“Do the writing”: uno stimolo per la creatività e la crescita del movimento

Do the writingRappresentare attraverso un libro il Writing, fenomeno in costante mutamento, è sempre un tributo e una sfida al tempo stesso. Quando poi questo movimento ai limiti dell’illegalità riesce ad entrare nel territorio delle buone pratiche, proponendosi alle istituzioni come interlocutore per interventi di riqualificazione urbana, illustrare questo cambiamento epocale diventa anche un atto dovuto.

Tassello fondamentale in questo ampio progetto di testimonianza partito negli anni ’90, e al quale Stampa Alternativa ha saputo dare spazio e fiducia, è stata la ricerca di fonti dirette e di rilievo. Grazie al contributo dei pionieri newyorkesi di IGTimes, che hanno scavato fino alle radici del fenomeno e dei suoi sviluppi artistici nella New York degli anni ’70, è stato possibile realizzare nel 1996 il volume Style: Writing from the Underground. Nel 2003 sono stati i writer che gravitano intorno al collettivo Why Style ad accompagnarci con Just Push The Button, Writing Metropolitano nel tessuto metropolitano della Roma degli anni ’90, playground ideale per i più prolifici writer italiani e stranieri di quella stagione.

Oggi invece, in uno scenario di grandi mutazioni, a guidarci attraverso una nuova inedita stagione propositiva del Writing in Italia sono i ricercatori di INWARD, osservatorio internazionale sulla creatività urbana, da anni impegnato nella valorizzazione della cultura del Writing. È grazie anche al loro impegno che la dirompente energia creativa dei writer italiani ha sposato il progetto di un network nazionale di Associazioni per la Creatività Urbana (ACU).

Ed è proprio con INWARD che vede la luce questo terzo lavoro dal titolo Do The Writing!, un libro che è parte di un progetto più ampio, destinato ad accelerare le dinamiche di sviluppo all’interno della community e la spinta propositiva nei confronti dell’opinione pubblica e delle istituzioni, locali e nazionali.
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Le tigri di Telecom: lavare l’onore della moglie del capo

Le tigri di TelecomAncora sulla scia della cronaca, riproponiamo un brano tratto dal libro Le tigri di Telecom, scritto da Andrea Pompili, che del Tiger Team ha fatto parte, e uscito nel febbraio 2009 all’interno della collana Senza Finzione. Anche in questo caso, come in quello di Assalto alla Diaz di Simona Mammano, segnalato la settimana scorsa, il volume continua a mantenere forti tratti d’attualità, dato ciò che via via viene detto in sede giudiziaria a proposito dello scandalo Telecom Sismi. (Antonella Beccaria, co-direttrice della collana Senza Finzione)

La pietra dello scandalo era il portale SvanityFair, un sito Internet di gossip, che nel marzo 2003 aveva pubblicato foto compromettenti di Afef Jnifen, moglie di Marco Tronchetti Provera. Era chiaro che le immagini erano state fornite da qualcuno vicino alla famiglia del presidente. Si pensò quindi a un furto o a uno squallido sistema per arrotondare lo stipendio.

Per comprendere l’accaduto, era necessario partire dal sito Internet incriminato e da qui rintracciare chi aveva ottenuto e pubblicato quel materiale. Si cominciò ad analizzarlo e a raccogliere informazioni: proprietario, collegamenti ad altri portali, riferimenti, aziende collegate, indiscrezioni e notizie su fonti aperte. Anche io diedi una mano: dovevo occuparmi di chi aveva registrato il dominio del sito e di eventuali parametri tecnici utili per risalire all’autore della pubblicazione.

Ma non bastava. Fabio Ghioni decise che era necessario fare sul serio e organizzò l’incontro tra me e Ibm proprio per sbrigare le questioni burocratiche relative alla delicata commessa. Il nome in codice dell’attività divenne “RadioMaria”, una sua trovata forse legata al fatto che abitavo vicino alle antenne della radio religiosa, e sotto quel buffo appellativo si mise in moto la rudimentale macchina difensiva di Telecom Italia.
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I segni dell’inganno: il gioco del leggere e del derivare

I segni dell'inganno di Caterina MarroneIn una serie di passaggi delle Ricerche filosofiche e del Libro marrone (1958), in cui si argomenta che la logica tipica di una lingua è diversa da quella di ogni linguaggio formale o “primario”, Wittgenstein parla dei sensi del vocabolo leggere. Egli si chiede cosa, sul piano del contenuto significativo, possa essere indicato come leggere, e mostra come sia vasto e diverso l’ambito d’uso di questo termine, e quanto sia ricco il ventaglio semantico della parola.

