Al Salone di Torino doppio appuntamento per la collana “Senza finzione”
Due gli appuntamenti a Torino per altrettanti libri compresi nella collana Senza finzione.
Il primo è fissato per venerdì 14 maggio nello Spazio Autori B, dalle 16.00 alle 17.00, quando verrà presentato Maledetta fabbrica - Il lavoro che uccide, Tra gli autori, parteciperanno Patrick Fogli e Daniele Biacchessi, che farà un reading tratto dal suo spettacolo “Il lavoro rende liberi“, accompagnato dal cantautore Andrea Sigona. Inoltre parteciperanno alla discussione Donata Canta, segretaria della Camera del Lavoro di Torino, e la direttrice della collana, Simona Mammano.
Domenica 16 maggio, invece, presso lo Spazio Autori A, dalle 10.30 alle 12.00, si parlerà del romanzo Voglio vivere così - Esistenze negli anni di piombo. Al dibattito parteciperanno l’autore Ansoino Andreassi, già vice-capo della polizia di stato e protagonista nella lotta al terrorismo negli anni di piombo, Giancarlo Caselli, prefatore del romanzo e procuratore capo della repubblica di Torino e lo scrittore Pino Casamassima. A moderare l’incontro ci sarà il giornalista Vittorio Pasteris.
Maledetta Fabbrica cura di Simona Mammano. Di Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli, Pierre Levaray, Valerio Varesi
Collana Senza Finzione
144 pagine
ISBN: 978-88-6222-128-3
Voglio vivere così - Esistenze negli anni di piombo di Ansoino Andreassi
Prefazione di Gian Carlo Caselli
Collana Senza Finzione
270 pagine
ISBN: 978-88-6222-115-3
Maledetta fabbrica: reagire a condizioni di lavoro assassine
“Una vita da coglioni”. È questo che pensiamo quando togliamo i nostri indumenti da lavoro, nello spogliatoio, seduti davanti ad una fila di armadietti metallici, prima di fare una doccia e andarcene. Finalmente, lasciare questo luogo d’infamia. La doccia. Non è che abbiamo lavorato più degli altri giorni o che abbiamo particolarmente sudato (siamo fortunati, il lavoro qui è pulito; in altri settori della fabbrica è Cayenne o Germinal). La doccia, come per sbarazzarci del lavoro che ci si è incollato alla pelle durante otto ore. Sbarazzarci delle scorie del lavoro salariato, prima di ritornare alla vita. La vera vita?
La doccia è il rituale per ciascuno di noi e accidenti ai giorni in cui è impossibile utilizzarla per un qualunque problema tecnico. Il passaggio di consegne ai colleghi che ci danno il cambio, la doccia ed è tutto, per ricominciare il giorno dopo… fino alla pensione. Talora, dei momenti forti, una riappropriazione della nostra vita, quando sappiamo dire: “No!”. Una sorta di scintilla. Non di quelle che provocano grandi incendi. No. Piuttosto la scintilla che c’è negli occhi di quelli che dicono: ”Basta”.
Bloccare il reparto, schiacciare i pulsanti, chiudere le valvole, correre per fare le manovre, questa volta siamo noi che decidiamo. Il blocco delle macchine è già una prima vittoria. Sciopero!
Tutto è fermo, le macchine, le turbine, le pompe non funzionano più, i fluidi non circolano nei tubi, i camini non riversano più i loro veleni e soprattutto il silenzio, la calma. Una calma imponente. Il simbolo della nostra forza, per dire no alla gerarchia, ai capetti, al padrone. Non parlo delle giornate d’azione, gli scioperi di ventiquattro ore decisi nelle alte sfere dai nostri strateghi sindacalisti. Non quegli scioperi che non durano, che servono solo a mostrare un certo rapporto di forze, ma dai quali si ritorna alle turbine il giorno dopo. No, parlo di quegli scioperi che arrivano nei reparti, così, senza preavviso.
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A Barcellona Pozzo di Gotto l’arte del secondo dopoguerra del XX secolo
Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) - Una collezione d’arte contemporanea da fare invidia. Una raccolta unica nel suo genere, che ogni anno si arricchisce sempre di più. Siamo già a oltre 900 pezzi. E più di novecento sono gli artisti contemporanei, come scrive il critico Italo Tomassoni, ‘testimonianze significative dell’arte italiana del secondo dopoguerra del XX secolo’ che hanno accettato di lasciare il loro ’segno’ su un supporto originale. È con orgoglio che Nino Abbate, infermiere all’Ospedale psichiatrico di Barcellona in pensione, ha presentato la nuova collezione, giunta alla XVI edizione, da quando ha avuto l’idea, nel 1994, di inviare ad artisti di tutto il mondo un oggetto così semplice come una mattonella in cotto non trattato di cm 30×30, su cui ognuno con diverse tecniche e materiali, dal bronzo, al marmo, legno, ferro, carta e colori ad olio, acrilici, tempere, ha creato lavori d’arte originali che esprimono il linguaggio artistico di ogni artista che crea liberamente su questo insolito supporto, la propria opera.
