Anni di cemento: storia dell’imbarbarimento urbanistico e civile

Anni di cementoIn questo libro, Anni di cemento di Chiara Lico, utile in sé e per sé, frutto di una ricerca sul campo penetrante, è decisamente interessante l’analisi della natura dell’abusivismo romano, delle sue diverse fasi storiche nonché la descrizione dei vari tipi umani che ne sono stati o ne sono i protagonisti: l’abusivo semplice, “storico”, e cioè quello della “casa della domenica” a blocchetti di tufo; l’abusivo speculatore, i cosiddetti “speculatori mediani” che diventeranno spesso famosi come i furbetti del mattone; l’abusivo scientifico, quello che fa leva sul condono del 2003, con intenti speculativi molto mirati godendo di assistenza legale e tecnica continua (e che magari ha nel centro storico uno dei suoi terreni privilegiati di azione illegale); l’abusivo arrogante che si avvale anche di appoggi e di omertà decisamente allarmanti, di segno malavitoso.

Ma non mancano pure casi stupefacenti di abusivismo “istituzionale” legato ad alcuni centri di potere politico-istituzionale che pensano di fare, più o meno, quello che vogliono. Certo è che, indebolitesi ormai le tracce di una “necessità sociale”, l’abusivismo sceglie i propri nuovi insediamenti nelle aree più pregiate della capitale, ai margini delle zone archeologiche o di grandi parchi, quello di Veio, in specie, che “entra” dentro Roma. Ma senza trascurare naturalmente l’Appia Antica dove tante sono state le demolizioni, specialmente sotto la presidenza di Gaetano Benedetto. Nel libro fanno impressione cifre da capogiro, capannoni da tre-quattromila metri cubi.

Un fenomeno che non si riesce a estirpare, anche per la progressiva riduzione (fino alla sparizione) dell’edilizia pubblica, in specie di quella sociale in un Paese che è di nuovo finito ai primi posti di una classifica europea della vergogna. Un fenomeno del quale, anche per stanchezza (oggi un po’ troppo facile, in verità), l’informazione si interessa a cicli, a ondate, senza fare il suo mestiere di scandaglio continuo, incessante, di ogni illegalità, a partire da questa che somma illegalità urbanistica, edilizia, occupazionale, contributiva, fiscale, con ripercussioni negative sull’intero arco dei beni primari di una città e di un Paese.
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Vino e bufale: idee radicate ma spesso insidiose

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaFacciamo una verifica: andiamo da due diversi amministratori locali, o parroci o dirigenti scolastici, scelti a caso. Al primo chiediamo se è interessato a promuovere un’iniziativa nella sua comunità/parrocchia /scuola per sensibilizzare le persone sui problemi legati all’alcol; al secondo proponiamo un’iniziativa sui problemi legati al vino. Scommettiamo che le risposte saranno differenti? Eppure l’alcol non lo beve (quasi) nessuno.

Questo equivoco comporta conseguenze per tutti e non nasce per caso. Il vino è talmente radicato nella nostra cultura da non lasciare spazio all’idea che possa far male. Pensiamo a come ogni circostanza pubblica e privata sia segnata dalla bottiglia speciale, con la quale si festeggiano nascite, lauree, matrimoni e vittorie sportive, si varano le navi, si suggellano accordi e alleanze. E pensiamo a come sia convinzione di tutti che esista l’aperitivo (alcolico) che apre lo stomaco e il digestivo superalcolico che favorisce il dopo pasto! Fino a ritenere fideisticamente che il Vov sia ricostituente, il cordiale dia tono agli ipotesi, il bicchierino di grappa riscaldi contro il freddo, il whisky giusto renda l’uomo più affascinante e (sessualmente) potente e che un bicchiere di vino, sempre definito un “buon” bicchiere di vino, non possa nuocere; che la birra faccia campare cent’anni e che l’amaro centerbe sia quasi un medicinale.