Esplora in quanti e quali contesti il vocabolo si usi, con una successione di ragionamenti tesi a indagare quanto l’ampiezza della famiglia di casi in cui si può dire che qualcuno legge o sta leggendo qualcosa, come si possa stabilire se qualcuno legge veramente o simula, se comprende ciò che legge oppure no, se legge speditamente o compita. E questo ragionamento, il filosofo viennese, lo ritiene valido non solo per quanto riguarda il comune atteggiamento delle persone nella realtà quotidiana ma anche per le situazioni più estreme, fino a quelle oniriche e alle allucinate.

Wittgenstein fa osservare la sterminata molteplicità di usi che la parola leggere ricopre e conduce chi segue il suo ragionamento a valutare la difficoltà di dare una definizione univoca che sia valida per tutti i sensi del leggere: perché il territorio semantico del leggere, se ci si permette la metafora, ha una geografia frastagliata e disuguale – dolci colline e picchi improvvisi, spiagge piatte e abissi profondi –, è una regione diversa, smisurata e dai confini variabili, dalle ombreggiature cangianti a seconda della mutevolezza del tempo. Ma tutta questa varietà d’uso finisce però per confluire sotto uno stesso termine-ombrello: leggere.
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Quattro zampe in tribunale: quando gli animali domestici diventano i protagonisti del foto

Quattro zampe in tribunale di Claudia Taccani ed Edgar MeyerGli animali domestici in Italia sono in costante crescita: oltre 8 milioni di gatti e 7 milioni di cani vivono nelle nostre famiglie. Senza contare altri 30 milioni di uccelli, criceti, cavie, conigli, pesci, animali esotici. Fanno parte della nostra vita. Vanno considerati, a tutti gli effetti, cittadini dei nostri Comuni. Condividono con noi la loro esistenza. Ci fanno compagnia, ci regalano gioia, affetto, calore, ma sempre più spesso, considerata la crescente intolleranza tra gli uomini, anche loro vengono coinvolti nelle nostre beghe, finendo talvolta, inconsapevolmente, nei nostri litigi e nelle aule dei tribunali. Accade sempre più spesso: in tutta Italia sono centinaia, ogni anno, le cause legate agli amici di zampa, ala e pinna.

Quattro zampe in tribunale riporta una serie di casi veri, raccontati in maniera veloce, discorsiva e giornalistica. Di ognuno, al termine, abbiamo voluto inserire una spiegazione normativa, sviluppata in maniera tecnica, ma semplice. Non siamo scesi troppo nei particolari, perché questo non è un manuale per operatori. Abbiamo selezionato i casi più eclatanti e le sentenze che fanno giurisprudenza, raccontate in modo schietto e chiaro (ma anche professionale). Condanne a bracconieri, multe a maltrattatori di gatti, liti condominiali per cani che abbaiano, litigi con amministratori di condominio per mici randagi da accudire, guerre tra ex-coniugi che si contendono l’amato batuffolo, animali sfrattati, vicini di casa che per un cane o gatto o coniglio si fanno dispetti da anni.

Nella prima parte del libro raccontiamo storie tratte da reali fatti di cronaca recente, accaduti su e giù per la penisola. Commuovono, fanno arrabbiare, qualcuna fa sorridere, qualche altra intristisce. Tutte o quasi sono arrivate in tribunale o sulla sua soglia. Alle storie abbiamo aggiunto, per essere concreti, la normativa di riferimento e dei piccoli suggerimenti di comportamento nel caso ci si trovasse in situazioni simili. Perché di storie così, ce ne sono (quasi) tutti i giorni.
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Gentle Giant. I giganti del prog-rock

Gentle Giant di Antonio ApuzzoIn effetti in Italia non c’è tantissimo. Negli anni Ottanta ricordo che l’Arcana aveva pubblicato alcune interessanti monografie su fondamentali gruppi progressive (Genesis, King Crimson) ma si trattava prevalentemente di raccolte di testi, intervallati da spot storico-biografici, senza che i pur validi curatori andassero in profondità sul dato sonoro.

