IL TEMPO DELLA MUSICA RIBELLE

img_dg_newphp.jpeg Il fiume sonoro che ci circonda è indubbiamente immenso, e ci sommerge nella quotidianità tanto nelle versioni più banali quanto nelle vesti più eleganti. Ogni tanto nasce un “genere” che poi sembra sparire per riapparire anni (o secoli) dopo, come se nulla fosse. Il tempo della musica ribelle può indurre interpretazioni sbagliate, dando l’impressione di focalizzare l’attenzione su un periodo in cui la famosa canzone di Finardi accompagnava pop festival & radio libere. E invece questa musica ribelle ha radici molto più profonde, lontane nel tempo, cercarne le sorgenti è impresa ardua ma l’autore ha voluto darsi un campo preciso e, come da sottotitolo, si parte anche qui (come nelle lotte operaie, nella Resistenza) da Torino, da quel Cantacronache che, scandalizzando i borghesi, riuscì – nell’Italietta canzonettara e sanremistica dei primi anni Sessanta – a riproporre alle masse (allora si diceva così) la riscoperta della propria storia. Una storia che Coccoluto incrocia dal primo dopoguerra, dalle ricerche di Gianni Bosio e Ernesto De Martino, per poi avvicinarsi a noi nel cammino di personaggi insostituibili nel movimento di emancipazione popolare (ne hanno accompagnato i passi dai cortei alle occupazioni, dagli scioperi ai convegni), e parliamo di figure indimenticabili, a partire da quell’Ivan Della Mea che campeggia in copertina in uno dei suoi usuali momenti di “acceso confronto democratico”, e i Cantacronache che diventeranno il Nuovo Canzoniere Italiano, Giovanna Daffini, Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Fausto Amodei, Gualtiero Bertelli, Caterina Bueno, il Folkstudio di Roma da cui escono Venditti, De Gregori e tanti altri che andranno a costituire la squadra dei cantautori che, pur inzuccherata da tonnellate di melassa, saprà mantenere un suo spessore, se non politico perlomeno “sociale”, fino a ritrovare le origini in quel Fischio del Vapore in cui De Gregori rivisita con Giovanna Marini il repertorio più caro all’altra Italia cui è sempre toccato di lottare per conservare una democrazia ben lontana dal sogno dei partigiani che l’hanno conquistata per tutti noi.
Da allora la musica popolare non ci ha più lasciati, ed è stata una fortuna che ci ha, perlomeno in parte, liberati dagli stilemi di un rock che comincia a sentire i suoi anni e arranca faticosamente anche nelle terre “matrici” quali possono essere Inghilterra e Stati Uniti.
Certo sono cambiati gli strumenti (neanche tanto…), è cambiato il look, ma i contenuti sembrano reggere bene anche nel nuovo millennio, proprio grazie a gente come i fratelli Severini (leggi Gang), Alessio Lega o Andrea Satta, giusto per citare qualcuno degli intervistati in queste pagine, ma ci sono anche Lolli, lo stesso Finardi e non poteva mancare de André (che col suo Creuza de Ma ha contribuito non poco a riportare in auge il folk mediterraneo) cui è dedicato un capitolo appunto in relazione alla tradizione popolare.
La prefazione è di un veterano come Stefano Arrighetti, presidente dell’Istituto Ernesto de Martino “Per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario” e fa piacere che l’autore sia (relativamente) giovane. Salvatore Coccoluto è nato a Terracina nel 1978 e scrive di musica, cinema e libri per diverse testate giornalistiche. Sembrerebbe un cerchio che si chiude, preferiamo pensare che sia solo un passaggio di testimone che ci riporti nuove emozionanti stagioni di rivoluzioni in musica.

Gigi Marinoni

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