Una copia di “Vino e Bufale” per Morgan

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaAiutiamo Morgan, Bruno Vespa e Giorgia Meloni: per loro una copia di Vino e bufale. Bruno Vespa ha dedicato un’intera puntata di “Porta a porta” alla vicenda di Morgan e al suo rapporto con le droghe cosiddette illegali. Il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni ha accusato il cantante di “fare apologia del crack”. Nessuno in trasmissione ha ricordato i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità secondo i quali la prima causa di mortalità per i giovani europei tra i 15 e i 29 anni è sì una droga, ma si chiama alcol.

Numerosi autorevoli studi internazionali classificano infatti l’alcol tra le droghe più pesanti a livello neurobiologico, e più devastanti per le ripercussioni sociali e gli effetti sulla salute. La trasmissione è andata in onda proprio nella giornata mondiale dedicata alla lotta al cancro: l’alcol è la seconda causa evitabile di tumore dopo la nicotina, ma questo in Italia non si può dire, perché nel nostro Paese il principale veicolo di assunzione di questa droga si chiama vino.

Fa un certo effetto vedere proprio Bruno Vespa nel ruolo di giudice severo contro tutte le droghe, lui che quando c’è da parlare di vino e salute chiama nel suo studio Lino Toffolo, Antonella Clerici, Marisa Laurito e Al Bano, lui che di fronte a chi si dichiara astemio replica: “E’ una tragedia, come le è successa?”. Fa un certo effetto vedere il ministro Giorgia Meloni dire che abbiamo commesso un gravissimo errore culturale, facendo dei distinguo tra droghe più o meno nocive, più o meno pesanti, mentre va detto in modo chiaro che tutte le droghe fanno male e vanno evitate.
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Vino e bufale. Tutto quello che vi hanno sempre dato a bere a proposito delle bevande alcoliche

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaLo psichiatra Enrico Baraldi e l’esperto di problemi alcol-correlati Alessandro Sbarbada hanno pubblico Vino e bufale. Tutto quello che vi hanno sempre dato da bere a proposito delle bevande alcoliche. Il libro è pubblicato da Stampa alternativa che l’ha inserito nella collana Eretica. Non è facile parlare di questo libro, anche per un non-bevitore come me. Il retaggio “culturale” sul vino che ognuno di noi si porta dentro fa avvicinare quasi con diffidenza ad un libro del genere che non vuole essere un manuale per un neo-proibizionismo ma, come dicono gli autori,

vogliamo solo che sull’alcool venga fatta vera informazione, non campagne isolate che non fanno alcuna presa sui cittadini. Poi, ognuno sarà più libero di scegliere se bere o meno: ma non possiamo accettare che il vino venga spacciato per una bevanda dalle proprietà quasi medicinali, perché questa è pura mistificazione della realtà.

Il libro risponde a moltissime domande sul vino (quasi un prontuario, i paragrafi sono brevi e ben scritti). Una riflessione mi ha colpito:

Come titolano i nostri giornali? Se l’argomento è trattato in positivo, la sostanza viene chiamata “vino”, “birra” o “grappa”; se però si evidenziano dei problemi viene chiamata “alcol”. Sembra un dettaglio, ma capiremo che questo ha un grande significato. Allo stesso modo su internet: se impostiamo la parola “alcol” (o “alcool”) troveremo pagine che parlano di risse, violenze e incidenti; se invece cerchiamo la parola “vino” o “birra”, me troveremo altre riferite solo a benefici, piaceri, feste e allegre occasioni turistiche! Chi, guidando in stato d’ebbrezza, investe un’auto uccidendone gli occupanti – come chi bevendo si espone inconsapevolmente a rischi per la sua stessa salute –, ha assunto “vino” o “birra” o “grappa”: non avrebbe, insomma, bevuto “alcol”! Proviamo a pensare in senso contrario, immaginando titoli di giornali come: “Strage sulle strade: il problema è il vino”, oppure: “Bere vino fa venire il cancro al seno”. Sono verità che darebbero troppo fastidio e allora devono restare immaginabili ma non proponibili (pag. 5).