Oggi, quel vento editoriale potrebbe cambiare, benché la pubblicistica italiana manchi ancora di lavori approfonditi su band di calibro (aggiungerei Yes, Van Der Graaf Generator ed Emerson Lake and Palmer), al di là dei contributi saggistici di Innocenzo Alfano antologizzati nei suoi volumi.

Un bel prototipo di stile potrebbe essere il recentissimo Gentle Giant. I giganti del prog-rock di Antonio Apuzzo, edito da Stampa Alternativa. Perché un modello? Intanto perché, se si vuole affrontare il poliedrico mondo dei Gentle Giant, non si può fare finta che la musica sia secondaria. Complessità ritmico-armonica, architetture polifoniche, coloriture strumentali cangianti e, talvolta, imprevedibili: questi gli ingredienti fondamentali di un’opera discografica dipanatasi dal 1970 ai primi anni Ottanta. Alcuni album – come Acquiring the Taste, Three Friends e Octopus – restano preziose pietre miliari, dense di contaminazioni shakerate tra folk, retaggi rinascimentali, jazz e rock duro. Affascinanti perché inarrivabili in quanto a soluzioni creative.

Per raccontare questa storia, è necessario che, chi prende in mano la penna, sia in grado di muoversi nel labirinto e Apuzzo è la guida più adatta al viaggio. Musicista e didatta, Apuzzo proviene dal mondo del jazz con la passione comunicativa per la scoperta di quei segreti pentagrammati annidati tra i solchi vinilici dei Gentle Giant.
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I motivi del male: comprenderli, eleborarli e superarli da dietro le sbarre

Da un carcereDall’altra riva. Di un carcere. Arriva questa lettera, di Patrizia Pugliese, insegnante, nel carcere di Tolmezzo. E una lettera dentro la lettera, di Emanule Pavone, che a Tolmezzo è detenuto. Ancora, voci dal silenzio.

Scrivo da Udine e sono una docente di lettere presso il carcere di massima sicurezza di Tolmezzo. Esperienza unica e bellissima. Ho conosciuto tante storie e tante non vite. Lavoro per quelli della sorveglianza speciale. Tre volte alla settimana il mio lavoro si traduce in missione. Sono laureata n lettere ma sto conseguendo seconda laurea in psicologia a Trieste. Lavorando in carcere ti rendi conto di diverse realtà che ti si presentano davanti. Io voglio bene ai miei ragazzi, mi rifiuto di usare due parole con loro: detenuti e celle, preferisco parlare di ragazzi e di stanze. I miei ragazzi sono stati ragazzi di strada (20 anni fa) ora sono diventati ragazzi di lettere (scrivono, compongono poesie, studiano, c’è chi si iscrive all’università, parlano di amore, fratellanza, di giustizia e di ingiustizia).

I miei ragazzi hanno capito il concetto di “colpa”, loro hanno elaborato il concetto di “male” come male che c’è stato per vari motivi (provenienza geografica, culturale, oserei aggiungere substrato, giovane età, incoscienza, sogni di gloria, materialismo…) Oggi, a 20 anni di distanza, posso affermare con coscienza morale che sono cambiati. Mi ritrovo a parlare con uomini da una forte valenza morale a cui bisogna dare una chance. Che senso ha privare un uomo nuovo ad un destino nuovo? Sbagliare è umano… ovviamente, il loro, non è un piccolo sbaglio… Ma 20/25 anni non bastano per ripulire le loro e nostre coscienze? Considero l’ergastolo ostativo un crimine quanto quello commesso dai detenuti. Il carcere? Un gatto che si morde la coda e in cui la logica non sovviene.
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“Assalto alla Diaz” (Senza finzione): un libro che anticipa gli esiti in giudizio

