Antonio Ingroia: il disegno di legge attuale è tutela a senso unico
“ I fatti si affermano con la loro ostinatezza”. Cosi Hannah Arendt nel suo libro “Verità e politica”. Una affermazione che il magistrato Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, porta con sè nei dibattiti, nelle interviste e nel suo libro scritto alcuni mesi fa (edito da Stampa Alternativa) sull’attualissimo tema delle intercettazioni dal titolo, C’era una volta l’intercettazione, quasi ad indicare una via, che al di là delle polemiche strumentali, è possibile seguire sempre: quella dei fatti. Pochi giorni dopo l’approvazione del cosiddetto “legittimo impedimento”, dopo la legge sul processo breve, il Disegno di legge sull’uso investigativo e giornalistico delle intercettazioni telefoniche. Con il magistrato Antonio Ingroia, abbiamo ricostruito i fatti e le informazioni mancanti su questo Ddl che sembra voler imbavagliare la stampa libera e mettere un freno alle indagini della magistratura.
Non sembrano esserci molti spazi di manovra per un cambiamento del Disegno di legge sulle intercettazioni soprattutto, come ha dichiarato ieri sera il ministro della Giustizia, Angelino Alfano “perché il Governo intende tutelare la privacy dei cittadini”. Non ci sono altri modi per garantire questa tutela senza privare gli investigatori di questo strumento prezioso?
Ci sono molti modi per farlo. Non nascondiamo che in passato ci sono stati problemi, violazioni del segreto investigativo, con danno agli indagati o a terzi coinvolti, ma di fronte a questa situazione è necessario trovare un punto di equilibrio che consenta da un lato di tutelare meglio le persone coinvolte in un’indagine ma dall’altra di garantire i cittadini e lo svolgimento delle indagini. Non si può in nome della tutela della privacy finire per cancellare lo strumento investigativo oggi più importante per contrastare i poteri criminali. Noi riteniamo che questo Disegno di legge non costituisca un punto di equilibrio perché tutela solo la privacy e non tutela la sicurezza dei cittadini.
Continua
Nervi d’acciaio e mente bipolare: intervista
È uscito per i tipi di Stampa Alternativa un libro, Nervi d’acciaio, senza dubbio degno della nostra curiosità. A scriverlo è stato Carlo Castelli, 33 anni, bobbiese al debutto, che per il suo esordio letterario ha scelto un tema certamente delicato: la mente e le sue “deviazioni” o “tentazioni”. Parte di questa indagine autobiografica, una sorta di diario aperto al pubblico, la bipolarità, condizione della quale Castelli ci ha parlato in questa intervista.
Quando hai iniziato a scrivere Nervi d’acciaio?
Il libro è nato a tratti. Anni fa, quando in certi momenti il pensiero, fuori della mia volontà e automatico mi scorreva nella mente come un flusso inarrestabile, scoprii che l’unica cosa che mi permettesse di calmarlo era scrivere. Scrivendo creavo un pensiero di volontà accanto al flusso automatico. In questo modo, forse perché la mia mente non riusciva a formulare due pensieri contemporaneamente, il vortice si arrestava. In un periodo di tranquillità modificai la prima stesura. Finito il libro lo misi in un cassetto dove rimase quattro anni.
Cosa intendi comunicare con Nervi d’acciaio?
Voglio comunicare la speranza che è possibile risollevarsi da situazioni molto complicate. Mi sarebbe piaciuto trovare questo libro in libreria. È un libro istintivo e semplice; immediato e divertente. L’ironia mi è venuta spesso in aiuto.
Già da “La medaglia” (primo capitolo) si capisce che il tuo disturbo potrebbe essere di tipo bipolare. Diagnosi psichiatriche a parte, ritieni che questo disturbo ti appartenga appieno? Ti descriva perfino?