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Droga no, alcol sì? La via a zig zag del ministro Zaia

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaDroga no, alcol sì. Ecco lo Zaia pensiero. Il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali è stato uno dei primi a sottoporsi al test antidroga in voga in questi giorni tra parlamentari e ministri. L’esito naturalmente è stato negativo anche perché come ha dichiarato lui stesso durante la diretta di Studio Aperto che lo ha ospitato per il narco-test del capello: “Sono tranquillo, perché non ho mai assunto droghe dalla nascita”.

E noi non abbiamo nessun motivo per non credergli. Anche perché una persona che ricopre un ruolo politico importante come il suo è normale che sia “pulito”. Come dire? Questa dovrebbe essere “la banalità del bene”.

Ma sull’alcol no

L’anomalia, semmai, sono le posizioni che il ministro Luca Zaia ha preso riguardo all’alcol, come riportano Enrico Araldi e Alessandro Sbarbada nel loro libro Vino e Bufale, (Stampa Alternativa, 137 pagine, 12 euro). Nel simpatico volumetto a proposito di etica etilica si legge:

La soluzione viene dallo stesso ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Luca Zaia, che il 6 ottobre 2008 a Conegliano Veneto, in margine a una manifestazione promozionale sulla grappa, ha dichiarato: “Chi guida l’auto deve avere bevuto solo analcolici. Chi vuole ubriacarsi si sieda al suo fianco o dietro. È inutile che continuiamo con lo 0,5, lo 0,2 o lo 0,4: lo ribadisco, tasso zero per chi guida, tutti gli altri facciano quello che vogliono’”.

Un’immagine sbagliata dell’Italia

Però la tesi del tasso zero per chi guida non lo deve aver convinto troppo. Sul Corriere del Veneto, infatti, sempre riportato dal volumetto citato, a proposito della riduzione del tasso di alcolemia consentito alla guida da 0,5 a 0,2, ha detto smentendosi:
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Per il professor Giacosa una copia gratis di “Vino e bufale”

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaSembrerebbero buone notizie, ma l’evidenza che si tratta di bufale è addirittura il fatto meno preoccupante. Chi ha avuto tra le mani il nostro “Vino e bufale” ha imparato che il problema non è la bevanda che veicola l’alcol etilico, ma è per l’appunto questa sostanza. L’alcol etilico è una molecola tossica, che produce dipendenza al pari dell’eroina e che ha, tra gli altri effetti dannosi, quello che aumenta il rischio di ammalarsi di il cancro. L’alcol etilico che si trova nella bevanda vino è lo stesso che è presente nella birra, nei superalcolici, negli aperitivi alcolici e nelle altre bevande (tipo alcopop) che un’industria interessata unicamente ai propri interessi promuove senza scrupoli soprattutto tra i giovani.

Vino e bufaleNel vino poi si trovano alcune centinaia di altre sostanze, qualcuna parimenti tossica, qualcun’altra innocua come, per l’appunto, l’acqua; altre ancora, presenti in tracce insignificanti per l’organismo di chi le assume, hanno assunto nel tempo un ruolo di star della manipolazione dell’informazione. E il Resveratrolo è la superstar ai danni della corretta conoscenza. Solo che ormai la bufala del Resveratrolo da un po’ di tempo non la beve più nessuno: ormai si sa che il Resveratrolo al pari di tutti gli altri antiossidanti non produce tutti gli effetti positivi che si speravano, ma soprattutto è dimostrato senza dubbi che per introdurne una quantità significativa per l’organismo umano attraverso il vino bisognerebbe consumare dalle 40 alle 1000 bottiglie al giorno. Insomma affidare le virtù salutari del vino al Resveratrolo o ad altri antiossidanti è la madre di tutte le  bufale.