Rispondono tutti. Ognuno a suo modo e con i suoi tempi, a volte stupiti dall’ingenuità della richiesta, inconsapevoli probabilmente di ciò che si è sviluppato in questi anni nella piccola frazione del messinese. Il museo ‘Epicentro’ è situato in una località chiamata Gala, su una collina dove è difficile che si passi ‘per caso’. Qui, in un posto quasi dimenticato da Dio c’è un museo che in altre città sarebbe stato abbondantemente visitato e recensito. Invece rimane per i pochi che lo scoprono e che riescono a visitarlo.
Merita sicuramente una fama che finora gli è stata negata per ‘location’ dove sono pochi coloro che ne possono apprezzare la qualità e l’originalità. Fra le “firme” ( fra cui una chicca di Sottssas ) c’è l’imbarazzo della scelta, e che hanno creato sulle mattonelle-supporto quella di cui Abbate è orgoglioso appartiene a Milena Milani (Savona, 1917), nota scrittrice, pittrice e ceramista che ha firmato negli anni Cinquanta con Lucio Fontana tutti i manifesti del Movimento Spaziale. Milena Milani ha aderito con entusiasmo all’iniziativa di Abbate appena è venuta a conoscenza del progetto: “Mi piace molto questa idea che ha avuto questo insolito “mecenate” - dice la Milani - insolito perché quest’uomo conduce una vita semplice, normale, ma caratterizzata dall’amore per l’arte che ha trasferito nella creazione di questo museo.
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Il poeta e il Cavaliere: non più “Leonardo il Magnifico”, ma “Leonardo Furioso”
Era davvero un grosso problema? Il sindaco non ci aveva pensato molto. Confortato dal parere favorevole della maggior parte degli assessori, aveva annunciato che il comune avrebbe fatto di tutto per vincere la partita. E perché i fiorentini intendessero che stavolta la giunta faceva sul serio, annunciò con un’ordinanza che avrebbe richiesto l’arresto per gli abusivi trovati al lavoro ai semafori della città. L’ala sinistra della maggioranza, alla quale si erano aggiunti due assessori, protestò contro l’ordinanza firmata dall’assessore alla sicurezza, Graziano Cioni. E come risposta il sindaco minacciò le elezioni anticipate al 2008. Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica, che facevano parte della maggioranza, uniti all’opposizione di sinistra rappresentata da Rifondazione e la lista “Ultracittà”, scesero in piazza al grido “Siamo tutti lavavetri!”.
La situazione a Palazzo Vecchio era peggiorata quando anche gli assessori Paolo Coggiola e Daniela Lastri avevano preso le distanze dalla discussa ordinanza. Ormai la storia dei lavavetri era diventata un caso nazionale e sciaguratamente cominciarono a parlarne anche i tabloid inglesi. E fu fatale che il sindaco cambiasse nome: non più “Leonardo il Magnifico”, ma piuttosto “Leonardo Furioso”. L’ordinanza è rimasta inascoltata e mai applicata, però ha lasciato il segno dentro e fuori Palazzo Vecchio.
Poi è arrivato il momento del progetto della tranvia cittadina. Alla fine del 2007 la giunta aveva annunciato di avviare il piano dei trasporti che prevedeva, fra l’altro, il passaggio della tranvia in centro, a ridosso del Battistero. Forte dell’ampia maggioranza di cui godeva, il sindaco aveva pensato che la decisione non avrebbe incontrato seri ostacoli. Invece c’è stata la rivoluzione. Nessun cittadino di Firenze, intervistato da televisioni e giornali, s’è dichiarato d’accordo col progetto. Paolo Bonaiuti, fiorentino doc e portavoce di Silvio Berlusconi, ha subito dichiarato guerra a quel “mostro di lamiera lungo 32 metri” che avrebbe attraversato la strada tra Battistero e Duomo. Le critiche più feroci sono arrivate da sinistra. Non c’era scampo per la tranvia. Così s’è deciso che sarebbero stati i cittadini a decidere. Il referendum di febbraio 2007 ha travolto la giunta comunale. Poi, nell’autunno 2009, il nuovo sindaco, Matteo Renzi, deciderà di abbandonare definitivamente il progetto.
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Onda Pazza a Mafiettopoli 2/2
I D’Anna controllavano la parte alta del paese, ovvero “La Somalia”, abitata da contadini. Caratteristiche loro attività quelle dell’estrazione di sabbia dalle cave della contrada Ramaria, la gestione del settore edilizio, quella del controllo e della distribuzione delle acque irrigue, quella del settore della distribuzione dei carburanti: faceva bella mostra una pompa di benzina BD, ovvero le iniziali di Badalamenti-D’Anna. Non mancava anche una certa attenzione nel settore turistico, grazie alla nascita di un villaggio che occupava stagionalmente circa 200 lavoratori. Per contro si era sviluppato un sistema clientelare, oserei dire para-mafioso, specialmente nella marineria: quasi tutti i pescatori facevano parte di una cooperativa, la San Pietro, che garantiva il disbrigo delle pratiche assistenziali, ma che si occupava anche della vendita del pescato, su cui tratteneva il 3%.