Affermazioni, nel loro insieme e una per una, contrarie alla realtà scientifica. C’è un ulteriore motivo, ancora più importante, per favorire il pregiudizio a rovescio che protegge il vino e le bevande alcoliche in genere: dietro il loro consumo ci sono enormi interessi economici, in conseguenza dei quali risulta scontato allinearsi all’occultamento della verità e al mascheramento dei danni. Torneremo più avanti sul tema bevande alcoliche ed economia: ora ci interessano le correlate questioni di potere e come a farne le spese sia la nostra salute.
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Anni di cemento: tragedia nazionale gestita dal crimine organizzato

Anni di cementoQuando vengo, nel 1974, a lavorare a Roma, al “Messaggero”, mi occupo molto e molto liberamente di urbanistica. Vado in Umbria e lì l’assessore regionale alla partita, il comunista Ottaviani, mi garantisce che l’abusivismo edilizio, da loro, è ormai del tutto sconosciuto. È così anche al Nord che ho appena lasciato, tranne i “punti neri” di alcune riviere. A Roma invece va avanti come una fiumana: le inchieste giornalistiche del tempo fissano in 800 mila il numero dei romani i quali risiedono in case illegali. Sono quindi 800 mila stanze abusive, non allacciate alle fognature, fra l’altro, e che quindi determinano un inquinamento terribile delle marane, delle falde idriche e del Tevere. Una sorta di anti-città che viene ben descritta nel volume-inchiesta che Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta dedicano alle Borgate di Roma, dove si dimostra, fra l’altro, che autentiche “colonie” di immigrati si sono fermate – e formate – all’ingresso delle vie consolari a Roma: campani sull’Appia, abruzzesi sulla Prenestina, marchigiani e umbri sulla Flaminia e così via. Sono gli anni dell’epos drammatico e populista dei pasoliniani “Ragazzi di vita” (1955) e di “Una vita violenta” (1959).

Di quegli stessi anni è il film “Il tetto” di De Sica e Zavattini, uno dei più deboli forse e però da ricordare come documento cinematografico delle “case della domenica”, dell’autocostruzione nel decennio Cinquanta nella capitale, e non solo. Ma, accanto alle case, ai borghi e ai borghetti abusivi, si cominciano a sviluppare intere lottizzazioni non meno abusive che, sulla pelle dei più poveri, della stessa micro-borghesia e del Comune, si ramificano nell’Agro cementificando intere zone verdi o coltivate e lucrando profitti enormi. Come testimoniano le inchieste e le fustigazioni continue di Antonio Cederna, sul “Mondo” e poi sul “Corriere della Sera”, le campagne dell’“Espresso”, di “Paese Sera”, dell’“Unità”, e i libri del sociologo Franco Ferrarotti, come Roma da capitale a periferia. Ci vorrà lo sforzo enorme delle prime amministrazioni di sinistra dopo tanti anni di sgoverno (Argan, Petroselli, Vetere) per sanare, a carissimo prezzo, la ferita immane dell’abusivismo e per dare forma di città a quella anti-città.

Nel 1984, nell’imminenza di nuove elezioni amministrative comunali, facciamo svolgere, al “Messaggero”, una inchiesta sull’abusivismo edilizio affidandola al Censis di Giuseppe De Rita. Cosa ne emerge? Che l’abusivismo “sociale” o “di necessità” è ormai poca cosa rappresentando il 4,5 per cento dell’edilizia illegale a Roma. Ecco emergere quindi i protagonisti del nuovo abusivismo romano: speculatori i quali imboccano la solita scorciatoia per costruire villoni da quattro appartamenti almeno, uno per sé, uno per altri membri della famiglia e due almeno da vendere o da affittare. Tutto rigorosamente in “nero”. E spesso con finanziamenti facili che venivano dal racket, dalla malavita. Ma cosa fanno i notai, le aziende pubbliche dell’elettricità, dell’acqua, del gas? Nulla di nulla.
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Vino e bufale: in principio c’è l’alcol

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaAl-kuhl in arabo significa “polvere nera per tingere le sopracciglia”, oppure “essenza, il meglio di ogni cosa”, usata nella cosmesi e anche come collirio medicamentoso. L’alcol etilico o etanolo è l’essenza del vino, ma anche la peggior cosa contenuta in questa bevanda e non la sola che può fare male. Carlo Petrini, presidente di Slow Food, denuncia come il vino in Europa utilizzi ogni anno 100 mila tonnellate di pesticidi, più che per ogni altro prodotto destinato alle tavole dei consumatori. E Luigi Veronelli, enogastronomo di fede anarchica, ricordava spesso come il vino contenga sempre più concentrazioni di mosto rettificato per elevarne la gradazione alcolica, gomma arabica per ammorbidirlo e tannini ricavati dal legno piuttosto che dall’uva: come il vino sia, insomma, sempre più “costruito” dall’ enologo nelle industrie piuttosto che prodotto dal contadino nella propria cantina.

