Srebrenica, l’abbandono dei princìpi dell’ordine internazionale

Processo agli scorpioni di Jasmina TesanovicSarebbe bello se ogni catastrofe si annunciasse tra fiamme e squilli di tromba, con i segni distintivi dell’eccezionalità e dell’unicità. Ma non è così. Quando arriva, la catastrofe, di solito si insinua senza farsi notare fra le pieghe della vita quotidiana, fra un battibecco sull’adeguatezza o meno degli abiti che indossi e il disagio per una battuta infelice pronunciata da una persona nella quale avevi fiducia. Così è la guerra: una cosa che scoppia mentre vai al mercato, mentre pensi a un datore di lavoro insensibile o a una frase memorabile da dire a un partner in amore, una cosa che cambierà la tua vita, l’idea stessa che hai di te stesso, i concetti fondamentali su cui hai basato la tua esistenza: cittadinanza, diritti o cose più assurde come “Europa” o “Giustizia”, cambierà magari anche la geografia, le mappe del tuo continente, cancellerà città e vite umane, ma intanto si annuncia mimetizzata in un groviglio di eventi quotidiani e banali da cui è difficile distinguerla. Eppure in quel momento inavvertito è segnato un punto di non ritorno per un’intera civiltà.

Qui si parla, se non della catastrofe, certamente di un infelice punto di non ritorno per le illusioni maturate negli anni scorsi sulla giustizia e sul diritto internazionale. Certo, antefatti significativi non ne sono mancati: probabilmente il più evidente fu il fallimento della commissione di indagine sui crimini di guerra delle Nazioni Unite presieduta da Tadeusz Mazowiecki negli anni, cruciali per l’Europa, della guerra di Bosnia.
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