I Mille e un uomo del destino venuto da un altro mondo

Mille. Quei ragazzi che andarono con Garibaldi di Giuseppe BandiQuesto libro, il racconto delle avventure dei mille ragazzi che si imbarcarono a Quarto con Garibaldi e andarono a liberare la Sicilia e l’Italia meridionale, un giorno capita tra le mani di Luciano Bianciardi bambino: glielo dà il padre Atide, timido ed oscuro cassiere di banca, ma mazziniano e patriota nell’animo. Forse questo è l’unico libro di Luciano che non subisce la sorte che tocca agli altri libri non scolastici, quella di essere chiusi a chiave dalla madre maestra Adele, all’inizio dell’anno scolastico e sottratti così a ciò che possa diventare fonte di distrazione per il povero figliuolo.

Luciano legge e rilegge le imprese del suo conterraneo Bandi, lo ammira e sogna di essere anche lui un garibaldino. Non può sognare Salgari, Verne o Dumas, chiusi nell’armadio ed allora i garibaldini e Garibaldi sono i suoi eroi, che non lo abbandoneranno mai. Eroi che non si stanca di ritrovare in tutti i luoghi ove mette i piedi, anche nell’esilio di Nesci-Rapallo ove ogni mattina calpesta la quarzite di Sanfront, proprio quel Sanfront che il Savoia mandò a fermare il Bandi e Garibaldi sul fosso della Cattolica perché non “schioppettassero il pionono”.

Così Luciano ha una visione di Garibaldi eroica, rivoluzionaria, giovanilista, forse addirittura fumettistica, che lo permea di sé; una visione che mal si adatta alla storiografia ufficiale del suo tempo, ed anche del nostro, che vuol assegnare a Garibaldi e ai suoi ragazzi un ruolo e una missione che li inquadri nella storia e nelle vicende politiche italiane, prima come antesignani di color che marciarono su Roma, e poi i padri spirituali di coloro che dalle montagne spararono sui tedeschi inferociti e sugli ultimi irriducibili fascisti sbandati, quei garibaldini che avevano già la camicia rossa e quindi dovevano per forza appartenere a una parte politica ben definita.
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Mille: quei ragazzi che andarono con Garibaldi

Mille. Quei ragazzi che andarono con Garibaldi di Giuseppe BandiC’è una grande differenza tra il Bandi che scrive queste memorie e il Bandi che partecipa agli avvenimenti descritti. Quello è il padrone dell’informazione della città di Livorno: proprietario di uno dei due giornali e direttore dell’altro; questo è un giovane ventiseienne disposto a dare la vita per combattere i tiranni che ancora scorrazzano per quell’Italia che Giuseppe Mazzini ha prefigurato e Giuseppe Garibaldi vuol costruire in concreto.

In mezzo ci sono trentaquattro anni in cui la giovane testa calda fa in tempo a provare il carcere del Granduca, la seconda guerra d’indipendenza, una prima avventura con Garibaldi al fosso della Cattolica, pronto a schioppettare i “soldatelli del pionono”, la diserzione dall’esercito piemontese, l’avventura in Sicilia, la terza guerra d’indipendenza, la prigionia in Croazia. Poi – non ha ancora trentasei anni – la sua vita prende una piega diversa: imbocca la carriera giornalistica, diviene il monopolista dell’informazione livornese, e dai suoi giornali difende la borghesia e i suoi interessi; combatte contro i socialisti e gli anarchici, a tal punto che uno di questi lo uccide quando non ha ancora compiuto i sessant’anni.

La trasformazione pare inspiegabile, o forse no, è normale, capita a molti giovani, è la stessa che si ripeterà in infiniti casi, fino ai nostri giorni, tracciando la parabola di tanti uomini rivoluzionari a vent’anni e conservatori a quaranta, che a venti combattono con ogni arma a disposizione quella borghesia che a quaranta difenderanno con il loro lavoro.
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La cultura e il decadentismo della spazzatura

Non leggete i libri, fateveli raccontare di Luciano BianciardiLo confesso, sono stato combattuto fino all’ultimo: cambiare il prezzo della mezza pensione a Bellaria, da duemilacinquecento libero a cinquanta euro, ed invece di Moro e Fanfani scrivere il nome di qualche politico d’oggi. In tal modo, probabilmente, avrei tolto al lettore quei pochi e inevitabili riferimenti al contemporaneo che soli gli avrebbero fatto capire che queste lezioni sono state scritte non oggi, ma quarant’anni fa. Merito, anche stavolta, dell’incredibile capacità di Luciano Bianciardi di prevedere i mali futuri della nostra società?

