L’esperienza di un percorso e di un’esistenza

La quinta felicità di Eugenio AzzolaHo cominciato a pensare, non senza vergogna per la psichiatria, alle relazioni, ai rapporti, agli scritti “scientifici”: mai questa condizione, lo sporco, i corpi, le secrezioni, avevano trovato posto. Intendo dire: mai avevano potuto assumere un significato di vitalità, di tensione, di relazione. Nel lessico della psichiatria tutto è pulito, igienico, asettico. La medicina non può riconoscere lo sporco, il corpo in sé con le sue storture e limitazioni. Può solo definirlo come malattia, corpo malato. La digestione, la masticazione, la continenza sono, all’occhio del medico, fisiologia o patologia. Nel racconto di Eugenio, che psichiatra non è, i corpi e le loro secrezioni rientrano a fare parte trionfalmente dell’esistenza.

Di qui comincio ad aver chiaro quanto ha significato la presenza di giovani volontari, cooperativisti, obiettori, cittadini nel processo di cambiamento così radicale e irreversibile che abbiamo vissuto e stiamo vivendo nel nostro Paese. Un cambiamento che abbiamo potuto misurare con la presenza di sguardi che si incontrano, di mani che si toccano, di corpi che si riconoscono. Questi giovani hanno invaso i luoghi freddi e geometrici della psichiatria col calore e il disordine del loro desiderio, del loro bisogno di stare nella vita. Hanno reso visibili e trasparenti luoghi da sempre separati, vietati alla vista, dimenticati. L’incontro di Eugenio e dei suoi compagni non poteva prescindere dal mettere in gioco il proprio corpo.

Sembrano drammatici e violenti i “corpo a corpo” che accadono nella casetta. Sembra insostenibile la confusione che alimenta la vita sconnessa e improbabile di quelle cinque persone, intollerabile il mescolamento e la convivenza. Ma è proprio da qui che si produce il senso di un’esperienza, di un percorso, di un’esistenza. Ancora una volta corpi e sguardi che restituiscono significato e possibilità di comprensione a gesti, emozioni, parole che sembrano formarsi in mondi lontani, misteriosi, inaccessibili. Parole, emozioni, gesti che si costruiscono mentre gli operatori, i “sani”, riconoscono che le loro emozioni, i loro gesti, le loro parole non sono alla fine così lontani e diversi.
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Il racconto di un anno coi matti della Casetta

La quinta felicità di Eugenio AzzolaA settembre del 1980 l’ospedale psichiatrico di Trieste chiude. Il grande parco comincia a inselvatichirsi. Dei 1200 internati pochi restano ad abitare i reparti ancora in uso. Negli anni a venire saranno sempre meno. Quasi vent’anni dopo, quando Eugenio Azzola, pacifista e obiettore, entra per la prima volta, il parco è abbandonato. La natura è tornata rigogliosa a coprire tutto; le architetture dei reparti stanno scomparendo, nascoste dalla crescita caotica di alberi, arbusti e cespugli.

Tutto quelli che sono restati hanno vissuto gli anni d’oro del manicomio. Non abitano più i reparti ma gli appartamenti che furono dei direttori, dei primari, degli infermieri. I grandi padiglioni sono vuoti, chiusi, cadenti. Aspettano di essere recuperati ad altri usi. Nel parco arriveranno l’università, le scuole, i roseti, il ristorante, il museo e un autobus di linea. Oggi, ogni giorno, insegnanti, studenti, ricercatori, cooperativisti, operatori sanitari, visitatori, scolaresche, mamme con bambini e cani frequentano il parco.

Eugenio comincia il servizio civile e il suo racconto in un luogo sospeso, magico, misterioso. Non c’è più il manicomio, la città non c’è ancora. Deve occparsi, con altri giovani come lui, dei cinque bambini che abitano la casetta, un edificio che in passato ricoverava gli “infettivi”, una sorta di lazzaretto dentro le mura del manicomio. I bambini della casetta sono realtà uomini adulti che ora abitano insieme e condividono decenni di malattia, istituzioni, storie, abbandoni.
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Colpevoli silenzi e omissioni della psichiatria ufficiale

Tanto scappo lo stesso - Romanzo di una matta di Alice BanfiAlice racconta dei suoi ricoveri in un servizio psichiatrico milanese. Denuncia i trattamenti subiti. Denunce, queste, difficili e dolorose. I più fanno di tutto per dimenticare. Il ricordo di quelle mortificazioni, di quella violenza è intollerabile. Non è distante il dolore del ricordo di chi è sopravvissuto al campo di concentramento. A Trieste, dove ho iniziato a lavorare nel 1971, era rarissimo il ricorso alla contenzione meccanica. Nell’ordinato e mitteleuropeo frenocomio di San Giovanni gli infermieri e i medici parlavano con orgoglio del rifiuto di questa pratica. Fascette e camicie di forza, se pur in dotazione in alcuni reparti, era usate rarissimamene. Quasi mai, dicevano con orgoglio gli infermieri più anziani.

A Trieste si usava una più “civile” forma di contenzione: i camerini di isolamento e i letti a rete. Un letto chiuso da alte reti di corda robusta ai quattro lati e in alto. Durante la notte arrivavano ai reparti di accettazione pazienti da ricoverare coattivamente con l’ordinanza del questore. Il più delle volte arrivavano, come dicevano gli infermieri della Croce Rossa che li trasportavano, “cinghiati e barellati”. Ovvero legati come salami sulla barella. Il compito del medico e dell’infermiere di turno consisteva nel liberarlo dalle cinghie e rinchiuderlo nel letto a rete. Altri, non solo nei reparti di accettazione, se disturbatori, insonni, clamorosi, incontenibilmente deliranti, agitati, venivano rinchiusi, nudi, nel camerino di isolamento, uno stanzino due metri per due con dispositivi tali da impedire qualsiasi forma di autolesionismo con, in dotazione, solo un terzo materasso e una coperta a prova di lacerazione.

