Il grande dandy: “Verso le tre mi sono pettinato, arricciato, vestito, calzato, guantato”

Il grande dandy di J.-A. Barbey D'AurevillyÈ, quello di Barbey d’Aurevilly, un tradizionalismo incentrato sull’eterna dialettica fra il bene assoluto, identificato col mito della divinità, e il male originato dall’avvento del progresso e dei nuovi sistemi economici: ciò che, dopo la collaborazione nel 1843 al “Moniteur de la mode”, spiega il suo impegno come caporedattore presso la conservatrice “Revue du Monde Catholique”, fondata nel 1847 insieme ad alcuni seguaci della Societé Catholique. Nel 1848, allo scoppio della Rivoluzione francese, lo scrittore è tentato di candidarsi alle elezioni. Ma ben presto, deluso dalla disumanità dei rivoltosi e inorridito a causa dei numerosi fatti di sangue, si schiera dapprima con la resistenza popolare contro la Rivoluzione e poi si ritira dalla vita politica per dedicarsi completamente alla letteratura.

Dopo l’incontro, nel 1854, con Baudelaire con cui stringe una duratura amicizia, è verso gli anni 1855-’56 la sua conversione religiosa e il suo ritorno in Normandia. Il successo di pubblico e critica, a lungo atteso, gli arride dopo la pubblicazione delle Diaboliques: che però suscita grande scandalo negli ambienti cattolici e gli costa un processo concluso con la condanna al macero di tutte le copie dell’opera.

I contemporanei di Barbey vedono in lui la versione francese, forse un po’ bizzarra se non caricaturale, dell’inglese George Bryan Brummell (nato a Londra nel 1778 e, rovinato dal vizio del gioco e dagli strozzini, morto nel 1840 a Caen, nell’ospizio per matti “Bon Saveur”), arbitro di un’eleganza depurata da orpelli vistosi (abolizione delle parrucche e adozione di pantaloni avana lunghi a tubo invece delle brache attillate; sobrietà del frac con preferenza per i colori grigio, marrone e soprattutto azzurro); contraddetto da Barbey, che si fa notare in pubblico per la pettinatura baroccamente arricciata e una bulimia sartoriale quanto meno stravagante o addirittura kitsch: imponente cilindro, guanti color sangue di bue, giacche con gli alamari, fodere di velluto nero oppure scarlatto e bottoni luminescenti sui gilè a festoni, camicie merlettate, strettissimi calzoni di raso.

“Verso le tre mi sono pettinato, arricciato, vestito, calzato, guantato […]. Scelto panciotti …,] il mantello foderato di seta posto con noncuranza sul braccio. In mano, un mazzolino di violette profumate […]. Fattomi pettinare. Vestito. Impiegato un tempo che anche una donna troverebbe eccessivo” annota, memore della rivalutazione dell’igiene personale raccomandata da Brummell, quel vanitosone di Jules-Amédée nei suoi Memoranda, redatti a cominciare dal 1836. Trascurando, nello stesso tempo, il principio brummelliano secondo il quale il dandy non indossa lambiccati o strepitosi costumi, ma, con gusto, semplicemente ‘si veste’. Ne quid nimis, niente di più: questo il mite dogma imposto dai canoni della bellezza…


Il grande dandy – Il dandismo e George Brummel di J.-A. Barbey D’Aurevilly. A cura di Stefano Lanuzza
Collana Fiabesca
112 pagine
ISBN: 978-88-6222-136-8

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