In modo naturale l’alcol si ottiene lasciando fermentare l’uva con dei lieviti (minuscoli funghi) che si trovano sulla buccia degli acini o siano appositamente aggiunti. Già gli uomini dell’epoca neolitica conoscevano l’effetto stupefacente dei frutti fermentati e, per questo, coltivarono la vite allo scopo di produrre bevande alcoliche. Ma loro non potevano immaginarne i danni…

La difficoltà dell’uomo a rapportarsi col vino risale a un tempo immemorabile. Nel primo libro della Bibbia – la Genesi – c’è scritto: “Ora Noè incominciò a far l’agricoltore e piantò una vigna. Bevuto del vino, s’inebriò e si scoprì nella sua tenda. Più tardi Cam vide la nudità di suo padre”. La letteratura antica è, insomma, ricca di riferimenti al vino, bevanda di fondamentale importanza anche nella simbologia religiosa.

Oltre che per le bevande alcoliche, l’alcol etilico viene usato per produrre profumi e disinfettanti; e, in alcuni paesi del mondo, come combustibile al posto della benzina. In Brasile il bioetanolo derivato per fermentazione dalla canna da zucchero copre il 20% del consumo di carburante.

L’alcol non lo beve quasi nessuno

A parte qualche aspirante suicida o persone in grave crisi d’astinenza alcolica, nessuno al mondo beve l’alcol allo stato puro; né dai profumi, dai disinfettanti o dalla pompa di benzina. Tanti, invece, lo assumono per il tramite delle bevande alcoliche: vino, birra, aperitivi e superalcolici. Tanto per intenderci, un bicchiere di vino da 125 ml, una lattina di birra, un bicchierino di superalcolico da 40 ml o un bicchiere da 80 ml di aperitivo alcolico contengono, grosso modo,
la stessa quantità di alcol: cioè 12 grammi. E, tanto per avere una prima idea, questa “unità di alcol” produce nel maschio “medio”, a digiuno, un’alcolemia di 0,2 grammi per litro che rimane tale per almeno un’ora.

Ma succede che…

Come titolano i nostri giornali? Se l’argomento è trattato in positivo, la sostanza viene chiamata “vino”, “birra” o “grappa”; se però si evidenziano dei problemi viene chiamata “alcol”. Sembra un dettaglio, ma capiremo che questo ha un grande significato. Allo stesso modo su internet: se impostiamo la parola “alcol” (o “alcool”) troveremo pagine che parlano di risse, violenze e incidenti; se invece cerchiamo la parola “vino” o “birra”, ne troveremo altre riferite solo a benefici, piaceri, feste e allegre occasioni turistiche!

Chi, guidando in stato d’ebbrezza, investe un’auto uccidendone gli occupanti – come chi bevendo si espone inconsapevolmente a rischi per la sua stessa salute –, ha assunto “vino” o “birra” o “grappa”: non avrebbe, insomma, bevuto “alcol”! Proviamo a pensare in senso contrario, immaginando titoli di giornali come: “Strage sulle strade: il problema è il vino”, oppure “Bere vino fa venire il cancro al seno”. Sono verità che darebbero troppo fastidio e allora devono restare immaginabili ma non proponibili. Vedremo perché.


