L’ultima dall’America: è imperialista chi richiede le opere d’arte rubate

Sull’ultimo numero di Panorama c’è una interessante intervista fatta a un professore di filosofia dell’università americana di Princeton. Il filosofo, Kwame Anthony Appiah, ghanese cresciuto a Londra, interviene a tutto campo sul tema del giorno: la richiesta da parte degli italiani di riavere indietro le opere d’arte e i reperti archeologici rubati ed esposti in alcuni prestigiosi musei degli Stati Uniti. Sentite quello che arriva a dire:

Quando sento l’espressione patrimonio culturale italiano o eredità nazionale, immagino gli artisti etruschi e romani rivoltarsi nelle tombe, perché quegli artisti, quando creavano quelle opere, non si sentivano certo cittadini italiani.

Ma il filosofo va oltre e dichiara che gli viene in mente la parola imperialismo quando sente rivendicare in nome dell’appartenenza al patrimonio culturale italiano statue, vasi o bighe che gli americani hanno rubato e portato oltre oceano. E aggiunge che c’è qualcosa di stonato nel pensare che la grande arte debba per forza risiedere nel paese dove venne prodotta migliaia di anni fa. Non solo, ma quella della territorialità è un modo di pensare alle opere d’arte che è molto provinciale.

L’intervistatore gli chiede:

Quindi le opere d’arte rubate in Italia dovrebbero restare nei musei americani?

Lui, il filosofo di Princeton risponde, candidamente:

Perché no? Dopotutto non credo che ci sia una carenza di grande arte etrusca e grecoromana in Italia: che ce ne sia poca in America è sicuro.

Poi arriva la domanda fatidica:

Se lei fosse il ministro dei Beni culturali italiani, cosa farebbe?.

Il filosofo risponde:

Continuerei la mia battaglia legale sui pezzi di dubbia provenienza. Ma una volta chiarito che si tratta di opere rubate, e che si tratta di proprietà del governo italiano, mi chiederei se è veramente meglio che tornino in Italia, o se non sia più opportuno che restino nei musei americani. Organizzerei per esempio una esposizione itinerante di tutti i pezzi rubati per mostrarli in Africa o in America Latina: ovunque ci siano persone troppo povere per viaggiare.

A parte che appare molto strano mostrare alle persone troppo povere per viaggiare soltanto le opere rubate, c’è da chiedersi a nome di chi parla il professor Kwame Anthony Appiah. Con le sue strabilianti dichiarazioni, che ignorano i principi fondamentali del diritto e dell’etica, dà una mano ai musei americani colpevoli di aver depredato il patrimonio artistico italiano e che si ostinano a rifiutare la consegna delle opere illegalmente possedute; fornisce un alibi al nostro ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, che ha ormai abbandonato la battaglia per il recupero dei beni rubati. Infine, riesce a battere tutti i record di comicità involontaria quando, lui americano, accusa gli italiani di “imperialismo”.

Commenti

4 commenti to “L’ultima dall’America: è imperialista chi richiede le opere d’arte rubate”

  1. photostar on Febbraio 12th, 2007 15:57

    Si potrebbe quasi pensare che questo “filosofo” abbia avuto degli interessi magari anche monetari nel dire delle cose così insensate.
    In secondo luogo dell’arte se ne dovrebbe occupare chi la studia, non i filosofi!
    In ultimo proporrei di rubare tutti i pochi beni archeologici che hanno gli americani, così verranno a vederli in Italia e lui sarà contentissimo di pagare il viaggio!

  2. Angelo Vitale on Febbraio 18th, 2007 08:37

    Giorgio Boatti, sull’inserto ttl de La Stampa, ha scritto così del volume:
    A meno di improbabili colpi di scena, sarà lei, la splendida biga etrusca dorata, ritrovata oltre un secolo
    fa sul colle del Capitano, presso Monteleone di Spoleto, a essere incoronata regina della festa di primavera con cui il Metropolitan Museum di NewYork aprirà tra poco i nuovi padiglioni dell’ arte etrusca, greca e romana. Lungo gli 8000 metri quadri dell’esposizione - frutto di dieci anni di lavoro e di oltre 155 milioni di dollari di investimenti – the golden chariot, come lo definiscono gli addetti ai lavori, sarà il pezzo più prezioso esposto nella galleria intitolata a Leon Leky e Shelby White, munifici trustee di quello che probabilmente, consei milioni di visitatori, è il più frequentato dei grandi musei internazionali. C’è però qualcuno che, lontano dai frenetici preparativi in corso presso la sede del Met, rischia di rovinare festa: come racconta Mario La Ferla ne La biga rapita, il Comune di Monteleone, assieme alla regione Umbria, ha deciso di avviare una causa legale nei confronti del museo americano per tornare in possesso dello straordinario reperto che dopo il ritrovamento, avvenuto nel febbraio del 1902 per opera del contadino Isidoro Vannozzi, si pone al centro di una serie di vicende che sono narrate col ritmo avvincente di una spy story. Nell’ordine entrano in scena contadini con la vocazione del «tombarolo», un mercante di ferraglie di Norcia (che per 950 lire acquista la biga, rinvenuta in una tomba etrusca assieme a due scheletri, probabilmente i resti di un re e della sua compagna, sepolti accanto al loro golden chariot). E poi avventurieri, trafficanti d’arte, politici corrotti, poliziotti indolenti. Da Norcia, in quel 1902, la biga finisce a Roma dove J.P. Morgan, uno dei grandi robber baron americani dell’ epoca, la vede, rimanendone incantato. Dec ide, da appassionato collezionista nonché generoso sponsor del Met, di farla approdare a NewYork. L’impresanon è facile perché sulla faccenda s’alzano interpellanze parlamentari rivolte al presidente del Consiglio Giolitti. Però J.P. Morgan sa muovere bene le sue carte: proprio in quel periodo porta a termine una serie di generose acquisizioni che, favorendo famiglie romane vicine al governo, consentono di dotare l’Accademia Americana al Granicolo di spazi adeguati. PAGATA 250 MILA LIRE Così, forte di qualche autorevole complicità, la biga finisce – pare nascosta in un treno merci carico di grano - a Parigi, in un caveaux del Crédit Lyonnais, banca di proprietà del finanziere americano. E da qui, dietro pagamento di 250.000 lire a misteriosi intermediari, il reperto finisce al 1000 di Fifth Avenue, sede del Met. Quando in Italia le accuse contro J.P. Morgan s’alzano di tono entra in scena il direttore del MetropolitanMuseum. Si tratta di un gentiluomo piemontese, Luigi Palma di Cesnola, che dopo aver partecipato giovanissimo all’assedio di Peschiera e alla campagna di Crimea è finito negli Stati Uniti. Qui, combattendo da eroe nella guerra civile, è stato fatto generale, poi è diventato console a Cipro e quindi, avendo smistato in Europa, ma soprattutto verso il museo americano, preziosi reperti archeologici raccolti durante la sua «missione diplomatica», viene nominato direttore del Met. Palma di Cesnola difende J.P. Morgan e assicura di aver acquistato la biga a Parigi di propria iniziativa e del tutto regolarmente. Ma di quell’acquisizione, avvenuta oltre un secolo fa, non esiste alcun atto ufficiale. Così il contenzioso legale tra il piccolo Comune umbro e il potente Met è approdato sui grandi media americani. E rischia di rovinare la festa di primavera attorno al golden chariot. gboatti@venus.it

  3. Redazione on Febbraio 18th, 2007 09:50

    Angelo, grazie per la segnalazione e l’invio delle tue recensioni. Aiuto utile e graditissimo, il tuo.

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