Il gemello: dalla realtà scientifica al pretesto letterario

Il gemello Michele LeoniQualcuno ricorderà che recentemente una signora americana, dopo aver guardato bene in faccia i suoi gemelli e prima ancora che qualcuno s’insospettisse, ha candidamente ammesso che uno solo dei due era figlio del marito, l’altro era il risultato di una scappatella, della quale evidentemente la signora si riteneva incolpevole o quasi. I giornalisti hanno curiosato tra gli ostetrici, per sapere quanto fosse eccezionale quell’evento, e saputo che eccezionale proprio non era si sono ritratti quasi annoiati; immagino che Michele Leoni, che in quel momento questo libro, Il gemello lo aveva già scritto, si sia irritato un po’, questo è quello che gli inglesi chiamano “to steal someone’s thunder”, un’espressione che prende origine, pensate un po’, da una macchina teatrale che doveva fare il rumore del tuono.

Alcuni giornalisti chiesero anche a me informazioni su questo minuscolo scandalo, che chissà perché tutti ritenevano inusuale, e mi accorsi di perdere non solo la loro attenzione, ma anche la loro stima, quando mi misi a spiegare i dubbi sulla superfetazione e le certezze sulla superimpregnazione, attenzioni e stima che non riguadagnai nemmeno quando mi misi a raccontare i miti che esistevano in proposito e che mi sembravano dimostrare che la nascita di gemelli, uno solo dei quali assomigliava al marito mentre l’altro era il ritratto sputato del lattaio, dovevano averla osservata anche i nostri antenati.

La richiesta di Michele Leoni di scrivere qualche riflessione sul suo libro – spero che ne farà una postfazione, mi seccherebbe svelare in anticipo alcuni dei misteri del racconto – mi consente di ritornare su alcuni degli argomenti che nessuno ha voluto ascoltare in prima battuta. Il libro di Leoni, poi, ha un elemento particolarmente affascinante, almeno per me: è un mito moderno, gli dèi dell’Olimpo si sono vestiti da miliziani, le dee si sono camuffate da casalinghe, ma sempre un mito è, e con i miti c’è poco da scherzare.
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De Marchi e Uilca: etica della vendita per un sistema bancario al servizio dei cittadini

Sopra la banca il bancario campaÈ stato presentato nei giorni scorsi a Genova, insieme alla UILCA Regionale, il libro di Gianluigi De Marchi: Sopra la banca il bancario campa, sotto la banca il cliente crepa, edito da Stampa Alternativa. L’autore, ex bancario ed ex assicuratore, svela come si costruisce un castello di carte finanziario pronto a trasformasi in fumo. Un libro dalla parte dei risparmiatori che insegna a difendersi dalla voracità delle banche e a recuperare i propri soldi. Tutto ha origine alla fine del secolo scorso con l’introduzione del “budget”, uno strumento di pianificazione aziendale utilizzato per aumentare i profitti delle banche. “Con questo sistema venivano coinvolti dirigenti e impiegati con gratificazioni economiche. Così, messi al bando gli scrupoli, sono state vendute, ad ignari clienti, obbligazioni argentine, titoli Parmalat e Cirio, oppure finte assicurazioni che non assicurano, fino ai tanto famigerati derivati, ai prodotti finanziari della Lehman Brothers e delle banche islandesi”, spiega l’autore Gianluigi De Marchi.

L’obiettivo dell’iniziativa è promuovere l’etica della vendita. “Pratica per la quale lavoratori e sindacato del credito e delle assicurazioni della UIL hanno spesso avuto contro la dirigenza degli istituti di credito – dichiara Orietta Guerra Segretario Regionale UILCA Liguria - E’ importante distinguere il lavoratore bancario dalla banca. Il primo è soggetto a stress da budget e percepisce retribuzioni medie inadeguate, la dirigenza della banca invece percepisce bonus e premi di varia natura fuori misura”.

Parafrasando il titolo dell’accattivante libro di Gianluigi De Marchi: sotto la banca, non solo crepa il cliente, ma crepa anche il bancario.
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Membri di partito: che fine ha fatto Rossana Doll?

