Le anime di Piazza Fontana

Attentato imminentePiazza Fontana è una strage che si poteva evitare e come conseguenza (ma anche prodromo) è anche molti altri elementi. Iniziamo da questi. La strage del 12 dicembre 1969 e le bombe collegate milanesi e romane, sia quelle che esplosero che quelle che non lo fecero, contengono in sé diverse anime. Innanzitutto l’anima nera, da un lato composta da Ordine Nuovo del Veneto, a iniziare dalla cellula padovana di Franco Freda e Giovanni Ventura, e dall’altro di Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie.

Poi l’anima istituzionale del Sid, i servizi segreti militari di allora, che giostrano – attraverso un personaggio chiave come Guido Giannettini – depistaggi, indagini, falsi responsabili e tirarono le fila anche di certa stampa. Poi non va tralasciato il tassello internazionale che, in piena guerra fredda, porta un vantaggio – forse indiretto, ma pur sempre di vantaggio si parla – alle luogotenenze atlantiche, e statunitensi in primis, presenti in Italia. Non si dimentichi in proposito che alcuni ordinovisti veneti, se non erano di casa, comunque frequentazioni delle basi del nord est ce le avevano. E infine, volendo porre un’utile semplificazione al panorama che determinò lo scenario in cui si consuma la strage di piazza Fontana, aggiungiamo i capri espiatori di questa vicenda, gli anarchici e in testa si possono – anzi, si devono – mettere Pino Pinelli e Pietro Valpreda.

Ma torniamo all’affermazione iniziale: i fatti del 12 dicembre 1969 si potevano evitare. Non è una deduzione, questa, è qualcosa che si può dire senza timore di smentita. Già nella primavera di quell’anno, dopo l’attentato al rettorato di Padova del 15 aprile 1969, c’era una parte della polizia padovana che stava imboccando la pista giusta. Quella parte era rappresentata dal capo della squadra mobile, Pasquale Juliano, catapultato in un’indagine a sfondo politico pur provenendo dal contrasto alla criminalità comune. Juliano, in due mesi di indagini serrate, era arrivato a nomi tristemente noti in seguito, con il procedere degli anni di piombo.
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“Scrivi la città”: antologia libera nata insieme ad Arcireport

Scrivi la cittàArcireport, il settimanale dell’Arci, aveva annunciato un po’ di tempo fa Scrivi la città, il concorso letterario che aveva lanciato insieme alla casa editrice Stampa Alternativa. Come già accaduto per Creative Commons in noir, uscita nell’ottobre 2008, anche questa iniziativa editoriale muoveva da un punto preciso: oltre al tema del concorso, i partecipanti dovevano essere consapevoli che il libro, diventato un Millelire da poco in circolazione, sarebbe stato rilasciato con una licenza Creative Commons, questa nello specifico. Così, mentre è in corso l’organizzazione della cerimonia di premiazione dei quindici vincitori, ecco che sia su carta che in rete sono disponibili i testi che sono stati selezionati dalla giuria. Di seguito ecco le parole che introducono questa nuova antologia:

ArcireportLa città è un incrocio di vie e persone. La città è palazzi e tetti e storie che si toccano e intrecciano o che si sfiorano senza mai incontrarsi. La città è solitudine e incontro. Paura e solidarietà. Memoria e oblio. Passato e futuro. La città sono megalopoli immense abitate da estranei o piccoli centri di provincia dove tutti si conoscono. “Città” è questo e mille altre cose ancora.

Per questo, quando la redazione di Arcireport ha deciso di indire un concorso per racconti brevi in Creative Commons, ha scelto come titolo “Scrivi la città”. Perché, attraverso le narrazioni che ci sarebbero giunte, volevamo provare ad allacciare le maglie delle metropoli, immaginarie e reali, nelle quali viviamo la nostra contemporaneità. Quello che ci è arrivato, attraverso gli oltre sessanta racconti che trovate interamente pubblicati sul nostro blog e in parte in questa selezione scelta dai nostri giurati, è un caleidoscopio del quale è impossibile dare una definizione univoca, ma che vi invitiamo a leggere e interpretare, convinti che ci troverete anche voi quella ricchezza di vite, idee e sensazioni che noi vi abbiamo scorto.

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Processo agli scorpioni: oltre i tabù di guerra

Processo agli scorpioni di Jasmina TesanovicC’è stato un periodo, tra il 2003 e il 2005, in cui sono andata diverse volte a Belgrado. Lavoravo alla realizzazione di un documentario sull’infanzia disagiata in Serbia e in qualità di aiuto regista mi capitava spesso di uscire con una parte della troupe per andare a filmare contenuti considerati a corollario di quelli principali. Tante le interviste fatte in quel periodo: a giornalisti e tassisti, ad attori e fornai, a psicoterapeuti e guardiaparchi, a dirigenti scolastici e operai. E una conferma: negli anni dei conflitti nei Balcani, della frammentazione nazionale, dei massacri, dei bombardamenti e delle missioni militari internazionali, le Serbie erano due. Da un lato, quella del regime di Milosevic, dei paramilitari, delle auto che comparivano per portare via qualcuno; dall’altro, quella di una popolazione silenziosa e spesso dissidente, che in quelle auto rischiava di finirci, se avesse protestato apertamente, e che aveva resistito alla guerra senza odiare e senza uccidere.