Vino e bufale - Tutto quello che vi hanno sempre dato da bere a proposito delle bevande alcoliche di Enrico Baraldi e Alessandro Sbarbada
Collana Eretica
144 pagine
ISBN: 978-88-6222-090-3

Abusivismo edilizio: una storia che viene da lontano

Anni di cementoFra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, quando la popolazione della capitale è già più che raddoppiata rispetto a quella del 1870 e veleggia oltre il mezzo milione di abitanti, i borghi abusivi degli immigrati (manovali, muratori, scaricatori, popolo minuto) si chiamano “villaggi abissini”. “Nei borghetti”, ha scritto Mario Sanfilippo nel suo esemplare volume Le tre città di Roma, uscito da Laterza nel 1993, “si rifugiano i nuovi immigrati poveri, attratti dalla ‘febbre edilizia’, ma anche gli espulsi dalla città regolare e coloro che possono costruirsi soltanto un riparo di fortuna”.

Sono gli effetti dei grandi sventramenti umbertini che Mussolini riprenderà potenziandoli, fra via dell’Impero, corso Rinascimento, Spina di Borgo, Augusteo, e creando le prime borgate del regime, a cominciare da Primavalle. Nel 1911 si contano già almeno una trentina di insediamenti precari. È cominciata a Roma la lunga e dolorosa storia dell’edilizia illegale la quale ha per decenni, fino agli anni Settanta del Novecento, una radice e una ragione sociale profonda. Sulla capitale si rovesciano infatti masse di immigrati – anche centomila all’anno un quarantennio fa – che vengono dal Lazio interno misero e affamato, dal Sud, in particolare da Campania e Sicilia.

Nel 1938, quando Adolf Hitler viene in visita a Roma, il corteo ufficiale deve sfilare anche davanti al Verano, e allora le baracche abusive dei diseredati vengono celate da un grande pannello dipinto con pini a ombrello. Neppure il fascismo, la cui attività edilizia risulterà intensissima, riesce ad affrontare, pur coi grandi mezzi che Mussolini mette a disposizione della città-immagine dell’Impero tornato sui colli fatali, il nodo dell’abusivismo edilizio. Del resto proprio il duce ha fatto saltare i conti demografici della metropoli evitandole, caso unico, l’applicazione delle leggi fasciste contro l’immigrazione spontanea. Per emigrare, bisogna avere un lavoro e una casa e nessuno dei poveri che lasciano campagne e paesi ce l’ha. Così, rispetto al 1921, la Roma della Liberazione ha più che raddoppiato gli abitanti giunti al milione e mezzo di persone.
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La ghigliottina una vedova allegra ma non troppo

La vedova allegra di Antonio CastronuovoIl 10 ottobre 1789, agli albori della Rivoluzione, il medico Joseph-Ignace Guillotin consegnò al Presidente dell’Assemblea costituente un articolato disegno di legge per la riforma del codice penale. Proponeva tra l’altro che a ogni crimine dovesse corrispondere una stessa punizione, indipendentemente dal rango del responsabile e che, in caso di condanna a morte, per evitare inutili sofferenze, «il reo sarà decapitato; e questo sarà fatto unicamente per mezzo di un meccanismo semplice».

Appaiono evidenti le motivazioni egualitarie e filantropiche della proposta, che derivano dalla filosofia dei Lumi, e segnatamente dall’aureo trattato di Cesare Beccaria. Si trattava però di chiarire quale fosse il meccanismo che la proclamata semplicità rendeva quasi inoffensivo e il buon Guillotin ne descrisse sommariamente i particolari. Trascinato dall’entusiasmo, si rivolse ai Costituenti, facendoli partecipi della sua invenzione: «Signori, con la mia macchina vi farò saltare la testa in un batter d’occhio e non soffrirete affatto! La lama piomba come un fulmine, la testa vola via, il sangue sgorga, l’uomo non è più. A malapena percepisce un soffio d’aria fresca sulla nuca». Non era dato prevedere che l’apostrofe retorica stava configurando per molti dei presenti quella che sarebbe diventata una sgradevole realtà.