Membri di partitiChe fine ha fatto l’ex pornostar barese Rossana Doll? La protagonista del libro scritto dal giornalista Alberto Selvaggi, il best-seller Membri di partito che piovve come una bomba sulle elezioni politiche del 1994 e furoreggiò sui media di tutt’Italia negli anni seguenti, fu al centro del primo scandalo «sesso-politico» del Belpaese. Un caso che partiva da Bari, come quello di Gianpi Tarantini e Patrizia D’Addario e di altre ninfette.

Quel pamphlet rappresenta oggi un po’ la «madre di tutti gli scandali politico-sessuali» di oggi, delle Vallettopoli, ormai sdoganate dalla comune morale. Fu pubblicato dalla spericolata Stampa Alternativa dell’editore romano Marcello Baraghini in un tempo in cui raccontare il privato dei politici era impensabile.

Le ultime notizie su Rossana Doll, passata da «Così fan tutte» di Tinto Brass al porno di Riccardo Schicchi, le pubblicò tempo fa «La Stampa», in una pagina in cui raccontava di storie di sesso in vendita e di droga a Torino. Un girone infernale dal quale però, assicurano i bene informati, Rossana è uscita. La Doll è da tempo fuori dal porno, ha abbandonato anche gli eccessi di una vita pericolosa e sembra anche svolga un lavoro tranquillo al Nord.

Il caso Membri di partito è ricomparso da un po’ sui giornali sulla scia dei recenti scandali. Tra gli ultimi che ne hanno scritto definendolo «precursore» e «illuminante» di ciò che sta accadendo «15 anni dopo» ci sono Roberto Saviano su «L’Espresso» e Giuseppe Caldarola sul «Riformista».
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La vedova allegra simbolo di Francia

La vedova allegra di Antonio CastronuovoE dire che tutto di quell’orrore e di quella barbarie cominciò da un moto di compassione per i condannati a morte e per la crudeltà della loro agonia. A leggere questo La vedova allegra. Storia della ghigliottina, (Stampa Alternativa, pp. 248, euro 14) una storia dei fasti orribili della ghigliottina narrata con sapienza intellettuale da Antonio Castronuovo, uno che a Imola per metà è un medico e per l’altra metà un saggista brillante e originale, ti rendi conto che non è mai esistito al mondo un animale di ferocia pari a quella dell’uomo.

L’ho detto, tutto era cominciato nella Francia di fine Settecento dov’era all’avanguardia la cultura dei “Lumi”, di chi voleva una società più ragionevole, una condizione dell’uomo meno avvilente. Una compassione che si estendeva ai condannati a morte, contro i quali per secoli le società occidentali non s’erano risparmiate nulla. Straziati e torturati prima della morte. Decapitati a colpi di spada, e ce ne volevano molti prima che la testa cadesse. Impiccati, e le loro convulsioni duravano minuti e minuti.

Parità di pene

Nato nel 1738 nella Francia occidentale, medico e professore universitario a Parigi, Joseph-Ignace Guillotin era un riformatore e un moderato per antonomasia. Da riformatore pronunciò nel 1789 un discorso all’Assemblea Nazionale che ebbe una larga risonanza. In un tempo in cui i tribunali disponevano del più largo arbitrio nel comminare le pene, nel senso che queste pene erano più gravi e più crudeli per coloro che appartenevano ai ceti sociali più bassi, in quel discorso auspicò che a parità di delitto le pene fossero eguali per tutti. E, soprattutto, che fosse più indolore possibile lo strumento che dava la morte. Uno strumento che lui voleva semplice e che staccasse d’un colpo la testa del condannato facendolo soffrire il meno possibile. Furono poi altri a programmare e a costruire artigianalmente lo strumento che prese il nome dal dottor Guillotin, marchiandolo di uno stemma macabro che il buon medico non meritava affatto. La ghigliottina, ovvero la “vedova allegra”.
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Vino e bufale: conflitti d’interesse

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaEsiste un’“Associazione Luigi Veronelli per la tutela e promozione del vino italiano” composta da un centinaio di parlamentari d’ogni schieramento politico. Poco importa che Veronelli, in vita, abbia preso ripetutamente posizioni contro le leggi del parlamento che favoriscono le grandi imprese del vino a discapito dei piccoli produttori e fosse più avvezzo a frequentare il Leoncavallo invece dei palazzi del potere. Evidentemente su queste cose i politici vanno d’accordo, come orgogliosamente puntualizza la presidentessa dell’intergruppo parlamentare onorevole Bianconi:

Quando ci riuniamo e sediamo a tavola siamo un unico grande partito!