Continua
Cannabis, arriva l’ecomanuale di coltivazione indoor
È appena uscita la nuova guida alla coltivazione indoor di cannabis L’erba di casa è sempre più verde di Luther Cannabis, un “collettivo di esperti e ricercatori con l’obiettivo di divulgare una corretta e rigorosa informazione nei confronti della pianta più perseguitata della storia: la cannabis”. Il libro è edito da Stampa Alternativa e fornisce informazioni sulle tecniche della coltivazione fai-da-te e sugli usi terapeutici della sostanza. Prefazione di Fabrizio Rondolino, direttore responsabile della rivista culto Dolce Vita, dedicata agli stili di vita alternativi e alla cultura della canapa.
Questa la presentazione del libro:
71,5 milioni di cittadini europei consumano regolarmente cannabis, dichiara la CEE (Comunità Economica Europea), e i consumatori sono in continua crescita. L’Italia è ben rappresentata, come lo è per i numerosi esercizi commerciali che propongono semi e kit per la coltivazione. Questo libro-manuale descrive e permette, passo dopo passo, fase dopo fase, grazie alla straordinaria sequenza fotografica a colori e puntuali didascalie, la coltivazione indoor, a casa propria. Perdipiù rigorosamente ecologica ed economica. L’introduzione di Fabrizio Rondolino, come del resto il libro, è una testimonianza di libertà e una spallata all’ipocrisia e al proibizionismo.
Qui è possibile leggere in anteprima tre capitoli tratti dal libro.
Continua
Onda pazza 2: un po’ di Storia, forse con la maiuscola
Chissà se davvero la storia è una (severa) maestra di vita. In ogni modo per imparare bisogna sapere e ricordare. Penso che questi libri ci possano aiutare.
Quando in posti come la Rosarno di oggi andavano gli emigranti italiani cosa accadeva? Storie che dovremmo conoscere (ancora negli anni ’70 del ’900 accadevano in Svizzera o Germania…ma questo impressionante libro di Enzo Barnabà, «Morte agli italiani! Il massacro di Aigues-Mortes 1893» (Infinito: 120 pag, 12 euri, con prefazione di Gianantonio Stella) ci porta alla fine del 1800 in una Francia dove il clima contro gli immigrati è rovente. Dinchè si arriva alla strage (9 morti) del 17 agosto contro gli italiani, venuti a rubar lavoro.
Nell’Italia del 1922 il fascismo sta per trionfare. Qual è il progetto di Mussolini, quali le forze economiche e sociali, i metodi? Se lo domanda Luigi Fabbri, un maestro elementare (e militante anarchico) che in quell’anno scrive – con lo pseudonimo di Catilina – «La controrivoluzione preventiva», un libretto destinato a diventare celebre soprattutto per la lucidità dell’analisi. E infatti oggi, quasi 90 anni dopo, l’editore Zero in condotta ha deciso di ristamparlo (128 pag; 7,50 euri). Ma qualcosa ci dice anche sull’oggi, su una Italia – quanto grande? – che in un fascismo (vecchio o nuovo) vorrebbe di nuovo lasciarsi portare.
A proposito di anarchici e magari di pregiudizi o ignoranze, nella sua bella collana «100 libri, 100 fiori» di bibliografie ragionate esce «Anarchismo» (5 euri, 78 pag) curata da Massimo Ortalli e Andrea Pirondini.
«Il papa non deve parlare», sotto-titolo «Chiesa, fascismo e guerra d’Etiopia» è il titolo del volume (Laterza, ogni tanto infiliamo qui anche qualche editore dei “grandi) che Lucia Ceci ha scritto sui documenti recuperato nel 2006 quando fu aperto l’Archivio segreto del Vaticano. Fra incertezze e silenzi, fra canali ufficiali e vie ufficiose, alla fine il papato approvò la politica africana del fascismo, massacri compresi come ricorda Angelo Del Boca fin dalla presentazione.
