Il tempio di Voltumnia: il culto della terra

Il tempio di Voltumnia di Giovanni FeoLa civiltà etrusca fu l’ultima espressione, sul suolo italiano, di una millenaria cultura le cui radici affondano nella preistoria del neolitico europeo. L’archeologa Marija Gimbutas, nel suo ultimo lavoro Le dee viventi, ha incluso l’etrusca nel novero delle civiltà derivate dalla cultura ‘matrifocale’ dell’Antica Europa (“Old Europe”). Alcuni tratti della cultura etrusca sono illuminanti: presenza di donne nelle alte cariche sociali, politiche e religiose; religione improntata al culto di divinità femminili; ritualità in connessione con speciali siti del territorio; divisione del territorio secondo le norme di una tradizionale scienza della Terra. Non secondario è il ricco campionario figurativo e iconografico utilizzato da artisti e decoratori etruschi, contraddistinto da simboli archetipici di antichissima età: il labirinto, la svastica, il cerchio solare, la sirena bicaudata, il fiore a cinque petali, l’occhio, la ruota, il reticolo.

La particolare morfologia del territorio di tipo vulcanico fu rilevante nello sviluppo della civiltà etrusca. Il limite di tante ricerche e di così numerosi scavi è stato di non aver compreso l’importanza del territorio e delle valenze attribuitegli da quel popolo. La terra, dea-terra, fu la prima divinità. Il territorio fu vissuto come il corpo fisico e concreto di una grande dea, un’incommensurabile corpo, multiforme e ricco di potere vitale e creativo. La società etrusca fu guidata da una variegata classe di sacerdoti e sacerdotesse, dediti a mantenere e regolare le giuste relazioni con l’ambiente, specialmente là dove dovevano sorgere gli insediamenti, sia sacri che civili. Per questa attitudine alla sacralità essi furono considerati, sia dai Romani che dai Greci, profondamente religiosi.

Sarebbe ingenuo pensare che tale attitudine verso la religiosità si sviluppò con l’espandersi della civiltà etrusca nel centro Italia, tra i secoli XI e VIII a.C. È più verosimile che gli Etruschi avessero ereditato la loro religione e la relativa scienza sacra da culture e civiltà che li avevano preceduti. Due illustri studiosi, Claudio De Palma e Giovanni Semerano, hanno ricostruito il retroterra di civiltà cui si riallacciava il popolo etrusco: l’area anatolica e il mare Egeo settentrionale, chiamato anche mare Tracio.
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Il tempio di Voltumnia: sulle tracce di Fanum

Il tempio di Voltumnia di Giovanni FeoUno dei temi centrali affrontato da chi si occupa di materia etrusca riguarda l’ubicazione del Fanum Voltumnae. L’argomento è tra i più significativi per comprendere lo spirito che permeava quella arcaica ed elusiva civiltà. Eppure, nonostante studi, ricerche, investigazioni e scavi, ancora non si conosce nulla intorno a quello che fu il maggiore luogo sacro del popolo etrusco. Fanum Voltumnae è la traduzione in latino di un’equivalente espressione etrusca, oggi non più conosciuta, che viene in genere tradotta “Tempio di Voltumna”, sebbene la parola fanum, di derivazione etrusca (fanu), indicasse in origine qualcosa di diverso da un semplice edificio templare che, in latino, troviamo indicato con templum.

Il fanum fu un sito sacro presso un ambiente naturale reputato prodigioso, anche di estese proporzioni, spesso un bosco consacrato a divinità femminili: il Fanum di Feronia (Fiano Romano), di Diana (Nemi), di Fortuna (Fano), solo per citare i più noti. L’associazione tra divinità femminile e bosco sacro risale alla preistoria e fu celebrata nella archetipica figura della dea o signora delle fiere, patrona dei boschi e della vita selvaggia. Diana, Cibele, Artemide, Feronia furono i diversi nomi, in luoghi diversi, della Signora dei boschi e delle fiere, spesso venerata presso carismatici luoghi di acque, laghi, promontori, isole e sorgenti. Nella religione dei druidi celtici al fanum corrispondeva il nemeton, il bosco sacro di querce dove i Celti convenivano per le grandi celebrazioni annuali. Nella Grecia arcaica il più celebre bosco sacro di querce fu a Dodona, in Epiro.

In età romana, con lo sviluppo dell’edilizia architettonica, la parola fanum assunse significati omologhi a quella di templum, divenendone sinonimo, a significare il classico tempio edificato in muratura secondo canoni architettonici tradizionali. Il significato più antico della parola indica uno speciale sito sacro dove, da età remote, si perpetuava il primordiale culto dei boschi, delle acque e, più estesamente, della terra e del territorio.
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Voltumnia: alla ricerca del tempio perduto

Il tempio di Voltumnia di Giovanni FeoNella primavera del 1988 i maggiori quotidiani nazionali riportavano la notizia che su una sperduta altura, sopra il crinale vulcanico del lago di Bolsena, finalmente era stato scoperto il leggendario Fanum Voltumnae, il sacrario nazionale dei dodici popoli etruschi. L’altura, Poggio Evangelista, conserva i resti di un tempio situato in posizione strategica.1 Dalla sommità si può toccare il cielo e godere di un panorama a 360° che spazia su Umbria, Lazio e Toscana.

