Vento di censura. Céline ancora fa paura.

Maledetto CélineÈ del gennaio di quest’anno la decisione del Ministro della Cultura francese Frédréric Mitterrand, sollecitato dal cacciatore di criminali nazisti Serge Klarsfeld e dal sindaco di Parigi Bertrand Delanoë, di mandare al macero un volume che, tra altre celebrate personalità nazionali, includeva anche Louis-Ferdinand Céline… “Céline ha alimentato l’odio antiebraico” accusa Klarsfeld; “La letteratura non si censura: questo caso è assurdo” ribatte Philippe Sollers.
Distinguendo la letteratura da ogni ideologia, si può comunque contestualizzare lo scrittore in frangenti storici caratterizzati da un diffuso antisemitismo che affonda le proprie radici nelle tesi della sinistra ottocentesca anticapitalistica sostenute soprattutto dai Fourier, Proudhon o dall’ebreo Marx.
Alfine non si tratta di valutare il profilo etico di Céline, ma d’inquadrarlo nella sua epoca (seppure non debba sfuggire come nessun autore primonovecentesco risulti più di lui attuale o ‘profetico’ rispetto a questo nostro tempo attraversato da conflitti e venti di guerra).
A cinquanta anni dalla morte, lo scrittore, ritenuto collaborazionista soprattutto a causa del suo libello Bagattelle per un massacro (specie di prosastico metapoema contro un presunto, planetario complotto semita-capitalistico), condannato a un anno di carcere e poi amnistiato, continua a rimanere ostaggio di schieramenti contrapposti, tra convinti ‘estimatori di destra’ e problematici ‘sdoganatori di sinistra’.
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Il grande dandy: la bellezza, l’eleganza e l’abito

Il grande dandy di J.-A. Barbey D'AurevillyLa bellezza, che sarà pure una ‘questione di gusti’, comunque non è una ‘funzione’. Per il dandy, poi, non sempre è bello ciò-che-piace; ma ciò che disinteressatamente… interessa. La sua è un’estetica tutta ‘psicologica’.

L’eleganza? Quella vera, secondo Brummell, deve passare inosservata. Perché il dandy non è il damerino o il gagà, il libertino fatale, l’eccentrico tenebroso, il turbolento bohémien, il malinconico esteta, il febbrile gigolò e, tanto meno, lo snob o ‘snobile’ (s.nob.: contrazione di sine nobilitate)… E non una turbolenta o isterica eleganza, ma la ‘distinzione’ del nil mirari connota il dandy. Questi non è uno riducibile alla ‘moda’; e a chi vorrebbe porlo in relazione con l’arte del vestirsi, attitudine dello snob e dello scapato con, un moderno dandy-clochard come lo stazzonato Baudelaire spiega che il dandismo “non s’identifica con la passione smodata per l’abbigliamento e con l’eleganza tangibile”, bensì col rispetto della propria persona. “Sappi” scrive il poeta dei Fleurs du mal a Madame Aupick “che per tutta la mia vita, vivessi agiatamente o da straccione, ho sempre consacrato due ore alla mia toilette”.

Poi, in nome della semplicità assoluta, Baudelaire – avverso al Thomas Carlyle (1795-1881) che nel Sartor Resartus (1836) critica l’originalità dei dandies – aborre quanti vorrebbero attirare l’attenzione per il loro aspetto esteriore e afferma di prediligere le nuances del nero, il più anonimo e simbolico dei colori… Essere eleganti sì, ma sempre mo- deratamente.

Quello di Brummell – scrive M. Beerbohm – “è un abito sobrio, moderato e, lo affermo energicamente, splendido; è privo d’assurdità e di ricercatezze, ma non di un ordine squisito; e infine è duttile, austero e pratico” (Dandy & dandies, 1896). Abiti del dandy. Posto che il modo di vestire è, spesso, anche un modo di pensare, vale per il dandy senza stereotipi un abbigliamento affrancato d’ogni schema e frivolezza. Una volta per tutte, poi, s’affermi che, contrariamente a quanto diffuso dalla pubblicistica, non c’è vero rapporto fra moda e dandismo.
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Il grande dandy: “Verso le tre mi sono pettinato, arricciato, vestito, calzato, guantato”

Il grande dandy di J.-A. Barbey D'AurevillyÈ, quello di Barbey d’Aurevilly, un tradizionalismo incentrato sull’eterna dialettica fra il bene assoluto, identificato col mito della divinità, e il male originato dall’avvento del progresso e dei nuovi sistemi economici: ciò che, dopo la collaborazione nel 1843 al “Moniteur de la mode”, spiega il suo impegno come caporedattore presso la conservatrice “Revue du Monde Catholique”, fondata nel 1847 insieme ad alcuni seguaci della Societé Catholique. Nel 1848, allo scoppio della Rivoluzione francese, lo scrittore è tentato di candidarsi alle elezioni. Ma ben presto, deluso dalla disumanità dei rivoltosi e inorridito a causa dei numerosi fatti di sangue, si schiera dapprima con la resistenza popolare contro la Rivoluzione e poi si ritira dalla vita politica per dedicarsi completamente alla letteratura.