Continua
Nervi d’acciaio: la prima volta che accadde
La prima volta che mi successe avevo compiuto 18 anni da cinque giorni. La scuola aveva programmato una settimana bianca in Trentino e c’era una grande trepidazione. Circa un mese prima avevo iniziato ad avvicinarmi a temi mistici e filosofici. Discutevo molto spesso con i miei professori e i miei compagni di classe. Ascoltavo musica per ore e ore. A volte sempre la stessa canzone, per tutta la giornata. Di solito “Giovanna d’Arco” di Fabrizio De André.
La sera, quando andavo a letto, il mio pensiero, come impazzito, si interrogava sulla vita, sulla morte, sul finito e l’infinito. Ero come risucchiato da un vortice che mi stava tirando sempre più verso il fondo; ero come saltato da un aereo a diecimila metri di quota senza il paracadute e stavo sempre più avvicinandomi al punto in cui mi sarei schiantato, come un bicchiere di cristallo vuoto, su un pavimento di granito. In quei giorni mi appassionavo a tutte le domande che non hanno risposta, come il perché della vita sospesa tra un passato in cui non esistevo e un futuro in cui non ci sarò più o il fatto che da ogni fenomeno, con una serie di domande, è possibile risalire fino a un principio che si è dedotto dall’osservazione.
Ad esempio: “L’elettrone tende a stare sempre nell’orbitae a energia più bassa”, oppure “Il calore passa sempre da un corpo più caldo a uno più freddo”. Questi princìpi sono così perché sono stati dimostrati matematicamente o sono stati osservati. Un altro esempio è quello del perché un corpo cade per terra, quando si lascia. È la forza di gravità che lo fa cadere, d’accordo, ma non si sa perché ci sia questa forza. Si è osservato che c’è.
Continua
Il profeta di Satana: l’angelo e il demonio
– Ricardo Ramirez? – mi chiese l’uomo che sedeva accanto a me.
Era propro lui, Frank Salerno, quale onore per me essere arrestato da una persona così importante! Gli risposi di sì, lui mi guardò, senza odio né cattiveria, ricordandomi prima i miei diritti e poi che, se soltanto fosse arrivato sul posto cinque minuti dopo, quelle persone mi avrebbero fatto a pezzi. Forse voleva che lo ringraziassi personalmente ma era ormai troppo tardi, adesso il grande Ricardo aveva ritrovato tutta la sua superbia:
– Frank, lo so che ti chiami Frank. Ascolta bene quello che sto per dirti, io non posso morire perché sono il figlio prediletto di Satana e nessuno mai potrà uccidermi su terra, figurati poi quel branco di stronzi!
Mi guardò di nuovo, questa volta il suo sguardo era più ironico, guardava il sangue che mi colava dal naso sorridendo, come se volesse farmi sentire tutta la mia vulnerabilità, poi, fissando davanti a sé, aggiunse:
– Vedremo se il tuo Satana ti aiuterà a resistere all’aria pura della camera a gas.
Buona la battuta del vecchio Frank, gli risposi che non c’era bisogno del suo aiuto poiché ero innocente e che non sarei mai stato condannato a morte. Si stava chiedendo come potevo sperare di cavarmela con tutti gli omicidi e stupri che avevo commesso, lo lessi nella sua mente, ma lo stupii di nuovo dicendogli:
– Vedi Frank, l’America è un Paese democratico, per condannare qualcuno bisogna prima provare che sia colpevole e poi processarlo, questa procedura a volte è molto lunga, potrebbe addirittura durare degli anni, senza contare, e mi dispiace per te, che io non ho fatto nulla di male.
Continua
Maledetta fabbrica: un urlo silenzioso che sgomenta e indigna
Non capita giorno che non sentiamo per radio, per televisione o leggiamo sulle prime pagine dei quotidiani notizie di morti sul luogo di lavoro. Contadini schiacciati dai trattori o falcidiati dalla mietitrebbia, operai folgorati dai cavi dell’alta tensione, muratori precipitati dalle impalcature, guidatori di tir coinvolti in incidenti stradali mortali magari reduci da turni estenuanti, senza pause, senza che vengano rispettate le più elementari regole di sicurezza per la salvaguardia dell’incolumità dei lavoratori.
