Una figura che De Bortoli ci/si poteva risparmiare

La casta dei giornaliFerruccio De Bortoli – uno dei più dignitosi direttori di giornali italiani – avrebbe fatto meglio a non prestarsi all’indecente trasmissione televisiva di martedì, messa da Bruno Vespa al servizio di Silvio Berlusconi. Il neo ed ex direttore del Corriere della Sera, vale a dire della più importante testata giornalistica italiana, sapeva benissimo che questa volta non si sarebbe trattato solo dell’ennesima replica di un monologo propagandistico, auto-incensatorio e anti-sinistra, senza contraddittorio e con opportuni, inessenziali e funzionali inserimenti di due “mastini della democrazia” come il morbidissimo direttore del Messaggero e l’autosufficiente giornalista bertinottiano.

De Bortoli sapeva perfettamente che quella trasmissione, stavolta, era stata commissionata e preparata – ed è stata, al solito, abilmente condotta – rigorosamente “su misura” dell’emergenza mediatica e pre-giudiziaria del premier, per consentirgli nientemeno che di rispondere alla denuncia morale e alla richiesta di divorzio di sua moglie Veronica Lario. Queste cose non si dovrebbero fare, in un Paese e in un giornalismo minimamente civili. E, quando ci sta qualcuno che ha la spudoratezza di farlo, in un Paese nel quale la democrazia e il giornalismo sono umiliati come sono oggi umiliati in Italia, di solito si procede promuovendo alla visibilità nel teatrino mediatico “cronisti politici” e “opinionisti” di seconda o di terza fascia. Non il direttore del Corriere della Sera.
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Accertato: Di Pietro non ha offeso Napolitano

Antonio Di PietroPrimo: “A lei che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo?”. Secondo: “Il silenzio uccide, il silenzio è un comportamento mafioso”. Queste, essenzialmente, le due frasi pronunciate dal leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, in una pubblica manifestazione in piazza Farnese a Roma – promossa e dedicata all’Associazione dei familiari delle vittime di mafia – che costituirebbero “offesa all’onore o al prestigio del presidente della Repubblica”. Per questo reato, previsto dall’articolo 278 del codice penale, Di Pietro è stato infatti iscritto nel registro degli indagati della Procura di Roma. Un “atto dovuto”, secondo i magistrati, dopo la denuncia presentata dall’Unione camere penali italiane. Un atto che ha legittimato e amplificato, si può dire, il linciaggio cui è stato sottoposto Di Pietro per quelle frasi da gran parte della stampa italiana (a cominciare ovviamente dalle testate legate a Berlusconi e al centrodestra, nemici storici dell’ex-pm).

Questa l’immediata reazione di Di Pietro: “Bene ha fatto la Procura di Roma ad iscrivere, come atto dovuto, la denuncia presentata dall’avvocato Dominioni, allo stesso tempo presidente dell’Unione delle Camere Penali e legale della famiglia Berlusconi. La Procura farà altrettanto bene quando iscriverà il nome di Dominioni e di chi, insieme a lui, mi ha calunniato sulla falsa presupposizione che io abbia offeso il capo dello Stato. Una persona di tale levatura culturale e preparazione professionale dovrebbe sapere che è un grave errore affidarsi a ricostruzioni giornalistiche sommarie, piuttosto che accertare prima quel che è successo realmente. Io porterò con me, come testimoni, oltre 200 mila persone che, attraverso la diretta streaming, hanno assistito al mio intervento. L’avvocato Dominioni porterà solo un generico ‘sentito dire’. Ma, forse, la verità è molto più banale: chi ha fatto quelle denunce non intende perseguire un fine di giustizia, ma soltanto fare un favore ai propri clienti”.
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Di Pietro ha sbagliato, ma Veltroni ha torto

Di Pietro-NapolitanoIl caso Di Pietro-Napolitano è emblematico del profondo degrado morale e istituzionale nel quale è stato trascinato il Paese dai veleni, dai ricatti e dalle imposture di un confronto politico tutto basato sulle strumentalizzazioni e sulla dissimulazione. L’aggettivo usato dal leader dell’Italia dei Valori (“mafioso”) – a proposito di un comportamento silente rispetto alle gravi lesioni che oggettivamente vengono inflitte, dall’alto, al sistema della giustizia e al principio di legalità – era ed è legittimo, per quanto approssimativo. Ma Antonio Di Pietro ha sbagliato, non solo “politicamente”, a usare quell’aggettivo immediatamente dopo aver pronunciato il nome del presidente della Repubblica. Il quale può anche essere considerato troppo prudente. Può anche essere criticato esattamente per ciò di cui, legittimamente, mena vanto (la perfetta equidistanza fra centrodestra e centrosinistra e l’aver sempre mantenuto una posizione “calibrata e apprezzata da tutte le posizioni politiche”), obiettando che si può essere equidistanti, ad esempio, fra due persone perbene o semplicemente normali che esprimano civilmente due posizioni e due interessi legittimi in contrasto fra loro, ma che non lo si può e non lo si deve essere – sul piano morale e giuridico, e prima ancora su quello istituzionale e politico – fra una guardia e un ladro.