Ne consegue che tutte le informazioni contenute nell’intervento (che a seguire riportiamo testualmente come appare sul sito www.enotime.it) del professor Attilio Giacosa, direttore del Dipartimento di Gastroenterologia del Policlinico di Monza, sono insostenibili dal punto di vista scientifico e gravemente fuorvianti. L’alcol etilico e il vino che lo contiene e lo veicola più frequentemente in Italia, è fortemente collegato all’insorgenza di malattie  cardiovascolari e neurologiche, esattamente quelle per prevenire le quali ne viene consigliato il consumo.
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Vino e bufale: il coraggio di affrontare le notizie scomode

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaVino e bufale è fresco di stampa, ma l’interesse e le polemiche sull’argomento lo precedono prima ancora di accompagnarlo. Esiste una lobby costituita da produttori di vino e altre bevande alcoliche, politici (qualche volta anche produttori) e detentori del potere dell’informazione che manipola le notizie che riguardano l’alcol. Cioè gli organi di informazione ci nascondono con meticolosa precisione i gravi effetti che questa sostanza ha sulla nostra salute e sulla nostra società e, nel contempo, inventano articoli ad effetto che sostengono virtù miracolose di sostanze presenti nel vino e talvolta anche dell’alcol stresso.

Spesso la medicina stessa viene asservita al potere di questa lobby che difende interessi economici giganteschi e lo fa, per l’appunto, sulla nostra stessa salute. Vino e bufale documenta rigorosamente con rimandi a lavori scientifici e alla posizione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che l’alcol è la seconda causa di cancro evitabile (viene subito dopo il fumo di sigaretta) , che è la prima causa di morte nei giovani, che provoca il 10% dei ricoveri ospedalieri e che i costi sociali ad esso imputabili equivalgono quasi a una finanziaria. Un’attenzione particolare è riservata al problema alcol-guida: bere alcolici prima di mettersi al volante aumenta fino a 380 volte il rischio di incidenti in seguito alle alterazioni che questa sostanza provoca su cervello e performance.

Sono dati all’apparenza incontrovertibili e schiaccianti: di conseguenza una società dovrebbe organizzarsi per proteggersi dall’alcol e non per promuoverne produzione, diffusione e consumo. Ma provate a rileggere queste ultime righe sostituendo alla parola “alcol” la parola “vino”. Da un punto di vista pratico non cambia nulla perché il principale componente del vino è per l’appunto l’alcol, ma dal punto di vista concettuale l’ottica si capovolge: la nostra cultura e gli interessi dominanti sono troppo legati al vino perché si possano accettare le verità scomode che lo riguardano anche se le conseguenze sulla salute di tutti sono gravissime.
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Vino e bufale: conflitti d’interesse

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaEsiste un’“Associazione Luigi Veronelli per la tutela e promozione del vino italiano” composta da un centinaio di parlamentari d’ogni schieramento politico. Poco importa che Veronelli, in vita, abbia preso ripetutamente posizioni contro le leggi del parlamento che favoriscono le grandi imprese del vino a discapito dei piccoli produttori e fosse più avvezzo a frequentare il Leoncavallo invece dei palazzi del potere. Evidentemente su queste cose i politici vanno d’accordo, come orgogliosamente puntualizza la presidentessa dell’intergruppo parlamentare onorevole Bianconi:

Quando ci riuniamo e sediamo a tavola siamo un unico grande partito!

Esiste poi un legame molto stretto tra diversi importanti giornalisti italiani e il mondo del vino. Come sottolinea Milena Gabanelli nella citata trasmissione di Report, “il vino gode di una protezione mediatica difficilmente paragonabile ad altri prodotti. Tanti bei nomi dell’imprenditoria e dello spettacolo producono vino, e siccome sono spesso sui giornali e in televisione, ovviamente ne parlano”.

“Brunello” Vespa

Il 2 giugno 2004, la RAI, diretta da Flavio Cattaneo (già premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?), sulla rete RAIUNO di Fabrizio del Noce (già premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?), nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa (già premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?) discuteva degli effetti del vino sulla salute. In studio “gli esperti” erano sommelier e produttori di vino (conflitto di interessi?). Unico rappresentante della scienza, per parlare degli effetti del vino sulla salute, il professor Giorgio Calabrese (pure lui premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?).
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Vino e bufale: idee radicate ma spesso insidiose

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaFacciamo una verifica: andiamo da due diversi amministratori locali, o parroci o dirigenti scolastici, scelti a caso. Al primo chiediamo se è interessato a promuovere un’iniziativa nella sua comunità/parrocchia /scuola per sensibilizzare le persone sui problemi legati all’alcol; al secondo proponiamo un’iniziativa sui problemi legati al vino. Scommettiamo che le risposte saranno differenti? Eppure l’alcol non lo beve (quasi) nessuno.