Jasmina Tesanovic è un’apolide culturale, non appartiene a nessuno di questi due paesi: si è battuta sempre contro i crimini commessi nello scorso decennio e non ha accettato di stare zitta. Ha parlato. Ha scritto. Ha diffuso, soprattutto via Internet. Allora e oggi. E così facendo ci ha consentito di gettare uno sguardo su queste due Serbie, da molteplici punti di vista. Il lavoro instancabile dell’autrice ci permette di vedere la barbarie che, ancora una volta nella storia, si voleva far passare come normale e frutto di una catena di comando alla cui cima non si arriva mai. Ci fa intuire che gerarchi e politici, smessi i panni dei carnefici, oggi occhieggiano a un vizio forse meno brutale, ma politicamente letale per un paese in ricostruzione, la corruzione, e di certo minimizzano le responsabilità (morali e materiali) derivanti dai conflitti balcanici. E, soprattutto, ci fa guardare tra la gente: tra le vittime e i loro familiari in primis, ma anche nelle maglie di vite comuni che assistono, dal basso della loro quotidianità, a scontri postbellici. Scontri talvolta freddi, come sanno essere alcune diatribe politiche, e in non pochi casi caldissimi, come accade quando si calpestano i diritti di chi ha già scontato sulla propria pelle la brutalità militare e paramilitare.
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Una storia che attraversa due decenni

Pentiti di niente di Antonella BeccariaC’è una storia che taglia a metà gli anni Settanta arrivando a lambire quasi tutti gli Ottanta e che diventa un paradigma non solo dello sbando di alcuni personaggi che non trovano collocazione in quel decennio di ideali, ma anche di scontri politici. È quella di Carlo Saronio, giovane ingegnere della borghesia milanese che si avvicina alla sinistra extraparlamentare, ma che finisce preda della bramosia di alcuni di questi personaggi. Oltre al dramma personale di un sequestro e di un omicidio, la vicenda di Carlo Saronio racconta anche la nascita di un fenomeno, quello della dissociazione dalla lotta armata, e della sua strumentalizzazione da parte di chi andava a caccia di sconti di pena. Riuscendo a ottenerli.

Mentre si indaga su chi ha rapito l’ingegnere, la Milano che ne emerge in un primo momento sembra una specie di Marsiglia in cui il Mediterraneo viene sostituito dai Navigli e dalla darsena di Porta Ticinese, ma che nulla ha da invidiare alla disinvoltura dei banditi d’Oltralpe. Una Milano in cui la politica arriva fino a un certo punto e la malavita fa da padrona tra evasioni, ricatti, giri di denaro da riciclare, bella vita ogni volta che si arraffa un po’ di contante. Dove l’umanità si scontra e perde di fronte al profitto criminale e dove non esiste alcun codice etico quando si decide di speculare anche su un cadavere in precedenza fatto sparire.

Ma poi all’improvviso lo scenario cittadino si modifica e quegli stessi personaggi, dai protagonisti alle comparse, dalle vittime ai carnefici, diventano gli interpreti di un copione a sfondo terroristico dove l'”Organizzazione” viene prima di tutto. Anche della solidarietà verso un compagno e dell’amicizia tra due giovani che stanno dalla stessa parte. Il cambiamento è così repentino che non sembra di essere ancora in quei quartieri. Sembra a questo punto di aver attraversato i confini della realtà per entrare in un romanzo di fantapolitica in cui si può raccontare tutto e il contrario di tutto.
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Una spia comunista chiamata Marilyn Monroe

Compagna MarilynDanilo Arona la chiama la “maledetta estate del 1962″. E ha i suoi buoni motivi per farlo. Perché, se si forzano un po’ i confini imposti dal calendario, si vede che di fatti neri ne sono accaduti parecchi proprio in quei mesi. Il 31 maggio, per esempio, nel carcere di Tel Aviv viene giustiziato Adolf Eichmann, il comandante maggiore delle unità d’assalto delle SS naziste, specialista in questioni ebraiche e protagonista della soluzione finale ordita dal Terzo Reich: era stato catturato due anni prima da uomini del Mossad a Buenos Aires ed estradato in Israele per essere processato. Inoltre, tra disastri aerei e ferroviari, pochi giorni dopo si assiste all’evasione di tre detenuti dal carcere di Alcatraz: sono Frank Morris, John Anglin e Clarence Anglin che – si dice – affogarono e i loro corpi mai più vennero ritrovati.

Qualche mese dopo (è l’11 ottobre e l’abbiamo dichiarata la violazione di solstizi ed equinozi) esplode la crisi dei missili di Cuba che rischia di trascinare il mondo verso la terza guerra mondiale e dodici giorni più tardi cade l’aereo su cui viaggiava Enrico Mattei, episodio che andrà a nutrire uno dei capitoli neri del recente passato italiano. E si potrebbe andare avanti ancora con l’elenco di eventi chiave risalenti a quel periodo. Eventi che non sempre però sono stati così sinistri: si pensi ai successi riscossi dai movimenti indipendentisti di Burundi e Algeria o alla “nascita” musicale dei Beatles e cinematografica di James Bond.
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