“IL POETA E LA SUA LUCCIOLA”

img_dg_newphp.jpegDi una sequenza di monologhi, che potrebbero diventare una pièce teatrale, si compone il nuovo libro “Il poeta e la sua lucciola”, della nota scrittrice torinese Angela Donna che, al suo attivo, ha già parecchie opere letterarie di successo. Con questa recente pubblicazione, l’Autrice conferma la sua capacità di suscitare l’interesse del lettore mettendo in luce una storia d’amore, a suo tempo tenuta, se non nascosta, sicuramente in sottotono, per il fatto che il poeta Clemente Rebora, intrigato dapprima in quella luminosa ma tormentata vicenda, decise poi di prendere i voti sacerdotali. Fu appunto questo cambiamento di rotta, a far temere lo sconcerto che la notizia avrebbe prodotto su un pubblico per il quale l’immagine di Rebora doveva apparire quella di un ‘uomo di Dio’. Malgrado questo pregiudizio, in parte imputabile ai tempi, egli fu veramente un uomo di Dio, pur avendo vissuto molto umanamente una storia d’amore al cui centro era Lydia Natus, la pianista russa che si innamorò di lui e ne fu ricambiata con un amore pieno di forza e di sensualità, ma molto conflittuale per la tensione religiosa da sempre insita nell’animo reboriano. Il libro consta, come annunciato, di una sequenza di monologhi espressi da Angela con l’espressività mirabilmente fantasiosa che il suo stile e la sua raffinata sensibilità le hanno dettato, pur restando al contempo sempre molto aderenti alle informazioni raccolte dalle fonti, autorevoli e veritiere, cui ha attinto, come dimostra la ricca bibliografia al riguardo, citata nel libro. La lettura di questi monologhi scorre piacevolissima, in una prosa che ora è lieve suono di flauto, ora penetrante suono di oboe, poiché nella narrazione di Angela – Lydia, le fasi ora dolci ora amare di un amore durato sei anni (dal 1913 al 1919) sono rese con un afflato lirico, denso talora di amorosa armonia, talaltra di dolente tormento. Angela, infatti, si proietta anima e corpo in Lydia per dare voce alla passione di una donna per l’uomo che ama con tutta se stessa, ricambiata, ma che spesso sente distante per la forte conflittualità che lo condiziona. Spirito libero per eccellenza, ella si ostina a non comprendere le remore del suo Clemens ma, pur di non perderlo, le sopporta con sofferta abnegazione. Già nell’incipit del primo monologo, Angela – Lydia si impone con il tono deciso della donna forte: “L’icona. È da lì che voglio iniziare. L’icona. Per parlare di me: Lydia Natus. Di me e di Clemens. Clemente mio oltre che di Dio”. È proprio questa forza di carattere, così come Angela l’ha percepita in tutte le sfumature, anche le più nascoste, a conferire a Lydia il tratto distintivo di una donna che ama e lotta per difendere e mantenere vivo questo grande sentimento. Quella di Lydia, però, non è una forza del tutto innata, anzi, per la gran parte le viene dall’amore poiché, sotto questa così risoluta apparenza, ella nasconde – come spesso accade – l’animo di una donna di rara sensibilità e quindi vulnerabilissima, pur se decisa a medicare le sue ferite. In questo frangente, Lydia si rivolgerà al poeta ligure Giovanni Boine, di cui ha grande stima, inviandogli alcune missive (riportate nel libro) scritte in punta di penna e con grande rispetto, per averne consigli e conforto. Tante parole poetiche dunque, di grande dolcezza amorosa ma anche di sottile sofferenza, sono disseminate in ogni pagina, per raccontare un amore intenso, eppure destinato a concludersi in una sconfitta che sconvolgerà Lydia, ma di cui ella riuscirà a farsi una ragione. “Clemente mio, oltre che di Dio”, a lei piace ripetere, rivendicando una delle tante sfaccettature dell’amore: quella che reclama l’appartenenza esclusiva dell’amato all’amata e viceversa, come Lydia avrebbe voluto, e come, invece, non accadde. Tuttavia, troppo intelligente per non comprendere il tormento che pervade l’animo conflittuale di Clemente, se ne va via da lui, prima ancora che egli obbedisca all’imperativo della sua religiosità. Sarà questa ‘comprensione’, unita all’amore che lo unì a Lydia, a suggerire al Poeta quelle Dieci poesie per una lucciola, che formano il capitolo finale del libro, ma che tutto lo illuminano con la levità di una parola poetica pervasa, oltre che dall’afflato di un amore purissimo, da un affetto grande per la piccola Lidusa. Grazioso soprannome Lidusa, che in russo significa lucciola, e con il quale Clemente amava chiamare l’amata: una stupenda contrazione del nome Lydia, come solo un poeta può ideare. Tuttavia, anche se Lidusa andrà a vivere lontano da lui, il suo amore per Clemens non finirà mai spiritualmente; e lo stesso avverrà per Rebora che, come uomo di Dio, sublimò il proprio amore in agape, l’amore che tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Nella parte del libro, riservata dalla nostra Scrittrice allo scandaglio della personalità, Lydia viene definita come una creatura “colta e sensibile[…] non un’appendice di Rebora, che all’occasione si può amputare”. E, infine, per valorizzarne giustamente il merito, vi si afferma di poter “sostenere con serenità che, senza Lydia, Clemente Rebora non sarebbe arrivato a Dio e alla Vergine Maria”, convinta, come anche Lydia lo fu, che la grazia dei suoi teneri e sinceri abbracci valse a innescare nell’animo, così religiosamente fervido dell’amato, quella scintilla divina la cui vampa lo indusse a prendere i voti e a sublimare l’amore che egli nutriva per lei in questi versi importanti quanto definitivi: “Quel che unito fu nell’amore/ progredisce oltre la morte”. Parole di Clemente Rebora, che ricordano molto da vicino le parole dell’apostolo Paolo nella Lettera ai Corinzi: “Queste, le tre cose che rimangono: la fede , la speranza, la carità; ma di tutte più grande è la carità!”. Naturalmente, nell’accezione più ampia della parola carità, che è quella dell’amore.
Franca Maria Ferraris

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