Esiste poi un legame molto stretto tra diversi importanti giornalisti italiani e il mondo del vino. Come sottolinea Milena Gabanelli nella citata trasmissione di Report, “il vino gode di una protezione mediatica difficilmente paragonabile ad altri prodotti. Tanti bei nomi dell’imprenditoria e dello spettacolo producono vino, e siccome sono spesso sui giornali e in televisione, ovviamente ne parlano”.

“Brunello” Vespa

Il 2 giugno 2004, la RAI, diretta da Flavio Cattaneo (già premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?), sulla rete RAIUNO di Fabrizio del Noce (già premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?), nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa (già premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?) discuteva degli effetti del vino sulla salute. In studio “gli esperti” erano sommelier e produttori di vino (conflitto di interessi?). Unico rappresentante della scienza, per parlare degli effetti del vino sulla salute, il professor Giorgio Calabrese (pure lui premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?).
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Anni di cemento: storia dell’imbarbarimento urbanistico e civile

Anni di cementoIn questo libro, Anni di cemento di Chiara Lico, utile in sé e per sé, frutto di una ricerca sul campo penetrante, è decisamente interessante l’analisi della natura dell’abusivismo romano, delle sue diverse fasi storiche nonché la descrizione dei vari tipi umani che ne sono stati o ne sono i protagonisti: l’abusivo semplice, “storico”, e cioè quello della “casa della domenica” a blocchetti di tufo; l’abusivo speculatore, i cosiddetti “speculatori mediani” che diventeranno spesso famosi come i furbetti del mattone; l’abusivo scientifico, quello che fa leva sul condono del 2003, con intenti speculativi molto mirati godendo di assistenza legale e tecnica continua (e che magari ha nel centro storico uno dei suoi terreni privilegiati di azione illegale); l’abusivo arrogante che si avvale anche di appoggi e di omertà decisamente allarmanti, di segno malavitoso.

Ma non mancano pure casi stupefacenti di abusivismo “istituzionale” legato ad alcuni centri di potere politico-istituzionale che pensano di fare, più o meno, quello che vogliono. Certo è che, indebolitesi ormai le tracce di una “necessità sociale”, l’abusivismo sceglie i propri nuovi insediamenti nelle aree più pregiate della capitale, ai margini delle zone archeologiche o di grandi parchi, quello di Veio, in specie, che “entra” dentro Roma. Ma senza trascurare naturalmente l’Appia Antica dove tante sono state le demolizioni, specialmente sotto la presidenza di Gaetano Benedetto. Nel libro fanno impressione cifre da capogiro, capannoni da tre-quattromila metri cubi.

Un fenomeno che non si riesce a estirpare, anche per la progressiva riduzione (fino alla sparizione) dell’edilizia pubblica, in specie di quella sociale in un Paese che è di nuovo finito ai primi posti di una classifica europea della vergogna. Un fenomeno del quale, anche per stanchezza (oggi un po’ troppo facile, in verità), l’informazione si interessa a cicli, a ondate, senza fare il suo mestiere di scandaglio continuo, incessante, di ogni illegalità, a partire da questa che somma illegalità urbanistica, edilizia, occupazionale, contributiva, fiscale, con ripercussioni negative sull’intero arco dei beni primari di una città e di un Paese.
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Vino e bufale: idee radicate ma spesso insidiose

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaFacciamo una verifica: andiamo da due diversi amministratori locali, o parroci o dirigenti scolastici, scelti a caso. Al primo chiediamo se è interessato a promuovere un’iniziativa nella sua comunità/parrocchia /scuola per sensibilizzare le persone sui problemi legati all’alcol; al secondo proponiamo un’iniziativa sui problemi legati al vino. Scommettiamo che le risposte saranno differenti? Eppure l’alcol non lo beve (quasi) nessuno.