Le loro vite sono vite a perdere, ci si indigna, si recrimina ma poi ogni giorno tutto si ripete da capo come da copione. Maledetta Fabbrica - Il lavoro che uccide è un breve saggio che racchiude 5 testimonianze, cinque racconti di importanti scrittori tra cui Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli Jean, Pierre Levaray e Valerio Varesi che narrano in maniera coinvolgente e diretta, senza facili commiserazioni, questa immane tragedia perché la vita umana dei lavoratori in realtà è il bene meno tutelato e le campagne di sensibilizzazione ora in atto sono più o meno che un cerotto su una piaga sanguinante.
Cinque racconti ustionanti, privi di retorica che portano all’attenzione una verità scomoda, un nervo scoperto che si vorrebbe ignorare, perché si preferisce ignorare che di lavoro si muore, che spesso le vittime non avevano alcun dispositivo di sicurezza, perché costa comprare caschi, scarpe rinforzate, cavi di sicurezza, è scomodo indossarli, è scomodo controllare che tutti i dispositivi di sicurezza delle macchine siano funzionanti, per una lamentela si può rischiare di perdere il posto di lavoro, non conviene, e il profitto è il vero dio da adorare e in suo nome che non si può perdere tempo ad occuparsi di una cosa così banale ed ininfluente come la vita degli operai. Tanto di disoccupati ce ne sono tanti, gente da sotituire come bullloni in un meccanismo disumano e inarrestabile. Carne da macello, italiana, straniera, più o meno in regola con i permessi di soggiorno alla faccia di tutte le manovre per regolamentare il lavoro nero.
Continua
Quattro zampe in tribunale: gli animali hanno diritti e alcuni avvocati li fanno rispettare
È uscito in tutte le librerie d’Italia Quattrozampe in tribunale. Storie di animali (e uomini) alle prese con la legge di Edgar Meyer e Claudia Taccani (Stampa Alternativa). Saranno presenti gli autori con Stefania Piazzo, giornalista che con le sue coraggiose inchieste (in collaborazione con il sottosegretario on. Francesca Martini) sta scoperchiando il malaffare del business del randagismo e dei canili malgestiti.
In tutta Italia sono migliaia ogni anno le cause legate agli animali. Il libro raccoglie le storie più eclatanti. Condanne a bracconieri, multe a maltrattatori, liti condominiali per cani che abbaiano, guerre tra ex coniugi che si contendono l’amato batuffolo, cani che combinano guai, vicini di casa che per un gatto o un coniglio si fanno dispetti da anni, animali sfrattati, rapiti (per chiederne un riscatto), sequestrati (per chiedere il pagamento arretrato dell’affitto di casa), dimenticati sul terrazzo o in macchina ecc. Storie vere. Accadute su e giù per la penisola. Commuovono, fanno arrabbiare, qualcuna fa sorridere, qualche altra no.
Di ogni caso, al termine, c’è una piccola spiegazione normativa, descritta in maniera chiara e semplice. E alcuni suggerimenti. Frutto di anni di lavoro “sul campo” dei due autori, che danno vita all’associazione Gaia Animali & Ambiente e a Gaia Lex, il centro di azione giuridica collegato, e hanno esperienza di gestione di Uffici Diritti Animali. Come difendersi da un vicino che vuole che ci “liberiamo” del cane che gli dà fastidio? Come rispondere all’amministratore di condominio che non vuole che si diano cure ai gatti randagi? Come denunciare chi maltratta o uccide un animale? In questo libretto si trovano alcune risposte.