Per quanto più “civile”, questa pratica restava inaccettabile. Era Basaglia a dirlo a noi, giovani apprendisti mentre ci chiedeva di essere presenti durante i turni di notte. La contenzione è inaccettabile, inutile, violenza e produttrice di violenza. Fu da quelle notte che cominciò ad apparire un confine, un limite invalicabile alle cure e ai trattamenti: la violazione del corpo, la privazione della libertà, la mortificazione dell’altro. Da allora le procedure, le pratiche, le organizzazioni e il lavoro terapeutico sono stati condizionati da quei limiti, da quella premessa.
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Tanto scappo lo stesso, il romanzo di una matta

Tanto scappo lo stesso - Romanzo di una matta di Alice BanfiQuesto libro, Tanto scappo lo stesso – Romanzo di una matta, di Alice racconta di un’altra Alice, che non tutti siamo abituati a conoscere e che pure è ora che conosciamo. Di un altro viaggio, in un altro paese delle meraviglie, ci parla questo libro, meraviglie che sono tali in quanto si stenta a crederle vere. E perché, una volta incontrate, difficili e forse impossibili a dimenticarsi. E non si dimentica l’orrore. È in questo indimenticabile orrore che la nostra Alice ci porta. L’orrore e gli orrori della psichiatria che resiste al cambiamento, che sopravvive a se stessa mentre annienta le persone. Testimonia, questo libro, dei luoghi e dei tempi, delle atmosfere che quella psichiatria sostiene, di cosa accade alle donne, agli uomini che si trovano ad attraversarli. Sarà, il libro di Alice, un’incredibile sorpresa per quanti mai hanno avuto la ventura di metterci il naso, in quei luoghi e tempi, in quelle atmosfere.

Con rigore, con leggerezza e con una scrittura scorrevolissima Alice riferisce il suo passaggio attraverso un luogo-simbolo della psichiatria: il servizio psichiatrico di diagnosi e cura. Il luogo dove le persone vengono consegnate, perché vengano accolte e medicate, sofferenze acutissime, abissi di terrore, incontrollabili voci ora paurose ora suadenti, visioni angeliche e dialogiche; il luogo che accoglie tutto l’indicibile gelo, il deserto senza fine di emozioni e relazioni rese irriconoscibili, insostenibili da qualcosa che in quei momenti pare ed è più grande di loro. Forse più forte di tutto.

Un luogo buono quando si dispone, si apre, si prepara ad ascoltare, a vedere, a comprendere, a dare vicinanza, a confortare la persona in quel momento cruciale. Un luogo buono se è capace sempre di considerare le persone in relazione a quel momento, che è solo uno dei momenti della malattia che sta dentro nella vita di quella persona, ben più ampia, complessa, ricca di meraviglie possibili. Un luogo cattivo quando si attrezza a registrare sintomi, comportamenti, atteggiamenti. Quando ripropone distanze, si chiude, sequestra, imbavaglia, contiene. Quando a dominare è l’occhio dello psichiatra che non vede, l’orecchio che non sente. Quando a condizionare i giochi è la malattia, la malattia incomprensibile, la malattia imprevedibile, la “scandalosa e pericolosa” malattia. Quando sentimenti come disperazione, euforia, malinconia, rabbia, rancore vengono derubati del loro significato “umano” cui pure appartengono, costringendo l’altro, la persona, a oggetto.
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Basaglia a Trieste: quasi prima che accada

Basaglia a Trieste - Cronaca del cambiamentoQuando, nel 1839, il primo scatto fotografico riesce finalmente a riprodurre su una lastra la realtà così com’è, la nascente psichiatria che ha postulato il danno al cervello come causa della malattia mentale è alla ricerca di una dimostrazione oggettiva e incontestabile delle sue ipotesi. I segni della malattia che il sapere medico sta disegnando con crescente sicurezza devono essere oggettivabili. La fotografia si offre così a sostenere la psichiatria che vuole rappresentare la follia. Diventa la prova inequivocabile della malattia ed entra nei classici manuali della Clinica Psichiatrica.

Sono patetiche e tragiche le foto dei malati costretti in posa a mostrare sul loro volto i segni della malinconia, dell’allucinazione, della mania, delle passioni alterate, dell’idiozia, del furore. Il gesto, l’espressione, lo sguardo del folle fermato nella lastra testimoniano con indiscutibile rigore la malattia. La classificazione delle malattie sembra avere ormai fondamenti più che evidenti. Alla catalogazione segue la riduzione di ogni passione, emozione, sentimento a malattia e da qui la sottrazione, la separazione, il sequestro.

Quando la foto segnaletica comincia a servire le autorità di polizia, anche la psichiatria arricchisce di questo strumento il suo agire istituzionale. La foto segnaletica diventa corredo della cartella clinica: gli internati in posa di profilo e di prospetto con il numero di matricola sulla divisa. Sfogliando oggi le vecchie cartelle si scoprono le persone ferme nella loro sofferenza, si coglie la profonda tragicità del momento in cui stanno per diventare irreversibilmente oggetto, stanno per perdere per sempre la loro appartenenza. Vengono i brividi a figurarsi la tranquilla competenza dell’infermiere fotografo intento a ritrarre il momento di quel tragico cambiamento, quasi un attimo prima che accada.
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