Questo equivoco comporta conseguenze per tutti e non nasce per caso. Il vino è talmente radicato nella nostra cultura da non lasciare spazio all’idea che possa far male. Pensiamo a come ogni circostanza pubblica e privata sia segnata dalla bottiglia speciale, con la quale si festeggiano nascite, lauree, matrimoni e vittorie sportive, si varano le navi, si suggellano accordi e alleanze. E pensiamo a come sia convinzione di tutti che esista l’aperitivo (alcolico) che apre lo stomaco e il digestivo superalcolico che favorisce il dopo pasto! Fino a ritenere fideisticamente che il Vov sia ricostituente, il cordiale dia tono agli ipotesi, il bicchierino di grappa riscaldi contro il freddo, il whisky giusto renda l’uomo più affascinante e (sessualmente) potente e che un bicchiere di vino, sempre definito un “buon” bicchiere di vino, non possa nuocere; che la birra faccia campare cent’anni e che l’amaro centerbe sia quasi un medicinale.

Affermazioni, nel loro insieme e una per una, contrarie alla realtà scientifica. C’è un ulteriore motivo, ancora più importante, per favorire il pregiudizio a rovescio che protegge il vino e le bevande alcoliche in genere: dietro il loro consumo ci sono enormi interessi economici, in conseguenza dei quali risulta scontato allinearsi all’occultamento della verità e al mascheramento dei danni. Torneremo più avanti sul tema bevande alcoliche ed economia: ora ci interessano le correlate questioni di potere e come a farne le spese sia la nostra salute.
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Vino e bufale: in principio c’è l’alcol

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaAl-kuhl in arabo significa “polvere nera per tingere le sopracciglia”, oppure “essenza, il meglio di ogni cosa”, usata nella cosmesi e anche come collirio medicamentoso. L’alcol etilico o etanolo è l’essenza del vino, ma anche la peggior cosa contenuta in questa bevanda e non la sola che può fare male. Carlo Petrini, presidente di Slow Food, denuncia come il vino in Europa utilizzi ogni anno 100 mila tonnellate di pesticidi, più che per ogni altro prodotto destinato alle tavole dei consumatori. E Luigi Veronelli, enogastronomo di fede anarchica, ricordava spesso come il vino contenga sempre più concentrazioni di mosto rettificato per elevarne la gradazione alcolica, gomma arabica per ammorbidirlo e tannini ricavati dal legno piuttosto che dall’uva: come il vino sia, insomma, sempre più “costruito” dall’ enologo nelle industrie piuttosto che prodotto dal contadino nella propria cantina.

In modo naturale l’alcol si ottiene lasciando fermentare l’uva con dei lieviti (minuscoli funghi) che si trovano sulla buccia degli acini o siano appositamente aggiunti. Già gli uomini dell’epoca neolitica conoscevano l’effetto stupefacente dei frutti fermentati e, per questo, coltivarono la vite allo scopo di produrre bevande alcoliche. Ma loro non potevano immaginarne i danni…

La difficoltà dell’uomo a rapportarsi col vino risale a un tempo immemorabile. Nel primo libro della Bibbia – la Genesi – c’è scritto: “Ora Noè incominciò a far l’agricoltore e piantò una vigna. Bevuto del vino, s’inebriò e si scoprì nella sua tenda. Più tardi Cam vide la nudità di suo padre”. La letteratura antica è, insomma, ricca di riferimenti al vino, bevanda di fondamentale importanza anche nella simbologia religiosa.

Oltre che per le bevande alcoliche, l’alcol etilico viene usato per produrre profumi e disinfettanti; e, in alcuni paesi del mondo, come combustibile al posto della benzina. In Brasile il bioetanolo derivato per fermentazione dalla canna da zucchero copre il 20% del consumo di carburante.

