Nervi d’acciaio: la prima volta che accadde

Nervi d'acciaio di Carlo CastelliLa prima volta che mi successe avevo compiuto 18 anni da cinque giorni. La scuola aveva programmato una settimana bianca in Trentino e c’era una grande trepidazione. Circa un mese prima avevo iniziato ad avvicinarmi a temi mistici e filosofici. Discutevo molto spesso con i miei professori e i miei compagni di classe. Ascoltavo musica per ore e ore. A volte sempre la stessa canzone, per tutta la giornata. Di solito “Giovanna d’Arco” di Fabrizio De André.

La sera, quando andavo a letto, il mio pensiero, come impazzito, si interrogava sulla vita, sulla morte, sul finito e l’infinito. Ero come risucchiato da un vortice che mi stava tirando sempre più verso il fondo; ero come saltato da un aereo a diecimila metri di quota senza il paracadute e stavo sempre più avvicinandomi al punto in cui mi sarei schiantato, come un bicchiere di cristallo vuoto, su un pavimento di granito. In quei giorni mi appassionavo a tutte le domande che non hanno risposta, come il perché della vita sospesa tra un passato in cui non esistevo e un futuro in cui non ci sarò più o il fatto che da ogni fenomeno, con una serie di domande, è possibile risalire fino a un principio che si è dedotto dall’osservazione.

Ad esempio: “L’elettrone tende a stare sempre nell’orbitae a energia più bassa”, oppure “Il calore passa sempre da un corpo più caldo a uno più freddo”. Questi princìpi sono così perché sono stati dimostrati matematicamente o sono stati osservati. Un altro esempio è quello del perché un corpo cade per terra, quando si lascia. È la forza di gravità che lo fa cadere, d’accordo, ma non si sa perché ci sia questa forza. Si è osservato che c’è.
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Nervi d’acciaio: come una filosofia dei guerrieri messicani

Nervi d'acciaio di Carlo CastelliLa mia condizione mi ha portato molte volte a stare in equilibrio fra due mondi. La risposta psichiatrica o psicologica è stata l’unica che ho avuto, ma non l’ho mai fatta mia completamente. Ho sempre creduto che in quello che mi succedeva ci fosse qualcosa che andava al di là del vortice del mio pensiero, delle particolari percezioni sensoriali, di tutte le modificazioni corporee e comportamentali. Ho pensato che le realtà che sperimentavo non erano sempre dipendenti da me e non vivevano soltanto perché ero così in quel momento, ma avevano vita propria.

Erano autonome. Quasi come un pesce che guizza fuori dall’acqua e per un istante vede l’ambiente terrestre, il cielo e le nuvole, dove forse non potrà mai vivere. Ho sentito molto intensamente che c’era qualcosa di diverso in quello che mi accadeva rispetto a tutto ciò che mi avevano insegnato, ma non per questo era privo di importanza. Qualcosa che mi dava speranza, qualcosa che era in relazione con una mia parte profonda, quella che si interroga su ciò cui andrò incontro nella vita e dopo la morte: non il paradiso o l’inferno, ma qualcosa di più vicino a me, quasi alla portata dei miei sensi, solo su un piano leggermente diverso, appena sfalsato.

Questo stato mentale è ben descritto da Castaneda, che racconta come, nella filosofia dei guerrieri messicani, la realtà è costituita da più strati, uno dentro l’altro, come in una matrioska. Il passaggio attraverso questi livelli avviene per una modificazione profonda del nostro pensiero e delle nostre convinzioni: lo spostamento del “punto di unione”. A tutte le persone che hanno avuto esperienze simili alla mia, dico di non aver paura di ciò che vi sta accadendo.
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