Onda pazza: Peppino Impastato e la redazione di Radio Aut

Onda pazza a cura di Guido Orlando e Salvo VitaleRadio Aut, radio libera di Terrasini, Palermo, attiva tra 1976 e 1978, era la radio di Peppino Impastato e dei suoi compagni. 98,800 mega hertz. La trasmissione principe era “fantapolitica”, “satirica” e “schizofrenica”: si chiamava Onda Pazza. Sigla, “Facciamo finta che tutto va ben” di Ombretta Colli. Si cavalcava l’Onda ogni venerdì: per rompere le scatole. In primis, a Tano Seduto – Tano Badalamenti. Un nemico potentissimo, assassino senza scrupoli, trafficante mondiale di droga, veniva puntualmente ridotto a un pagliaccio, senza paura delle sue rappresaglie, della sua violenza e del suo potere. Magnifico. Ma Tano si vendicò, e suicidò Peppino Impastato. Suicidato, come gli altri “insabbiati” cari a Mirone. Peppino avrà per sempre trent’anni, avrà per sempre tutta la forza esplosiva dei suoi trent’anni. Tano brucia all’inferno, assieme a un’intera classe dirigente: assieme a un’intera classe politica. Nessuno, tra i bambini nati nel Duemila, sogna di diventare come lui. Tanti, adesso, possono sognare di essere coraggiosi come Peppino. Tanti possono riconoscerlo come un esempio di integrità e di determinazione.

Racconta Salvo Vitale, nella nota introduttiva: “La radiotrasmissione ebbe inizio nell’estate del 1976 e proseguì in modo discontinuo finché, nel febbraio del ’77, non decidemmo di darle un taglio più preciso registrando il venerdì sera per poi replicare la domenica a mezzogiorno, orario di maggiore ascolto. Tutto il materiale precedente quel periodo è andato perduto, salvo le registrazioni effettuate da febbraio a maggio del ’78”. Le trasmissioni vennero consegnate al giudice Rocco Chinnici come prova indiziaria delle speculazioni mafiose nel territorio. Chinnici sarebbe stato assassinato nel 1983.

Scrive, Vitale, che in radio avevano fatto saltare uno dei punti di riferimento della cultura mafiosa: il rispetto per “l’uomo d’onore”. L’uomo d’onore per antonomasia era Tano Badalamenti, in quel momento: difeso, nel territorio, dalla chiesa e da Mimì Bacchi del Pci. Bipartisan, diremmo oggi. Le trasmissioni erano divise in due parti: Mafiettopoli, dedicata alla cittadina di Terrasini, e Mafiopoli, dedicata alla cittadina di Cinisi. Quando Peppino morì, Onda Pazza divenne La Stangata. Ne rimangono trenta cassette. La trasmissione chiuse per esaurimento di risorse economiche, fisiche e psichiche, e per l’indifferenza dei contemporanei.
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La quinta felicità, quella dell’addomesticamento della pazzia

La quinta felicità di Eugenio AzzolaBasaglia e i suoi seguaci hanno cambiato definitivamente le condizioni di vita dei matti, ma non hanno sconfitto la pazzia col solo negarne l’esistenza. Al limite, hanno contribuito ad addormentarla, periodicamente, con gli psicofarmaci. La legge grida che di pazzia non si può parlare, perché la pazzia di un individuo è questione sociale e culturale; e allora, ecco che irregolarmente spuntano fuori documenti letterari che raccontano l’oscuro mondo dei matti dopo questa riforma nemica dell’intelligenza, criticata nel momento soltanto da poche menti limpide e solari come quella di Tobino.