Assalto alla DiazQuando siamo partiti con la collana Senza finzione, avevamo un punto di partenza e uno scopo. Il primo era di cogliere alcuni temi urgenti o caldi del dibattito pubblico. Il secondo rispondere a questi temi con dei libri che li sviscerassero. A un anno e mezzo dall’avvio della collana, possiamo dire che in più di un caso abbiamo raggiunto quanto ci eravamo prefissi. Lo dimostra il libro Assalto alla Diaz di Simona Mammano alla luce delle recenti sentenze: la condanna in appello a Gianni De Gennaro, nel 2001 capo della polizia, e a maggio, sempre in secondo grado, quella ai venticinque imputati per le violenze all’interno della scuola genovese. Per questo riproponiamo un estratto dal libro dell’autrice di Assalto alla Diaz. (Antonella Beccaria, co-direttrice della collana Senza Finzione)

Il prefetto, con provvedimento del capo della polizia De Gennaro, viene incaricato di sovrintendere a tutta l’organizzazione dei servizi di ordine pubblico, in occasione del G8. Durante quei giorni, Ansoino Andreassi era convinto di avere la funzione di vicecapo della polizia. In realtà non è così: dal 1° luglio era stato rimosso senza che gli fosse notificato (come invece è d’obbligo) il provvedimento che cambiava la sua funzione. Tale provvedimento fu adottato dal ministro dell’Interno su conforme decreto del presidente del Consiglio dei ministri.

Andreassi spiega che già la mattinata di sabato 21 luglio aveva notato un cambio di indirizzo voluto dal capo della polizia. Verso le 11 le telecamere di un elicottero inquadrarono un furgone all’interno del quale si vedevano persone che distribuivano mazze ai dimostranti. Dal giorno precedente erano stati visti ragazzi vestiti di nero, con passa-montagna e caschi, che si rifornivano in punti diversi della città. Molte persone lo avevano segnalato alla centrale operativa di polizia e carabinieri, che si erano messi alla sua ricerca. Era necessario intercettarlo, ma al momento di agire De Gennaro chiamò Andreassi per comunicargli che quell’intervento doveva essere affidato a Gratteri, dirigente dello SCO (Servizio Centrale Operativo).

L’operazione consisteva nella perquisizione alla scuola Paul Klee, dove vennero arrestate una ventina di persone e dove furono rinvenuti pezzi di autoradio della polizia o dei carabinieri e altri oggetti che rendevano possibile un coinvolgimento dei fermati negli scontri del giorno precedente. Affidare l’intervento a Gratteri, secondo Andreassi, significava un cambiamento, vale a dire la necessità di mobilitare le unità ritenute più efficienti, più rapide, per procedere agli arresti, visto che la città era stata devastata poche ore prima e la reazione da parte delle forze dell’ordine non era stata abbastanza efficace.
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Ludwig Wittgenstein e il gioco delle crittografie: assenze

I segni dell'inganno di Caterina MarroneAlcuni studiosi di Ludwig Wittgenstein (1889-1951), leggendo e interpretando le Ricerche filosofiche (1953) e altri scritti dell’autore, hanno notato una particolarità singolare: quella che riguarda la mancanza, dal suo vocabolario, di termini di cui il suo secolo aveva fatto grande uso in filosofia. Wittgenstein non si servì di parole come “sociale”, “società”, oppure come “storia”, che avrebbero ben potuto appartenere in determinate occasioni argomentative al suo pensiero: si pensi alla fraseologia inerente al “gioco linguistico”, nozione paradigmatica della sua filosofia, in cui, infatti, non compaiono mai termini come “sociale”, “societario” o “società”; eppure il gioco linguistico non può che realizzarsi tra la gente, nel luogo del pubblico, non può vivere che tra le persone, nelle relazioni tra individui, nella collettività “sociale” per l’appunto.