L’area sacra etrusca risalente al VI sec. a.C., dopo la scoperta e catalogazione da parte della Sovrintendenza, fu abbandonata e lasciata all’azione distruttiva degli elementi naturali. Non si trattava però del Fanum Voltumnae e infatti nessuna prova fu trovata a conferma. Così il tempio di Poggio Evangelista si è aggiunto alla lunga lista di santuari etruschi scoperti e poi dimenticati.

Già nel 1968 Mario Signorelli, studioso di Viterbo, proclamò la scoperta del Fanum Voltumnae nei pressi di due località: il Riello e Macchia Grande. Forse a causa della sua ostentata eccentricità, lo studioso non venne mai preso in considerazione dagli accademici. Anche in questo caso, però, i luoghi scoperti, sebbene di grande rilievo naturalistico e monumentale, non erano quelli del Tempio perduto, il Fanum. La notizia della scoperta del Fanum si è ripetuta molte altre volte.

Recentemente, nell’estate del 2005, il Fanum è stato localizzato a Orvieto, almeno così dichiaravano gli archeologi, ripresi con enfasi dal “Corriere della Sera” e da altri media. Ma anche in quest’occasione mancavano le prove. Solo supposizioni. Nel sito indicato dagli archeologi, il Campo della Fiera, sotto la rupe di Orvieto, sono venute alla luce soltanto le fondamenta di un tempio, l’ennesimo. Come gli altri abbandonato a se stesso dopo la scoperta. Se finora le ricerche non hanno prodotto risultati definitivi, molto è dipeso dal mancato approccio a un tema fondamentale: la speciale religiosità di età etrusca, una materia ancora nebulosa a causa della sua intrinseca complessità, resa ancora più oscura da interpretazioni ingenue e fantasiose.
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Alla scoperta del territorio etrusco

Giganti etruschi: Storia e leggende dei figli della terra di Giovanni FeoPer chi si occupa concretamente di materia etrusca è d’obbligo una domanda: il territorio etrusco delle origini, l’area rupestre e vulcanica con epicentro il lago di Bolsena, conserva ancora le sue particolari qualità e caratteristiche? Dal punto di vista fisico e geologico, sicuramente. Dal punto di vista monumentale e ambientale i luoghi etruschi che oggi sono visitabili sono dimezzati rispetto a quelli che si potevano vedere vent’anni fa. Abbandoni, crolli, negligenze, degrado sono aumentati in modo preoccupante.

I grandi monumenti e parchi etruschi – l’Ara della Regina, il Labirinto di Porsenna, la Grande Ruota di Grotta Porcina, Norchia, Castel d’Asso, le necropoli rupestri e le vie cave della Maremma collinare – sono solo alcuni dei siti abbandonati al degrado e al saccheggio. Se non si crea una radicale inversione di tendenza, rischiano di rimanere in piedi, nei prossimi cinque anni, soltanto le “bufale” etrusche. Che non sono i bovini maremmani, ma quei desolati e grigi “parchi archeologici” (a parte le eccezioni come quella di Cerveteri) dove, cancellata ogni traccia di natura, che è invece scenario necessario e significativo, dove, alzate orrende strutture di cemento e metallo, dove, steso il ghiaino sui sentieri con accanto cartelli “didattici”, si sono snaturati il significato, l’estetica e la specifica identità dei luoghi e dei monumenti.

I luoghi etruschi, in origine, furono scelti e frequentati in ragione di qualità ambientali: orientazione, visuale panoramica, presenza di acque, vento, alberi, altitudine, tipo di roccia e molti altri elementi tra i quali alcuni ancora da comprendere.
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Alla scoperta dei giganti etruschi e del passato della Maremma

Giganti etruschi: Storia e leggende dei figli della terra di Giovanni FeoQuesto libro, Giganti etruschi: Storia e leggende dei “figli della terra”, è il risultato delle ricerche e delle scoperte effettuate negli ultimi tre anni in Maremma insieme ai miei collaboratori, archeologi, geologi, paleoastronomi e ricercatori di indirizzo multidisciplinare. Tra le scoperte, eccezionale è il complesso megalitico di Poggio Rota (nei pressi di Pitigliano, in provincia di Grosseto), per ora l’unico osservatorio astronomico preistorico ancora integro esistente in Italia. Lo realizzarono gli appartenenti alla “civiltà di Rinaldone” (4000-2000 a.C. circa), così chiamati dal nome di una località dove fu rinvenuta la loro prima necropoli.

I “giganti” del titolo sono in riferimento al mito riportato in Genesi e in altri testi antichi, dove si tramanda di una misteriosa razza di “figli di Dio” unitasi alle “figlie della Terra”. Nella leggenda questi furono i progenitori della stirpe dei Giganti. Dal mito emerge il ricordo di un lungo e cruciale passaggio evolutivo: dalle prime società organizzate del neolitico, dedite al culto della Terra (le “figlie della Terra”) sino alla civiltà etrusca, ultima erede. Un nuovo scenario storico viene così alla luce, costellato di segni, simboli e archetipi che i nostri antenati hanno lasciato incisi su ceramiche ma anche sulla viva roccia e su megaliti allineati con il sole e la luna. Osservando il moto degli astri, veneravano al contempo una primordiale triade divina, il dio del cielo, la dea della terra e la dea della luna e delle acque.
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