Dopo l’incontro, nel 1854, con Baudelaire con cui stringe una duratura amicizia, è verso gli anni 1855-’56 la sua conversione religiosa e il suo ritorno in Normandia. Il successo di pubblico e critica, a lungo atteso, gli arride dopo la pubblicazione delle Diaboliques: che però suscita grande scandalo negli ambienti cattolici e gli costa un processo concluso con la condanna al macero di tutte le copie dell’opera.

I contemporanei di Barbey vedono in lui la versione francese, forse un po’ bizzarra se non caricaturale, dell’inglese George Bryan Brummell (nato a Londra nel 1778 e, rovinato dal vizio del gioco e dagli strozzini, morto nel 1840 a Caen, nell’ospizio per matti “Bon Saveur”), arbitro di un’eleganza depurata da orpelli vistosi (abolizione delle parrucche e adozione di pantaloni avana lunghi a tubo invece delle brache attillate; sobrietà del frac con preferenza per i colori grigio, marrone e soprattutto azzurro); contraddetto da Barbey, che si fa notare in pubblico per la pettinatura baroccamente arricciata e una bulimia sartoriale quanto meno stravagante o addirittura kitsch: imponente cilindro, guanti color sangue di bue, giacche con gli alamari, fodere di velluto nero oppure scarlatto e bottoni luminescenti sui gilè a festoni, camicie merlettate, strettissimi calzoni di raso.
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Il grande dandy e la rivolta estetica

Il grande dandy di J.-A. Barbey D'AurevillyIl dandy, per sua funzione, è un oppositore.
Albert Camus

I Dandy: mai epiteto ebbe origini più indefinite e lignaggio più incerto. In qualche caso, certa paraetimologia lo farebbe derivare dall’italiano daino, in inglese buck, indicante l’aggraziato animale e, insieme, il maschio umano elegante. Diffuso in Scozia nel XVIII sec., assonanzato sia col diminutivo di Andrew, sia con la canzone militare inglese Yankee doodle dandy che vorrebbe ridicolizzare lo sgargiante abbigliamento dei ribelli durante la Rivoluzione americana del 1770, il termine ha la sua maggior diffusione presso la società londinese nel secondo decennio dell’Ottocento (George Gordon Byron lo cita in una lettera a Moore, datata 15 luglio 1813).

Puro simbolo alquanto sfruttato dall’odierna fast fashion commerciale, opulenta e griffata, dopotutto esso resta un tardo frutto di quell’Illuminismo che prepara la rivolta romantica: laddove – scrive Camus – “il romanticismo dimostra […] come la rivolta sia strettamente connessa al dandismo” (L’uomo in rivolta, 1951). Ne è un esempio calzante quel Byron oppositore del perbenismo dell’aristocrazia inglese e tra i cospiratori d’una insurrezione antiturca in Tracia.

È, quello indicato da Camus, un sentimento di rivolta in cui la ragione, giunta all’acme della sua raffinatezza, vorrebbe, per la prima volta nella storia umana, segnando il passaggio fra l’aristocrazia decaduta e la democrazia nascente, rivendicare le proprie laiche regole basate sul valore dell’individualità liberata contro la massificazione coatta. Non in questa pianificatrice d’ogni differenza, bensì in se stesso, il dandy specchia il proprio essere: il dandismo, insomma, è un’”autointerpretazione”.
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Maledetto Céline: la guerra, perfetta e orrida caricatura di follia e morte

Maledetto Céline di Stefano LanuzzaAppunto nella sua accentuazione caricaturale, la guerra, che per Céline non è quel gioco di possibilità e probabilità, di fortuna e sfortuna ovvero quella specie di ‘partita a carte’ teorizzata dal militare prussiano Clausewitz, è riferita in un codice franto e sincopato, in una lingua che non è dell’intelligenza speculativa ma è quella granulare, irta e spugnosa del risentimento dei sensi urlanti e insultanti.

Anima sporca come chi ne possieda una sensitiva, Céline disprezza le anime belle, quelle stimolate solo dalla falsa coscienza, e i liliali pacifismi ottocenteschi allargati al Novecento, il secolo meno pacifista di tutti i tempi… Perché il pacifismo céliniano si determina a partire dalla paura e dalla nausea, senza supporti politici né alibi sociologici (per i quali lo stesso pacifismo moderno, ponendosi come missione di pochi ‘paladini della pace’, si trova a implicare la guerra), ma fondato sull’insopprimibile disgusto per il potere.

Contro cui, secondo l’autore, si può e si deve combattere la mentalità guerresca perfino con quanto viene comunemente inteso come vigliaccheria; e con la diserzione, scappando, imboscandosi, arrendendosi o addirittura accordandosi col nemico: affermando edonisticamente la propria paura, quella fottuta paura per salvare la pelle che rende l’uomo umano.

Politicamente ingenuo, Céline non interpreta nella chiave classicamente pacifista il discorso della guerra; bensì lo svolge traslandolo ed esplanandolo nel carnevale guignolesco: mettendolo a nudo, disperdendone i bacilli infetti e sezionandolo come, lui medico ed epidemiologo, avrebbe potuto fare con un cadavere su un tavolo anatomico.
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