Il secondo volume de “La civiltà della Dea” di Marija Gimbutas

Una descrizione della civiltà neolitica dell’antica Europa (7000-3500 a.C.): religione, scrittura, ordinamento sociale e cause del suo declino e scomparsa, di Mariagrazia Pelaia.

Nel primo volume dell’edizione italiana, che corrisponde alla prima parte della sua opera, Marija Gimbutas, come afferma espressamente nella Prefazione, raccoglie tutti i dati disponibili sull’Europa neolitica, passa in rassegna le popolazioni e le culture con i loro siti e necropoli e presenta cronologie e mappe di diffusione delle culture neolitiche parallelamente al diffondersi della nuova invenzione: l’agricoltura. La trattazione è rigorosamente scientifica, la studiosa è sempre all’avanguardia nella metodologia di ricerca e considera il lavoro principale dell’archeologo quello che si fa all’aperto sul campo e non solo sui libri e nelle biblioteche.

La civiltà della Dea, vol.2È fra le prime a impiegare la datazione al radiocarbonio, che ha consentito sbalorditive retrodatazioni di culture e reperti. Radunato il poderoso materiale, in questa seconda parte Gimbutas si accinge a un lavoro di interpretazione e decodifica. La competenza linguistica le ha consentito di padroneggiare una mole immensa di dati, fino allora inaccessibili ai colleghi americani e anche a molti europei occidentali, alcuni messi personalmente a disposizione con numerosi scavi negli anni Settanta in Europa (Grecia settentrionale, Macedonia e Italia: Obre, Sitagroi, Grotta Scaloria). Si afferma come indiscussa autorità per il Neolitico dell’Europa sud-orientale. Se dal punto di vista dell’archeologia tradizionale il suo contributo è già stato eccezionale, la sua opera di ricostruzione ha dell’incredibile per capacità di analisi, sintesi e organizzazione.

La grande scoperta di una intera civiltà dell’antica Europa, più antica di quelle fino allora conosciute, e cioè quella sumera, seguita da Egitto e via via altre civiltà del Vicino Oriente, è stata compiuta da una donna dell’Europa orientale, esule negli Stati Uniti, ai margini della locale comunità accademica negli anni in cui il sessismo imperava nelle istituzioni culturali americane… Eppure questa donna, nonostante restrizioni e difficoltà, ha saputo mettere insieme una mole imponente di dati e reperti che grazie alla sua intuizione ha ricomposto in un quadro persuasivo. I numerosi popoli e insediamenti e la grande quantità di statuette e vasi con caratteristiche variabili secondo luoghi e cronologia, con linee di continuità evidenti, hanno pian piano assunto forma omogenea e dalle nebbie del passato è emersa una nuova configurazione culturale inaspettata.

Su cosa ha basato la sua ardita ricostruzione?

Sintetizzando quanto sostiene Joan Marler, sua collaboratrice e oggi portavoce (in Realm of the Ancestors. An Anthology in Honor of Marija Gimbutas, Knowledge, Ideas & Trends, 1997), Gimbutas «ha assommato diversi saperi: archeologia, linguistica, profonda conoscenza del folklore e della mitologia del suo paese, combinando la sapienza di un filosofo della natura con la percezione estetica di un artista. Alla fine della carriera volgendosi indietro finalmente ne ha preso coscienza dando un nome alla nuova disciplina da lei fondata: l’archeomitologia».

È proprio questo il lato più debole del suo lavoro agli occhi dell’attuale comunità scientifica: la capacità intuitiva, visionaria e artistica con cui la studiosa ha tentato una ricostruzione olistica dei materiali analizzati (non è ammesso fare ipotesi sulla religione preistorica! È argomento tendenzioso e sfuggente, non ritenuto scientifico).

Come scrive Ernestine Elster, dapprima sua allieva, poi sua collega e amica e oggi sua biografa: «Inizialmente gli archeologi hanno fatto scena muta quando ha proposto le sue interpretazioni ardite e insolite sul ruolo delle onnipresenti statuette d’argilla e sulla proto-scrittura (segni incisi o dipinti sulla ceramica). Era la principale studiosa, la più accreditata, dell’Europa preistorica sud-orientale, con un’enorme padronanza di un vasto database internazionale. Era noto il suo grande rispetto per la comunità scientifica e il suo sistematico coinvolgimento di paleozoologi, paleobotanici, geografi, analisti litici e altri esperti nei suoi progetti di ricerca. Non era una pensatrice ‘estremista’, ma un’eccellente ricercatrice che pubblicava le sue idee sul pantheon preistorico e sul suo ruolo nella religione e nel simbolismo, un tema di discussione che gli studiosi della preistoria di quell’epoca erano restii ad affrontare. Inoltre la sua visione della preistoria era espressa in una sorta di narrazione.