Questo equivoco comporta conseguenze per tutti e non nasce per caso. Il vino è talmente radicato nella nostra cultura da non lasciare spazio all’idea che possa far male. Pensiamo a come ogni circostanza pubblica e privata sia segnata dalla bottiglia speciale, con la quale si festeggiano nascite, lauree, matrimoni e vittorie sportive, si varano le navi, si suggellano accordi e alleanze. E pensiamo a come sia convinzione di tutti che esista l’aperitivo (alcolico) che apre lo stomaco e il digestivo superalcolico che favorisce il dopo pasto! Fino a ritenere fideisticamente che il Vov sia ricostituente, il cordiale dia tono agli ipotesi, il bicchierino di grappa riscaldi contro il freddo, il whisky giusto renda l’uomo più affascinante e (sessualmente) potente e che un bicchiere di vino, sempre definito un “buon” bicchiere di vino, non possa nuocere; che la birra faccia campare cent’anni e che l’amaro centerbe sia quasi un medicinale.

Affermazioni, nel loro insieme e una per una, contrarie alla realtà scientifica. C’è un ulteriore motivo, ancora più importante, per favorire il pregiudizio a rovescio che protegge il vino e le bevande alcoliche in genere: dietro il loro consumo ci sono enormi interessi economici, in conseguenza dei quali risulta scontato allinearsi all’occultamento della verità e al mascheramento dei danni. Torneremo più avanti sul tema bevande alcoliche ed economia: ora ci interessano le correlate questioni di potere e come a farne le spese sia la nostra salute.
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Anni di cemento: tragedia nazionale gestita dal crimine organizzato

Anni di cementoQuando vengo, nel 1974, a lavorare a Roma, al “Messaggero”, mi occupo molto e molto liberamente di urbanistica. Vado in Umbria e lì l’assessore regionale alla partita, il comunista Ottaviani, mi garantisce che l’abusivismo edilizio, da loro, è ormai del tutto sconosciuto. È così anche al Nord che ho appena lasciato, tranne i “punti neri” di alcune riviere. A Roma invece va avanti come una fiumana: le inchieste giornalistiche del tempo fissano in 800 mila il numero dei romani i quali risiedono in case illegali. Sono quindi 800 mila stanze abusive, non allacciate alle fognature, fra l’altro, e che quindi determinano un inquinamento terribile delle marane, delle falde idriche e del Tevere. Una sorta di anti-città che viene ben descritta nel volume-inchiesta che Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta dedicano alle Borgate di Roma, dove si dimostra, fra l’altro, che autentiche “colonie” di immigrati si sono fermate – e formate – all’ingresso delle vie consolari a Roma: campani sull’Appia, abruzzesi sulla Prenestina, marchigiani e umbri sulla Flaminia e così via. Sono gli anni dell’epos drammatico e populista dei pasoliniani “Ragazzi di vita” (1955) e di “Una vita violenta” (1959).

Di quegli stessi anni è il film “Il tetto” di De Sica e Zavattini, uno dei più deboli forse e però da ricordare come documento cinematografico delle “case della domenica”, dell’autocostruzione nel decennio Cinquanta nella capitale, e non solo. Ma, accanto alle case, ai borghi e ai borghetti abusivi, si cominciano a sviluppare intere lottizzazioni non meno abusive che, sulla pelle dei più poveri, della stessa micro-borghesia e del Comune, si ramificano nell’Agro cementificando intere zone verdi o coltivate e lucrando profitti enormi. Come testimoniano le inchieste e le fustigazioni continue di Antonio Cederna, sul “Mondo” e poi sul “Corriere della Sera”, le campagne dell’“Espresso”, di “Paese Sera”, dell’“Unità”, e i libri del sociologo Franco Ferrarotti, come Roma da capitale a periferia. Ci vorrà lo sforzo enorme delle prime amministrazioni di sinistra dopo tanti anni di sgoverno (Argan, Petroselli, Vetere) per sanare, a carissimo prezzo, la ferita immane dell’abusivismo e per dare forma di città a quella anti-città.

Nel 1984, nell’imminenza di nuove elezioni amministrative comunali, facciamo svolgere, al “Messaggero”, una inchiesta sull’abusivismo edilizio affidandola al Censis di Giuseppe De Rita. Cosa ne emerge? Che l’abusivismo “sociale” o “di necessità” è ormai poca cosa rappresentando il 4,5 per cento dell’edilizia illegale a Roma. Ecco emergere quindi i protagonisti del nuovo abusivismo romano: speculatori i quali imboccano la solita scorciatoia per costruire villoni da quattro appartamenti almeno, uno per sé, uno per altri membri della famiglia e due almeno da vendere o da affittare. Tutto rigorosamente in “nero”. E spesso con finanziamenti facili che venivano dal racket, dalla malavita. Ma cosa fanno i notai, le aziende pubbliche dell’elettricità, dell’acqua, del gas? Nulla di nulla.
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Vino e bufale: in principio c’è l’alcol

