Il profeta di Satana: l’angelo e il demonio

Il profeta di Satana di Silvio Fazio– Ricardo Ramirez? – mi chiese l’uomo che sedeva accanto a me.

Era propro lui, Frank Salerno, quale onore per me essere arrestato da una persona così importante! Gli risposi di sì, lui mi guardò, senza odio né cattiveria, ricordandomi prima i miei diritti e poi che, se soltanto fosse arrivato sul posto cinque minuti dopo, quelle persone mi avrebbero fatto a pezzi. Forse voleva che lo ringraziassi personalmente ma era ormai troppo tardi, adesso il grande Ricardo aveva ritrovato tutta la sua superbia:

– Frank, lo so che ti chiami Frank. Ascolta bene quello che sto per dirti, io non posso morire perché sono il figlio prediletto di Satana e nessuno mai potrà uccidermi su terra, figurati poi quel branco di stronzi!

Mi guardò di nuovo, questa volta il suo sguardo era più ironico, guardava il sangue che mi colava dal naso sorridendo, come se volesse farmi sentire tutta la mia vulnerabilità, poi, fissando davanti a sé, aggiunse:

– Vedremo se il tuo Satana ti aiuterà a resistere all’aria pura della camera a gas.

Buona la battuta del vecchio Frank, gli risposi che non c’era bisogno del suo aiuto poiché ero innocente e che non sarei mai stato condannato a morte. Si stava chiedendo come potevo sperare di cavarmela con tutti gli omicidi e stupri che avevo commesso, lo lessi nella sua mente, ma lo stupii di nuovo dicendogli:

– Vedi Frank, l’America è un Paese democratico, per condannare qualcuno bisogna prima provare che sia colpevole e poi processarlo, questa procedura a volte è molto lunga, potrebbe addirittura durare degli anni, senza contare, e mi dispiace per te, che io non ho fatto nulla di male.
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Il profeta di Satana: ormai ero diventato il “night stalker”

Il profeta di Satana di Silvio FazioStavolta la polizia decise di agire alla grande. Televisioni, giornali non facevano altro che parlare di me, avvertendo la gente che un “Night Stalker” operava nella valle di Los Angeles e che era molto pericoloso. Continuavano a mostrare il ridicolo identikit che non mi somigliava per niente: io ero molto più bello di quel disegno del cavolo. Ritornai nel bar dove lavorava la piccola tedesca, avevo deciso di farmela, ma purtroppo non lavorava più là. Mi sedetti lo stesso e presi un caffè mentre la televisione passava di continuo dei notiziari sulle mie imprese. A un certo punto vidi addirittura Frank che parlava di me, questo mi rese assai fiero perché, malgrado dicesse che ero un pervertito e uno psicopatico, aggiungeva poi che possedevo un’intelligenza rara e una calma agghiacciante. Se si fosse limitato a dire solo quello sarebbe stato bello ma il bastardo cominciò a dare una serie di dettagli sulla mia persona che mi fecero arrabbiare, rendendomi anche inquieto:

– L’assassino porta delle scarpe Reebok, misura quarantacinque. Veste di scuro e ha i denti cariati. È alto, magro, di tipo meticcio, puzza spesso di sudore ed ha i capelli assai lunghi.

Potevo lavarmi, cambiare gli abiti e tagliarmi i capelli, ma di certo non rifarmi i denti né ingrassare o rendermi più piccolo, e poi, come cazzo sapeva che portavo delle Reebok misura quarantacinque? Avevo sicuramente sottovalutato il lavoro della scientifica, dovevo stare molto più attento a ciò che facevo e soprattutto a non lasciare più in vita le mie vittime, perché di certo erano state loro a fornire tutti quegli elementi alla polizia. Il mio sesto senso mi suggerì di lasciare la città per qualche tempo, così presi la direzione di San Francisco, una metropoli veramente sgradevole, tutta salite e discese, mi sembrava di essere arrivato in un Luna Park.
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Il profeta di Satana: chi detiene davvero il diritto di disporre della vita altrui?

Il profeta di Satana di Silvio FazioRicardo Ramirez mi raccontò gli orrori che aveva commesso come se stesse narrando un cantico di Dante; formulava bene le proprie argomentazioni e perfino quelle più crudeli uscivano dalla sua bocca in maniera garbata. La mia amica lo fissava negli occhi e capivo che era soggiogata da quello strano fascino, un misto di malvagia seduzione e di sensuale provocazione. Le chiese addirittura se fosse libera quella sera. Cindy arrossì come una scolaretta e abbassando gli occhi gli rispose: “Io sì ma non tu, purtroppo”.