L’idea fu per il momento accantonata e prese forza con il contributo di un chirurgo, Antoine Louis, che diede al progetto una tecnica concretezza, e di Tobias Schmidt, un fabbricante di clavicembali, che costruì ad arte la «macchina decollatrice». A questa restò tuttavia impresso il nome del suo primo ideatore, nonostante il disagio e il pentimento che lo accompagneranno per tutta la vita. La ghigliottina, verniciata di rosso, fu inaugurata il 25 aprile 1792 a place de Grève e la cavia - cosa per noi stupefacente - fu un ladruncolo recidivo.
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Il manifesto di Unabomber

Il manifesto di UnabomberAll’epoca avevo derubricato il fatto come un’azione dell’efficiente Fbi americana che era riuscita a mettere le mani su un pericoloso serial killer, nella migliore tradizione criminale dell’osceno paese dell’eccesso. Il 3 aprile 1996 fu arrestato Theodore John Kaczynski [nella foto sotto] in una sperduta capanna del Montana.Il pericolo pubblico numero uno dell’epoca metteva fine alla sua attività che dal 1978 aveva provocato, in una sequela di tredici attentati dinamitardi, tre morti e ventitré feriti gravi.

Sto parlando di Unabomber quello che fu definito il pazzo ecoterrorista che aveva terrorizzato l’America per diciotto anni. Non dell’Unabomber nostrano che non si sa nemmeno se esiste e che tanto ha nuociuto a quel povero ingegnere sfigato, prima invischiato, con una serie di presunte prove, manomesse e manipolate e poi scagionato, nella migliore tradizione italica. Sputtanato e rovinato per il resto della sua vita. Sto parlando dell’Unabomber originale. Un uomo solo, in guerra contro tutto e tutti, che odiava profondamente la deriva tecnologica del suo paese.

Theodore John KaczynskiUn efferato criminale, così semplicisticamente si disse allora, che nel corso della sua attività criminale aveva organizzato delitti perfetti. Mai un errore, mai una leggerezza, mai una traccia che potesse svelare la sua identità. Mai un messaggio, una parola per spiegare le sue criminose attività. Unabomber rivolse le sue attenzioni, in maniera particolare, al mondo accademico, alle compagnie aeree ed all’informatica. Il suo nome fu coniato dall’Fbi ed univa UN che sta per university, A che sta per airline e BOMB che va da sé. Al momento dell’arresto, come spesso succede, la realtà superò abbondantemente anche le più fantasiose ipotesi circa il personaggio.
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Santa ghigliottina, tra devozione e repulsione

La vedova allegra di Antonio CastronuovoChe lo si voglia o meno, la ghigliottina è diventata una immagine tipica della rappresentazione storica dell’epoca. Nelle sue Riflessioni sulla Rivoluzione francese, Edmund Burke ebbe già nel 1790 il presentimento della simbiosi tra Rivoluzione e macchina: “Nei sentieri delle loro Accademie grandeggia di lontano l’ombra del patibolo”. Proprio così: la Rivoluzione, compiuta nelle accademie prima ancora che sulle piazze, si snoda su uno scenario che ha sullo sfondo, costantemente, il sinistro contorno di una macchina che, una volta introdotta, entra a far parte della coscienza collettiva.

La fase storica del Terrore, avviata nel 1793, resta impressa nella memoria per questo strumento, che sembra inoltre legato inscindibilmente ad alcuni nomi: Maximilien Robespierre e Louis Saint-Just. Il primo, è noto, si fa artefice del Terrore poco dopo aver proposto l’abolizione della pena di morte. Si è parecchio ironizzato su questo, facendo anche inalberare gli storici che vedono la Rivoluzione con inossidabile simpatia. Resta il fatto che essa perse la carrozza dell’abolizionismo: poteva abolire la pena di morte e non lo fece. Le ragioni storiche di questo fallimento sono tante, certo, e tuttavia a noi osservatori moderni sembrano inammissibili. Ma tant’è, e su Robespierre si continuerà a lungo a ironizzare.

Non basta: tale è il valore emblematico della macchina, da essere diventata un simbolo nazionale: quando si dice ‘ghigliottina’, è alla Francia che immediatamente si pensa. Di più: si pensa a Parigi e non alla provincia, dove pure lavorò a pieno ritmo.

