Salendo, salendo… Uno sguardo su Napoli di maggio

Napoli, Palazzo dello Spagnolo cortile - Foto di Angelo CasteltrioneSalendo, salendo, seguendo un sentiero, scelto forse a caso, fra i percorsi del viaggio nel Barocco Napoletano. Che a maggio con il sole dischiude porte e portoni, di palazzi e chiese, altrimenti chiusi al mondo. Maggio dei Monumenti. La tentazione e la nostalgia sono troppo forti. Salendo, salendo, dunque, lungo le strade del Rione Sanità. Dove da sempre le voci di ieri e di oggi si rincorrono fra i vicoli, rimbalzando dalla strada alle facciate dei palazzi. Celandosi e poi ricomparendo, fra la merce delle bancarelle, i colori delle gonne al vento. Fra i cespugli di verde e di fiori che come lingue di lava precipitano attraverso le inferriate dei balconi. Perché solo un soffio più in là, anzi è ancora già qui, il tempo della collina salubre di boschi e di ville e giardini. Le voci, vecchie e nuove, sono le voci del teatro di sempre. Ma oggi capita che, più forti, è possibile sentire le voci di ieri. Non c’è neanche bisogno di farci particolare attenzione…. T’inseguono loro…

Capita così che nello splendido cortile del palazzo dello Spagnuolo, qualcuno s’affacci a raccontare com’è che si fa un buon caffè… ma già! È Pasquale che tranquillamente seduto sul balcone sta chiacchierando con il dirimpettaio, raccontandogli come si può essere felici bevendo un caffè preparato con cura. Ricordate? “Sul becco ( della caffettiera napoletana] io ci metto questo “coppitello” di carta … il fumo denso del primo caffè che scorre, che è poi il più carico non si disperde. Come pur , prima di colare l’acqua, che bisogna farla bollire per tre quattro minuti, per lo meno, …nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata, in modo che, nel momento della colata, l’acqua già si aromatizza per conto suo…”. Ah, Questi fantasmi… e il fantasma di Eduardo che su quel balcone ritorna…
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Nubi: il vulcano, la letteratura di Matthew Shiel e le parole che filtrano

Ash plume from Eyjafjallajokull Volcano - NASA Goddard Photo and VideoIn questi giorni. D’attesa che la grande nube abbia del tutto finito di attraversare anche il cielo sopra le nostre teste, coprendo di nuovo grigio il grigio pallore delle ultime albe. In attesa della grande nube in viaggio dal vulcano dei ghiacci d’Islanda. Eyjafjallajokull.

Nome impronunciabile. Come impronunciabile sembra un pensiero. Soffocato dal chiasso delle voci sugli intralci che la nube porta alla nostra vita quotidiana, di passeggeri che hanno perso il volo. Nevrosi dell’oggi… Ma forse il cammino più lento, appena più umano, di distanze da percorrere aderenti alla terra, apre alla mente spazi dove quel pensiero impronunciabile rischia di insinuarsi.

Il pensiero di tempi e strade, forse disegni, altri. Lontani e indifferenti al nostro agitarsi quotidiano. Narrazioni di percorsi apocalittici. Scenari da secolo ultimo, anche se a secolo appena appena iniziato. Ma anche grandi, o piccole catastrofi, che uccidendo il vecchio, aprono il terreno a nuove fertilità. Come quella che pure dalla cenere nasce. E viene in mente una narrazione, che questi pensieri ha tradotto in grande romanzo. La nube purpurea, dello scrittore di origine irlandese Matthew Shiel.

Shiel racconta di un viaggio attraverso la terra affollata di morti e relitti, dopo il passaggio di una grande nube. Che ha steso sul mondo un velo pupureo, dal sottile profumo di fiori di pesco e di mandorle amare. Imbalsamandola così, la nostra terra, in visioni terribili e struggenti di un’umanità distrutta. I romanzi, si sa, sanno spesso raccontare, e prevedere a volte, la vita del mondo meglio di qualsiasi cronaca. Shiel sembra avere avuto la capacità di inquietanti veggenze. L’introduzione a una vecchia edizione della  Nube purpurea, ricorda che un precedente racconto parlava di una feroce setta poliziesca che aveva l’obiettivo di sterminare i deboli, la setta degli S.S. Parola di Shiel, che quel racconto “inventò” nel 1895. Senza sapere, ma sapendo, che sul secolo allora prossimo a venire, avrebbero marciato gli squadroni delle S.S.
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Gli stranieri e le sirene di marzo

Foto di AnnalisaA proposito della manifestazione del primo marzo. Il primo sciopero dei nostri immigrati. A proposito di persone altre che vengono da altri mondi che nessuno comprende… salvo alla fine coglierne tutti i vantaggi … Viene in mente Lusi, che è la protagonista di un racconto di Thomas Theodor Heine, scrittore, caricaturista, vissuto a cavallo fra ottocento e novecento, e che con maestria e leggerezza nelle sue fiabe ha ripreso i temi della narrativa popolare e ha fatto fare loro un bel tuffo negli ambienti borghesi della Germania d’inizio secolo (novecento intendo). Fiabe del secolo scorso, che sembrano storie dell’oggi.