Continua
Il grande dandy: la bellezza, l’eleganza e l’abito
La bellezza, che sarà pure una ‘questione di gusti’, comunque non è una ‘funzione’. Per il dandy, poi, non sempre è bello ciò-che-piace; ma ciò che disinteressatamente… interessa. La sua è un’estetica tutta ‘psicologica’.
L’eleganza? Quella vera, secondo Brummell, deve passare inosservata. Perché il dandy non è il damerino o il gagà, il libertino fatale, l’eccentrico tenebroso, il turbolento bohémien, il malinconico esteta, il febbrile gigolò e, tanto meno, lo snob o ‘snobile’ (s.nob.: contrazione di sine nobilitate)… E non una turbolenta o isterica eleganza, ma la ‘distinzione’ del nil mirari connota il dandy. Questi non è uno riducibile alla ‘moda’; e a chi vorrebbe porlo in relazione con l’arte del vestirsi, attitudine dello snob e dello scapato con, un moderno dandy-clochard come lo stazzonato Baudelaire spiega che il dandismo “non s’identifica con la passione smodata per l’abbigliamento e con l’eleganza tangibile”, bensì col rispetto della propria persona. “Sappi” scrive il poeta dei Fleurs du mal a Madame Aupick “che per tutta la mia vita, vivessi agiatamente o da straccione, ho sempre consacrato due ore alla mia toilette”.
Poi, in nome della semplicità assoluta, Baudelaire – avverso al Thomas Carlyle (1795-1881) che nel Sartor Resartus (1836) critica l’originalità dei dandies – aborre quanti vorrebbero attirare l’attenzione per il loro aspetto esteriore e afferma di prediligere le nuances del nero, il più anonimo e simbolico dei colori… Essere eleganti sì, ma sempre mo- deratamente.
Quello di Brummell – scrive M. Beerbohm – “è un abito sobrio, moderato e, lo affermo energicamente, splendido; è privo d’assurdità e di ricercatezze, ma non di un ordine squisito; e infine è duttile, austero e pratico” (Dandy & dandies, 1896). Abiti del dandy. Posto che il modo di vestire è, spesso, anche un modo di pensare, vale per il dandy senza stereotipi un abbigliamento affrancato d’ogni schema e frivolezza. Una volta per tutte, poi, s’affermi che, contrariamente a quanto diffuso dalla pubblicistica, non c’è vero rapporto fra moda e dandismo.
Continua
Nervi d’acciaio: come una filosofia dei guerrieri messicani
La mia condizione mi ha portato molte volte a stare in equilibrio fra due mondi. La risposta psichiatrica o psicologica è stata l’unica che ho avuto, ma non l’ho mai fatta mia completamente. Ho sempre creduto che in quello che mi succedeva ci fosse qualcosa che andava al di là del vortice del mio pensiero, delle particolari percezioni sensoriali, di tutte le modificazioni corporee e comportamentali. Ho pensato che le realtà che sperimentavo non erano sempre dipendenti da me e non vivevano soltanto perché ero così in quel momento, ma avevano vita propria.
Erano autonome. Quasi come un pesce che guizza fuori dall’acqua e per un istante vede l’ambiente terrestre, il cielo e le nuvole, dove forse non potrà mai vivere. Ho sentito molto intensamente che c’era qualcosa di diverso in quello che mi accadeva rispetto a tutto ciò che mi avevano insegnato, ma non per questo era privo di importanza. Qualcosa che mi dava speranza, qualcosa che era in relazione con una mia parte profonda, quella che si interroga su ciò cui andrò incontro nella vita e dopo la morte: non il paradiso o l’inferno, ma qualcosa di più vicino a me, quasi alla portata dei miei sensi, solo su un piano leggermente diverso, appena sfalsato.
Questo stato mentale è ben descritto da Castaneda, che racconta come, nella filosofia dei guerrieri messicani, la realtà è costituita da più strati, uno dentro l’altro, come in una matrioska. Il passaggio attraverso questi livelli avviene per una modificazione profonda del nostro pensiero e delle nostre convinzioni: lo spostamento del “punto di unione”. A tutte le persone che hanno avuto esperienze simili alla mia, dico di non aver paura di ciò che vi sta accadendo.