La sua storia dimostra che gli uomini che vollero la ghigliottina ne rimasero in certo modo incatenati. Non solo ci persero loro stessi la testa (l’eterno ondeggiare della storia…), ma si trovarono a dare concreta applicazione tecnica a una punizione umanitaria che ripugnava all’umanità. Santa ghigliottina fu a un certo punto chiamata, e il segreto della santità è forse nel fatto che la devozione si accompagna alla repulsione: diventa santo chi ha in sé qualcosa di detestabile. Stessa cosa per la macchina: santa nella misura in cui l’entusiasmo, anche popolare, celava la ripugnanza.
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Tango bond? Parmalat? Lehman? Colpa del “budget”

Sopra la banca il bancario campa Un po’ pamphlet, un po’ manuale di autodifesa il libro di Gianluigi De Marchi dedicato a banche e banchieri. Tutto inizia con i “budget”, con gli obiettivi che, se raggiunti, danno ai Ceo bonus milionari, agli sportellisti qualche migliaio di euro. E ai clienti prodotti che, nel migliore dei casi, non rispondono ai loro bisogni. Ma fruttano ricche commissioni alle banche.

Sta lì, secondo Gianluigi De Marchi, l’origine, se non di tutti, di buona parte dei mali che affliggono il rapporto fra banche e clienti in Italia. Perché per rispettare il budget si vendono obbligazioni argentine ai pensionati, derivati ai piccoli imprenditori, mutui a tasso variabile a chi rischia grosso se la rata aumenta, obbligazioni Lehman brothers a chi cerca soprattutto un investimento sicuro.

Lo racconta, non rinunciando a una pungente ironia, Gianluigi De Marchi nel suo Sopra la banca il bancario campa, sotto la banca il cliente crepa (108 pagine, 10 euro, editore Stampa alternativa). Ma De Marchi non si limita alla denuncia. Il libro è ricco anche di preziosi consigli ai clienti: per non essere stritolati dall’ingranaggio o, quando il danno è già fatto, per far valere i propri diritti. Anche nei tribunali.
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10 agosto 1792: nel vivo della storia della ghigliottina

La vedova allegra di Antonio CastronuovoIn Francia la ghigliottina, che inizia a lavorare nel 1792, resta dunque in auge per 185 anni, quasi due secoli di onorato ed esemplare servizio. Già qualcuno ha meditato su questa curiosa circostanza: che il Paese della grandeur, la nazione della principale rivoluzione occidentale, la culla dell’illuminismo, ci abbia messo tanto ad abolire la pena di morte. Non solo: nel momento stesso in cui la ghigliottina nasceva, la Francia dei Lumi era già in ritardo rispetto a Pietro Leopoldo di Toscana e all’Austria (che aveva abolito la pena di morte nel 1787), ma anche, incredibilmente, rispetto alla dispotica Russia di Elisabetta Petrovna, che l’aveva soppressa addirittura, con duplice decreto, nel 1753 e 1754. Ma appunto di grandeur si tratta: una grandezza che scaturisce anche da come andarono i fatti della Rivoluzione scoppiata nel 1789, sul cui percorso a un certo punto svetta l’invenzione magnifica e inquietante della ghigliottina.

Evento storico grandioso e drammatico, alla Rivoluzione francese noi dobbiamo molto più di quel che crediamo: ha demolito l’ancien régime, ha eliminato i diritti (e vantaggi) feudali, ha fondato la Repubblica, ha gettato le basi del suffragio universale e del parlamentarismo. Suonano patetici i numerosi tentativi di invalidare la radice illuministica della modernità e semmai rinnegare i vantaggi che ne abbiamo ottenuto. La gran parte di coloro che osteggiano Illuminismo e Rivoluzione possono farlo grazie alle prebende esistenziali che quegli eventi hanno loro concesso (libertà, agiatezza, benefici, diritti).

Con ciò, non affermo che sia proibito revisionare, anzi: ridiscutere i fatti storici è azione salubre e raccomandabile, che ha già portato a più di uno smascheramento ipocrita. Affermo soltanto che nel momento in cui ci disponiamo a parlare della Rivoluzione dobbiamo riconoscere che possiamo farlo proprio perché c’è stata, perché siamo in certo modo figli suoi. E come tutti i figli dobbiamo essere anche un po’ ribelli: riconoscere una paternità, apprendere la storia, e subito dopo metterle (paternità e storia) in discussione.
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Storia della ghigliottina: tanto per sbirciare nell’orribile segreto

La vedova allegra di Antonio CastronuovoÈ possibile ghigliottinare un impiccato, il contrario è decisamente più difficile.
(Philippe Geluk)