Rimasi perplesso, constatando ancora una volta che l’attrazione fisica conduceva inevitabilmente l’essere umano verso l’oscurantismo più becero. Era lui il profeta di Satana, reo di crimini orrendi, eppure, in quel preciso istante, le parti si erano invertite, vedevo davanti a me solo un bel ragazzo spavaldo, mentre la triviale metodologia della paranoia l’avevo accanto. Nonostante capissi decentemente l’inglese, ogni tanto qualche frase del suo racconto mi sfuggiva, allora guardavo Cindy e lei Ricardo, il quale, comprendendo il mio vuoto, me la ripeteva in spagnolo. Non ricordo bene quanto tempo passai lì dentro, ma la cosa più strana è che dimenticai completamente dove mi trovavo, solo alla fine dell’intervista mi resi conto che da uomo libero potevo lasciare quell’anomalo penitenziario mentre Ricardo sarebbe rimasto a vegetare nella sua gabbia d’argilla fino a quando, una mattina, qualcuno l’avrebbe aperta all’improvviso per condurlo nell’ultima camera a gas ancora esistente negli Stati Uniti.

Senza pretendere di possedere l’inalienabile diritto al perdono, alla compassione o alla rivalsa, non potevo comunque astrarmi da una problematica vecchia come il mondo e che contrastava inevitabilmente con il concetto stesso di democrazia: chi detiene davvero il diritto inopinabile di disporre della vita altrui? Difficile domanda, alla quale eludo qualsiasi risposta che potrebbe creare l’incomprensione della preda o, al contrario, l’esaltazione del predatore.
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Il profeta di Satana: lo incontrai a San Quintino, sembrava una rock star

Il profeta di Satana di Silvio FazioSe un giorno il mondo ti sembrerà troppo piccolo per contenere la tua voglia di comprendere o semplicemente quella di paragonarti ad altro, credimi, non esitare, prendi lo zaino e parti dove ti sospinge il tuo sesto senso. È quello che feci negli anni Settanta e non mi sono più fermato, consapevole che ci avrebbe poi pensato il tempo a richiamarmi a dei doveri più sedentari. Nel Novanta, in Francia, feci conoscenza di una giornalista americana, scriveva articoli per un famoso quanto controverso periodico anglo-statunitense e fu grazie a lei che, un pomeriggio uggioso, mi ritrovai quasi per caso faccia a faccia con un certo Ricardo Ramirez.

A quell’epoca non sapevo nemmeno chi fosse quell’affascinante ragazzo dallo sguardo vispo e dal sorriso ammaliante e quando lo seppi misi più di dieci anni per digerire l’inesorabile verdetto che la mia coscienza di borgataro romano rifiutava tenacemente d’accettare. Il problema era che, nella mia vita, ne avevo conosciuti a decine di Ramirez e li avevo quasi adulati, di sicuro colpa del loro eccezionale carisma che li destinava naturalmente a essere dei veri trascinatori di folle. Attraenti, spavaldi e un po’ fanfaroni, i miei Ramirez conquistavano tutti i prototipi del genere umano. Il debole, ne faceva l’antieffigie della propria frustrazione, mentre il potente il riverbero del proprio egocentrismo.

Incontrai Ricardo nella prigione statale di San Quintino, realizzando solo molto tempo dopo di quanto fosse assurda la struttura carceraria americana. Ignoravo infatti che proprio in quegli anni per far fronte al forte incremento dei reclusi (circa due milioni), il governo degli Stati Uniti aveva accettato e poi adottato un originale progetto per creare un certo numero d’istituti penitenziari privati. La vera singolarità di una tale rivoluzione sociale consisteva nel fatto che nelle carceri gestite da privati i 550.000 detenuti erano attivi e preparavano, lavorando, la propria eventuale reintegrazione nella società. In quelle statali, invece, come appunto San Quintino dove erano imprigionati i criminali più pericolosi e i condannati a morte, c’era non solo una disparità di trattamento tra i detenuti ma anche un’incomprensibile inoperosità congenita delle parti.
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