Lusi, dunque, è l’ennesimo travestimento di quegli esseri fantastici, un po’ paurosi, un po’ dee, che dai loro mari, di tanto in tanto si affacciano sulla terra… Lusi, il cui vero nome era Melusina, era arrivata a fare la domestica in casa di una ricca coppia, proprio il giorno in cui era giunta la notizia della morte in mare del loro unico figlio. Lusi si era rivelata una domestica davvero invidiabile, anche se qualche volta diceva cose davvero strane. Aveva ad esempio chiesto di passare il suo giorno libero chiusa nel bagno… e poi… quella pesante collana di perle che portava sempre al collo! Era davvero inopportuno che un domestico portasse un gioiello falso così appariscente. Ma governata da Lusi, la casa andava avanti davvero bene. Fino al giorno in cui arrivò la crisi economica e le cose cominciarono ad andar male. Ed ecco che per aiutare il suoi padroni Lusi, offrì la sua collana di perle. “Per aiutare lor signori” dice. Viene quasi presa in giro, nessuno crede che le sue perle possano avere alcun valore, salvo ricredersi dopo l’attenta valutazione di un orefice. La crisi economica… allora come adesso ancora… e quante sirene suggeriscono ricette, e quali perle, noi non riconosciamo…
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Un potere dei luoghi più forte delle parole messe insieme

Finestra murata dalle SSAndando al presidio in via Tasso, domenica, giorno in cui sono state cancellate le scritte apparse il 27 scorso sul muro del Museo della Liberazione. “Olocausto propaganda sionista” e “27-01. Ho perso la memoria”. Scritte nere, che si è avuto cura di fare comparire proprio nel giorno della memoria. Apparse come l’appunto di uno sberleffo. Per essere sicuri di non perderla, noi, questa memoria, bisogna provare a salire quelle scale, entrare negli appartamenti dell’edificio, a un passo dalla basilica di San Giovanni, che nei mesi dell’occupazione nazista di Roma ( dall’11 settembre del 1943 al 4 giugno  1944) venne utilizzato come carcere del Comando della Polizia di Sicurezza.

Perché, credo, c’è un potere dei luoghi che è più forte di quante parole si riesca a mettere insieme. Negli appartamenti di via Tasso, trasformati in luoghi di detenzione e tortura, il dolore e lo strazio di quei giorni è ancora tutto lì, e ti salta addosso. Impossibile non sentirne le voci. Non c’è neanche bisogno di chiudere gli occhi. Basta lasciare che lo sguardo scivoli intorno. Sulle finestre murate, a chiudere al mondo. Sui pochi ritagli di stoffa, di quel che resta di abiti macchiati di sangue. Sulle scritte graffiate dell’intonaco di una cella. E tutto è ancora più atroce, se i disegni fiorati sulle pareti, la cappa di una cucina, un lavello di marmo grigio, di quelli che c’erano un tempo, ricordano il tempo “normale” della vita che pure lì era stata. Quasi a ricordarci ancora una volta la banalità del male. Che arriva a insediarsi nei luoghi della vita che pensiamo tranquilla. Accomodato in un salotto, seduto al tavolo della cucina di casa. Ed è la cosa che forse fa più orrore.
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Il colore viola

No B Day - Foto di Katia Ancona5 dicembre. No b Day. Cosa marcia col corteo. Nel fiume screziato di viola. Colore della libertà. Colore dell’autodeterminazione. Dicono. Fermarsi a vederlo scorrere, in via Merulana. La nobile via Merulana, che unisce le due più belle basiliche di Roma. Arriva da Santa Maria Maggiore, scende verso San Giovanni. Da una finestra di un terzo piano, giusto al centro della via, qualcuno stende una bandiera arcobaleno, due finestre più a lato una sciarpa viola, forse un telo. Al secondo piano qualcun altro dirige verso la gente in strada degli altoparlanti, per regalare alla folla un suono di marcia e un canto di Intillimani del tempo che fu…

E si applaudono a vicenda, le persone affacciate alla finestra e i gruppi affollati del corteo. Viola, colore della libertà. Della parola e del pensiero che non vuole briglie. Che uscendo dal luogo virtuale della rete, dice di essere carne e corpo e voce e che è ora di dire davvero basta alle urla afone del potere malato che ci sta soffocando… Per questa volta, forse, nel fiume in marcia, le teste sale e pepe e grigie non sembrano la maggioranza. Molti, moltissimi i giovani, e questo è già gioia. Pochissime le bandiere di partito, e questo è già speranza. Pochissimi gli slogan. E questo è già inizio di libertà. Ma sa di pianto il primo grido ascoltato qui a metà strada, fra le due piazze delle due basiliche.

“Fuori, l’agenda, di Paolo, Borsellino”, scandisce un gruppo di persone. E le sciarpe viola vestono il ricordo dei paramenti dei riti dei giorni del lutto. Mentre il profilo di Santa Maria Maggiore si allontana, e piano, dall’altro lato, si allunga l’ombra delle guglie di San Giovanni in Laterano… I giovani, davvero sono moltissimi. Scavalcando forse completamente, con lampi di saggezza che solo i molto giovani a volte sanno avere, quella strana generazione di mezzo o già un pò più in là, qui ancora a fare i conti con la sua storia e con un paese che ancora sfugge dalle dita.
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