Nella prigione parigina della Conciergerie, sulla centralissima Île de la Cité, attendeva di essere ghigliottinato, alla fine del 1835, il pluriomicida Pierre-François Lacenaire. Racchiuso in cella, egli compilò delle memorie che, salvate chissà come, hanno largamente contribuito a fondare il mito del ladro e assassino dandy. Tra le tante cose che scrisse, Lacenaire gettò su un pezzo di carta una manciata di versi, nei quali salutava la macchina che di lì a poco lo avrebbe abbracciato e giustiziato:

Salute a te, mia bella fidanzata,
tra le cui braccia mi devo ora abbandonare!
A te il mio ultimo pensiero,
io fui tuo fin dalla culla!
Salute, o ghigliottina, sublime espiazione,
che sottrai l’uomo all’uomo, e lo redimi dal crimine,
in seno al nulla, mia speranza e mia fede!

Pochi versi, di modesta levatura letteraria, ma molto eloquenti, rivelatori di come la ghigliottina in Francia fosse entrata nell’immaginario collettivo, al punto da suscitare un canto auto-ironico. Lucenaire avrebbe incontrato la sua “bella fidanzata” all’alba del 9 gennaio 1836 alla barriera di Saint-Jacques, sul perimetro meridionale della città.

Pochi anni prima, alla fine del 1830, era uscito dallo stampatore parigino Levavasseur, che aveva bottega a piazza Vendôme, il Rosso e nero di Stendhal: i lettori che, stregati dal romanzo, volarono alle pagine finali, parteciparono con trasporto alla culminante decapitazione del protagonista Giuliano Sorel. Sposato con Matilde, egli aveva tentato di uccidere la sua antica amante, quella signora di Rênal che in una lettera ne aveva svelato il cinico arrivismo, ma l’aveva soltanto ferita. Nulla da eccepire per la decapitazione in seguito a un tentato omicidio, che in quegli anni era cosa normale; e infatti la narrazione si chiude sull’appassionato personaggio di Matilde che raccoglie la testa dell’amato Giuliano per darle tenera sepoltura. Eppure, noi leggiamo oggi quel finale di romanzo come una nota di colore e semmai ci chiediamo: possibile che per un ferimento – il reato di cui s’è macchiato – Giuliano sia condannato alla pena capitale? Altra sensazione può suscitarci Victor Hugo, che dopo aver assistito a parecchie esecuzioni capitali scrisse:
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De Bello Fallico, conclusione: cinque magnifiche perdenti

De Bello FallicoNon fanno partito e sono di partiti diversi. Le deputate Fulvia Bandoli, Franca Chiaromonte e Giovanna Grignaffini sono del PDS-progressisti. Al Senato c’è, oltre a Ersilia Salvato di Rifondazione Comunista, Francesca Scopelliti di Forza Italia. Non si muovono come una lobby trasversale, ma si raccordano con i dissidenti esterni all’istituzione.

Che non sono pochi: nel mondo politico delle donne, tra le magistrate e soprattutto tra le avvocate. Circola, infatti, fin dalle prime battute dell’iter parlamentare, un documento di magistrate e avvocate bolognesi e milanesi intitolato “Meglio la legge attuale che una cattiva nuova legge”. Significativamente lo firmano anche le tre più importanti Case per le donne maltrattate, di Bologna, Milano e Palermo. C’è poi un pronunciamento di Magistratura Democratica che chiede, invano, una audizione al Senato. Mentre, in un convegno organizzato a Roma da Ersilia Salvato e Francesca Scopelliti, la pubblico ministero Diana De Martino dice che, dall’esperienza nel pool antiviolenza presso la Procura di Roma e alla luce dei processi, vede nella legge che sta per essere varata tali incongruenze che difficilmente essa potrà migliorare la posizione della parte offesa. Il problema è che i dissidenti, dentro e fuori il Parlamento, non godono di “buona stampa” perché giornali e TV sono tutti proiettati a esaltare la legge-delle-donne.