Anche se l’argomento erano i suoi scavi e usava sempre dati certi (datazioni al radiocarbonio, paleozoologia, e così via), il mondo preistorico veniva presentato in un potente affresco, coerente e indiscutibile […] Nella letteratura critica che ho consultato gli autori rifiutano la sua ‘ascendenza intellettuale’. Ma naturalmente lei rappresenta proprio questo nel movimento storico-culturale della seconda metà del secolo scorso: è l’archeologa che ha definito il programma delle ricerche in Occidente sulla questione dell’origine e degli spostamenti dei parlanti del protoindoeuropeo. Ha sintetizzato l’abbondante database dei suoi scavi grazie alla prodigiosa conoscenza dell’archeologia neolitica e calcolitica dell’Europa orientale, dei Balcani e della Grecia, e ha definito la regione ‘antica Europa’, dotata di una religione, un’economia e un’organizzazione sociale che si sono conservate intatte per oltre tre millenni.

Ha presentato un’analisi del sistema di credenze e dell’organizzazione dell’antica Europa matrilocale, pacifica e impostata intorno a un pantheon di divinità femminili e maschili che presiedono alla fertilità e alla rigenerazione. Questo è più che proporre un programma di ricerca: costringe la disciplina a considerare seriamente una categoria di manufatti che fino ad allora erano stati ritenuti parte di un ‘culto’ e quindi non interpretabili finché la cultura popolare ha iniziato a celebrare le scoperte di Gimbutas. Gli archeologi alla fine hanno reagito sulle prime in modo infastidito (Fagan, Talalay, Conkey e Tringham), ma più recentemente (e nel momento in cui scrivo sono trascorsi più di dieci anni dalla morte di Marija Gimbutas) con importanti opere di estremo interesse (Hutton) che propongono approcci diversi allo studio (Chapman, Lesure) e all’interpretazione del ruolo del complesso di statuette dell’antica Europa (Bailey, Kokkinidou e Nikolaidou, Talalay)»; (tratto da: Le nuove scoperte dell’archeologia neolitica, in “Prometeo”, n° 121- marzo 2013 pp. 55-57; mia traduzione).

Come ho riportato nella mia nota all’edizione italiana nel primo volume (p. 277), Joan Marler, che dirige l’Institute of Archaeomythology, raccogliendo l’archivio e l’eredità intellettuale della Gimbutas, e Harald Haarman, che è al lavoro sull’Old European script, in uno scritto congiunto concordano che per riconoscere il contributo dato da Gimbutas alla conoscenza della preistoria europea occorre un cambiamento di paradigma, ossia di punto di vista. E secondo loro bisogna puntare sull’interdisciplinarietà, ovvero proseguire il cammino già tracciato da Gimbutas proprio con l’archeomitologia e con la capacità di resistere all’insabbiamento delle sue scoperte da parte delle autorità culturali della sua epoca.

Scrivono Marler e Haarmann: “Non ci si può aspettare un progresso nella scienza, e nella storia della scrittura in particolare, se si aderisce alla descrizione di quanto è già noto e accettato dall’establishment accademico. Il consenso non è una chiave che apre prospettive rivoluzionarie nel mondo scientifico. Il progresso è determinato da un’esplorazione di nuovi orizzonti che provoca discussioni su temi controversi, e non un’onda di silenzio che avvolge le questioni sul tappeto non ancora risolte” (p. 277).

Nel mio giro recente di presentazioni della Civiltà della Dea mi sono imbattuta in chiusure e aperture da parte del mondo archeologico italiano. Le chiusure sono di due tipi: una aprioristica che si rifiuta persino di prendere in considerazione le ipotesi della Gimbutas arrivando persino al dileggio gratuito della persona (al mio citare l’opera di recente tradotta un archeologo di cui purtroppo non so il nome dice: “Ah perché scrive anche libri?”) e una che sostiene l’ipotesi e la metodologia della Gimbutas ormai superate (senza spiegare in che modo).

Le aperture vengono dal mondo archeologico che è uscito alla ricerca in altri continenti, come l’archeologa Barbara Barich, esperta di Neolitico nordafricano, fra i relatori alla presentazione del libro a Roma, all’edizione 2012 di Più libri più liberi, secondo cui la Gimbutas anticipa nuovi indirizzi di ricerca che si stanno attualmente affermando: i postprocessuali e Hodder che rivalutano la conoscenza non soggetta a osservazione diretta, e cioè l’aspetto simbolico-religioso deducibile dai reperti, seppure non codificato da documenti scritti. Secondo la Barich la Gimbutas merita simpatia e riconoscimento per essere stata una delle prime a proporre un disegno complessivo dell’epoca neolitica in Europa, rielaborando anche dati di altri colleghi.

Quindi è molto importante la sua scoperta che l’aspetto simbolico religioso avesse un ruolo centrale in queste società e la Dea è simbolo del ruolo svolto dal genere femminile nell’ambito delle società agricole evidenziato dal legame tradizionale con la ceramica, simbolo di produzione e rigenerazione da assimilare alla fertilità della Terra. Speriamo che il prossimo anno, in cui cade il ventennale dalla morte della studiosa, le celebrazioni siano occasione per riaprire l’esame della sua importante opera.

(Mariagrazia Pelaia)

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