Qualche anno fa, l’esordio di Claudio Morici, “Matti slegati”, aveva illuminato diverse zone d’ombra: accompagnando l’artista romano al termine della sua esperienza da psicologo. Adesso, apprezziamo l’esordio di Eugenio Azzola, cittadino che scopre cosa abbia significato la Basaglia e come stiano i pazienti del fu manicomio di Trieste. Non è un dottore, è un giovane obiettore di coscienza; non si direbbe un autore di formazione letteraria, ma potrei sbagliare. Il risultato è un romanzo breve – una sorta di memoir – dal sapore documentaristico, niente affatto propagandistico; non tobiniano, né basagliano. Umano. Azzola si ritrova tra l’umanità che soffre e si limita a soffrire assieme a ogni paziente, sostenendolo e cercando di decifrare il suo dolore, osservando con incredulità e tenerezza ogni cosa. L’esperienza termina in coincidenza con la conclusione del suo servizio civile – con tanto di insulti dalla madre borghese di un paziente – lasciando un segno incancellabile nella psiche dell’autore.

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La quinta felicità è quella degli psicofarmaci. Che hanno addomesticato la pazzia, addormentandola a comando, disumanizzando il malato. Dopo dieci giorni nella casetta Eugenio sente che sia passata un’eternità. È un obiettore che s’è ritrovato in quel che rimane del manicomio senza nemmeno accorgersene, e senza potersi opporre. “Un tempo – scrive – era un luogo di ricovero. Oggi non saprei dire, è un luogo dove c’è qualcosa. È meno intricato di un bosco ma più selvaggio di un parco. Più aperto di un ospedale ma meno libero di casa propria. Meno confinato di un’isola ma più isolato di un villaggio. Sembra davvero di trovarsi in un posto molto lontano, anche se siamo in mezzo alla città” (p. 36).
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La schizofrenia non esiste, e se esistesse io vorrei averla. Diario

La schizofrenia non esiste, e se non esistesse io vorrei averla di Gianna Schiavetti“Noi matti siamo fiori e uccelli. Io e quelli come me siamo fiori e uccelli”, ma “la pazzia non esiste. Esistono invece gli effetti collaterali delle medicine che ci propinano” (Schiavetti, “La schizofrenia non esiste”, p. 20 e p. 62).

Diario di una persona che soffre – per questo naturalmente e necessariamente degna di rispetto, e di solidarietà: la comprensione è materia per i dottori e per i parenti, inevitabilmente, non per i lettori – scissa tra “cervello” e “anima”, quasi fossero due diverse fonti di pensiero e di interazione con la realtà, “La schizofrenia non esiste” è il documento d’una lunga transizione tra una malattia e una guarigione che non sembra poter avvenire. L’autrice, un’artigiana mantovana schiacciata dai disordini mentali e dal rifiuto per nuovi trattamenti psicofarmaceutici, scrive lettere al Papa, al Presidente della Repubblica, ai giornali, locali e non, domandando sostegno per la sua battaglia: impedire nuovi TSO. Nuovi Trattamenti Sanitari Obbligatori. Intanto sogna attori, cantanti, personalità della cultura e della politica, mostrando un immaginario macchiato e influenzato da un tubo catodico che nel libro, a ben guardare, non appare mai. Curioso. Il cammeo di Berlusconi in sogno è una foto del bombardamento televisivo interiorizzato senza filtri.

Gianna SchiavettiLa Schiavetti sostiene che non ci siano cure adeguate al suo disagio, e che gli psichiatri siano, piuttosto, terroristi. Cosa, allora, può curare i nostri concittadini ammalati d’anima, o questa nostra concittadina ammalata d’anima, se gli psicofarmaci e i dottori non sono adatti? Non l’amore, né la letteratura, né la pittura, né Dio, né nuove leggi. Niente: o forse tutte queste cose assieme, con estrema difficoltà e lentezza, proprio come accade per ognuno di noi. Leggiamo il libro di una persona che prima dice “noi matti”, poi torna indietro: “la pazzia non esiste”. E quindi?
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Alice Banfi tanto scappa lo stesso

Tanto scappo lo stesso - Romanzo di una matta di Alice BanfiScrive Peppe Dell’Acqua, nell’introduzione, insegnandoci le ragioni della necessità di questa pubblicazione:

In Italia sono attivi presso gli ospedali civili 286 Servizi psichiatrici di diagnosi e cura. Forse non tutti sanno che, ancora oggi, 7 di questi servizi su 10 dichiarano di attuare la contenzione meccanica, legare al letto le persone, e di usare un camerino di isolamento (…). Dicono che, anche volendo, è impossibile non usare la contenzione. Bisognerebbe allora chiedersi come mai in 3 su 10 di questi servizi non si ricorre a questi trattamenti (p. 11).