L’alcol non lo beve quasi nessuno

A parte qualche aspirante suicida o persone in grave crisi d’astinenza alcolica, nessuno al mondo beve l’alcol allo stato puro; né dai profumi, dai disinfettanti o dalla pompa di benzina. Tanti, invece, lo assumono per il tramite delle bevande alcoliche: vino, birra, aperitivi e superalcolici. Tanto per intenderci, un bicchiere di vino da 125 ml, una lattina di birra, un bicchierino di superalcolico da 40 ml o un bicchiere da 80 ml di aperitivo alcolico contengono, grosso modo,
la stessa quantità di alcol: cioè 12 grammi. E, tanto per avere una prima idea, questa “unità di alcol” produce nel maschio “medio”, a digiuno, un’alcolemia di 0,2 grammi per litro che rimane tale per almeno un’ora.

Ma succede che…

Come titolano i nostri giornali? Se l’argomento è trattato in positivo, la sostanza viene chiamata “vino”, “birra” o “grappa”; se però si evidenziano dei problemi viene chiamata “alcol”. Sembra un dettaglio, ma capiremo che questo ha un grande significato. Allo stesso modo su internet: se impostiamo la parola “alcol” (o “alcool”) troveremo pagine che parlano di risse, violenze e incidenti; se invece cerchiamo la parola “vino” o “birra”, ne troveremo altre riferite solo a benefici, piaceri, feste e allegre occasioni turistiche!

Chi, guidando in stato d’ebbrezza, investe un’auto uccidendone gli occupanti – come chi bevendo si espone inconsapevolmente a rischi per la sua stessa salute –, ha assunto “vino” o “birra” o “grappa”: non avrebbe, insomma, bevuto “alcol”! Proviamo a pensare in senso contrario, immaginando titoli di giornali come: “Strage sulle strade: il problema è il vino”, oppure “Bere vino fa venire il cancro al seno”. Sono verità che darebbero troppo fastidio e allora devono restare immaginabili ma non proponibili. Vedremo perché.


Vino e bufale - Tutto quello che vi hanno sempre dato da bere a proposito delle bevande alcoliche di Enrico Baraldi e Alessandro Sbarbada
Collana Eretica
144 pagine
ISBN: 978-88-6222-090-3

Enrico Baraldi e gli psicofarmaci agli psichiatri

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico BaraldiViolenta allegoria d’una crisi – una crisi di fiducia nel proprio mestiere, nella possibilità di curare la malattia mentale, nella propria capacità di ascoltare – e incredibile annullamento della distanza tra medico e paziente, “Psicofarmaci agli psichiatri” è il documento narrativo e fictionale della rovinosa caduta di un equilibrio, e della fertile ricerca di un metodo e di un approccio nuovi. Non intendo stabilire coincidenze tra l’autore – lo psichiatra Baraldi – e il narratore, protagonista del romanzo – uno psichiatra che sta piombando nel nulla. Mi limito ad analizzare la relazione tra la sorte del narratore del romanzo e il suo ruolo: leggere questo romanzo è come osservare un prete che si spoglia della toga di fronte a tutta la chiesa, quindi s’infila abiti borghesi e va a pregare assieme ai fedeli. Ritrovandosi inginocchiato di fronte a un altare come tutti gli altri: senza un sacerdote che stia officiando il rito, soltanto “Dio” di fronte.

Enrico Baraldi con James Grady“Dio” è il leone, la pazzia. La pazzia e la sua pretesa invincibilità hanno distrutto l’equilibrio del narratore. Infine, s’è mescolato ai pazzi e s’è messo a osservarla, come fosse uno di loro (naturlich, il caso John Nash aiuta a confondere le idee e i pregiudizi): spaventato e fiducioso che spogliandosi del suo ruolo qualcosa avrebbe potuto cambiare. Cosa cambia? La prospettiva sugli psicofarmaci, in primis, finalmente denunciati come strumento di potere e di ricchezza d’un’industria sospetta; la prospettiva sull’analisi, in seconda battuta, perché il narratore s’è innamorato d’una ex paziente, precipitando al suo livello; la prospettiva sull’invincibilità della pazzia, infine, che diventa una misera ammissione di impotenza, non senza frustrazione.
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La legge Basaglia è sotto attacco. Trent’anni dopo