Ma tali vocaboli sono assenti. E così in altri casi e con altre parole. Chiedersi del perché di queste omissioni è una legittima curiosità: se si può avanzare, nel caso del termine “storia”, un’ipotesi della sua mancanza, soprattutto nell’ambito delle Ricerche – per altri scritti di tipo logico è, naturalmente, ovvio che la parola non ci sia –, potrebbe essere nel fatto che Wittgenstein si stava rivolgendo, in queste sue riflessioni, al dominio della prassi, al fare, al dire come azione e dunque, a quella zona in cui il parlante agisce e si muove, in quello spazio dove ogni atto verbale che avviene si produce, si realizza sempre nella dimensione della sincronia, nel contesto della contemporaneità.

Infatti anche se persona colta, l’attore di un discorso, mentre parla o svolge e determina un’azione verbale, non ha memoria di quanto, nel passato, è successo alle parole che sta adoperando: se si chiede a qualcuno «Che cosa è questo?», il fatto che la parola “cosa” derivi dal latino causa non è di nessun vantaggio, non è di nessuna importanza nello scambio comunicativo, non ha attinenza in tale pratica.
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Quattro zampe in tribunale: storie di animali (e uomini) alle prese con la legge

Quattro zampe in tribunale di Claudia Taccani ed Edgar MeyerAccolgo con grande piacere la pubblicazione del libro Quattro zampe in tribunale. Agli autori va il mio plauso per l’impegno profuso nella battaglia per i diritti degli animali e la tutela del loro benessere. Considero meritoria l’azione di Edgar Meyer e Claudia Taccani che, mettendo a disposizione la loro preparazione tecnico-giuridica, hanno realizzato un valido vademecum per una corretta e puntuale informazione degli utenti nella gestione, anche legale, di situazioni incresciose, talvolta drammatiche e inaccettabili, che coinvolgono i nostri amici animali.

Come ho avuto modo di sottolineare in più occasioni, ritengo il legame uomo-cane uno dei più intensi e profondi, senza il quale l’uomo perderebbe una componente importante di sé. I nostri compagni a quattro zampe integrano la nostra vita e sempre più spesso sono ritenuti a tutti gli effetti componenti del nucleo familiare. Condivido pienamente il messaggio educativo e il senso civico che si è voluto affermare attraverso la realizzazione di questo libro. Libro che arricchisce e ottimizza il canale di comunicazione con i cittadini e rivaluta in senso positivo il rapporto dell’uomo con gli animali.

Nella società moderna tale legame ha subito sostanziali modifiche e occorre pertanto rimodulare questa relazione, adattandola all’evoluzione dei tempi e della società al fine di tutelare la salute e l’incolumità pubblica, oltre che il benessere e i diritti degli amici a quattro zampe. Dall’inizio del mio mandato sono molte le iniziative che ho portato avanti per sostenere questa concezione, senza mai prescindere dalla conoscenza e dalla comprensione delle caratteristiche fisiologiche ed etologiche proprie della specie animale.
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Tutto quello che c’è da leggere sul (nuovo) jazz

I segreti del jazz - Una guida all'ascolto di Stefano ZenniRicordo bene il tempo – parlo di venti o trent’anni fa al massimo, non della preistoria – in cui l’indimenticabile Arrigo Polillo, il sottoscritto e pochi altri venivano guardati in Italia con una certa curiosità perché erano dei tipi speciali che scrivevano o avevano scritto qualche libro sul jazz. Naturalmente mi sono accorto che adesso la situazione è molto cambiata, tanto è vero che faccio questa segnalazione da considerare come una scelta, forse un po’ arbitraria, di alcune delle opere recenti più interessanti, essendo impensabili delle vere recensioni senza recare torto ad altri autori.

I libri specifici, infatti, sono diventati un’alluvione. C’è chi ne scrive due alla volta. Sull’argomento mi riservo naturalmente di ritornare quanto prima. Comincio dal più fresco di stampa, il più bello e il più indispensabile e atteso, appena presentato nella Sala Petrassi dell’Auditorium della Musica di Roma: si tratta de “Il Jazz in Italia vol. 2″ di Adriano Mazzoletti per le edizioni di Torino (EdT). Quest’opera ponderosa, stupenda, frutto di anni di ricerche minuziose e accurate, ha una storia. Inizia ufficialmente nel 1982 con un agile libro omonimo per le edizioni Laterza di Bari. Ma poi l’impegno di Mazzoletti si dilata e diventa enorme (non si dimentichi che ha curato e cura tuttora anche una collana discografica intitolata “Jazz in Italy” con la valida collaborazione della moglie Annamaria Pivato).

