Aridatece Bottai

Graffito di Bansky, il terrorista dell'arte“Siamo incazzati neri e queste cose non le sopportiamo più!”. Ricordate Howard Bill, il “profeta pazzo” della Ubs americana, che nel memorabile film Quinto potere di Sidney Lumet (1976) invitava la gente a manifestare la propria rabbia contro le ipocrisie e gli inganni della classe politica? Se l’avete ancora in mente, è un bene per voi e per chi vi sta vicino. Se invece lo avete dimenticato, è un peccato mortale, perché ogni volta che vi sentite ingannati non potete rifarvi ad una “incazzatura” classica, tanto nobile quanto liberatoria. Io quel film non me lo sono dimenticato, ricordo anzi alla perfezione la predica di Bill che invitava i telespettatori “incazzati neri” ad affacciarsi alle finestre per gridare tutta la loro rabbia. Oggi, ai tempi della vittoria in Senato del governo di centrosinistra che vuole rifinanziare l’intervento armato in Afghanistan e dell’apoteosi del pubblico ministero Henry John Woodcock che ha trasformato la procura di Potenza nell’ “Isola dei famosi”, sarebbe rischioso o per lo meno impopolare affacciarsi alla finestra per gridare il proprio schifo. Perché l’acquiescenza al potere e il bieco conformismo hanno appiattito ogni cosa, tanto che gli ex pacifisti sono diventati dei rispettabilissimi guerrafondai e i giudici ammalati di ostentazione appaiono eroi risorgimentali agli occhi dei media e della massa.

Io, invece, mi voglio affacciare alla finestra per gridare la mia rabbia e la mia delusione, perché sono “incazzato nero” con il ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, e il suo ascoltato consigliere, il professor Salvatore Settis, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali. E dico subito perché ce l’ho con loro: non hanno fatto niente, ma proprio niente, di quanto avevano pomposamente promesso nel momento di sedersi sulle loro poltrone. Anzi, per dirla come Howard Bill, non hanno fatto proprio un “cazzo”. Avevano annunciato un programma ricco di iniziative per la difesa del patrimonio artistico italiano e per lo sviluppo delle strutture di musei e biblioteche. Quando il 2 giugno 2006 il professor Settis venne nominato presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, promise vantaggi fiscali per le donazioni ai musei, assunzioni al ministero dei Beni culturali e nelle Sopraintendenze, orari allargati il più possibile dei musei, meno mostre ma più collezioni permanenti, attenzione al rilancio delle biblioteche, rapporti più stretti con il ministero per l’Università e per la Ricerca. Aveva aggiunto:

E poi è necessario introdurre sussidi, fare ricerca, motivare il personale sui versanti della didattica e della ricerca; e ancora: puntare di più sulle collezioni permanenti e meno sulle esposizioni temporanee, ottenere una fiscalità di vantaggio per chiunque voglia dare contributi per i Beni culturali.

Ma il programma del duo Rutelli-Settis non finiva qui: c’era il capitolo più intrigante, quello della battaglia per il ritorno delle opere d’arte e dei reperti archeologici trafugati dall’Italia negli Stati Uniti per arricchire le collezioni sontuose dei musei privati di Los Angeles, di Boston, di Atlanta, di Filadelfia e di New York.

Le parole del ministro e del professore riempivano di soddisfazione Italia Nostra, il Fondo per l’ambiente italiano, i giornali del settore e tutto il popolo dell’arte che da molti anni aspettava le nuove idee. Altro che quei due ministri del governo Berlusconi, Urbani e Buttiglione; c’era aria nuova in arrivo. Però qualcuno si stupiva ricordando che il professor Settis era stato consigliere proprio del ministro Giuliano Urbani, mentre altri si stupivano ricordando ancora che proprio Settis aveva scritto articoli contro la politica di Urbani e Tremonti e infine aveva pubblicato un libro “Italia spa-L’assalto al patrimonio culturale”.

Sono passati dieci mesi da quella che sembrava la nuova alba per il patrimonio artistico italiano. Ora siamo quasi al tramonto e laggiù si scorge il buio. In questo periodo è accaduto di tutto, ma niente di buono. Nello scorso dicembre i giornali avevano parlato di una crisi di coppia tra Rutelli e Settis, ma poi il professore disse che il periodo difficile era passato. Era successo che dopo il ritorno dal viaggio negli Stati Uniti, a fine novembre, Rutelli e Settis avevano bisticciato proprio sulla politica da perseguire nei confronti dei grandi musei americani per la richiesta di centinaia di opere d’arte e reperti da parte dell’Italia. Intanto l’insediamento ufficiale del Consiglio superiore dei beni culturali slittava di mese in mese. L’insediamento c’è stato soltanto il primo marzo scorso, nove mesi dopo la nomina di Settis. Direttore, ormai in vista del terzo mandato, della Scuola Normale di Pisa, una delle più solide culle dell’establishment italiano, entrato, unico italiano, nel board del Consiglio europeo per le ricerche e docente di Storia dell’arte e dell’archeologia, Salvatore Settis fatica a tenere il passo con i suoi impegni ai Beni culturali. Tanto che la battaglia per il ritorno dei beni italiani trafugati si è fermata subito dopo il viaggio in Usa, a fine novembre 2006, dove aveva ricevuto il prestigioso premio Foundation for Italian Art&Culture.