Light of rebirth - Foto di di Jano De CesareAppiattire il dibattito sulla riforma della legge Basaglia a un gioco di proposte di legge è tuttavia riduttivo. La spinta più forte alla controriforma sembra infatti provenire dall’interno, dallo stesso mondo psichiatrico. A Montichiari, nella bassa bresciana, il direttore del Servizio psichiatrico di Diagnosi e Cura Giuseppe Fazzari presenta fiero gli esperimenti fatti con l’elettroshock sui propri pazienti. E sempre psichiatri sono i fondatori dell’Aitec (Associazione italiana per la terapia elettroconvulsivante), che si batte contro la «stigmatizzazione e ostracizzazione della terapia elettroconvulsivante (TEC)», una situazione, si legge sul sito dell’associazione, «che si è creata non sulla base di dati scientifici e del criterio clinico del rapporto rischi-benefici ma su pregiudizi di origine ideologica».

Per capire il senso e la forza dell’offensiva contro la legge Basaglia, bisogna allora andare alle radici «culturali» di questa svolta. «Esiste una frattura netta tra la psichiatria ideale, fatta di belle strutture per pochi pazienti, e la psichiatria reale, in cui i ricoverati incendiano le stanze e il personale è oggetto di insulti e percosse», spiega Carlo Ciccioli, l’uomo forte della nuova, destra psichiatrica. La difesa della sicurezza è la parola d’ordine dei diversi disegni di legge che puntano a modificare la legge Basaglia, rendendo più facili i ricoveri coatti dei pazienti. Anche in Francia Nicolas Sarkozy ha promesso un inasprimento della legge sui ricoveri coatti, la creazione di una lista di «malati mentali» pericolosi e una decisa riduzione della libertà dei pazienti. Il meccanismo è ormai rodato: si esacerba un fatto drammatico in cui è coinvolto un paziente mentale e poi si promettono inasprimenti delle leggi. E intanto le prigioni si riempiono di «matti» e la svolta sicuritaria è generalizzata. Foucault, in Sorvegliare e punire, scriveva:

Si imprigiona chi ruba, si imprigiona chi violenta, si imprigiona anche chi uccide. Da dove viene questa strana pratica e la singolare pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni? Forse una vecchia eredità delle segrete medievali? Una nuova tecnologia, piuttosto: la messa a punto tra il XVI e il XIX secolo, di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze si era sviluppato nel corso dei secoli classici: la disciplina.

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La schizofrenia non esiste e se esistesse io vorrei averla

La schizofrenia non esiste, e se non esistesse io vorrei averla di Gianna SchiavettiGianna è finita nel meccanismo della porta girevole. C’è finita ogni volta sempre più cosciente di non doverci finire. Almeno non così, non con quella violenza, non per la cattiva anima di chi il legame di sangue avrebbe dovuto fare fratello e non nemico:

Dopo un anno che ero stata operata al seno, mia sorella telefonò al Centro psicosociale raccontando una storia tutta a modo suo. Allora la polizia municipale venne a prelevarmi a fui portata in psichiatria. Erano le due del pomeriggio. M’accolse il solito medico, che mi fece un’endovenosa e mi addormentò immediatamente […]. Mi svegliai verso sera in uno stanzino: ero in mutande e avevo una maglietta che non era la mia. Ma soprattutto ero senza reggiseno, che da quando ero stato operata era diventato un mio indispensabile supporto psicologico. Mentre piangevo venne mia sorella [e] le chiesi di portarmi un reggiseno. Dopo tre giorni che insistevo, venne con un reggiseno vecchio e tutto scucito dicendo di cucirmelo da me. Mi accorgo di aver vissuto anni di terrore.

