Non leggete i libri, fateveli raccontare

Non leggete i libri, fateveli raccontare di Luciano BianciardiSembra ormai chiaro che a questo mondo tutto si può imparare: l’allevamento del pollame e l’arte del governo, la scienza delle finanze e il gioco della canasta, l’astronomia e l’interpretazione dei sogni, a scopi psicoanalitici ma anche per vincere al Lotto. Infatti esistono grammatiche e manuali che spiegano per filo e per segno come si fa. Fra i tanti, non uno dedicato ai giovani che intendono vivere, e addirittura prosperare, in quel campo di attività umane, non essenziali peraltro alla vita dell’uomo, che vanno sotto il nome complessivo e vago di “cultura”. Un manuale di questo tipo andava scritto, norme chiare, precise, efficaci, a uso dei giovani che decidano di diventare intellettuali. Norme disinteressate, che hanno per fondamento un’esperienza ricca e negativa. L’autore infatti ha commesso in giovinezza molti errori grossolani, ed è in grado di mettere in guardia le generazioni nuove.

A loro sono dunque dedicate queste pagine. In particolare a quelli, fra i giovani d’oggi, che madre natura non ha dotato di talento. Perché pare chiaro che i futuri uomini di genio non avrebbero bisogno di leggere e studiare questi nostri consigli: probabilmente se la caveranno da soli. Il nostro lettore è un ragazzo sulla ventina, assolutamente medio e anzi mediocre, senza particolari attitudini, né per gli sport, né per la meccanica, né per le belle arti. Un ragazzo che lasciato solo, privo dei nostri consigli, potrebbe benissimo diventare impiegato di banca, controllore delle ferrovie, geometra al catasto. Noi vogliamo appunto salvare i giovani mediocri da un’esistenza mediocre, avviarli alla scalata dell’Elicona.
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Da Milano, l’ultimo giorno del mese di gennaio

Ai miei cari compagni di Luciano BianciardiAnno nuovo vita nuova, si ripete ogni volta, e questo ormai è diventato un modo di dire, a cui si dà poca o nessuna importanza. Eppure stavolta noi milanesi siamo stati di parola. Tutti d’accordo: a Capodanno ci siamo riproposti di non fumare più. Basta coi sigari, basta con le pipe, basta con il macubino da annusare. Basta anche con le sigarette, ci siamo detti, anche se, a dire il vero, le sigarette non sono ancora state inventate: bisogna aspettare cinque anni, che scoppi la guerra di Crimea, e allora nascerà l’abitudine “moderna” di avvolgere il tabacco nella carta. In Crimea il caso vorrà che si distribuisca ai soldati alleati, cioè inglesi, francesi, piemontesi e turchi (grandissimi fumatori, secondo il proverbio), una partita di tabacco sfuso e siccome scarseggiano, oltre ai viveri e ai medicinali, le pipe in dotazione alla truppa, questa saprà arrangiarsi e ricorrere alla carta.

La carta non mancherà, perché le dosi di polvere per i fucili ad avancarica sono per l’appunto avvolte nella carta, e l’involtino è propriamente quel che si dice “cartuccia”. Poi forse continueremo a chiamare così la munizione del fucile o della pistola, anche se per la verità la carta non c’entrerà più. E così questa guerra di Crimea, la più stupida tra le tante guerre inutili che ci son state (pensate che il comandante supremo inglese, lord Raglan, non avrà neanche ben chiaro chi sia il nemico, fino all’ultimo crederà esserlo i francesi, e il suo nome passerà più alla storia della moda maschile, per quella manica che porterà il suo nome, che alla storia militare), avrà se non altro il merito, ma sarebbe il caso di dire il demerito di inventare questo modo “moderno” di rovinarsi la salute.

Ora si sa come vanno le rivoluzioni: non c’è dichiarazione ufficiale, come per le guerre. Succede un poco alla volta, quasi sanza che nessuno se ne accorga. E noi abbiamo voluto cominciare appunto con questo che sarà chiamato lo “sciopero del fumo”. Come ci si sia trovati tutti d’accordo, questo Capodanno, nel non fumare più, in giro si dice che probabilmente non lo sapremo mai: forse la voce è circolata durante le veglie di San Silvestro, di salotto in salotto, di bottega in bottega. Forse la cosa è stata decisa così, un po’ per gioco, un po’ per dispetto, tra coloro che leggevano il primo numero del Nipote del Vesta Verde, il rinato almanacco popolare che proprio in quei giorni è apparso, con contributi del Correnti, del Cantoni, del Griffini e del Visconti Venosta, Emilio intendo, con la sua canzone dello “Spazzacamino”, che diventerà così famosa. Questo è quello che pensa la gente, ma non è vero: la so io la verità. So che tutto è stato organizzato la notte di Capodanno in casa Porzio. Lo so perché, e mi ritengo un fortunato, in quella casa, quella sera storica, c’ero anche io, e da poco avevo conosciuto Giuditta.
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I Bianciardini: un occhio a Cracovia

I BianciardiniImmagino che pochi di voi siano mai stati a Pitigliano, ed è un vero peccato, perché Pitigliano è un posto bellissimo, sulla strada che dall’Albegna, stretta e tortuosa, sale verso il centro della bassa Toscana e sfocia in Umbria. Il paese compare all’improvviso, sospeso a picco sopra uno strapiombo di roccia d’un rosso ferrigno, colore al quale par che non sia estranea l’assenza di fognatura di paese e l’abitudine di rovasciare dalla finestra i vasi da notte. Ma questo non conta, Pitigliano resta un paese bellissimo, e io ci sono nato quarantacinque anni or sono. Mi chiamo Montefiori, e la mia famiglia è pitiglianese pura da almeno cinque generazioni.