Insieme con Rutelli, il professore fece visita ad alcuni direttori di importanti musei. Le prospettive erano buone. Disse Rutelli: “Il tempo delle trattative è finito!”. Quale tempo doveva arrivare? Boh! Intanto Settis parlava di un accordo con il Getty Museum di Los Angeles per la restituzione di 52 reperti archeologici. Nei primi giorni di dicembre 2006 diceva:

Penso che un accordo per la restituzione sia una priorità del nuovo presidente del Getty Trust, appena nominato, James Wood, che tra l’altro ha studiato in Italia, a Perugia.

Questo ottimismo non era giustificato dalla condotta dei dirigenti del museo che, fra l’altro, il professore conosceva molto bene. Dal 1994 al 1999, Salvatore Settis è stato direttore del Research Institute del Getty, la struttura di ricerca che con i suoi 800 mila volumi vanta la più importante biblioteca al mondo di storia dell’ arte, vivendo fianco a fianco con il museo e i suoi curatori. Gli stessi che poi sono stati messi sotto accusa per le incaute acquisizioni di opere d’arte italiane. Una in particolare, la curatrice del Getty Marion True, sotto processo a Roma per rispondere di associazione per delinquere e ricettazione di beni archeologici. Ai giornalista ha detto:

Quando Marion True ha comprato la Venere di Morgantina nel 1988, io ero là, invitato come Getty scholar, dunque l’ho vista arrivare. Io non sono certo che provenga proprio da Morgantina, ma che venisse dall’Italia non c’era alcun dubbio. E la natura dell’acquisto era più che sospetta. Lo dissi subito a Marion True, guarda che questa opera è nostra.

Nonostante la consapevolezza che il Getty Museum comprava oggetti rubati, il professore non esitò ad accettare nel 1994 l’importante carica che ricoprì per cinque anni. Forse una giustificazione si può trovare. Lo ammette lo stesso Settis:

Qualche anno dopo, siamo a metà degli anni 90, comincia ad affermarsi un nuovo modo di pensare degli archeologi americani. E si lega al crescere della protesta ‘difensiva’ che andava maturando in Italia, in Grecia e in Turchia, i paesi più depredati. In America cresceva la consapevolezza che quelle acquisizioni erano eticamente ingiuste.

E la moralizzazione, secondo il professore, è cominciata proprio dai responsabili del museo di Los Angeles, e la prima a muoversi in questa direzione è stata proprio Marion True. Questa versione contrasta con l’immagine di “rapaci” che si son fatta i dirigenti del Getty Museum, in particolare la True, ma Settis spiega:

Io non commento le carte processuali , posso solo raccontare quello che ho visto: dopo la nomina al Research Institute del Getty arrivai a Los Angeles il 6 gennaio 1994. Due settimane dopo Marion True mi invitò a pranzo a Santa Monica. Qui mi confidò di avere scoperto che alcuni pezzi acquistati erano stati trafugati dall’Italia. Le risposi che c’era una sola cosa da fare, restituirli.

Il suggerimento non fu ascoltato dal momento che la successiva acquisizione della collezione Fleischmann sarebbe finita, insieme agli acquisti imprudenti della True, nell’inchiesta aperta dalla magistratura italiana. Tutto bene, però non è successo niente. I reperti richiesti dall’Italia sono ancora a Los Angeles e la stessa sorte è toccata a tutte le opere d’arte sparse per gli altri musei d’America. Di nuovi accordi non si parla e non si parla nemmeno di nuove iniziative. Tutto è fermo. Anche la sorte della Biga di Monteleone è fatalmente finita nel tritacarne della politica internazionale: “Nulla risulta agli atti”, aveva risposto il ministero degli Esteri ai tempi del governo Berlusconi. Pensate che qualcosa sia cambiato? Ha detto Rutelli: “La vicenda è ormai storicizzata”, e se ci si pensa, questa dichiarazione fa “incazzare” di più. Ma bisogna capirlo, il ministro. Con quello che deva fare. Tra meno di un mese ci sarà a Cinecittà il congresso del suo partito, la Margherita. Ogni giorno si annunciano guai. Perché rutelliani, popolari, parisiani e diniani si combattono per la leadership del partito, tanto che il popolare Pierluigi Castagnetti ha messo Rutelli con le spalle al muro: “O al governo o al partito”. I rutelliani rispondono per le rime e il parisiano Roberto Manzione definisce lo scontro in atto una “rissa tribale”. Il ministro della Pubblica istruzione, il popolare Beppe Fioroni, è esploso: “Solo perché è stato in Giappone, Rutelli si crede di essere l’imperatore Hiroito che decide tutto lui”.