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaAl-kuhl in arabo significa “polvere nera per tingere le sopracciglia”, oppure “essenza, il meglio di ogni cosa”, usata nella cosmesi e anche come collirio medicamentoso. L’alcol etilico o etanolo è l’essenza del vino, ma anche la peggior cosa contenuta in questa bevanda e non la sola che può fare male. Carlo Petrini, presidente di Slow Food, denuncia come il vino in Europa utilizzi ogni anno 100 mila tonnellate di pesticidi, più che per ogni altro prodotto destinato alle tavole dei consumatori. E Luigi Veronelli, enogastronomo di fede anarchica, ricordava spesso come il vino contenga sempre più concentrazioni di mosto rettificato per elevarne la gradazione alcolica, gomma arabica per ammorbidirlo e tannini ricavati dal legno piuttosto che dall’uva: come il vino sia, insomma, sempre più “costruito” dall’ enologo nelle industrie piuttosto che prodotto dal contadino nella propria cantina.

In modo naturale l’alcol si ottiene lasciando fermentare l’uva con dei lieviti (minuscoli funghi) che si trovano sulla buccia degli acini o siano appositamente aggiunti. Già gli uomini dell’epoca neolitica conoscevano l’effetto stupefacente dei frutti fermentati e, per questo, coltivarono la vite allo scopo di produrre bevande alcoliche. Ma loro non potevano immaginarne i danni…

La difficoltà dell’uomo a rapportarsi col vino risale a un tempo immemorabile. Nel primo libro della Bibbia – la Genesi – c’è scritto: “Ora Noè incominciò a far l’agricoltore e piantò una vigna. Bevuto del vino, s’inebriò e si scoprì nella sua tenda. Più tardi Cam vide la nudità di suo padre”. La letteratura antica è, insomma, ricca di riferimenti al vino, bevanda di fondamentale importanza anche nella simbologia religiosa.

Oltre che per le bevande alcoliche, l’alcol etilico viene usato per produrre profumi e disinfettanti; e, in alcuni paesi del mondo, come combustibile al posto della benzina. In Brasile il bioetanolo derivato per fermentazione dalla canna da zucchero copre il 20% del consumo di carburante.

L’alcol non lo beve quasi nessuno

A parte qualche aspirante suicida o persone in grave crisi d’astinenza alcolica, nessuno al mondo beve l’alcol allo stato puro; né dai profumi, dai disinfettanti o dalla pompa di benzina. Tanti, invece, lo assumono per il tramite delle bevande alcoliche: vino, birra, aperitivi e superalcolici. Tanto per intenderci, un bicchiere di vino da 125 ml, una lattina di birra, un bicchierino di superalcolico da 40 ml o un bicchiere da 80 ml di aperitivo alcolico contengono, grosso modo,
la stessa quantità di alcol: cioè 12 grammi. E, tanto per avere una prima idea, questa “unità di alcol” produce nel maschio “medio”, a digiuno, un’alcolemia di 0,2 grammi per litro che rimane tale per almeno un’ora.

Ma succede che…

Come titolano i nostri giornali? Se l’argomento è trattato in positivo, la sostanza viene chiamata “vino”, “birra” o “grappa”; se però si evidenziano dei problemi viene chiamata “alcol”. Sembra un dettaglio, ma capiremo che questo ha un grande significato. Allo stesso modo su internet: se impostiamo la parola “alcol” (o “alcool”) troveremo pagine che parlano di risse, violenze e incidenti; se invece cerchiamo la parola “vino” o “birra”, ne troveremo altre riferite solo a benefici, piaceri, feste e allegre occasioni turistiche!

Chi, guidando in stato d’ebbrezza, investe un’auto uccidendone gli occupanti – come chi bevendo si espone inconsapevolmente a rischi per la sua stessa salute –, ha assunto “vino” o “birra” o “grappa”: non avrebbe, insomma, bevuto “alcol”! Proviamo a pensare in senso contrario, immaginando titoli di giornali come: “Strage sulle strade: il problema è il vino”, oppure “Bere vino fa venire il cancro al seno”. Sono verità che darebbero troppo fastidio e allora devono restare immaginabili ma non proponibili. Vedremo perché.


