I guardiani sepolti sotto la nostra terra

Anni di cementoCi sono storie che hanno diversi livelli di lettura, cerchi concentrici che una volta ritratti permettono di leggere il racconto sotto profili sfumati e per questo vanno colti, analizzati. Vanno separati dal resto, misurati come le pennellate che li hano generati e che riescono così a dare il valore aggiunto impercettibile epppur fondamentale al nucleo centrale del racconto.

Succede nel film La nostra vita di Luchetti, capolavoro di neorealismo dei giorni nostri. Non entriamo nella storia, che per definizione è una delle tante (ma che come poche riesce a toccare le corde delle emozioni umane). Restiamo invece sui cerchi concetrici, su uno dei più periferici, quello che fa da scenario e da sfondo a tutta la vicenda: l’abusivismo edilizio che disegna una borgata disperata di vite e di sotto-vite, di realtà conosciute e taciute. Di accordi sottobanco, di appalti, subappalti e di morti nei cantieri fino alla resa finale: i cartelli malavitosi dell’edilizia laziale per portare a termine le opere: “Noi lavoriamo ventiquattro ore su ventiquattro e non conosciamo il sindacato”, dice il capoclan dei cottimisti.

Che poi aggiunge: “Se però non mantieni le promesse ti scateniamo contro tutti, sindacati compresi”. Luchetti arriva a dire l’aggressività del mattone come non si riesce più neanche a pensare in un paese di condoni, varianti ai piani regolatori e vergogne interne agli enti preposti al controllo. E la scena più dura da mandare giù, può sembrare strano, è quella in cui la palazzina è finalmente conclusa e come un sipario che cala sul peggior spettacolo andato in scena, dall’alto, con un montacarichi viene fatto scendere il bussolotto dell’ufficio vendite. Come dire: è tutto a posto, quel che c’è dietro è acqua passata. L’importante, adesso, è monetizzare.

Sullo sfondo resta il paesaggio laziale deturpato e vilipeso, le palazzine tutte uguali, sempre più affacciate sul Grande Raccordo Anulare che vengono su come funghi, le Centralità che sono realtà mentre i servizi che dovevano essere garantiti restano ancora ipotesi di lavoro; i centri commerciali vivi e vegeti (sarà stata casuale la scelta di Luchetti di girare all’interno di Porta di Roma?) e tutt’intorno il vuoto cosmico di zone di sterpaglia ancora da mattonare.
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Zitto e scrivi: lo stato di una professione

Zitto e scrivi di Chiara LicoIn Italia il numero dei giornalisti precari ha superato quello degli assunti. Sono 12 mila i professionisti contrattualizzati e più di 20 mila quelli che lavorano senza contratto a tempo indeterminato o determinato. Nel complesso, sono 30 mila le persone che in Italia fanno informazione e di queste solo un terzo hanno un contratto nazionale da professionisti. Il resto è fatto di collaboratori, precari e coloro i quali anche senza avere il requisito professionale adatto a svolgere questo mestiere, nei fatti lo svolgono.

Il progressivo declino della competenza di chi lavora in questo ambito trova alimento anche nella minor selezione che viene fatta alla radice. Ad esempio nessuno affronta come si dovrebbe l’infausto pullulare delle scuole di giornalismo che sfornano, di anno in anno, giornalisti abilitati alla professione che a parte gli stages estivi non sanno neanche che cos’è la gerenza di un giornale ma in compenso tolgono possibilità a chi da anni si fa le ossa gravitando intorno a una redazione e collaborando in cambio di una scarsa remunerazione. A questo si aggiunga la politica (che attualmente – e in modo bipartisan – si deve solo vergognare di come svilisce il ruolo del giornalista), visto che si sente – e fa bene perché le viene permesso – di essere la padrona-editrice di giornali e telegiornali. Ma tutto questo potrebbe essere ancora arginabile se il giornalista ricordasse qual è il suo compito: dar voce ai fatti, raccontarli. Possibilmente con la schiena dritta, come chiese all’epoca l’allora Capo dello Stato Ciampi. Continue reading

Il mestiere del giornalista

Il mestiere del giornalistaDue parole su un fatto che ci riguarda tutti da vicino: il rapimento di Daniele Mastrogiacomo, giornalista di spessore e uomo coraggioso. Cronista di quelli che ce ne sono sempre meno, da tenersi stretti. Di quelli che se leggi, impari. Di quelli – merce rara ormai – che lavorano per noi. E non per loro stessi.

Diciamo subito che aspettiamo il suo ritorno. L’Afghanistan, d’altra parte, per due volte ci ha tolto e per altrettante restituito chi mette la sua opera al servizio degli altri: Clementina Cantoni (Care International), rapita a Kabul e tenuta ostaggio per 24 giorni, e Gabriele Torsello, freelance, sorpreso da una banda di criminali mentre raggiungeva Kandahar e liberato dopo 23 giorni. Speriamo che Mastrogiacomo riassapori la libertà in un tempo più breve.

Detto questo, la vicenda dell’inviato di Repubblica ci invita a una riflessione sul senso di questo mestiere, oggi. Un mestiere, non un lavoro. La differenza non è poca: un mestiere lo impari, lo vedi crescere tra le mani e nei casi migliori diventa artigianato. Un lavoro invece si accetta. Un lavoro serve. Puoi anche non amarlo. Continue reading