Mentre l’attività al ministero dei Beni culturali langue su molti fronti, continua quella dello speciale nucleo dei carabinieri dei colonnelli Conforti e Musella. Il colonnello Musella, nel settembre 2006 era stato al Museum of Fine Arts di Boston per chiudere una pratica aperta molto tempo prima. L’Italia aveva chiesto la consegna di alcuni reperti archeologici rubati in Italia e sembrava che l’accordo firmato il 28 settembre a Roma potesse finalmente portare al primo successo di questa battaglia. Per ora tutto tace: da Boston nessuno si è fatto vivo. D’altra parte, dall’Italia nessuno si prende la briga di sollecitarlo. Chi ci pensa? Il ministro ha cose più importanti da fare, lui è vicepremier e può parlare anche di politica estera. Ci soccorre, per capire come stanno veramente le cose, ancora il professor Settis. In un articolo sulla “Repubblica” ha scritto:

I Beni culturali nacquero come un dicastero minore, affidato quasi sempre a figure deboli e inadeguate, di corta visione istituzionale, con scarsa o nulla capacità di iniziativa, ansiose di spostarsi su un ministero più importante.

Soltanto il 29 ottobre 1999 venne varata la nuova legge che regola la tutela del patrimonio artistico e che ha profondamente rivisto e aggiornato tutto il settore. La nuova legge è arrivata dopo 60 anni. Infatti, prima, era ancora in vigore la legge approvata il primo giugno 1939 voluta dall’allora ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai. Ha scritto Giulio Carlo Argan, famoso critico e storico dell’arte, e sindaco di Roma dal 1976 al 1979: “Bottai è stato il miglior ministro che in tanti anni ho conosciuto”. Grande gerarca e membro autorevole del partito nazionale fascista, Bottai era stato governatore di Roma e di Addis Abeba, capo dell’Opera nazionale balilla, ministro delle Corporazioni. Nel 1940 segnò il suo destino partecipando al complotto che mise in minoranza Mussolini. Condannato a morte in contumacia dal tribunale di Verona, fu amnistiato nel 1947 ed entrò nella legione straniera. È morto nel 1959. Prima di dichiarare la guerra al duce, Bottai fece in tempo a preparare una legge per la tutela dei beni culturali che, sopravviverà a sessant’anni di storia italiana.

Il 20 gennaio 2004 si costituiva il Comitato per la Bellezza. In una conferenza stampa, nella sala gialla del Senato, il presidente Vittorio Emiliani illustrò l’attività del ministero dei Beni culturali. Il testo del suo intervento si concludeva così: “Aridatece Bottai!”. Ecco perché dobbiamo essere “incazzati neri”: perché quella battuta folgorante vale ancora oggi, anzi oggi più che mai. Ma ci vuole davvero così tanto tempo e tanto ingegno per intraprendere la battaglia per riportare in Italia le opere rubate? Ci vuole davvero una mente superiore per chiedere al direttore del Metropolitan Museum di New York, Philippe de Montebello, di riconsegnare la “biga rapita” ai legittimi proprietari ai quali è stata sottratta più di un secolo fa? A questo punto, bisogna pensare che ci vuole davvero qualcuno di molto speciale ai Beni culturali, se dobbiamo constatare che dal dopoguerra a oggi niente è stato ottenuto. Niente è stato ottenuto, perché nessuno ha mai intrapreso una seria battaglia, con decisione, tenendo presente il nostro diritto a riavere le nostre cose. È così difficile? Sembra di sì. Ecco perché dobbiamo affacciarci alla finestra e gridare, tutti insieme: “Siamo incazzati neri e queste cose non le sopportiamo più”.

Commenti

1 commento to “Aridatece Bottai”

  1. olga ferreira on Agosto 16th, 2007 12:53

    Bon giorno.
    Sai per favore dove posso trovare il accordo entre Italia et il museo Getty?
    Grazie mille,

    Olga Fererira

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