Continua
Il mondo in una piazza: ostinata cronaca della situazione costantemente esplosiva
Tutto ha inizio con un’aggressione. Quella che il giovane Fiorenzo, autore di questo libro, subisce in una sera d’estate al parco del Valentino di Torino. Cioè quando, trovandosi suo malgrado nel bel mezzo di una guerra tra bande di nordafricani a colpi di acido, rimane ferito e finisce in ospedale. Con questo antefatto inizia Il mondo in una piazza – Diario di un anno tra 55 etnie, opera prima (e ben riuscita) dell’esordiente Fiorenzo Oliva, pubblicata da Stampa Alternativa.
Per vincere il comprensibile senso di paura verso il diverso che un’esperienza così traumatica potrebbe irrimediabilmente generare, Fiorenzo decide di andare a vivere per una anno a Porta Palazzo, il quartiere più multietnico di Torino.
L’impresa si rivela da subito difficile. Tra turbolente notti di guerriglia urbana, spacciatori petulanti e bande di ragazzi di colore sempre pronti alla Zidane (una micidiale mossa di scippo), anche un semplice ritorno a casa dopo una giornata di lavoro può essere complicato. Così Fiorenzo dovrà fare i conti con la realtà multietnica di una quartiere storico in cui però gli italiani se ne sono andati quasi tutti. Chi rimane lo fa a suo rischio e pericolo, per amore di un posto senza dubbio speciale come Porta Palazzo. Una piazza che di giorno ospita il mercato scoperto più grande d’Europa e che di notte diventa un luogo malfamato e pericoloso. Un mondo a parte che dista solo duecento metri dalle strade della movida torinese ( ”i duecento metri più lunghi del mondo…”).
La narrazione di Fiorenzo Oliva è un’ostinata cronaca della situazione costantemente esplosiva che persiste a Porta Palazzo, paragonabile forse a quella delle banlieue parginine. Altre volte diventa quasi un interessante esperimento sociologico, dove l’autore cerca in tutti i modi di sforzarsi di capire le diversità, confrontandosi con le persone che vivono quell’angolo di città . E con quelli che lo subiscono…
Continua
In sella a una bici ribelle
Due ruote che girano sono uno stile di vita, un modo di percepire il mondo, sono conoscenza, contribuiscono ad una rivoluzione: due ruote delineano la bicicletta. Il genio di Leonardo la disegnò, gli uomini sono riusciti ad usarla solo verso la fine del 1800, dipinte di bianche nella seconda metà degli anni ‘60 erano un segno di lotta al consumismo e rispetto verso la natura, oggi la bicicletta è ancora un centro di attrazione, un mezzo di rinnovamento e di protesta.
Saranno quelle due ruote che girano grazie ai muscoli, che a loro volta si alimentano di aria, che fanno della bicicletta un vorticoso centro di interesse, oltre che valido mezzo di trasporto. Saranno quegli ingranaggi tanto semplici quanto funzionali ad aver acceso, ancora una volta, la voglia di raccontare di Luigi Bairo gli infiniti “percorsi di fantasia, resistenza e libertà” in Bici Ribelle. Insegnante e scrittore l’autore non è nuovo all’argomento, dopo l’esordio con Bici e libertà del 1997 ritorna ad illustrare la filosofia della bicicletta.
Mezzo non violento e solidale, la due-ruote rappresenta un pratico strumento per riappropriarsi di un mondo che appartiene sempre meno all’uomo e sempre di più alle auto; costa poco ed ci permette di mantenere il corpo in salute e soprattutto la bicicletta è la porta verso la felicità. Il volume traccia la nascita del mezzo, la sua filosofia, un’etica snella che pedalata dopo pedalata arriva ai vietcong, alle staftette partigiane, ci racconta la straordinaria avventura in giro per il mondo dell’anarchico Luigi Masetti, la passione ciclo-patafisica di Alfred Jarry, il ciclo-viaggio psichedelico di Albert Hofmann, fino alle attuali critical mass.
