Piero Manzoni, ragazzo terribile dell’arte italiana

Piero Manzoni, ragazzo terribile dell’arte italiana “Dicevano che non capiva niente, che era un ritardato, che era uno schifoso: poi morì giovanissimo, e divenne bravo, bravissimo per tutti e i suoi quadri andarono alle stelle”. In questa mirabile sintesi di Enrico Baj, suo amico e primo maestro, sta  racchiusa la parabola di Piero Manzoni –  il “ribelle gentile“, ragazzo terribile dell’arte italiana, morto a nemmeno trent’anni nel suo atelier di Brera, una notte del  febbraio 1963, dopo una vita vissuta a precipizio.

Oggi Manzoni è forse l’artista d’avanguardia italiano più quotato del secondo ‘900. Nelle aste internazionali, i suoi quadri bianchi spuntano cifre due o tre volte superiori a quelle del più celebrato Lucio Fontana. Persino la scandalosa “Merda d’artista”, inscatolata in lattine da trenta grammi, viene contesa dai collezionisti a colpi di migliaia di euro.

Da vivo, il conte Manzoni, nato a Soncino e istruito nel liceo dell’alta borghesia meneghina, il Leone XIII, fu snobbato, incompreso e persino dileggiato dai più importanti galleristi e critici italiani. Molto più rispettato e corteggiato nel Nord Europa, in Germania, Olanda, Belgio e Danimarca, dove trovò pure uno sponsor, un imprenditore, che lo ospitò e finanziò per alcuni mesi presso la propria azienda di camicie. Singolare coincidenza perché Manzoni era, per parte di madre, un industriale tessile: al paese natio la famiglia aveva una filanda che dava lavoro a cinquecento operaie.

Come ogni genio che si rispetti, Piero era troppo avanti per i suoi tempi, per la mentalità della Milano neoconsumista del boom econmico e per una critica ancora  provinciale. Pur non avendo né studi né un adeguato apprendistato artistico alle spalle, con la sola forza dell’intelligenza e della curiosità, bruciò le tappe e in pochi anni, girando instancabilmente l’Europa e tessendo alleanze e collegamenti da Dusseldorf ad Anversa, ad Amsterdam, s’impose tra i capifila della nuova avanguardia europea, quella che reagiva in senso riduzionista all’ubriacatura romantica dell’Informale. Fondò una rivista e una galleria, Azimut, che ebbero vita breve ma un ruolo fondamentale nel passaggio dagli anni ’50 ai ’60.

Poi  svoltò in un crescendo sempre più audace verso una dimensione più concettuale e corrosiva del fare artistico, precorrendo arte povera, concettuale, Body Art, Environment. Troppo radicale, troppo provocatorio, troppo in anticipo per essere compreso. La sua merda in scatola del ‘61 fu l’estremo gesto di sfida e irrisione nei confronti di una società e un sistema dell’arte snaturati dalle leggi del mercato. Ma la sua rivincita postuma è ancora parziale, imperfetta.

A mezzo secolo dalla morte, al suo mito e al suo genio non corrispondono ancora quella gloria e quel riconoscimento pubblico che gli sarebbero dovuti. Specie in patria e nella “sua” città. Perché? Partendo proprio da questa domanda, il mio libro ricompone –  con modi e ritmi da inchiesta, con documenti e testimonianze di prima mano degli amici, della fidanzata, dei compagni di strada – la verità su Manzoni e su quella Milano tanto mitizzata. Svela alla fine una doppia natura di borghese e anarchico, gaudente e apocalittico, dissipatore e  lucido artefice e programmatore, in conflitto tra loro fino alla resa notturna nello studio di via Fiori Chiari.

– Dario Biagi, autore de Il ribelle gentile: la vera storia di Piero Manzoni.

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