Nel suo diario, La schizofrenia non esiste, e se esistesse io vorrei averla, Gianna Schiavetti ci dice, a trent’anni dalla legge Basaglia, come stanno i servizi di assistenza e cura della malattia psichica e lo fa nel modo che le riesce, cioè dando voce a quella che è diventata la condanna sua e di altri come lei: 30 trattamenti sanitari obbligatori in pochi anni; psicofarmaci dai tremendi effetti collaterali (alcuni reali, altri immaginati ma egualmente, anzi forse più, pericolosi): i chili in più, il tumore al seno, le parole e i passi rallentati, le allucinazioni; il sospetto di tutti e il tradimento sempre da parte degli stessi: bisogna soffrire per raggiungere qualcosa. Io ho sofferto tanto psicologicamente e fisicamente (alcolizzazione, tumore al seno). Portata in psichiatria tante volte, senza sapere il perché, ora mi ritrovo che non vedo più mia nipote. Ma perché tanta sofferenza?
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I serial killer? Sono i manicomi e le multinazionali degli psicofarmaci

Enrico Baraldi con James GradyLa 6° edizione del festival del giallo e del noir italiani Giallo Luna Nero Notte di Ravenna ha avuto come filo conduttore il tema della follia per non dimenticare il trentennale della legge 180. Accanto ad autori cult del genere, da Carlo Lucarelli al mitico James Grady, celeberrimo autore de I sei giorni del Condor, ho avuto un posto anche io con il mio Psicofarmaci agli psichiatri. Dal canto mio, ho cercato di contribuire a superare un’accesa polemica nata a seguito di uno dei titoli degli incontri di Ravenna: “Pazzi e assassini”. Associazioni di familiari di pazienti psichiatrici unitamente al Partito di Rifondazione Comunista hanno ritenuto infatti che queste due parole messe vicine alimentino in modo grave il pregiudizio sulla pericolosità del malato mentale rendendo vano lo spirito di integrazione sociale su cui si fonda la riforma di Franco Basaglia.

Ho iniziato il mio intervento affermando con forza che se nella storia della psichiatria si può individuare un serial killer, questo è solo da identificarsi nell’istituzione manicomiale stessa che nel tempo ha ucciso, se non altro dal punto di vista civile, migliaia di persone sofferenti. Del resto ha sottolineato proprio come nella storia di libro Psicofarmaci agli psichiatri, le due pazienti schizoferniche protagoniste abbiano se mai un ruolo salvifico nei confronti dell’autore, mentre l’assassinio che si consuma sull’isola di Itamaracà riconosce il colpevole nel sistema delle multinazionali degli psicofarmaci.
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Cronache pazzesche dal Festival Resistente / 1

Il corridoio come un treno di Alice BanfiPrimo giorno: Mantova giovedì 4 settembre, sede di Rete 180, La voce di chi sente le voci. Arrivo, lo spazio all’aperto è già pieno di gente, incontro qualche amico, abbracci, saluti… Apro il mio valigione a rotelle, trolls, troller, come diavolo si chiama! Tiro fuori le magliette stampate con il manifestino del festival, trovo un buco su’n banchetto e le affido alle ragazze di “Depression is Fashion!”. Guardo il banchetto dei libri, vedo quello di Gianna, quello di Peppe, altri e il mio… poche copie, l’avevo previsto! Eh! Eh! (Vecchia volpe trentenne!)

Così estraggo una decina di libri dal mio troller, infine tiro fuori il mio fantastico tutù di tulle rosa doppio strato e lo infilo sopra ai pantaloni. Sono pronta … mmm … manca qualcosa: La Birra! Mi indicano un bar, corro, compro tre birre, ri-corro indietro, arrivo e incontro Simona!

“Dottoressa! Quanto tempo! L’ho aspettata tanto”.
“Ti avevo detto che sarei venuta, ma non sono dottoressa!”.
“Ma sì, dottoressa, come sta?”
“Bene, bene… Sai dove posso mettere le birre?”
“Ma certamente, dottoressa, gliele metto in frigo”.
“Grazie, Simona”.
“Si figuri, è un piacere!”.