Il presidente della cooperativa, soprannominato Patricola, era considerato una sorta di “padre dei marinai”, era padrino di una serie di bambini, e quindi compare dei loro genitori, era anche l’uomo di punta della Democrazia Cristiana e aveva diverse volte ricoperto il ruolo di sindaco del paese: sempre vestito in doppio petto e cravatta e con un vistoso fazzoletto bianco il cui triangolo gli usciva dalla tasca superiore della giacca. L’agone politico e quindi il consiglio comunale diventava il luogo del confronto e dello scontro, soprattutto per quel che riguarda il porto peschereccio che, a causa di una disgraziata progettazione, era diventato il punto di accumulo di una corrente di sabbia e pertanto era in gran parte impraticabile.
Malgrado ciò, i pescatori continuarono a votare per il loro “padre”, cui rimasero fedeli anche quando costui si spostò con i “Cristiano-sociali”, espressione della fugace stagione del milazzismo. Per il resto solite facce di politici professionisti, qualcuno dei quali in campo ancora oggi: allora erano democristiani, oggi sono UDC e MPA, erano socialisti, oggi sono forzitalidioti, erano fascisti, oggi sono PdL, erano comunisti, oggi sono PD meno elle, minoranza irrisoria. Il porto è sempre lì, intasato di sabbia. Alcuni amici degli amici sono riusciti a installarvi un distributore di carburante per le barche e a costruire delle banchine mobili, luogo di imbarcazioni da diporto.
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“Il silenzio imperfetto”: Flores, hai sentito la notizia?
Nello specchietto retrovisore troneggiava l’Etna. Flores infilò distrattamente un cd nel lettore. Dopo Enna, con la sua rupe alta e selvaggia, l’autostrada si snodava tra terre riarse e fragili, colline impastate con lo zolfo che franavano verso valle.
Gli evocavano un West immaginario, selvaggio e pulito. Gli spettrali avamposti della sua città furono in vista due ore dopo. Mura sbrecciate di case non finite, catapecchie abbandonate e scheletri di industrie mai nate scorrevano al di là dei vetri. Fu preso da un vago senso di nausea. Sperava di trovarla diversa, Palermo, e ogni volta osservava, scoraggiato, la sua immobilità.
Le luci al neon della rotonda di Via Oreto gli segnalarono la fine dell’autostrada. Sterzando verso la città universitaria, si augurò di non arenarsi nel traffico serale. Il cielo iniziava a indossare il suo abito crepuscolare e lui desiderava solo arrivare a casa. Era stanco di quelle trasferte inutili, aveva bisogno d’altro: di perdere dieci chili, di riaccendere l’entusiasmo per la sua professione e trovare, dopo mesi di caparbia solitudine, una donna con cui condividere i vuoti in cui spesso sprofondava.
Arrivato a casa, tolse in fretta le scarpe, estrasse dal frigo una birra, accese la tv e si gettò di peso sul divano. Oltre al ronzio del televisore, regnava il silenzio, con le immagini che continuavano a scorrere. Si massaggiò la pancia. Aveva quarantacinque anni e da venti lavorava nello stesso quotidiano. Rimestare tra le macerie morali della sua città lo esaltava e deprimeva insieme, e di macerie d’ogni genere Palermo ne era ingombra.
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Maledetta fabbrica: da una caduta di quindici metri non ti salvi
Salgo la scala esterna che porta alla sala macchine. Dovrei sbrigarmi, non lo faccio. So che là in alto c’è un dramma, ma non mi affretto. C’è parecchia gente, è così grande che potrebbe starci un campo da calcio. Ci sono turbine e tubature, valvole e altri macchinari. Gli altri giorni questo luogo è invaso dai piccioni e dal rumore assordante delle apparecchiature. Ora le turbine sono spente da qualche settimana. Lavori di manutenzione.
Degli ingegneri dall’aria grave discutono. Dei pompieri portano fuori del materiale. I miei colleghi hanno i tratti tirati, addirittura sfatti. C’è anche la Samu, tre infermieri che si danno da fare. E infine c’è questo tizio, sul cemento, allungato. È là, nudo, gli hanno tolto i vestiti perché non abbia più intralci. La sua testa è insanguinata e si vede anche il suo sesso. Sì, è questo che vediamo. La sua testa rossa di sangue e il suo pene che penzola, miseramente.
Non è morto, vediamo il suo petto che si solleva, violentemente, convulsamente, a spasmi, come se cercasse dell’aria che non arriva abbastanza in fretta. Un’infermiera, bionda e piuttosto carina, poco importa…, un’infermiera dunque prende il braccio del ferito e gli fa un’iniezione. È là, steso sul cemento. Ha fatto una caduta di quindici metri, è senza speranza. Lavorava sul tetto e ha sfondato la vetrata. Se si alzano gli occhi, si vede il buco che ha provocato cadendo. Non ce lo spieghiamo, non aveva niente da fare lassù e non aveva i dispositivi di sicurezza. Il suo collega, quello che era con lui, non ci capisce nulla. È pallido, quasi verde.
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