Il fioraio di Peròn: troppi, questi italiani. Soprattutto la domenica

Il fioraio di PerònCosimo Guarrata. Un tano sbarcato a Buenos Aires e finito a spaccarsi la schiena nella zona degli orti, le chacras. Un nome difficile: chacras, chacraritas. Lui lo storpiava, e diceva chacarita. Facevano tutti così, gli altri. Gli altri erano quel milione e mezzo sceso dalle barche per rifarsi una vita da questo lato del mondo. “Troppi”, dicevano i bravi cittadini portegni, “troppi, questi italiani. Soprattutto la domenica!”.

Nelle fabbriche o nei campi andavano anche bene. Ma quando arrivava la domenica, e si riversavano per le strade e le piazze, con le mani in mano, i tanos, gli italiani d’Argentina, di colpo diventavano troppi. A lui invece sembrava che non ce ne fossero abbastanza, di mani. Gli avrebbe fatto comodo, in quel momento, un collega.

“Pesano questi sacchi, eh, tano?”.

“Fottuto gallego, aiutami!”.

Il tipo, un tracagnotto galiziano dal nome impronunciabile, si decise a togliergli il fardello dalle spalle.

“Che merda è?”.

“Bulbi. Bulbi di tulipani”.

“E pesano così?”.

“Sì, se sono migliaia, coglione”.

Posarono il sacco nel magazzino. Poi si asciugarono il sudore della fronte con una mano, e la mano con la tela del fondo dei pantaloni.
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Il fioraio di Peròn: la dittatura celebrava il suo primo mese di esistenza

Il fioraio di PerònDi questa America povera. Aveva detto proprio così: di questa America povera. Perché lui separava sempre i concetti come fossero talee distinte, o come marze di specie differenti… qui una di un olivo da spremitura e là una di olive verdi da tavola, e guai se andavano a finire nell’innesto sbagliato: America ricca e America povera, una sopra e l’altra sotto… Anche a quei tempi, sì, anche quando quell’America laggiù, intorno e sotto il tropico del Capricorno, tanto povera non era mica. Allora almeno, un centinaio d’anni fa, quando si mise in moto tutto questo trambusto. Quando fatta l’Italia e gli italiani, i padri della patria, una e tricolorata, si resero conto che i sudditi avevano fame, e figliavano, e si riproducevano, e non si accontentavano di belle parole, ma pane volevano, pane, proprio così.

E allora cominciarono a guardarsi intorno: se questi avevano fame, bisognava mandarli lontano. Di colonie ce n’erano ma non bastavano. Di bagni penali qualcosa c’era, ma i malfattori anarchici li avevano già riempiti tutti. Rimaneva una soluzione: esportare il problema che non si poteva risolvere. Ovverosia spostar la magagna a qualcun altro. Montarli tutti su un barcone, direzione il sol dell’avvenire, che notoriamente sorge a oriente ma poi ci passa sopra e se ne va verso occidente. Allora rotta a ponente, e via, verso la terra promessa: in questo o nell’altro emisfero.

C’era chi partiva per l’America ricca e andava a Chicago o a Detroit, e c’erano quelli che andavano nell’America povera. Che, si intenda bene e a tal fine giovi la ripetizione, tanto povera non era, perché non avevano ancora finito d’affamarla. Quest’America aveva miniere a cielo aperto di carne e di caffè, ricchezze che in Italia se le sognavano, i padri della patria con la loro testa cinta dell’elmo di Scipio. Sicché quando toccò a lui, al fioraio, prese la decisione di andarsene a Buenos Aires. Forse perché aveva qualche contatto, o forse perché tra gli emigrati si diceva che la lingua era più facile, così vicina all’italiano da non dover penare tanto come con l’inglese.
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Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / Fine

Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archiviUn calcio in culo alla storia… agli archivi, alle buste, alle filze, alle sudate carte, ai fascicoli, a quei sedimenti inchiostrati, a quei telegrammi di spie, ai cancellieri dei tribunali che timbrano per vero solo ciò che è imputabile… nessun ossequio bibliografico, nessun dotto “a buon rendere”, nessuna nota a piè di pagina, nessun debito, nessun ringraziamento… e poi chi dovrei ringraziare? Posso solo farmi complice del Marchettini, della sua rabbia e della sua passione autentica, del suo sguardo truce….

Complice di Temistocle Coli, di cui condivido i gusti in maniera di vino e legnate sul groppone, complice di tutti gli altri ribelli….imputati dell’accusa di aver voluto vivere senza compromessi… refrattari finanche alle buone maniere, renitenti a questa Maremma domesticata, che oggi ci dispensa la brutalità senza la rivolta… dov’è la verità storica? Non c’è, non c’è mai stata, Potassa è un garbuglio da cui si dipanano tanti fili neri intessuti di sudore e rabbia… la carte sono solo un pretesto, un punto di partenza…. Per comprendere la rivolta del Marchettini non bisogna studiarsi il suo fascicolo… basta camminare e guardarsi intorno, oggi, nel presente…se mi è mancato un nome me lo sono inventato… così ho fatto per le testimonianze orali, per le interviste… non si può cercare la verità solo negli archivi, in questi postriboli della delazione… vera è l’ansia di farla finita con l’addomesticamento dei cuori… vera è la rabbia del Marchettini, più che il suo fascicolo presso la direzione di polizia politica…