Ancora:

Non si dice che in alcuni reparti di neuropsichiatria infantile bambini tra i 9 e i 14 anni vengono legati al letto e trattati con dosi eroiche di psicofarmaci. Soltanto nel corso degli ultimi 2 anni almeno 3 persone, a causa delle dosi massicce di psicofarmaci, dell’immobilità dovuta alla contenzione, sono morte legate ai letti (p. 12).

Ricevuto? Memorizzate. Meditiamo.

Adesso, avanziamo.

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“Un’altra cosa strana della psichiatria è che difficilmente quelli che ci lavorano s’impegnano per capire chi sta male. Danno sempre la risposta sbagliata o più che altro danno farmaci” (Banfi, p. 70)

Partiamo dalla fine della storia, perché stavolta la storia è a lieto fine, grazie a Dio e alla tenacia della giovane Alice, artista e libera cittadina ligure. Alice, dopo sette anni di ricoveri in 13 diversi reparti e cliniche psichiatriche, ce l’ha fatta: è sfuggita dalla logica perversa degli psicofarmaci, ha ricominciato a vivere, abita con la mamma e si è innamorata della sua Camogli. Si è integrata nel tessuto sociale come pittrice, ha una sua galleria, dipinge en plein air e vende le sue creazioni. Il mare forse può curare, scrive, ma la contenzione sicuramente uccide. La “contenzione” è prassi, a quanto stiamo scoprendo, e viene adottata in frangenti sbagliati e con pazienti bisognosi di ben altre cure e trattamenti. Prendiamone atto, ripeto.
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Enrico Baraldi e gli psicofarmaci agli psichiatri

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico BaraldiViolenta allegoria d’una crisi – una crisi di fiducia nel proprio mestiere, nella possibilità di curare la malattia mentale, nella propria capacità di ascoltare – e incredibile annullamento della distanza tra medico e paziente, “Psicofarmaci agli psichiatri” è il documento narrativo e fictionale della rovinosa caduta di un equilibrio, e della fertile ricerca di un metodo e di un approccio nuovi. Non intendo stabilire coincidenze tra l’autore – lo psichiatra Baraldi – e il narratore, protagonista del romanzo – uno psichiatra che sta piombando nel nulla. Mi limito ad analizzare la relazione tra la sorte del narratore del romanzo e il suo ruolo: leggere questo romanzo è come osservare un prete che si spoglia della toga di fronte a tutta la chiesa, quindi s’infila abiti borghesi e va a pregare assieme ai fedeli. Ritrovandosi inginocchiato di fronte a un altare come tutti gli altri: senza un sacerdote che stia officiando il rito, soltanto “Dio” di fronte.

Enrico Baraldi con James Grady“Dio” è il leone, la pazzia. La pazzia e la sua pretesa invincibilità hanno distrutto l’equilibrio del narratore. Infine, s’è mescolato ai pazzi e s’è messo a osservarla, come fosse uno di loro (naturlich, il caso John Nash aiuta a confondere le idee e i pregiudizi): spaventato e fiducioso che spogliandosi del suo ruolo qualcosa avrebbe potuto cambiare. Cosa cambia? La prospettiva sugli psicofarmaci, in primis, finalmente denunciati come strumento di potere e di ricchezza d’un’industria sospetta; la prospettiva sull’analisi, in seconda battuta, perché il narratore s’è innamorato d’una ex paziente, precipitando al suo livello; la prospettiva sull’invincibilità della pazzia, infine, che diventa una misera ammissione di impotenza, non senza frustrazione.
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