“Datti da fare, ma con calma”, agisci, ma senza compiere azioni brusche, ecco qual è il segreto della bicicletta. Se nelle città italiane solo nel 2005 sono morti 317 ciclisti, Bairo ci dice come sopravvivere, come muoversi, quali pericoli ci sono e come vestirsi, oltre a suggerirci un ventaglio di modelli adatti ad ogni uso.
Continua
Creatività urbana e comunicazione
Intervista a Mario Morcellini, preside Facoltà Scienze della Comunicazione, Sapienza - Università di Roma.
Tra i massimi condottieri della comunicazione in Italia, ricorda il suo primo impatto o incontro con le forme della creatività urbana?
La prima percezione, dal punto di vista visivo, è stata certamente di sorpresa e di incomprensione. Per rendere un parametro, riferisco un ricordo. Quando Eugenio Scalfari si dimise da “Repubblica” rilasciò un’intervista a “Prima Comunicazione”, esternandone le ragioni, e disse grosso modo: «Il sabato leggo il supplemento “Musica!” di “Repubblica” e non ci capisco nulla. Per cui ho realizzato che devo passare la mano». Ecco, se posso dirla tutta, con il Writing, con la creatività urbana, con le parole disegnate, la prima sensazione che ha un adulto attento alla testualità, attento alle patrie lettere, è quella dello sconcerto; poi è chiaro che sopraggiunga il pensiero di cercare di capire, ma la prima sensazione, difficile da negare, è quella della provocazione visiva.
La sua risposta suggestiva ci rimanda a Herb Lubalin, il creatore dell’Avant Garde. Secondo una sua teoria, nata al freddo delle megalopoli e nei primissimi anni dei graffiti, la riduzione del 10% della lettura, in una scrittura, produce per essa il 100% in più di impatto visivo. È forse questa un’impertinenza comunicativa tipica dei graffiti, non farsi leggere?
Se la prima reazione è di tipo conservatrice - essendo noi studiosi di letteratura, di cultura, in quanto per le nostre persone la forza delle parole è quasi un tratto spirituale dell’identità - la seconda reazione è appunto cercare di capire. Da questo punto di vista, il Writing fa pensare a due cose: la lettura in pubblico ed il culto delle parole disegnate. Da bambini, quando si imparava a scrivere, le forme delle lettere, che ora si trovano solo nei mercatini degli antiquari perché nessuno vi si applica più, avevano accanto un oggetto che le richiamava come sua iniziale. Per molti versi, la cura estetica delle singole lettere provoca quasi una regressione infantile, e la cura posta nel disegno anche volumetrico delle lettere può far pensare ad un’enfatizzazione. Il Writing siamo abituati ad affrontarlo come somma di forme alfabetiche, di grafemi, come la produzione di uno che scrive, ma bisognerebbe confrontarlo con ciò che è la lettura in pubblico di poesie e romanzi, ovvero considerando anche chi si trova ad intenderlo. Il libro cartaceo nasce per essere letto in solitudine, ma uno dei modi in cui i moderni mettono in forma pubblica la lettura è proprio quello di vedere se una diversa rispondenza poetica riesce a provocare un sistema di enfasi sulle parole, una specie di rafforzamento professionale della lettura. Quello della lettura in pubblico, della lettura enfatica dei testi, è un pensiero per certi versi avvicinabile al mondo del Writing.