No, non voglio fare come gli altri, non voglio togliere i ribelli dal casellario di polizia per metterli nella fossa comune dell’erudizione…Ecco qualche storia autentica, e quindi utopica e impossibile: il maresciallo accoppato da un masso lanciato da un energumeno; il carabiniere morso al calcagno da un ciabattino comunista; l’oste anarchico che colmava i bicchieri alzando una damigiana da 54 litri con una mano sola, il prete di Travale che dopo aver fatto piange le donne con l’omelia del venerdì di pasqua, siccome era bono disse: “Oggiù donne ‘un piangete, so’ storie successe tant’anni fa e mi sà che ‘un so’ nemmeno tanto vere.”
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Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 7

Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi[Ricordiamo che il volume integrale, rilasciato sotto licenza Creative Commons, è liberamente scaricabile su Libera Cultura].

3 marzo 1929 – Guardo la mia Argentina e mi sento triste.noi qui tanta terra con pochi milioni di abitanti con tanta ricchezza che mai si cia dato valore i tutti credono che la Republica Argentina è solamente la città di Buenos Aires,che solo in città i borghi habitano alcuni milioni di persone i esce fuori i ci sono certe parte che camini in macchina un giorno completo i non incontri una persona, qui farebbe bisogno capitale i gente per explottare la inmenza ricchezza, però bene amministrata, in tutto il mondo la unica nazione che explota petrolio è questa che perde denaro,tutti gli altri guadagnano fortune lo stesso passa con la campagna i certe industrie, in questo la carne cià un prezzo carissimo e i signori di grande aziende ammazzano anche le vacche che per tre o cuatro anni ancora possono fare figli. Dopo ci resta la campagna senza animali si guastano i soldi i dopo il governo bisogna aiutarli per comprare un’altra volta vacche, qui farebbe bisogno un governante con la audacia di Mussolini,il coraggio di Balbo e la nobiltà d’animo di Farinacci i en tre anni la Republica Argentina non passase più vergogna. Ma meglio sarebbe finirla con chisti discursi. Mi rassegno i non prolongo.

Nel viaggio verso l’Argentina Umberto Lanciotti era di nuovo imbarcato come clandestino? No, stavolta lavorava a bordo, sottocoperta. Che lavoro faceva? Non te lo so dire… forse uomo di fatica, voi sapè. Che altri lavori aveva fatto? Un po’ di tutto, perlopiù il cameriere e l’autista, qualche volta il meccanico. L’autista era un mestiere che gli era congeniale, perché era un uomo flemmatico, era uno calmo, tranquillo, e questa calma gli era utile in altre situazioni… comunque, tornando a Buenos Aires, lui era arrivato a Buenos Aires nel ’25, laggiù c’erano gruppi italiani nemici del fascismo, di varia estrazione, uscivano giornali importanti, L’Italia del popolo, ad esempio, c’erano giornali anarchici di lingua spagnola, come “L’Antorcha”, “La Protesta”, c’erano figure di estremo interesse, anche su un piano culturale, basta pensare alla presenza di un uomo con cui lui ha avuto dei contatti ma al quale serbava rancore, vale a dire Diego Abad De Santillan. C’erano gruppi anarchici, c’era Aldo Aguzzi, c’era Severino Di Giovanni.
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Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 6

Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archiviLa mattina del 22 maggio escono dalla casa colonica del Bartalucci alcuni uomini, decisi a vendicare Patrizio Biancani. I contadini del podere hanno tentato di smontarli dal proposito, tuttavia hanno accettato di prestare alcune armi a questi uomini decisi ad opporsi alle violenze dei fascisti. Marchettini e Maggiori camminano tenendo a tracolla dei fucili da caccia, quelli a canna lunga, che abbondano in tutte le case maremmane, dove quasi ogni uomo è un cacciatore. Innocenti e Biancani impugnano delle rivoltelle. Con loro c’è un altro uomo, Anchise Cigni.

Il gruppetto di uomini si incammina verso il luogo dell’agguato. Nelle loro menti si agitano le scene del giorno precedente: la morte del padre di Robusto, lo scontro con i fascisti e i carabinieri, il Gorelli portato via in manette, il Civilini ferito. Sono i loro amici, i loro parenti, i compagni con cui dividevano aspirazioni e sogni. Seguono un sentiero campestre, coi piedi pesanti nella guazza mattutina, salgono sul crinale di un poggio poi, nei pressi del cimitero di Tatti, imboccano la via della Sughera, quella che porta a Massa Marittima. Arrivano al luogo prescelto, una spianata a mezzo chilometro da Tatti, chiamata Cerro Balestro. Dal Cerro Balestro si riesce, nei giorni più belli, a vedere il mare e l’isola d’Elba. In quel punto la strada attraversa dei campi, allora coltivati a grano, ed è paradossalmente uno dei pochi tratti privi di macchia e quindi poco adatto a tendere insidie. C’è solo un riparo favorevole ad un agguato, una siepe di rovi alta circa un metro e mezzo, posta sulla sinistra del viaggiatore che da Tatti va a Massa, ed è quello il punto in cui i sovversivi decidono di appostarsi.
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