Vino e bufale - Tutto quello che vi hanno sempre dato da bere a proposito delle bevande alcoliche di Enrico Baraldi e Alessandro Sbarbada
Collana Eretica
144 pagine
ISBN: 978-88-6222-090-3

Abusivismo edilizio: una storia che viene da lontano

Anni di cementoFra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, quando la popolazione della capitale è già più che raddoppiata rispetto a quella del 1870 e veleggia oltre il mezzo milione di abitanti, i borghi abusivi degli immigrati (manovali, muratori, scaricatori, popolo minuto) si chiamano “villaggi abissini”. “Nei borghetti”, ha scritto Mario Sanfilippo nel suo esemplare volume Le tre città di Roma, uscito da Laterza nel 1993, “si rifugiano i nuovi immigrati poveri, attratti dalla ‘febbre edilizia’, ma anche gli espulsi dalla città regolare e coloro che possono costruirsi soltanto un riparo di fortuna”.

Sono gli effetti dei grandi sventramenti umbertini che Mussolini riprenderà potenziandoli, fra via dell’Impero, corso Rinascimento, Spina di Borgo, Augusteo, e creando le prime borgate del regime, a cominciare da Primavalle. Nel 1911 si contano già almeno una trentina di insediamenti precari. È cominciata a Roma la lunga e dolorosa storia dell’edilizia illegale la quale ha per decenni, fino agli anni Settanta del Novecento, una radice e una ragione sociale profonda. Sulla capitale si rovesciano infatti masse di immigrati – anche centomila all’anno un quarantennio fa – che vengono dal Lazio interno misero e affamato, dal Sud, in particolare da Campania e Sicilia.

Nel 1938, quando Adolf Hitler viene in visita a Roma, il corteo ufficiale deve sfilare anche davanti al Verano, e allora le baracche abusive dei diseredati vengono celate da un grande pannello dipinto con pini a ombrello. Neppure il fascismo, la cui attività edilizia risulterà intensissima, riesce ad affrontare, pur coi grandi mezzi che Mussolini mette a disposizione della città-immagine dell’Impero tornato sui colli fatali, il nodo dell’abusivismo edilizio. Del resto proprio il duce ha fatto saltare i conti demografici della metropoli evitandole, caso unico, l’applicazione delle leggi fasciste contro l’immigrazione spontanea. Per emigrare, bisogna avere un lavoro e una casa e nessuno dei poveri che lasciano campagne e paesi ce l’ha. Così, rispetto al 1921, la Roma della Liberazione ha più che raddoppiato gli abitanti giunti al milione e mezzo di persone.
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La ghigliottina una vedova allegra ma non troppo

La vedova allegra di Antonio CastronuovoIl 10 ottobre 1789, agli albori della Rivoluzione, il medico Joseph-Ignace Guillotin consegnò al Presidente dell’Assemblea costituente un articolato disegno di legge per la riforma del codice penale. Proponeva tra l’altro che a ogni crimine dovesse corrispondere una stessa punizione, indipendentemente dal rango del responsabile e che, in caso di condanna a morte, per evitare inutili sofferenze, «il reo sarà decapitato; e questo sarà fatto unicamente per mezzo di un meccanismo semplice».

Appaiono evidenti le motivazioni egualitarie e filantropiche della proposta, che derivano dalla filosofia dei Lumi, e segnatamente dall’aureo trattato di Cesare Beccaria. Si trattava però di chiarire quale fosse il meccanismo che la proclamata semplicità rendeva quasi inoffensivo e il buon Guillotin ne descrisse sommariamente i particolari. Trascinato dall’entusiasmo, si rivolse ai Costituenti, facendoli partecipi della sua invenzione: «Signori, con la mia macchina vi farò saltare la testa in un batter d’occhio e non soffrirete affatto! La lama piomba come un fulmine, la testa vola via, il sangue sgorga, l’uomo non è più. A malapena percepisce un soffio d’aria fresca sulla nuca». Non era dato prevedere che l’apostrofe retorica stava configurando per molti dei presenti quella che sarebbe diventata una sgradevole realtà.