Nel 2004 esce per EdT “Il Jazz in Italia dalle origini alle grandi orchestre” di ben altro spessore, che fra gli innumerevoli meriti ha quello di retrodatare la nascita del jazz italiano, prima considerato in ritardo rispetto ad altri Paesi europei. Ma ora ecco il capolavoro: “Il Jazz in Italia volume secondo” in due tomi di complessive 1640 pagine dedicate al periodo dallo swing agli anni sessanta. Ce ne saranno altri? Mazzoletti non è mai stato tenero con la modernità e l’avanguardia, quindi lascio l’interrogativo in sospeso di proposito. Aggiungo però che il lavoro dello studioso genovese già basta e avanza, oltretutto, per riscattare in parte altri esperti italiani di lungo corso che a suo tempo snobbarono per esterofilia il jazz nazionale al punto di danneggiarlo. Andiamo a qualche altra segnalazione. Non si perda il quarto libro di Stefano Zenni per Stampa Alternativa, “I Segreti del Jazz“, con allegato un cd che contiene 110 splendidi brani di jazz in formato mp3: nessuno potrà dire di conoscere come si deve la materia se non avrà letto queste pagine e ascoltato il relativo disco. Luca Cerchiari (è uno di quelli dei due libri alla volta) licenzia per Bompiani un robusto volume, “Intorno al Jazz” (pagg. 650), sostenendo che è l’opera della sua vita e bisogna credergli.
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I guardiani sepolti sotto la nostra terra

Anni di cementoCi sono storie che hanno diversi livelli di lettura, cerchi concentrici che una volta ritratti permettono di leggere il racconto sotto profili sfumati e per questo vanno colti, analizzati. Vanno separati dal resto, misurati come le pennellate che li hano generati e che riescono così a dare il valore aggiunto impercettibile epppur fondamentale al nucleo centrale del racconto.

Succede nel film La nostra vita di Luchetti, capolavoro di neorealismo dei giorni nostri. Non entriamo nella storia, che per definizione è una delle tante (ma che come poche riesce a toccare le corde delle emozioni umane). Restiamo invece sui cerchi concetrici, su uno dei più periferici, quello che fa da scenario e da sfondo a tutta la vicenda: l’abusivismo edilizio che disegna una borgata disperata di vite e di sotto-vite, di realtà conosciute e taciute. Di accordi sottobanco, di appalti, subappalti e di morti nei cantieri fino alla resa finale: i cartelli malavitosi dell’edilizia laziale per portare a termine le opere: “Noi lavoriamo ventiquattro ore su ventiquattro e non conosciamo il sindacato”, dice il capoclan dei cottimisti.

Che poi aggiunge: “Se però non mantieni le promesse ti scateniamo contro tutti, sindacati compresi”. Luchetti arriva a dire l’aggressività del mattone come non si riesce più neanche a pensare in un paese di condoni, varianti ai piani regolatori e vergogne interne agli enti preposti al controllo. E la scena più dura da mandare giù, può sembrare strano, è quella in cui la palazzina è finalmente conclusa e come un sipario che cala sul peggior spettacolo andato in scena, dall’alto, con un montacarichi viene fatto scendere il bussolotto dell’ufficio vendite. Come dire: è tutto a posto, quel che c’è dietro è acqua passata. L’importante, adesso, è monetizzare.

Sullo sfondo resta il paesaggio laziale deturpato e vilipeso, le palazzine tutte uguali, sempre più affacciate sul Grande Raccordo Anulare che vengono su come funghi, le Centralità che sono realtà mentre i servizi che dovevano essere garantiti restano ancora ipotesi di lavoro; i centri commerciali vivi e vegeti (sarà stata casuale la scelta di Luchetti di girare all’interno di Porta di Roma?) e tutt’intorno il vuoto cosmico di zone di sterpaglia ancora da mattonare.
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L’erba di casa è sempre più verde: esiste un diritto alla felicità?

