze, addirittura in America, e mi è parso di aver capito che i miei avi lontani vennero qui, ai tempi dei tempi, dalla campagna attorno a Cracovia, una campagna mezzo polacca, mezzo tedesca, di lingua prevalentemente yiddish, dove facevano i poveri bottegai, e si chiamavano Blumberg, che è poi il mio nome, tradotto in buona lingua italiana.
Ma, badiamo bene, queste son cose che ho saputo soltanto adesso, quando con gli anni mi è cresciuto anche il gusto dell’onomastica applicata. Io mi son laureato, con non pochi sacrifici dei miei, in letteratura moderna, con una tesi sulle opere di Francesco Domenico Batacchi, porta immeritatamente poco noto, morto e sepolto nella chiesa madre di Orbetello, dove lavorò come ufficiale di dogana. La tesi, modestia a parte, era degna d’essere pubblicata; se non andò alle stampe fu per il fatto che il povero Batacchi viene ancor oggi giudicato poeta osceno e a niente giova il giudizio più benevolo che di lui diede, nientemeno, Ugo Foscolo.