L’idea fu per il momento accantonata e prese forza con il contributo di un chirurgo, Antoine Louis, che diede al progetto una tecnica concretezza, e di Tobias Schmidt, un fabbricante di clavicembali, che costruì ad arte la «macchina decollatrice». A questa restò tuttavia impresso il nome del suo primo ideatore, nonostante il disagio e il pentimento che lo accompagneranno per tutta la vita. La ghigliottina, verniciata di rosso, fu inaugurata il 25 aprile 1792 a place de Grève e la cavia - cosa per noi stupefacente - fu un ladruncolo recidivo.
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Il manifesto di Unabomber

Il manifesto di UnabomberAll’epoca avevo derubricato il fatto come un’azione dell’efficiente Fbi americana che era riuscita a mettere le mani su un pericoloso serial killer, nella migliore tradizione criminale dell’osceno paese dell’eccesso. Il 3 aprile 1996 fu arrestato Theodore John Kaczynski [nella foto sotto] in una sperduta capanna del Montana.Il pericolo pubblico numero uno dell’epoca metteva fine alla sua attività che dal 1978 aveva provocato, in una sequela di tredici attentati dinamitardi, tre morti e ventitré feriti gravi.

Sto parlando di Unabomber quello che fu definito il pazzo ecoterrorista che aveva terrorizzato l’America per diciotto anni. Non dell’Unabomber nostrano che non si sa nemmeno se esiste e che tanto ha nuociuto a quel povero ingegnere sfigato, prima invischiato, con una serie di presunte prove, manomesse e manipolate e poi scagionato, nella migliore tradizione italica. Sputtanato e rovinato per il resto della sua vita. Sto parlando dell’Unabomber originale. Un uomo solo, in guerra contro tutto e tutti, che odiava profondamente la deriva tecnologica del suo paese.

Theodore John KaczynskiUn efferato criminale, così semplicisticamente si disse allora, che nel corso della sua attività criminale aveva organizzato delitti perfetti. Mai un errore, mai una leggerezza, mai una traccia che potesse svelare la sua identità. Mai un messaggio, una parola per spiegare le sue criminose attività. Unabomber rivolse le sue attenzioni, in maniera particolare, al mondo accademico, alle compagnie aeree ed all’informatica. Il suo nome fu coniato dall’Fbi ed univa UN che sta per university, A che sta per airline e BOMB che va da sé. Al momento dell’arresto, come spesso succede, la realtà superò abbondantemente anche le più fantasiose ipotesi circa il personaggio.
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Santa ghigliottina, tra devozione e repulsione

La vedova allegra di Antonio CastronuovoChe lo si voglia o meno, la ghigliottina è diventata una immagine tipica della rappresentazione storica dell’epoca. Nelle sue Riflessioni sulla Rivoluzione francese, Edmund Burke ebbe già nel 1790 il presentimento della simbiosi tra Rivoluzione e macchina: “Nei sentieri delle loro Accademie grandeggia di lontano l’ombra del patibolo”. Proprio così: la Rivoluzione, compiuta nelle accademie prima ancora che sulle piazze, si snoda su uno scenario che ha sullo sfondo, costantemente, il sinistro contorno di una macchina che, una volta introdotta, entra a far parte della coscienza collettiva.

La fase storica del Terrore, avviata nel 1793, resta impressa nella memoria per questo strumento, che sembra inoltre legato inscindibilmente ad alcuni nomi: Maximilien Robespierre e Louis Saint-Just. Il primo, è noto, si fa artefice del Terrore poco dopo aver proposto l’abolizione della pena di morte. Si è parecchio ironizzato su questo, facendo anche inalberare gli storici che vedono la Rivoluzione con inossidabile simpatia. Resta il fatto che essa perse la carrozza dell’abolizionismo: poteva abolire la pena di morte e non lo fece. Le ragioni storiche di questo fallimento sono tante, certo, e tuttavia a noi osservatori moderni sembrano inammissibili. Ma tant’è, e su Robespierre si continuerà a lungo a ironizzare.

Non basta: tale è il valore emblematico della macchina, da essere diventata un simbolo nazionale: quando si dice ‘ghigliottina’, è alla Francia che immediatamente si pensa. Di più: si pensa a Parigi e non alla provincia, dove pure lavorò a pieno ritmo.