L'erba di casa è sempre più verde di Luther CannabisOggi la libertà è minacciata: non dai nobili o dai generali, e neppure dai preti e dagli imam, ma dall’uguaglianza e dalla democrazia, cioè dal livellamento indistinto dei pensieri e delle ambizioni e delle paure, dalla tirannia della maggioranza e dell’opinione pubblica, dall’invadenza dello Stato nella vita privata e nelle scelte personali dei cittadini, dalla trasformazione del pregiudizio in autorità. La sinistra, se ci fosse una sinistra, oggi dovrebbe fare questo, e soltanto questo: riaprire la frontiera della libertà.

Mentre l’uguaglianza è prima di tutto un limite, la libertà è un’apertura: per questo è strettamente intrecciata con il concetto di felicità. L’identità incompiuta di ciascuno di noi si realizza attraverso la libertà: di scegliere e pensare e comportarsi come si vuole e come ci si sente di fare; di realizzare le proprie aspirazioni, i propri sogni, le proprie ambizioni e i propri desideri; di immaginare qualsiasi cosa venga in mente e sforzarsi di renderla possibile; di muoversi ovunque senza barriere né catene né limitazioni; di proseguire illimitatamente e senza vincoli nella ricerca delle tante verità che il mondo ci offre (o ci nasconde), padroni di sé stessi e della propria intelligenza. Senza questa libertà, l’uomo non può essere felice.

Il diritto alla felicità, dunque, coincide con il diritto alla libertà di ciascuno e di tutti. Mentre l’uguaglianza è per natura individualista, la libertà è naturalmente sociale. Nel mondo degli uguali ciascuno di noi è una monade identica a tutte le altre, che gode dei medesimi diritti e obbedisce agli stessi doveri; nel mondo dei liberi ognuno è un individuo il cui mondo ricomprende tutti gli altri, perché la libertà di cui gode è precisamente la rete di relazioni al cui interno è continuamente (ri)collocato.
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Il profeta di Satana: ormai ero diventato il “night stalker”

Il profeta di Satana di Silvio FazioStavolta la polizia decise di agire alla grande. Televisioni, giornali non facevano altro che parlare di me, avvertendo la gente che un “Night Stalker” operava nella valle di Los Angeles e che era molto pericoloso. Continuavano a mostrare il ridicolo identikit che non mi somigliava per niente: io ero molto più bello di quel disegno del cavolo. Ritornai nel bar dove lavorava la piccola tedesca, avevo deciso di farmela, ma purtroppo non lavorava più là. Mi sedetti lo stesso e presi un caffè mentre la televisione passava di continuo dei notiziari sulle mie imprese. A un certo punto vidi addirittura Frank che parlava di me, questo mi rese assai fiero perché, malgrado dicesse che ero un pervertito e uno psicopatico, aggiungeva poi che possedevo un’intelligenza rara e una calma agghiacciante. Se si fosse limitato a dire solo quello sarebbe stato bello ma il bastardo cominciò a dare una serie di dettagli sulla mia persona che mi fecero arrabbiare, rendendomi anche inquieto:

– L’assassino porta delle scarpe Reebok, misura quarantacinque. Veste di scuro e ha i denti cariati. È alto, magro, di tipo meticcio, puzza spesso di sudore ed ha i capelli assai lunghi.

Potevo lavarmi, cambiare gli abiti e tagliarmi i capelli, ma di certo non rifarmi i denti né ingrassare o rendermi più piccolo, e poi, come cazzo sapeva che portavo delle Reebok misura quarantacinque? Avevo sicuramente sottovalutato il lavoro della scientifica, dovevo stare molto più attento a ciò che facevo e soprattutto a non lasciare più in vita le mie vittime, perché di certo erano state loro a fornire tutti quegli elementi alla polizia. Il mio sesto senso mi suggerì di lasciare la città per qualche tempo, così presi la direzione di San Francisco, una metropoli veramente sgradevole, tutta salite e discese, mi sembrava di essere arrivato in un Luna Park.
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Il racconto del pm Ingroia: “Sono vivo grazie alle intercettazioni”