No, merito della figura dell’intellettuale che è sempre la stessa, oggi come quarant’anni fa, insensibile perfino a una pur lieve mutazione generazionale. Ma che cosa significa “intellettuale”? Lo chiesero ad Albert Einstein e lui rispose di non saperlo, ma di non preoccuparsene: ormai aveva raggiunto una certa età e nessuno aveva ancora osato chiamarlo così. Ed anche lo stesso Bianciardi si rifiuta di darne una definizione, anzi, ci fa capire che è proprio quell’indecisione, quella nebbia, quella sospensione che conferisce a quella parola e alla professione che sottintende un fascino che resiste nel tempo.

E pensare che fu un intellettuale anche lui, proprio nel senso pieno del termine, quasi fosse stato lui un fruitore delle sue lezioni: figlio della media borghesia, studi in una università famosa, ma non in una grande città, esordio nei giornali locali, poi la fatidica salita a Milano e il successo nell’industria culturale nazionale. Solo che il successo non significò la felicità di Bianciardi, ma provocò addirittura lo scoppio dello scontento, della delusione, del desiderio di tornare indietro, anzi di non esser mai partito dal suo mondo, da quella provincia, da quelle Quattro Strade dalle quali, a parer di tanti, non era mai riuscito a separarsi.
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Ecco un vero editore a pagamento

Don Quijote - Foto di Gisela GiardinoLa casa editrice Il Filo di Viterbo è una casa editrice a pagamento. Nonostante pubblichi annunci sulle prime pagine dei maggiori quotidiani, asserendo di essere alla ricerca di nuovi talenti, questa casa editrice è alla ricerca solamente di polli da spennare, di scrittori esordienti con la folle voglia di veder pubblicare il loro libro, che attira con annunci mendaci e ai quali offre solo la stampa a pagamento delle proprie opere senza curarne affatto la distribuzione sul mercato nazionale. Chi si avvicina al Filo sappia ciò, e chi riceva da Il Filo una proposta di pubblicazione sappia che ciò non significa affatto una valutazione, tanto meno positiva, della propria opera.

Per questo Il Filo, per deontologia professionale, dovrebbe precisare nei propri costosi annunci, che la eventuale (anzi certa) pubblicazione avverrà solo dietro pagamento da parte dell’autore.

Non sono solo io a dirlo, da mesi ormai, ma lo conferma, con recente sentenza anche il Tribunale Civile di Bologna.

Al Tribunale di Bologna si era rivolta la casa editrice Il Filo, nel Gennaio scorso, chiedendo di intimare al sottoscritto la cancellazione dal proprio blog (questo che state leggendo) di tutti gli scritti aventi come oggetto l’attività della casa editrice stessa. La giustificazione di un provvedimento così severo (si può dire cinese?) stava nel fatto che tali scritti erano palesemente falsi e fortemente lesivi dell’immagine e degli interessi de Il Filo.

Il Tribunale di Bologna ha respinto il ricorso de Il Filo, sostenendo che la stessa Casa Editrice non è riuscita a dimostrare falsa alcuna delle affermazioni che si trovano su questo blog. Leggi l’ordinanza del giudice.
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Le cinque giornate: bisognerebbe anche occupare le banche

Le cinque giornate - Bisognerebbe anche occupare le banche di Luciano Bianciardi

Gli editori ti ripetono che un romanzo intitolato “Le cinque giornate” non vende, e allora ti tocca cambiargli il titolo.

Non riusciva Luciano a convincere la gente che il Risorgimento italiano non era solo una celebrazione paludata e mezzibusti, ma una vera e propria epopea popolare, una rivoluzione che scoppiò, insieme a tante altre in Europa, anche in Italia, anche a Milano, quella città dove si era rifugiato nel ’54, che non gli era mai garbata, dalla quale si sentiva emarginato e che gli avvenimenti e le persone a lui vicine avevano costretto ad abbandonare, senza nemmeno aver prima consumato una sua vendetta. Una vendetta che gli era suggerita, quasi imposta, dalla sorte di quei minatori maremmani che aveva conosciuto in gioventù e al cui massacro sul lavoro aveva assistito in quel tragico 1954; ecco allora che la sua fuga a Milano poteva ammantarsi di una vocazione terroristica: riempire di gas il torracchione della Montecatini e far saltare in aria i responsabili di quella strage.

Ma la vendetta aveva solo generato un libro, che ebbe però un successo inaspettato, tanto da farlo diventare un protagonista della scena letteraria italiana degli anni 60, ma non nel senso da lui voluto. Poi la decisione, da lui subita, di ritirarsi, come i lombardi imborghesiti e un po’ rincoglioniti, in Riviera, in quel luogo che era Rapallo, un po’ dormitorio e un po’ moribondario, sottoposto a feroce speculazione edilizia. Un vero e proprio esilio allora, che nella sua fervida immaginazione risorgimentale era dovuto alla sua partecipazione a quella vera rivoluzione delle cinque giornate che era scoppiata a Milano, poco importa se un secolo prima.
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