Mi allontano con il mio tutù svolazzante, birra in mano e sigaretta in bocca. Bevo, fumo, fumo, bevo… Mi guardo in giro, Carlo mi aspetta per l’intervista.
“Un attimooo!”, lo faccio aspettare, ri-fumo, ri-bevo, ri-fumo.
“Eccomi!”.
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Matti chiari, amicizia lunga: VI Festival della Letteratura Resistente

VI Festival della Letteratura ResistenteIl 4, 5 e 6 settembre, tra Mantova, Pitigliano ed Elmo di Sorano avrà luogo il VI Festival della Letteratura Resistente, un evento libero, aperto, festoso, riflessivo e senza sponsor ideato e realizzato da Marcello Baraghini, editore di Stampa Alternativa. Il tema di quest’anno saranno gli scrittori matti per ricordare e festeggiare, alla nostra maniera, il trentennale della legge 180 di Franco Basaglia, l’artefice di una delle poche vere rivoluzioni sociali e culturali avvenute nel nostro Paese.

E in onore di Basaglia, abbiamo scelto il titolo Matti chiari, amicizia lunga che aprirà giovedì 4 settembre a Mantova, perché lì c’è Rete 180 - La voce di chi sente le voci, animata dagli ospiti del Centro psicosociale “Carlo Poma”, un esempio unico di luoghi aperti, contrari alla contenzione e all’abuso di psicofarmaci. Un modello ideale della psichiatria italiana e un’esperienza che si avvia ormai al suo quinto anno di vita, dove psichiatri e pazienti si confrontano senza gerarchie.

Così nascono e vengono presentati i libri di Gianna Schiavetti e di Alice Banfi, entrambi pubblicati da Stampa Alternativa e che danno voce alla follia senza pregiudizi e soprattutto con una visione dall’interno. Non mancano poi le opinioni di esperti come Giovanni Rossi, primario del Centro ed editore di Rete 180, ed Enrico Baraldi, viceprimario e direttore artistico della medesima radio nonché nostro autore, e infine Peppe Dell’Acqua, allievo di Franco Basaglia e autore sempre per Stampa Alternativa del suo straordinario successo Non ho l’arma che uccide il leone.

L’importanza dei temi affrontati nella sede di Rete 180 ha fatto sì che questa giornata di apertura del VI Festival della Letteratura Resistente sia segnalata come evento collaterale nel programma del Festival della Letteratura di Mantova. Da venerdì invece si prosegue nella consueta cornice maremmana, a Pitigliano che ne è la culla, ed Elmo di Sorano, la sola oasi che poteva ospitare una notte di voci e canti anarchici.

Programma:
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Grattar via «la crosta dei ruoli e delle convenzioni»

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico Baraldi

Subito l’annuncio del farmaco totale, «il Coristar, rimedio risolutivo per la malattia mentale». Poi un incidente d’auto, una storia d’amore, un giallo, un’isola magica e un’ex paziente che pubblica, contro il suo terapeuta, un libro-vendetta che si chiama proprio Psicofarmaci agli psichiatri. Ma conviene partire dal Coristar.

È nel cuore il centro della vita affettiva e dei pensieri»? O serve solo a illudere su farmaci totali, su nuovi dei?

Le nuove religioni ci vengono promosse da mistificanti venditori che, negli intervalli di qualche Grande Fratello tv, sanno come ammaliarci. Le multinazionali dei farmaci, i veri nuovi poteri, non tarderanno a proporre il farmaco rivoluzionario in grado di recuperare l’affettività agendo sul cuore, da sempre considerato la sede dei sentimenti. Ma il riduttivismo farmacologico, l’idea di una medicina per ogni problema, è strumentale a interessi di proporzioni inimmaginabili; ricordiamoci De Andrè, «non esistono poteri buoni.

Una parola-chiave per il suo libro: «vicinanza»?

Ho presentato “Psicofarmaci agli psichiatri” in giro per l’Italia cercando soprattutto platee competenti, cioè “cattivi lettori” lontani dai salotti, nelle sedi di associazioni di utenti, nelle comunità di malati, nei centri sociali. All’inizio ero convinto che le parole chiave del libro fossero «vicinanza affettiva» e «cura fraterna», poi confrontandomi ho individuato la frase: «Adesso tocca a noi fare qualcosa». Rispetto alla malattia e alla salute mentale di ciascuno, la competenza deve essere davvero collettiva, degli specialisti ma ancor più della società nel suo insieme, altrimenti si fanno cose parziali e forse dannose.
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