C'era una volta l'intercettazioneIl capo della mafia siciliana Bernardo Provenzano è imprendibile, ricercato da quarantasei anni e nove mesi. Dicono che si nasconda a un passo dalla sua casa di Corleone. È un fantasma: nessuno riesce mai a scovarlo. Una piccola folla ha applaudito ieri mattina nella parrocchia di Pagliarelli la bara di Gianni Nicchi detto Tiramisù, l’astro nascente di Cosa Nostra palermitana ucciso a colpi di pistola dai sicari del clan Lo Piccolo. Gli artificieri dei carabinieri hanno disinnescato l’ordigno piazzato sotto la casa del procuratore aggiunto Antonio Ingroia dagli uomini di Mimmo Raccuglia, il boss di Altofonte che dal 2000 è diventato il più pericoloso latitante al servizio di Totò Riina. Sarebbe andata cosi. Sarebbe andata così per legge. “L’ho scampata per un pelo”, racconta divertito - e poi neanche tanto - Antonio Ingroia, che era sulla lista nera di Raccuglia, mentre ricorda tutto ciò che (non) si sarebbe mai verificato in questi ultimi anni in Sicilia con il decreto voluto dal governo.

Il procuratore aggiunto l’ha scampata per un pelo grazie a una telecamera. Una di quelle che era puntata su un casolare di Calatafimi dove aveva trovato rifugio Mimmo Raccuglia, il mafioso che era pronto a farlo saltare in aria. Una telecamera che, qualcuno, adesso vorrebbe spegnere per sempre. Dice Ingroia: “Oggi l’installazione di una telecamera in un luogo pubblico viene autorizzata dal pubblico ministero per esigenze investigative, d’ora in avanti - se mai dovessero approvare anche questo - ci vogliono gli stessi gravi indizi di reato previsti per le intercettazioni ambientali e telefoniche per poterlo fare”. Si chiede Ingroia: “Ma come si fa ad avere la certezza che dentro un casolare ci sia un latitante se non si piazza una telecamera che vede chi entra e chi esce?”.

Mimmo Raccuglia sarebbe oggi ancora là, a cavallo fra le province di Palermo e di Trapani, a trafficare con il suo esplosivo. E Renato Cortese, il poliziotto che per otto anni ha inseguito il Padrino di Corleone, sarebbe ancora sulle colline davanti alla Montagna dei Cavalli disteso fra le sterpaglie e sotto gli ulivi a cercare il niente. Il più fortunato è stato però Gianni Nicchi, con quella telecamera che ancora c’era e l’ha fatto finire dentro, ha evitato le vendette dei “vecchi” di San Lorenzo.
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Il poeta e il cavaliere di Mario La Ferla

Il poeta e il Cavaliere - Di Mario La FerlaTutto ha inizio a Firenze nel maggio 2008 quando:

Due consiglieri comunali di Forza Italia ispirati da Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi, hanno presentato una mozione al sindaco Leonardo Dominici allo scopo di “promuovere la piena riabilitazione di Dante Alighieri revocandone formalmente la condanna inflitta nel 1302”. La giunta di centrosinistra era occupata in altre faccende, alcune molto serie e insidiose. Per cui quella mozione è stata accettata con tranquillità. Ma sindaco e assessori non hanno fatto i conti con i nemici di Dante, che numerosi si contano nella sinistra moderata e in quella radicale. Fatto sta che la giunta si è smarrita davanti alla polemica, aspra e selvaggia, sollevata da alcuni consiglieri comunisti e postcomunisti con l’appoggio dei Verdi […] “Dante ritorna a Firenze? Ma se fu cacciato perché ladro e corrotto!”. “Rimanga dove sta, che sta bene lì”. […] Che, niente niente, dietro alla riabilitazione del poeta vittima di congiure di giudici rossi (beh, sì, perché all’epoca, durante la celebrazione dei processi, i giudici indossavano una veste rossa), di nemici politici e di cronisti faziosi, si nascondeva nemmeno velatamente l’intenzione di “riabilitare” il Cavaliere?

Da quest’episodio prende le mosse il pamphlet di Mario La Ferla dal titolo Il Poeta e il Cavaliere. Storia di donne, soldi e malapolitica, pubblicato da Stampa Alternativa nella collana Eretica speciale.
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