Continua
Il grande dandy: “Verso le tre mi sono pettinato, arricciato, vestito, calzato, guantato”
È, quello di Barbey d’Aurevilly, un tradizionalismo incentrato sull’eterna dialettica fra il bene assoluto, identificato col mito della divinità, e il male originato dall’avvento del progresso e dei nuovi sistemi economici: ciò che, dopo la collaborazione nel 1843 al “Moniteur de la mode”, spiega il suo impegno come caporedattore presso la conservatrice “Revue du Monde Catholique”, fondata nel 1847 insieme ad alcuni seguaci della Societé Catholique. Nel 1848, allo scoppio della Rivoluzione francese, lo scrittore è tentato di candidarsi alle elezioni. Ma ben presto, deluso dalla disumanità dei rivoltosi e inorridito a causa dei numerosi fatti di sangue, si schiera dapprima con la resistenza popolare contro la Rivoluzione e poi si ritira dalla vita politica per dedicarsi completamente alla letteratura.
Dopo l’incontro, nel 1854, con Baudelaire con cui stringe una duratura amicizia, è verso gli anni 1855-’56 la sua conversione religiosa e il suo ritorno in Normandia. Il successo di pubblico e critica, a lungo atteso, gli arride dopo la pubblicazione delle Diaboliques: che però suscita grande scandalo negli ambienti cattolici e gli costa un processo concluso con la condanna al macero di tutte le copie dell’opera.
I contemporanei di Barbey vedono in lui la versione francese, forse un po’ bizzarra se non caricaturale, dell’inglese George Bryan Brummell (nato a Londra nel 1778 e, rovinato dal vizio del gioco e dagli strozzini, morto nel 1840 a Caen, nell’ospizio per matti “Bon Saveur”), arbitro di un’eleganza depurata da orpelli vistosi (abolizione delle parrucche e adozione di pantaloni avana lunghi a tubo invece delle brache attillate; sobrietà del frac con preferenza per i colori grigio, marrone e soprattutto azzurro); contraddetto da Barbey, che si fa notare in pubblico per la pettinatura baroccamente arricciata e una bulimia sartoriale quanto meno stravagante o addirittura kitsch: imponente cilindro, guanti color sangue di bue, giacche con gli alamari, fodere di velluto nero oppure scarlatto e bottoni luminescenti sui gilè a festoni, camicie merlettate, strettissimi calzoni di raso.
Continua
Nervi d’acciaio, toccata e fuga dal disturbo bipolare: una fonte sicura
È con grande piacere che mi accingo all’impegno, non facile e carico di responsabilità, di commentare l’interessante contributo che l’Autore porta a un problema così importante e purtroppo così attuale. Esso rappresenta un’esperienza esistenziale dolorosissima ed estremamente drammatica e ciò che la rende così importante è proprio il fatto che essa è stata e continua a essere vissuta direttamente da lui stesso con angosciante consapevolezza.
Il disturbo caratterizza la sua vita, ne è diventato una parte costitutiva, in ogni suo aspetto familiare – sociale, professionale – e influenza la vita delle persone a lui più care e vicine. Carlo descrive la sua storia con grande cura e intensità, entra nei meandri della sua esperienza, o meglio delle sue esperienze (che di volta in volta sono diverse), delle proprie percezioni e sensazioni, vi si avvolge ricercando sempre un significato recondito, nella continua preoccupazione di trasmettere al lettore la propria realtà interiore così complessa, con i suoi vissuti e i suoi variegati stati d’animo.
È ben consapevole di quanto sia difficile capire per chi fortunatamente non ha vissuto le sue esperienze, ma d’altra parte sa che chi non le ha vissute non può essere che arricchito da questo spaccato di vita.
Il racconto è sempre appassionante, carico di tensione, veloce e lieve, avvolge il lettore in un continuo desiderio di conoscenza, anche se talvolta è tentato di sospendere la lettura. Infatti, nella sua lucidità, contiene in modo mai espresso e sempre intrinseco un dramma profondo e lacerante, che si intravede soltanto come saltando in fretta su un orrido precipizio, che l’Autore con grande abilità descrittiva lascia solo emergere superficialmente, ma proprio per questo molto più intensamente.
Continua









