Il Premio Castiglioncello 2011 vinto dal nostro “I segni dell’inganno. Semiotica della crittografia” di Caterina Marrone

Il 6 agosto 2011, alle ore 18, alla Limonaia del Castello Pasquini, un bel maniero neogotico immerso nel parco che lo circonda, di fronte a un nutrito pubblico interessato e partecipe, è stato premiato il libro e la sua autrice. Il volume, risultato vincitore dell’importante Premio Castiglioncello per la Comunicazione giunto alla sua VI edizione, è stato scelto, tra una vasta rosa di autorevoli partecipanti, editi da case editrici di primo piano, da una giuria di semiologi, linguisti e filosofi. La commissione giudicatrice ha riconosciuto originalità e chiarezza al testo, che pur affrontando un argomento ostico come può essere quello delle crittografie è stato reso agile e godibile da una scrittura che ha abbinato rigore, eleganza e semplicità. Il saggio si apre subito con un soggetto “duro”, le Ricerche filosofiche (1953) di Ludwig Wittgenstein, scoprendo che il filosofo austriaco, sotto “mentite parole”, usa per le sue esemplificazioni teoriche, tecniche e regole crittografiche senza mai menzionarle. E’ una scoperta questa che l’autrice mette a buon frutto perché è su tale guida che la Marrone procede all’analisi dei vari sistemi crittografici che l’ingegno umano è riuscito ad inventare dal settimo secolo a. C. (il biblico Libro di Geremia, il primo documentato) fino ad oggi. Ne I segni dell’inganno. Semiotica della crittografia vengono esaminate le più note tecniche di cifratura, quelle archetipiche si potrebbe dire, che esplodono nel Rinascimento facendone il loro momento più fervido, ma vengono anche messi in risalto i rapporti che si stabiliscono tra molti degli autori di cui si parla con le tecniche ebraiche di interpretazione del testo sacro come la Temurah (sistema di permutazione delle lettere) e della Cabbala. Tra le osservazioni generali che il libro presenta c’è la continua dialettica che riguarda il rapporto tra cifratura e travestimento: la maggiore qualità di un messaggio in cifra sta nel non destare il sospetto di essere appunto un messaggio in cifra, il comunicato deve apparire del tutto normale e naturale. L’ambientazione che si tratteggia dunque è quella di una comunicazione segreta tra due soggetti e la possibile, minacciosa intrusione di un terzo che quel segreto vuole carpire, a volte riuscendovi, e dunque costringendo i primi ad inventare nuove e più complesse tecniche di occultamento. Peculiarità importante del libro di Caterina Marrone è quella di mostrare, con una sorta di filo rosso, la continuità – generalmente inattesa – tra le più antiche strategie di cifratura (l’Atbash, il cifrario di Cesare, ecc.) e i più moderni metodi di crittografia anche informatica (dove ai caratteri alfabetici si sostituiscono blocchi di bit secondo tabelle del codice ASCII-Unicode utilizzato dai computer) oppure tra l’antico convertitore cifrante di Leon Battista Alberti (sec. XV) e la micidiale macchina Enigma (sec. XIX) adoperata dai tedeschi nella II Guerra Mondiale. Ancora una caratteristica del libro è quella di avere mostrato come queste tecniche, al di là del fatto che oggigiorno vengono studiate in facoltà universitarie tecnico-scientifiche come ingegneria e/o matematica, appartengano di diritto all’ambito semiotico come, in ante-litteram, aveva già individuato G. W. Leibniz quando nel Saggio sulla caratteristica (scritto tra il 1684 e il 1686) registrava: «Nel numero dei segni comprendo le parole, le lettere, le figure della chimica, le figure astronomiche, cinesi, geroglifiche, le note musicali, i segni steganografici [il termine antico per dire “crittografie”], aritmetici, algebrici e tutti quelli che usiamo al posto delle cose quando ragioniamo». Lo scenario del libro si arricchisce ponendo in rilievo l’interesse che il tema dei messaggi segreti, della loro cifratura e decrittazione, ha avuto in epoca romantica per mano di grandi scrittori come Edgar Allan Poe, Arthur Conan Doyle (fondatori del romanzo poliziesco) e Jules Verne (creatore della fantascienza e del romanzo d’avventura). E a questo si aggiunge la tematica della possibilità di esistenza delle crittografie per scritture non alfabetiche come l’antico egizio, dove la Marrone riesamina gli studi del grande egittologo E. Drioton sull’ideogramma, e della possibilità di crittografare il segno iconico espediente geniale inventato da Leonardo da Vinci e rintracciabile nei suoi appunti. Il capitolo finale si rivolge invece a un testo classico, al Ferdinand de Saussure degli ipogrammi, il grande linguista della modernità che aveva voluto individuare negli antichi testi latini, greci e poi anche rinascimentali delle strutture ipogrammatiche, ovvero parole nascoste e ricorrenti in un testo poetico. La prospettiva del libro di Caterina Marrone è ampia, attuale, il tema trattato è originale, nuovo (non la solita storia delle crittografie che ormai si trova dappertutto), la scrittura agevole, è capace non solo di destare la nostra curiosità e il nostro piacere intellettuale, ma anche di spingerci ad altre letture che nel libro sono segnalate per quanto riguarda l’economia dell’argomento, e la cui attrattiva ci sollecita a saperne di più. E’ un libro che può essere paragonato a un sasso gettato nell’acqua: fa tanti cerchi (di conoscenza) che si espandono via via allargandosi. E in fondo è questo quello che deve fare un libro. Il Premio lo meritava.

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