Anzi, tempo addietro andai al tempio, e il buon hazan Servi mi fece dare un’occhiata ai registri della comunità, purtroppo ormai sfaldata perché molti di sono trasferiti altrove, a Grosseto, a Orbetello, a Firenze, addirittura in America, e mi è parso di aver capito che i miei avi lontani vennero qui, ai tempi dei tempi, dalla campagna attorno a Cracovia, una campagna mezzo polacca, mezzo tedesca, di lingua prevalentemente yiddish, dove facevano i poveri bottegai, e si chiamavano Blumberg, che è poi il mio nome, tradotto in buona lingua italiana.

Ma, badiamo bene, queste son cose che ho saputo soltanto adesso, quando con gli anni mi è cresciuto anche il gusto dell’onomastica applicata. Io mi son laureato, con non pochi sacrifici dei miei, in letteratura moderna, con una tesi sulle opere di Francesco Domenico Batacchi, porta immeritatamente poco noto, morto e sepolto nella chiesa madre di Orbetello, dove lavorò come ufficiale di dogana. La tesi, modestia a parte, era degna d’essere pubblicata; se non andò alle stampe fu per il fatto che il povero Batacchi viene ancor oggi giudicato poeta osceno e a niente giova il giudizio più benevolo che di lui diede, nientemeno, Ugo Foscolo.

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I Bianciardini: la mamma maestra

I BianciardiniMia madre era maestra. O, meglio, mia madre è maestra, anche se l’hanno mandata in pensione, di sorpresa: aveva raggiunto i limiti di anzianità, ormai da quattro anni, e la burocrazia non s’era accorta di questo fatto. Mia madre stava zitta, non mollava, restava abusivamente sulla breccia, in barba al ministero della pubblica istruzione. Ma poi qualcuno scoprì la grossa magagna, e la misero fuori, dopo quarantaquattro anni di servigio alle scuole, prima del regno e poi della repubblica. Mi sono poi convinto che una persona può “diventare” scrittore, imbianchino, falegname, ma mia madre era nata maestra e fu maestra per tutta la vita. Lo è anche adesso, sia pure in pensione. Come con le suore: una si può togliere il soggolo e il velo, ma suona era e suora rimane.

Cominciò a lavorare nel Quattordici: allora io non c’ero, ma mio padre sì. Era stati compagni di scuola, mio padre e mia madre, alle normali, dove si diventa maestri, e credo che si fossero amati fin dai banchi di scuola. Non ho mai osato indagare a fondo, ma da certi accenni che ho sentito da lei (mio padre era estremamente riservato nelle faccende di sesso) credo che non abbia mai conosciuto altro uomo, né lui, per lo meno a fondo, altra donna.

Mia madre ebbe il suo primo incarico alla scuola elementare di Montepescali, singolarissimo paesino a undici chilometri da Grosseto. Io ci sono stato, più tardi, per altri motivi: per esempio, mi ci chiamarono a leggere e commentare lo statuto quattrocentesco di quel comune, che si conserva nella Biblioteca Comunale Chelliana di Grosseto, dalla quale ero un tempo (io anarchico dichiarato, figurarsi) nientemeno che il “conservatore”. Infatti era questo il titolo ufficiale che beffardamente mi spettava.

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I Bianciardini: la tradotta per Mosca

I BianciardiniEcco fatto: pigliano uno che ha passato i quarant’anni, e gli propongono di andare a Mosca. In treno, seconda classe, cinque giorni di viaggio e due di soggiorno partita compresa, con una comitiva di ragazzi, il centro giovanile eccetera. E quello accetta. Subito attaccano la solfa gli amici premurosi: se torni vivo, torni con le ossa rotte. Si sa come funzionano queste cose “giovanili”: per il gruppo italiano non c’è mai niente di prenotato, tanto gli italiani hanno fama internazionale di gente che s’arrangia. Vedrai.

Settantaquattromila lire la quota? Ma allora è chiaro: carro bestiamo e razioni dell’armata rossa, in prima linea bada bene, e cioè un chilo di pane e una targa di lardo. Sì sì, ci campi, di fame non muori. Senti, scherzi a parte, fai una bella cosa: datti malato.

E invece proviamo. Almeno fino a Venezia, dov’è il raduno: un’occhiata e siamo sempre in tempo per prendere il treno per Milano, in serata. Alla stazione di Santa Lucia già si vanno radunando, hanno la faccia e la tenuta di chi va a Mosca in treno, ma giovani non direi che siamo, questa la novità: quasi tutti sopra i trenta, ce ne sono un paio che somigliano a mio padre, e poi uno col bastone, e un altro mutilato, senza una mano. Le cuccette per Vienna sono ventidue, già prenotate, ma se ci va quella signora grassa, padovana, con la barba, che invoca Mariavergine e Santantonio, allora perbacco ci vado anch’io. Facce conosciute non ne vedo, ma questo ragazzo tarantino che mi chiede informazioni mi pare il tipo di terrone giusto, e poi il suo amico che è andato a prendere i passaporti risulta (sta scritto alla voce “professione”) portiere d’albergo. Visto e preso: noi tre staremo insieme, e intanto offro io il fiaschetto di vino, per cenare prima che il treno vada.

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