La sua storia dimostra che gli uomini che vollero la ghigliottina ne rimasero in certo modo incatenati. Non solo ci persero loro stessi la testa (l’eterno ondeggiare della storia…), ma si trovarono a dare concreta applicazione tecnica a una punizione umanitaria che ripugnava all’umanità. Santa ghigliottina fu a un certo punto chiamata, e il segreto della santità è forse nel fatto che la devozione si accompagna alla repulsione: diventa santo chi ha in sé qualcosa di detestabile. Stessa cosa per la macchina: santa nella misura in cui l’entusiasmo, anche popolare, celava la ripugnanza.
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Tango bond? Parmalat? Lehman? Colpa del “budget”

Sopra la banca il bancario campa Un po’ pamphlet, un po’ manuale di autodifesa il libro di Gianluigi De Marchi dedicato a banche e banchieri. Tutto inizia con i “budget”, con gli obiettivi che, se raggiunti, danno ai Ceo bonus milionari, agli sportellisti qualche migliaio di euro. E ai clienti prodotti che, nel migliore dei casi, non rispondono ai loro bisogni. Ma fruttano ricche commissioni alle banche.

Sta lì, secondo Gianluigi De Marchi, l’origine, se non di tutti, di buona parte dei mali che affliggono il rapporto fra banche e clienti in Italia. Perché per rispettare il budget si vendono obbligazioni argentine ai pensionati, derivati ai piccoli imprenditori, mutui a tasso variabile a chi rischia grosso se la rata aumenta, obbligazioni Lehman brothers a chi cerca soprattutto un investimento sicuro.

Lo racconta, non rinunciando a una pungente ironia, Gianluigi De Marchi nel suo Sopra la banca il bancario campa, sotto la banca il cliente crepa (108 pagine, 10 euro, editore Stampa alternativa). Ma De Marchi non si limita alla denuncia. Il libro è ricco anche di preziosi consigli ai clienti: per non essere stritolati dall’ingranaggio o, quando il danno è già fatto, per far valere i propri diritti. Anche nei tribunali.
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10 agosto 1792: nel vivo della storia della ghigliottina

La vedova allegra di Antonio CastronuovoIn Francia la ghigliottina, che inizia a lavorare nel 1792, resta dunque in auge per 185 anni, quasi due secoli di onorato ed esemplare servizio. Già qualcuno ha meditato su questa curiosa circostanza: che il Paese della grandeur, la nazione della principale rivoluzione occidentale, la culla dell’illuminismo, ci abbia messo tanto ad abolire la pena di morte. Non solo: nel momento stesso in cui la ghigliottina nasceva, la Francia dei Lumi era già in ritardo rispetto a Pietro Leopoldo di Toscana e all’Austria (che aveva abolito la pena di morte nel 1787), ma anche, incredibilmente, rispetto alla dispotica Russia di Elisabetta Petrovna, che l’aveva soppressa addirittura, con duplice decreto, nel 1753 e 1754. Ma appunto di grandeur si tratta: una grandezza che scaturisce anche da come andarono i fatti della Rivoluzione scoppiata nel 1789, sul cui percorso a un certo punto svetta l’invenzione magnifica e inquietante della ghigliottina.

Evento storico grandioso e drammatico, alla Rivoluzione francese noi dobbiamo molto più di quel che crediamo: ha demolito l’ancien régime, ha eliminato i diritti (e vantaggi) feudali, ha fondato la Repubblica, ha gettato le basi del suffragio universale e del parlamentarismo. Suonano patetici i numerosi tentativi di invalidare la radice illuministica della modernità e semmai rinnegare i vantaggi che ne abbiamo ottenuto. La gran parte di coloro che osteggiano Illuminismo e Rivoluzione possono farlo grazie alle prebende esistenziali che quegli eventi hanno loro concesso (libertà, agiatezza, benefici, diritti).

Con ciò, non affermo che sia proibito revisionare, anzi: ridiscutere i fatti storici è azione salubre e raccomandabile, che ha già portato a più di uno smascheramento ipocrita. Affermo soltanto che nel momento in cui ci disponiamo a parlare della Rivoluzione dobbiamo riconoscere che possiamo farlo proprio perché c’è stata, perché siamo in certo modo figli suoi. E come tutti i figli dobbiamo essere anche un po’ ribelli: riconoscere una paternità, apprendere la storia, e subito dopo metterle (paternità e storia) in discussione.
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