Insomma, in parole povere, si potrebbe anche criticare Napolitano per avere come modello di comportamento presidenziale, nei confronti dell’anomalia-Berlusconi, più il settennato di Ciampi (durante il quale il quale il berlusconismo potette storicamente mettere radici ed espandersi in tutte le sue forme e i suoi contenuti più controversi) che quello di Scalfaro (che tentò di contenerlo e di contrastarlo, interpretando la propria funzione istituzionale per quella che è: “formale” e politica!). Ma citare la figura del Presidente della Repubblica in un ragionamento o in un veemente passo di comizio che si conclude con la denuncia che “il silenzio è un comportamento mafioso” è oggettivamente un errore. Ingeneroso e offensivo nei confronti di Napolitano.
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Libri più venduti: che classifiche strane

Cinque di Quindici - Foto di Cristiano CorsiniDi differenze e discrepanze fra le “classifiche” dei libri più venduti in Italia, pubblicate un po’ da tutti i giornali e le agenzie di stampa, se ne registrano continuamente. Ed è anche comprensibile. Non siamo di fronte ad una scienza esatta. Divergono i metodi e gli strumenti di rilevazione. E poi – perché chiudere gli occhi di fronte alla realtà? – i rapporti (e le capacità promozionali) di una singola casa editrice con una singola testata non sono, non possono essere esattamente sovrapponibili a quelle di altre case editrici con quella o con altre testate.

Ma il confronto fra la classifica pubblicata sabato 10 gennaio 2009 su Repubblica (“a cura di Eurisko e Informazioni Editoriali”) e quella pubblicata il giorno dopo dal Corriere della Sera (“elaborazione a cura di Demoskopea”) – stiamo parlando dei due più importanti, autorevoli e diffusi quotidiani italiani (complessivamente più di un milione di copie vendute ogni giorno, con vantati 5/6 milioni di lettori e un’oggettiva, formidabile capacità di formare opinione e indurre in acquisti, specie se “culturali”) – riserva, fra le altre, una discrepanza dalle dimensioni veramente incomprensibile.

Per la verità, sabato era apparsa a dir poco sorprendente, di suo, la classifica di Repubblica. Non solo le prime quattro posizioni della “narrativa straniera” ma anche le prime quattro della “top ten” (i più venduti in assoluto) risultavano detenute da una sola autrice: l’americana Stephenie Meyer. Certamente nota, certamente “di culto”, come si usa dire, grazie alle avventure e alle vicende d’amore fra Isabella Swan e il vampiro Edward Cullen, tutte ambientate in una piccola città dello stato di Washington. Indubbiamente si avvarrà di un passaparola straordinario.
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Ma ora Pannella la smetta con i digiuni

Marco PannellaBravo Marco! Ancora una volta Pannella ci è riuscito. A imporre un tema importante e di rilievo “costituzionale” all’agenda politica da tempo dettata purtroppo da un sol uomo (Berlusconi). A occupare da protagonista per una decina di giorni la scena mediatica (nonostante l’imbarazzo e la reticenza di alcuni organi di informazione). E soprattutto a uscirne vivo. Abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo quando le agenzie hanno trasmesso l’attesissimo flash: “Marco Pannella ha sospeso lo sciopero della sete avviato 9 giorni fa, concedendosi un gelato nei pressi di Fontana di Trevi. Il leader radicale è al nono giorno di protesta per chiedere la convocazione ad oltranza del Parlamento per l’elezione del Giudice della Consulta e per l’insediamento della Commissione di Vigilanza Rai con l’elezione del presidente. ‘Questa volta, magari per lo stesso motivo, salvare la pelle, invece della pipì ho mangiato un bel gelato, con le compagne e i compagni’ ha dichiarato il leader radicale”.

Tutto bene quel che finisce bene. Anche se con un imprevedibile personaggio come Pannella non si sa mai, la sua iniziativa perde i contorni drammatici, ai limiti del tragico, che aveva assunto nelle ultime ore. Ma adesso, la smetta. Non lo rifaccia. E soprattutto non lo rifaccia su un tema pur rilevante e “costituzionale” come l’elezione di un presidente di commissione parlamentare (anche se con la aggiunta, provvidenziale per aumentarne il peso, del troppo a lungo rinviato plenum della Corte Costituzionale).
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