A proposito di Maria Jatosti e il suo “Tutto d’un fiato”

Tutto d’un fiato (copertina)
Sta per uscire, edito da Stampa Alternativa, uno dei romanzi più belli di Maria Jatosti Tutto d’un fiato, la cui prima pubblicazione vide la luce nel 1977 per Editori Riuniti. Cogliamo l’occasione, per riportare uno stralcio d’intervista rilasciata dalla Jatosti a Nando Mainardi, che anticipa alcune tematiche affrontate nel romanzo.

D. Nel tuo romanzo Tutto d’un fiato, pubblicato nel 1977, in cui ti liberi di Anna e prendi la parola, rimangono i temi della “vita agra” e della fatica quotidiana del lavoro culturale, tra l’attività di redattrice per alcuni periodici, di animatrice culturale, di scrittrice sotto pseudonimo.

R. Sì, io mi considero un’abusiva delle lettere. Ho navigato in tutti i mari. Dovevo lavorare, e quello era il mio campo. Per me scrivere è un mestiere. E’ lavoro, e tutto questo alone di sacralità sullo “scrittore”, sul “poeta”, è un falso. Scrivere è fatica, ti devi impadronire di strumenti fondamentali, devi fabbricarti la tua scrittura, la tua lingua. Negli anni ‘70 ho fatto anche la pornografa. In quel momento il mercato offriva quello. Io ero sola con un figlio da crescere. Certo, lo facevo con malessere, ma anche con l’orgoglio della consapevolezza di essermi sempre pagata la vita da sola, ogni giorno della vita, col mio lavoro. Da sempre ho questa etica del lavoro È un’altra eredità che devo a mio padre.

D. In tempi più recenti hai scritto testi sulla guerra in Iraq, in Afganistan, sulla Resistenza. E in Per amore e per odio è sempre ben presente uno sguardo, da sinistra, sulla politica e sul mondo. Quanto e come è cambiato il punto di vista della militante comunista che negli anni ’40-’50 frequentava le sezioni del Pci?

R. Io continuo ad essere comunista. Sono sempre stata una comunista strana, fedele, ma poco ortodossa. Ricordo il mio primo comizio, nella campagna elettorale del 1948, davanti a duemila persone. Mi tremavano le gambe e mi mancava la voce. Poi cominciai, mi sciolsi e andò tutto bene. Seduto in prima fila c’era mio padre, ancora più emozionato di me. Nel 1968, ne parlo anche nel libro, partecipai a una grande manifestazione a Genova: c’erano la Cgil, la Cgt, i portuali. C’era la classe operaia e il Partito con le bandiere rosse. Arrivarono i “gruppettari” e ci fu uno scontro tra compagni. Andai in crisi, insultai il segretario della mia sezione perché il mio cuore stava con quei giovani scalmanati. Anche se avevo sempre rispettato la disciplina, il mio cuore stava con loro. Nel mio libro parlo di quella manifestazione, che, pagina dopo pagina, diventa il G8 di Genova. L’ho fatto per Carlo Giuliani. Il mondo è cambiato, le ideologie, dicono, sono cadute, ma le idee, certi valori, certi bisogni fondamentali restano. Il bisogno di sognare, per esempio. Il bisogno di libertà, di giustizia. Come don Andrea Gallo, sono anch’io una “pessimista attiva”. Non credo nella bontà, il buonismo mi fa schifo e penso che l’uomo sia malvagio, ma mi do da fare e ho ancora tanta passione. E, anche se a volte mi sento invasa dal passato, guardo ancora in direzione della vita.

Nando Mainardi (dal numero di luglio/agosto di Su la Testa)

Commenti

2 commenti to “A proposito di Maria Jatosti e il suo “Tutto d’un fiato””

  1. gianluigi redaelli on Marzo 16th, 2012 11:35

    vorrei poter scrivere a Maria Jatosti per mandarle un mio ricordo di Luciano Bianciardi

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