Le tre deputate hanno anche il problema di differenziarsi (per non soccombere!) dalle compagne. Pidiessine e progressiste sono infatti quelle che trainano l’operazione legge. Dopo Alessandra Mussolini, naturalmente. In casa PDS-progressisti c’è una tradizione femminista che dovrebbe facilitare il confronto di posizioni. Ma nella realtà questa tradizione è considerata, anche se non proclamata, più un peso che un vantaggio. E c’è una tradizione radicata di obbedienza all’unanimismo.
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De Bello Fallico: maschi cuor di leone

De Bello FallicoL’unico vero Cuor di Leone, senza ironia, è Franco Corleone, deputato verde. Quando interviene alla Camera, durante la prima seduta plenaria, e si richiama alla cultura femminista da lui sempre ammirata, quella contro lo spirito del “fare legge”, gli trema la voce. Quel giorno va così: le deputate del partito-delle-donne intimidiscono i maschi, consapevoli del fatto che, con la loro coscienza sporca per mancata autocoscienza, quando si parla di stupro o diventano arroganti o si fanno prendere dal panico.

Anche i senatori Gualtieri e Debenedetti (Sinistra Democratica) sono severi verso la legge e, coerenti nel voto, si esprimono con rispetto nei confronti delle avversarie. Negli altri, invece, vedo supponenza e una buona dose di pusillanimità. Tanto è vero che qui di seguito citerò battute da buvette, ma non chi le ha pronunciate. Perché solo promettendo loro che mai e poi mai li avrei nominati, questi signori hanno (come dire?) aperto il loro cuore.

C’è un deputato progressista che ha firmato la proposta di legge-delle-donne e poi ne ha dette peste e corna in aula. Ma allora perché l’ha firmata? Perché pensava, con la sua esperienza giuridica, di emendarla nella commissione redigente. Ci va sì e no due volte poi smette, scocciato, perché non c’è spazio per nessun discorso serio e le colleghe non lo stanno a sentire. Il Cuor di Leone supponente smette completamente di impegnarsi. Dice che le colleghe sono poco più che analfabete, ma non disdegna di far loro un complimento galante se le incontra nel Transatlantico con una gonna nuova.
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De Bello Fallico: effetti speciali e l’imbarazzo nel palazzo

De Bello FallicoTorniamo alla cronaca. L’effetto partito-delle-donne ha due immediate, sgradevoli conseguenze. I media inzuppano il pane e viene fuori che «tutte le donne» sono rappresentate da queste deputate e da questa legge. Ed eccoci, quasi a fine secolo, tornare a essere rappresentate nelle condizioni del “sesso debole” come all’inizio del secolo: donne come categoria di senza diritti e senza cittadinanza politica, e quindi senza idee proprie e differenti.

Secondo: l’effetto-partito mette a tacere le minoranze dissenzienti. Con la cancellazione o con il sospetto. Il sospetto tocca a Tiziana Maiolo, presidente della commissione Giustizia della Camera. Poiché non firma la legge-delle-donne, e dice apertamente che è brutta, viene subito indiziata di boicottaggio. Si comporterà invece in maniera impeccabile. Dirà in una intervista a Noi Donne: «Non mi sono mai sentita tanto poco libe- ra». Avrebbe però potuto prendersi la libertà di non votare la legge che non le piace. Invece non lo farà.

La cancellazione tocca alle tre deputate (due pidiessine, una progressista) che non fanno parte né del “gruppino” né del “gruppone”. L’Unità, nell’esaltato resoconto del 23 maggio, non dice che Fulvia Bandoli, Franca Chiaromonte e Giovanna Grignaffini, il giorno stesso della presentazione della legge-delle-donne, fanno sapere di appoggiare solo la proposta del “monoarticolo” (mentre Mariangela Grainer, che ne è la prima firmataria, si aggrega alla maggioranza). La “tirannia della maggioranza” fa sì che non ci sarà alcuna possibilità di fare battaglia per far diventare legge la proposta monoarticolo perché nessuno, tranne le tre deputate dissidenti ed Ersilia Salvato al Senato, la prenderà sul serio.
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De Bello Fallico: “Florilegge” di Maria Virgilio, avvocata

De Bello Fallico(Ovvero il florilegio della legge: parliamo di tecnica legislativa e verifichiamo se la legge nuova è migliore della precedente)

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